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Resoconto d'Aula della Seduta n. 196 di mercoledì 25 novembre 1998
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   Capodicasa

   Presidenza del presidente Cristaldi


                 PRESIDENZA DEL PRESIDENTE CRISTALDI

       La seduta è aperta alle ore 19.15.

    DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE.

     PRESIDENTE. Onorevoli  colleghi,  l'ordine  del  giorno  reca:
  "DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE."
       Ha facoltà di parlare il presidente della Regione.

     CAPODICASA,   presidente della Regione.   Signor   Presidente,
  onorevoli   colleghi,  questo   Governo   nasce   in   una   fase
  delicatissima della vita  politica e istituzionale della Regione.
  Lo scopo che si  propone  è  quello  di  fronteggiare l'emergenza
  occupazionale,  finanziaria   e  di  rispondere  all'esigenza  di
  modernizzazione istituzionale che è diffusa nella nostra società.
       I dati oggettivi con  cui  siamo  chiamati a misurarci credo
  siano incontestabili.
       Nei giorni scorsi, autorevoli organi di stampa nazionali, ma
  - con una sistematica e  più  continua  azione  di  denuncia e di
  stimolo - anche i  giornali  siciliani, hanno messo in rilievo di
  fronte all'opinione pubblica lo stato di difficoltà della Regione
  sotto  il profilo  finanziario,  economico  e  sociale.
       Pur  non  essendo   condivisibili   i  toni  allarmistici  o
  catastrofici  o alcune  soluzioni  estreme  ipotizzate, rimane il
  fatto che la situazione  desta serie preoccupazioni e che occorre
  adottare subito politiche  di  bilancio, correttivi legislativi e
  atteggiamenti di governo che  siano  in  grado di riportare sotto
  controllo la spesa e di ritrovare obiettivi di risanamento per la
  crescita.
       A questo scopo occorre allargare il grado  di consapevolezza
  tra  le  forze  politiche  e sociali  nelle istituzioni  e  nella
  pubblica opinione  sul livello di difficoltà in cui si dibatte la
  Regione e sulle terapie da adottare.
       E' una vera e  propria "operazione verità" che va fatta, non
  nascondendo all'opinione  pubblica  la  gravità della situazione,
  cercando di affrontare le sfide che abbiamo di fronte ed anche di
  cogliere le interessanti  opportunità  di sviluppo economico e di
  crescita civile che pure esistono. Solo se affrontiamo i problemi
  per quello che  effettivamente  sono, potremo stabilire strategie
  di azione all'altezza dei  tempi e dare risposte vere ai problemi
  dei Siciliani.
       Del  resto,  è  nostro  fermo convincimento che  la  società
  siciliana sia cresciuta civilmente, culturalmente e  moralmente e
  che oggi ha soprattutto bisogno di verità e di chiarezza.
       A  queste  condizioni,  anche  un'opera portata  avanti  con
  misura, ma anche con determinazione di ripulitura della spesa, di
  reperimento   di   risorse    a   fini   produttivi,   di   lotta
  all'assistenzialismo fine a se stesso e di prosciugamento di aree
  di spreco  può essere  accettata se i siciliani ne comprenderanno
  la necessità e il senso, se  servirà a risolvere le due emergenze
  e quindi a creare le premesse  per  lo sviluppo economico e nuova
  occupazione.
       Un tasso  di  disoccupazione  che  nel  1997 è stato pari al
  24.3%,  e  cioè  più  alto  di  due  punti  rispetto  alla  media
  dell'intero  Mezzogiorno  (22,2%)  e circa tre volte maggiore del
  tasso  di  disoccupazione  del  Centro-Nord  (7,6%);  un bilancio
  regionale  'ingessato'  perché  assorbito  per  circa l'80% dalla
  spesa corrente;  un  progetto  di  bilancio  per  il  1999 con la
  previsione di  un  mutuo  a  pareggio di 2.300 miliardi; rimborso
  ancora  non   pagati   per   225  miliardi  alle  imprese  ed  ai
  professionisti   che  hanno  applicato  i  piani  di  inserimento
  professionale;  esposizioni  debitorie  della  Regione  verso  le
  imprese che hanno richiesto  benefici  di  legge  ex-legge 27/91;
  entrate non certe che  determinano impegni di spesa senza ritorni
  produttivi,  costituiscono  alcuni  elementi  che  compongono  il
  quadro delle serie difficoltà che attraversiamo.
       Questa è la realtà che abbiamo davanti; e questa maggioranza
  nasce  per  condurre  politiche dirette a risolvere queste grandi
  emergenze  siciliane,  pur  consapevoli  della  sproporzione, che
  cercheremo via  via  di colmare, tra la dimensione dei problemi e
  la base parlamentare di cui disponiamo.
       Azioni  radicali  di  svolta necessiterebbero di maggioranze
  numericamente  più  larghe. Ma nelle condizioni date, in Sicilia,
  questo   significherebbe   avere   maggioranze   non  qualificate
  politicamente; in  ogni  caso, oggi, non maturate e non condivise
  da tutte le forze che avrebbero dovuto e potuto essere ricomprese
  in una esperienza di tal fatta.
       L'idea  di  una  maggioranza  di  "larghe  intese" in questo
  quadro e con queste premesse non sarebbe stato un limpido disegno
  di coinvolgimento  di  tutte  le  forze  per  il risanamento e il
  rilancio, ma  rischiava  di  diventare  la  base  di un ulteriore
  avvitamento della  crisi, di confusione politica e forse anche di
  operazioni politiche improponibili.
       Da qui  la necessità di andare avanti in questo progetto che
  comporta dei rischi  ma  che ha il pregio di far assumere a tutti
  le  proprie  responsabilità,  forze  di  maggioranza  e  forze di
  opposizione,  e mette l'opinione pubblica in grado di distinguere
  e di  giudicare  e,  in  definitiva,  di collocarsi rispetto alle
  posizioni in campo e alle soluzioni prospettate.
       E'  una  maggioranza  politica, quindi, nata dalla crisi del
  centro-destra  e,  ad oggi, unica maggioranza possibile alla luce
  delle collocazioni siciliane e nazionali.
       Perciò,  parlare  di  "ribaltone"   a proposito della nostra
  specifica  situazione,  appare  fuorviante,  non  solo  per ovvie
  ragioni  di  ordine  costituzionale,  ma  soprattutto per ragioni
  politiche.  In  Sicilia,  a causa del sistema elettorale vigente,
  non si  è votato per coalizioni contrapposte; l'Assemblea è stata
  eletta con  il  sistema  proporzionale,  in  base  al  quale  gli
  elettori hanno  votato  a  favore  di  distinte liste di partito.
  Nessuna maggioranza, nessun  governo  e  nessun  presidente hanno
  avuto la previa investitura  del  corpo elettorale, altrimenti si
  sarebbe già dovuto parlare  di  tradimento del mandato elettorale
  all'atto   dell'avvicendamento   alla  Presidenza  dell'onorevole
  Provenzano.
       Non ignoriamo  il  fatto  che  al  voto  siamo  andati in un
  'clima'  politico bipolare, ma questo labile fumus di bipolarismo
  si è  infranto  nella  concreta  azione  di governo, nel corso di
  questi due anni e mezzo di legislatura.
       E' privo di significato il  fatto che a proporre una mozione
  di sfiducia al governo sia  stato un partito della maggioranza di
  centro destra? E ancora:  la  stentata  vita  dei  governi  della
  disciolta maggioranza e la crisi endemica che le attraversava non
  erano già segni del  logoramento  di quella esperienza politica e
  di governo?
       Questa è la riflessione che il Polo oggi deve fare.
       Per noi l'obiettivo rimane  il  bipolarismo  maturo e un più
  stretto  rapporto  tra   l'indicazione   degli   elettori   e  la
  composizione delle maggioranze e dei governi.
       In tal  senso ci impegniamo con tutto il vigore di cui siamo
  capaci. Ma fino a quando questo obiettivo non sarà raggiunto, con
  l'attuale  sistema  istituzionale  che non consente, di fatto, di
  risolvere  la  crisi ricorrendo al responso del corpo elettorale,
  le maggioranze  ed  i governi si formano in Assemblea, secondo le
  regole vigenti e sulla base delle scelte e delle collocazioni che
  le forze  politiche  riterranno  di  assumere e di cui ovviamente
  risponderanno agli elettori.
       Non è  quindi  con  la  categoria  del  "ribaltone"   o  del
  "tradimento"  del  mandato  elettorale, ma con le categorie della
  politica  che  si  può  giudicare il processo che ha portato alla
  formazione di questa maggioranza.
       Essa nasce non per ripudiare o in spregio al bipolarismo, ma
  per  realizzarlo pienamente; per portare a compimento il processo
  di transizione  verso  il  maggioritario  che in Sicilia prese le
  mosse  con  l'azione  svolta  col  governo  Campione e l'elezione
  diretta del  sindaco, e che oggi richiede un suo completamento in
  riferimento agli altri livelli istituzionali.
       Questo governo e  questa  maggioranza nascono per affrontare
  queste emergenze e nascono  dall'incontro  di  forze e di culture
  diverse,  tra  cui  si   cercherà   di   realizzare  una  sintesi
  nell'interesse di tutti i  Siciliani.  E' un esperimento politico
  nuovo  che  vede  i  partiti  del  centro-sinistra  stringere  un
  contratto  di  programma con un  partito  nuovo  e  con  il  solo
  obiettivo  di modernizzare  le  istituzioni  e  l'economia  della
  Sicilia.
       Ciò non  toglie  che a nostro giudizio vada capitalizzata la
  forte tensione  verso scelte innovatrici e di riforma che animano
  le  diverse  componenti  di  questo Parlamento, a prescindere dai
  giudizi sulle terapie e le soluzioni da ognuno ipotizzate.
       Gli  spunti,  le intuizioni, il desiderio di cambiamento che
  hanno attraversato le forze  politiche  e  i  governi  in  questa
  legislatura   vanno   recuperati   e   valorizzati,   mirando   a
  finalizzarle verso obiettivi positivi di riforma.
       Bisogna,  in  questa  fase,  lavorare (lasciatemi passare il
  termine) in "spirito di  larghe  intese"  intendendo  con  ciò un
  confronto nel merito dei  problemi,  pur  nella  distinzione  dei
  ruoli,  che  non escluda pregiudizialmente convergenze e accordi.
       In  questo  senso abbiamo parlato di "patto costituente" con
  le opposizioni,  verso la destra e verso la sinistra, che serva a
  non  bruciare una legislatura che, nata per unanime convincimento
  come  legislatura  costituente,  per schiodare la Regione dal suo
  stato di "reperto archeologico" sul piano delle regole rischia di
  chiudersi con  un  fallimento  proprio su quel terreno come anche
  sul terreno sociale ed economico.
       Questa maggioranza si scommette su questo percorso. Anzi, ne
  fa una condizione della propria esistenza.
       Non ci  nascondiamo, con realismo, che un tale progetto deve
  trovare ancora  la  propria sintonia con tutte le forze politiche
  della maggioranza e quindi con le opposizioni.
       Del  resto,  nessuno  poteva  immaginare  che  diversità  di
  formazione,  esperienze  politiche,  sensibilità  e  collocazione
  dovute a esperienze  maturate  nel  passato  potessero scomparire
  come d'incanto ed amalgamarsi in tempi rapidissimi.
       Ciascuno di  noi  ha la propria storia e il proprio bagaglio
  culturale che, anche se va guardato criticamente, nessuno intende
  ripudiare. Dobbiamo rivisitarlo criticamente alla luce dei valori
  e delle  idee  dell'oggi   e  alla  luce  di  esse confrontarci e
  misurarci.
       Ci  sarà  da  lavorare,  da  avere  comprensione  reciproca,
  rispetto per  le sensibilità ma anche chiarezza di obiettivi e di
  progetto. Il resto verrà  soprattutto  se  abbandoneremo i vecchi
  stereotipi, i vecchi  riflessi  condizionati,  se  attingeremo ai
  filoni fecondi delle culture  popolari autonomistiche in cui sono
  piantate  le  nostre  radici: quella cattolico riformista, quella
  socialista   e   di  sinistra  e  quella  liberaldemocratica.  Se
  matureranno  positive esperienze comuni e ci lasceremo guidare da
  un  sano  pragmatismo potrebbe essere l'occasione per ricostruire
  più   maturi   rapporti   tra   le   forze   politiche  siciliane
  nell'interesse della nostra Regione.
       In questo  spirito,  il Governo che ho l'onore di presiedere
  avverte forte  l'urgenza  di  dimostrare  con  i  fatti  che esso
  individua una  fase nuova della vita istituzionale e civile della
  Regione, che si  colloca  ancora  al  di qua delle aspettative di
  sviluppo, risanamento  e  rilancio  che  solo le riforme profonde
  della vita pubblica  possono avviare; ma che esso é già dentro il
  processo  riformatore,  nasce  per  agevolarlo,  si batte perché,
  d'intesa con l'ARS,  i  segni  di un nuovo corso si possano porre
  fin da adesso.
       A ben vedere  infatti  non si tratta di esporre un programma
  ma   di   rendere  credibile  un  diverso  assetto  dell'istituto
  autonomistico; non  solo di varare una formula ed una maggioranza
  ma di far sì che la Sicilia ed il Paese avvertano che é possibile
  cambiare rotta; che la disfatta non é un destino inevitabile; che
  la Sicilia,  partendo  da  quest'Aula, ha risorse, intelligenze e
  determinazione  sufficiente  per  avviare  uno sviluppo sano, per
  mettere ordine  nei  suoi  conti, per reclamare un'attenzione non
  miserevole ma  giusta  nei  confronti  delle  sue molte esigenze,
  meritandosi rispetto e concreti segni di cambiamento da parte del
  Governo nazionale, delle forze sociali, della comunità.
       Avvertiamo tutto  il peso di una società ripiegata, ansiosa,
  preoccupata per il lavoro che cessa, per il lavoro che manca, per
  i servizi  che  stentano,  per le infrastrutture che non bastano,
  per  la  difficoltà dell'investire, del progettare, del produrre.
  Un  disagio  acuto,  una  disaffezione  che  potrebbe rapidamente
  mutarsi  in ribellione.  Un distacco dell'opinione pubblica dalla
  vita democratica  che  favorisce solo il cinismo, la corruzione e
  il privilegio.
       Ma sentiamo anche  che  la  misura  é  colma,  che nasce una
  voglia di  fare, che  ci  sono  segnali  di  modernizzazione,  di
  rischio, di impegno  ai  quali  abbiamo  il dovere  di  dare  una
  risposta. Un  primo  incoraggiamento  deve  venire dal fatto che,
  entro sei mesi, dopo un lungo tergiversare, in materia di riforme
  istituzionali, si passi dalle ipotesi alle certezze.
       Il  primo  passo  stentatamente  compiuto  dalla Commissione
  Statuto, al cui  Presidente  va  dato atto di una  ferma e civile
  conduzione, deve  ora  produrre  una  proposta  di  riforma dello
  Statuto che  segni  il  pieno  riappropriarsi della Regione della
  propria   autonomia   organizzativa   pur   nella  indispensabile
  cooperazione con  il  Parlamento  nazionale.  Senza  un  forte  e
  legittimo  governo,  che  abbia  il  mandato  direttamente  dagli
  elettori e che  possa svolgere il suo indirizzo in piena libertà,
  scegliendo il  personale  politico migliore che la Sicilia offre,
  nessun   corso   riformatore   sarà   meno   che   temporaneo  ed
  intermittente  e  la  stessa  riforma  amministrativa resterà una
  chimera.  Solo  un  governo  di  tutti  i  siciliani (quello vero
  onorevole  Drago,  e non la sua caricatura, quello cioè che nasce
  da  una  riforma  di  rango  costituzionale)  non  sarà possibile
  vincere   resistenze  corporative,  battere  pigrizie  e  piegare
  opportunismi.  Un governo di legislatura nasce solo dalla volontà
  popolare  e  si regge su una forte e coesa maggioranza che chieda
  al corpo elettorale un mandato sulla base di un programma, come é
  accaduto  per  i  sindaci,  come si dovrà prima o poi fare per il
  Governo della Regione e del Paese.
       Ma fin da  adesso,  per dare il segno di una volontà forte e
  seria di questa  Assemblea  di  cui  il  Governo si sente parte e
  garante insieme,  occorre avviare la riforma elettorale a statuto
  invariato. Una riforma  che non pretende certo di di risolvere da
  sola il  problema  della  governabilità  o  quello dello sviluppo
  economico, ma che rappresenta una condizione per lavorare meglio,
  per scegliere  con  più  attenzione  il  personale  politico, per
  affidare, in attesa della riforma statutaria, almeno il potere di
  indicazione del  Presidente  al  corpo elettorale e affermare nei
  fatti un limpido rapporto bipolare tra maggioranza e opposizione,
  divise nella scelta  degli  uomini e dei programmi e quindi forse
  più  unite   nella   difesa  dello  Statuto  e  nella  promozione
  dell'autonomia. E poiché  le istituzioni sono di tutti ed a tutti
  tocca di  curarsene  e  di  curarle, io chiedo all'opposizione di
  trovare il modo parlamentare di una collaborazione senza la quale
  difficilmente  la riforma elettorale potrà andare a segno. Ognuno
  deve  sapere  che  il Governo spinge perchè la riforma sia fatta,
  sia  ispirata  al  principio  maggioritario,  anticipi   nei modi
  possibili   la  riforma  statutaria,  ottenga il risultato di non
  portarci alle urne con la legge vigente.
       Bisogna sviluppare  subito  una  strategia di recupero della
  fiducia. Riproporre  il senso profondo della nostra autonomia che
  significa, appunto,  adeguarla  alla  domanda  di  cittadini  che
  richiedono, oltre  che  uguali  diritti,  anche pari opportunità,
  significa adeguarla  alle  esigenze  dell'Europa, alla domanda di
  lavoro,  alle   richieste  degli  investitori,  alle  attese  dei
  mercati,  renderla  fattore  di  sviluppo  e  non  barriera  alla
  innovazione,   precondizione   per   un   assetto  autenticamente
  federalistico, in  sintonia con le esigenze delle comunità locali
  e con i bisogni delle parti più deboli della nostra società.
       Vorrei  per  tutti  portare  un esempio: quello delle donne,
  sempre  più  presenti  e  attive  nelle  dinamiche  della società
  siciliana, soffrono di una insufficiente rappresentanza politica.
  L'assenza   delle   donne   dal   momento  decisionale  determina
  l'impossibilità di rispondere con misure inedite ed innovative ai
  bisogni  di  un sistema economico e sociale in profonda crisi. Se
  il  tema  centrale  di  questa  fase  di  transizione riguarda la
  costruzione di un rapporto positivo tra cittadini ed istituzioni,
  tra  politica  e  interessi,  allora  il ruolo delle donne assume
  connotazioni  assai rilevanti. Il Governo sarà, dunque, impegnato
  a  fare  della parità tra uomini e donne un principio informatore
  della   sua   politica.
       Ma, proprio perchè le dichiarazioni programmatiche non siano
  un  assemblaggio  di  idee e di proposte, il nostro Governo vuole
  tracciare  un  percorso  che  abbia  scadenze precise e obiettivi
  realistici.   Tracciare,   cioè,  una  prima  fase  della  nostra
  attività.
       Noi ci  diamo una scadenza, onorevoli colleghi, entro giugno
  vogliamo raggiungere questi obiettivi:

    1)  Dare  alla  Sicilia  una  legge  elettorale  che  a Statuto
    invariato   consenta   di   indicare  al  corpo  elettorale  il
    presidente  della Regione e di affermare, nei fatti, un limpido
    rapporto bipolare tra maggioranza ed opposizione, attraverso un
    sistema ispirato al principio del maggioritario.

    2) Votare in tempi brevi la legge-voto, per modificare la parte
    dello    Statuto    relativa    alla    forma    di    governo,
    l'autoscioglimento dell'ARS,  al  referendum  ed  alle leggi di
    iniziativa popolare.

    3)  Approvazione  del  bilancio  della  Regione  che  segni una
    inversione  di  tendenza  rispetto al passato e che rappresenti
    una premessa per la sua stessa riforma.

    4) Chiudere,  per  quanto  di nostra competenza, il contenzioso
    finanziario con  lo Stato, definendo le nostre spettanze, oltre
    che tempi e modalità certe.

    5)   Definire   la   riforma  della  pubblica  amministrazione,
    adeguando la normativa regionale alle leggi Bassanini e Cassese
    e loro modificazioni.

    6) Trovare le  risorse  necessarie  a  mantenere la parola data
    dalla Regione agli  artigiani, agli industriali e a coloro che,
    fidandosi delle leggi  e non delle promesse, hanno investito ed
    assunto personale, cioè hanno fatto il loro dovere.

    7)   Definire   il   problema  della  privatizzazione  e  dello
    scioglimento degli enti economici regionali.

    8) Individuare  le  misure utili per riaprire cantieri bloccati
    per dare lavoro a migliaia di lavoratori disoccupati.

    9)  Accelerazione  delle  procedure  necessarie  perchè vengano
    utilizzati  tutti  i  finanziamenti  predisposti dalla Comunità
    europea.

    10) Avviare quei  meccanismi,  atti e procedure, sui quali avrò
    modo di  tornare,  per  assicurare  un  moderno  sviluppo della
    nostra terra.

    11) Avviare a soluzione il problema del precariato.

       E' chiaro che  il Governo in questo periodo dovrà affrontare
  anche altri  problemi,   piccoli  e grandi, che appartengono alle
  funzioni  proprie dell'Amministrazione. Ma  il  nostro  banco  di
  prova saranno gli undici punti ai quali ho fatto riferimento.
       In Sicilia c'è  grande bisogno di sana economia di mercato e
  di autonomia della  società. Da uno sviluppo economico autonomo e
  da    imprese    competitive    potrà    derivare    un   aumento
  dell'occupazione. Ma ciò non significa che di politica non ci sia
  bisogno,  solo  che ne sono cambiati radicalmente i compiti. Alla
  politica  spetta  risanare  la finanza regionale, fertilizzare la
  società   siciliana,   creare  le  precondizioni  dello  sviluppo
  affinchè  le  risorse  endogene  possano  crescere e potenziarsi,
  proporre  nuove  combinazioni degli elementi della cultura locale
  per  renderli  propellenti  dello  sviluppo non solo economico ma
  anche   civile.   In  altre  parole, l'obiettivo  di  fondo  deve
  consistere  nel  coniugare rigore finanziario e sviluppo per fare
  crescere  l'occupazione.
       Certamente  la  Regione  non  dovrà più essere una "palla al
  piede"  delle  imprese  e  dei  cittadini,  ma  il  "principio di
  responsabilità"  deve valere per tutti, per il Governo regionale,
  per la classe politica e per ogni siciliano.  Tutti dovremo fare,
  con  la  massima serietà e responsabilità, la nostra parte. Ed un
  ruolo  particolarmente  importante  ci  aspettiamo  dalla cultura
  siciliana,  dalle  sue  stimolanti  critiche e speriamo anche dai
  suoi  suggerimenti,  dalle sue proposte, dalle sue analisi che si
  nutriranno di competenza e di indiscusso prestigio. Riteniamo che
  negli  ultimi anni si sia interrotto il circuito di comunicazione
  tra   politica   e   cultura,   che   invece   è   indispensabile
  rivitalizzare, se non vogliamo che la prima si riduca ad attività
  autoreferenziale  e se, di contro, vogliamo radicare le politiche
  pubbliche  in  un  terreno serio di analisi e di studi.
       Pertanto,  non  possiamo  promettere di creare un milione di
  posti   di   lavoro,  né  possiamo  nascondere  il  dramma  della
  disoccupazione   e   la  precarietà  degli  equilibri  finanziari
  regionali  e  neppure possiamo ingannare i siciliani prospettando
  benefici  finanziari  che  non  potrebbero  mai  essere  erogati.
  Possiamo  però  impegnarci  sul  serio nel tentativo di coniugare
  rigore  finanziario con la creazione di alcune "precondizioni" di
  uno  sviluppo  economico  autonomo,  stimolando per questa via la
  crescita  dell'occupazione.
       Al termine di questa prima fase tireremo le conclusioni.  Se
  le   cose   andranno,   andremo  avanti  anche  noi,  sempre  che
  l'Assemblea  ci  mantenga  la  sua  fiducia;  in caso diverso non
  mancheremo di tirare le conclusioni necessarie.
       Sarebbe tuttavia sbagliato equivocare il nostro realismo per
  mancanza  di determinazione.  Siamo, infatti, fortemente motivati
  e  convinti  che  questi  mesi  devono  servire  ad impostare una
  strategia    generale    che   cercherò   di   delineare   avendo
  contestualmente  occhio  a  questi punti programmatici e al resto
  delle  problematiche  che  si affacciano sullo scenario politico,
  economico e sociale della nostra Regione.
       A  questo  punto, onorevoli colleghi, è stato deciso in sede
  di  Conferenza dei Presidenti dei gruppi parlamentari di allegare
  al  resoconto stenografico di questa seduta i contenuti di questa
  parte  programmatica  che  quindi non leggerò ma che comunque voi
  potete già trovare nel dattiloscritto distribuitovi.
       Tra  tali  punti, tuttavia, mi preme richiamare l'attenzione
  su  alcuni  aspetti  che, in un'ottica di breve termine, appaiono
  particolarmente significativi.
       Il  risanamento  finanziario  sarà  il compito più delicato,
  doloroso   e   difficile   sui  cui  dovremo  impegnarci.  Esiste
  l'esigenza  di  adeguarci  al  principio di diritto europeo delle
  "finanze  pubbliche  sane",  di  tenere conto della tendenza alla
  riduzione  dei  trasferimenti  da  parte  statale,  di affrontare
  l'emergenza siciliana.
       Abbiamo già  sottolineato  l'importanza  della  riforma  del
  bilancio e delle procedure  di  spesa  e  l'utilità di un vincolo
  giuridico alla percentuale  di spesa corrente.
       Bisogna aggiungere che il risanamento finanziario richiederà
  altri  interventi,  sul  fronte  delle  spese,  sul  fronte delle
  entrate e su quello della liquidità.
       Bisogna avere il coraggio di dire a tutti i siciliani che la
  spesa pubblica regionale va  ridotta  e riqualificata  in modo da
  realizzare la progressiva  ma  drastica  riduzione  delle  misure
  assistenziali non giudicabili  da esigenze di equità sociale. Ciò
  significa almeno due cose fondamentali: a) avvio di una revisione
  della legislazione di  spesa  nei  diversi  settori dell'attività
  regionale, in modo tale da eliminare quelle spese che si rivelino
  inutili ai fini  dello  sviluppo  economico;  b)  introduzione di
  un'oculate gestione  amministrativa  che  porti,  a  legislazione
  invariata, all'eliminazione  degli  sprechi, delle irrazionalità,
  delle diseconomie. Con riguardo a quest'ultimo aspetto si ritiene
  fondamentale:   a)  rivedere  la  politica  degli  affitti  degli
  immobili sedi di uffici  regionali,  in  modo  tale da utilizzare
  pienamente  gli immobili  di  proprietà  del  sistema  regionale,
  ridurre il ricorso  al  mercato  delle  locazioni, razionalizzare
  l'uso  degli  spazi;   b)  mettere  a  regime  economico  i  beni
  posseduti dalla Regione e  non  utilizzabili come sedi di Uffici,
  e     ciò     attraverso    l'avvio    di    un    processo    di
  dismissioni immobiliari, oppure attraverso un loro impiego che li
  trasformi in fondi di entrate per la Regione; c) un controllo più
  attento  sul  sistema  pubblico  regionale  allargato, in modo da
  stimolare  le riduzioni delle spese correnti e l'ottimale impiego
  delle risorse.
       Per quanto  concerne  la  liquidità,  occorrerà  predisporre
  tutte  le  misure  utili  affinchè  la  tesoreria  della  Regione
  disponga del gettito  delle  imposte  effettivamente  riscosse  e
  predisporre  la   necessaria   collaborazione   con   gli  uffici
  finanziari statali per ridurre il peso negativo dell'evasione.
       Occorrerà altresì avere certezza nelle entrate regionali. Il
  che richiede almeno:

    a) che gli uffici regionali predispongano valutazioni attente e
    realistiche delle dinamiche delle entrate;

    b) che venga meno la prassi statale di introdurre delle riserve
    erariali  di  quote  di  gettito,  di  tributi  regionali,  per
    fronteggiare le proprie emergenze;

    c)  che  si  arrivi  rapidamente all'elaborazione e definizione
    delle    norme    di   attuazione   sui   rapporti   finanziari
    Stato-Regione;

    d) che vengano rivisitate, pur nei limiti delle leggi vigenti e
    delle direttive comunitarie, le norme in materia di credito.

       Aggiungiamo che sarebbe demagogico, fonte di illusioni per i
  siciliani, mantenere in  questo  campo un atteggiamento puramente
  rivendicazionista  nei   confronti   dello  Stato.  Noi  dobbiamo
  difendere i nostri diritti  sapendo,  però,  che è poco credibile
  potere  recuperare  tutto  il  pregresso  dovuto  in  parte  alla
  vanificazione  dell'articolo  38   dello  Statuto  dovuto  a  una
  sentenza della Corte  Costituzionale certamente a noi sfavorevole
  e,  in  gran  parte,  alla  mancata  emanazione  delle  norme  di
  attuazione dalla  cosiddetta  "commissione Brancasi" con riguardo
  al  contenzioso  finanziario   tentando   di  chiuderlo  con  una
  soluzione la più  soddisfacente  possibile  per  la  Regione.  Ma
  chiuderlo, senza portarcelo dietro come è avvenuto in questi anni
  senza arrivare mai a un punto fermo.
       Ma la Regione  dovrà  essere  credibile  nei confronti dello
  Stato. Ciò significa almeno  tre cose. In primo luogo, le risorse
  che eventualmente otterremo  non  potranno  essere  destinate  ad
  alimentare la spesa corrente.  In secondo luogo, la Regione dovrà
  avviare  immediatamente,  con   i   suoi  mezzi  il  processo  di
  risanamento e di  pulizia  finanziaria.  In terzo luogo, dovranno
  essere  affrontate   globalmente   le   questioni   relative   al
  trasferimento di funzioni e compiti dallo Stato alla Regione.
       Ciò richiederà l'elaborazione  di  un  piano  poliennale che
  assicuri il massimo di  partecipazione dello Stato alle spese che
  ne  deriveranno  e   la   gradualità  del  trasferimento.  Questo
  consentirà di mettere  la Regione nelle condizioni di programmare
  le  modalità  di   svolgimento   delle   nuove  competenze  e  di
  attrezzarsi per fare fronte  alle  stesse,  man  mano che procede
  l'opera di risanamento finanziario.
       La  Regione dovrà  quindi  assumersi  integralmente  le  sue
  responsabilità,  ma allo  Stato  chiediamo  un  atteggiamento  di
  collaborazione per la realizzazione di un disegno comune, che non
  può  riguardare  soltanto  i  rapporti  finanziari,  ma  riguarda
  essenzialmente   quello   degli   investimenti.   Tutto   questo,
  naturalmente, accompagnato da un innalzamento del livello del suo
  impegno  nei  settori statali per eccellenza, e cioè funzionalità
  della   giustizia   (non   solo   penale,   ma   anche  civile  e
  amministrativa),  tutela  efficace  dell'ordine  pubblico e lotta
  senza  tregua  alla  criminalità  organizzata.  In  sostanza  noi
  chiediamo  allo Stato un intervento non solo per avere quello che
  ci  spetta,  ma  anche per metterci nelle condizioni di competere
  con  le  parti  più avanzate del Paese in un contesto europeo che
  cambia.   Non,   quindi,   una   solidarietà  qualunque,  ma  una
  solidarietà per lo sviluppo.
       Il Governo intende promuovere con le istituzioni nazionali e
  comunitarie un approfondito  e  serio  confronto  sul  tema della
  "fiscalità di vantaggio" e  delle  zone  di impresa. E' questo il
  modo per compensare gli  svantaggi che la Sicilia subisce a causa
  della sua insularità  e della marginalità geografica nel contesto
  dell'Unione europea.
       Le scelte possono essere:  o  l'istituzione  di  una zona di
  impresa aperta, nel senso  che  tutte  le  imprese attratte dalle
  favorevoli  condizioni di  sviluppo  di  cui  tali  aree  possono
  fruire,  ovvero  -  e questa è l'operazione più gradita in ambito
  comunitario   -   di  una  zona  di  impresa  plurisettoriale  ma
  caratterizzata  dalla  finalità  di incentivare l'interscambio di
  tecnologie,  risorse,  personale, beni di consumo con i Paesi del
  bacino  del  Mediterraneo.  Anche  per  questa  via  si  potrebbe
  attribuire  alla Sicilia il ruolo di "testa di ponte" dell'Unione
  europea  proiettata  verso il Nord-Africa. Tale scelta sarebbe in
  linea  con  l'istituzione  di una zona di libero scambio prevista
  dagli accordi di Barcellona del novembre del 1995.
       Il  federalismo  e   il   neoregionalismo   sono   le  forme
  istituzionali dell'economia globale  e del mercato unico europeo.
  Le nuove relazioni economiche  infatti si accompagnano alla crisi
  del  tradizionale Stato-nazione  che  ha  dimensioni  ora  troppo
  grandi ora troppo piccole  per  svolgere le funzioni pubbliche in
  maniera adeguata al mutato  contesto.  Così  alcune  funzioni  di
  regolazione  sono   attratte   verso   l'alto  nelle  istituzioni
  comunitarie: dalla politica monetaria a quella della concorrenza,
  dalla  politica  industriale  a  quella  del  credito  sono ormai
  sempre  più  materie  attribuite  alle  istituzioni  comunitarie.
  Dall'altro  lato  tutti  i  compiti  che  attengono allo sviluppo
  economico  ed al benessere dei cittadini per essere esercitati in
  modo  adeguato  devono  essere  trasferiti  verso  istituzioni di
  livello  sub-statale,  come le Regioni e gli enti locali. Infatti
  soltanto  a  tali  livelli  i  suddetti  compiti  possono  essere
  esercitati  in modo da tenere realmente conto dei bisogni e delle
  potenzialità dei territori interessati.
       Questo processo di decentralizzazione delle competenze e dei
  poteri pubblici attraversa  tutta  l'Europa  ed è particolarmente
  vistoso nel nostro Paese. Non  c'è  solo  la  spinta alla riforma
  costituzionale, che solo momentaneamente  si  è bloccata; ci sono
  tutti i provvedimenti legislativi  di decentramento che in Italia
  stanno  realizzando  il "federalismo amministrativo". Non bisogna
  lasciarsi  fuorviare dalle terminologie: il neoregionalismo ed il
  federalismo  di  cui  si  parla oggi in Europa non consistono nel
  semplice trasferimento di funzioni e compiti dallo Stato centrale
  alle  Regioni,  ma  implicano un cambiamento di fondo nel modo di
  concepire l'organizzazione  pubblica.  Quest'ultima  va assumendo
  sempre  più  i  connotati della  rete  di  istituzioni  tra  loro
  collegate,   che  si   basano   sui   principi   dell'adeguatezza
  funzionale,   della    responsabilità    imputabile    e    della
  collaborazione  leale.  Ciascuna   competenza  va  collocata  nel
  livello istituzionale dove può essere svolta in modo più adeguato
  alle  esigenze effettive dei  cittadini  e  alle  possibilità  di
  sviluppo locale. Perciò  sarebbe  antistorica  qualsiasi tendenza
  all'instaurazione di un  neocentralismo  regionale.  Una  moderna
  Regione non deve essere una  copia  in  scala ridotta del vecchio
  Stato accentrato, ma centro  di elaborazione di grandi strategie,
  luogo   di  programmazione   politica,   agente   di   promozione
  dell'immagine dell'Isola, nodo di  collegamento  tra la ricchezza
  del  locale e le istituzioni  statali  ed  europee,  processo  di
  raccordo  tra  l'articolata  e  poliforme  realtà  isolana  ed  i
  circuiti economici e culturali mondiali.
       Per il resto la prospettiva federalista che chiede la nostra
  società deve affidarsi ad  un  pluralismo istituzionale molto più
  ricco e complesso, e soprattutto così innervato nel territorio da
  potere cogliere le  opportunità  non  sfruttate,  valorizzare  le
  risorse  nascoste,   aggregare  interessi,  promuovere  forme  di
  cooperazione tra i soggetti che ne sono centri di riferimento. Un
  pluralismo  istituzionale  in  cui  vanno  valorizzati  gli  enti
  locali, ma che deve  riconoscere  anche l'insostituibile ruolo di
  alcune autonomie funzionali  come  le  Università  e le Camere di
  commercio,  e  delle  autonomie  sociali  come  i  sindacati,  le
  organizzazioni degli  imprenditori,  le  comunità scolastiche. Un
  pluralismo composito ed articolato,  che deve trovare comunque la
  sua  "norma  fondamentale"  nel  principio  della  responsabilità
  imputabile.  In  una  società   in  cui  si  sta  affermando  una
  consapevole  cittadinanza  democratica  occorre  che  i  circuiti
  decisionali siano chiari e  trasparenti in modo tale che ciascuna
  comunità - dalla più  estesa  comunità  regionale,  alla comunità
  locale a quella universitaria - sappia con chiarezza chi decide e
  che cosa decide, per poi  potere  esprimere, a ragione veduta, il
  proprio giudizio sull'operato dei governanti di ciascun livello.
       In questa prospettiva riteniamo necessario che il Governo al
  più  presto  sottoponga  all'ARS   un   disegno   di   legge   di
  trasferimento di funzioni e  compiti  agli  enti locali  avviando
  una  trasformazione  che  per   forza   di   cose   dovrà  essere
  processuale,  scandita  in   più  fasi,  soprattutto  per  quanto
  riguarda l'eventuale trasferimento di  personale. Non c'è, non ci
  può essere riforma della Regione  se  essa  stessa non diventa la
  "Regione dei Comuni"; se i  centri  di decisione non diventano le
  amministrazioni  locali;   se   non   avviene  un  capovolgimento
  pressoché totale dell'attuale assetto amministrativo. In un lasso
  di  tempo  relativamente   breve,   anche  procedendo  a  riforme
  statutarie, la Regione deve  avere solo potestà di legiferare, di
  tracciare, pur sempre in  raccordo con le amministrazioni locali,
  le  linee  della  programmazione,   di   attivare   i  canali  di
  finanziamento, di esercitare i controlli necessari e di fare solo
  alta  amministrazione.  Il resto lo  devono  fare  i  Comuni,  le
  Province, le aree metropolitane.  Insomma  una  Regione che trova
  nei comuni e nelle  loro  articolazioni  istituzionali le ragioni
  stesse della sua esistenza.
       Un obiettivo ambizioso,  certo,  ma noi vogliamo perseguirlo
  anche gradualmente, tenendo dritta la rotta senza le incertezze e
  le  contraddizioni  del  passato. In questo quadro  la Conferenza
  regionale   per   le   autonomie   potrebbe   diventare  la  sede
  istituzionale di un puntuale  e  riavvicinato  confronto  con gli
  enti locali.
       Molti degli interventi  passati  in  rassegna possono essere
  avviati   in   tempi   relativamente  brevi.  Per  altri  occorre
  cominciare un  lavoro  i cui frutti si potranno vedere in un arco
  temporale  probabilmente  più ampio.  Sono i temi delle relazioni
  interregionali e della fiscalità di vantaggio.
       Dopo la caduta dei  regimi  comunista  e  del bipolarismo di
  Yalta, con la crisi delle ideologie che, anche con la loro carica
  di distruzione, hanno dominato  il  "secolo  breve",  la politica
  planetaria  si  sta ristrutturando  secondo  linee  culturali.  I
  rapporti tra i popoli e i loro  Stati,  le  loro alleanza, i loro
  conflitti, più che da  ragioni  ideologiche  sono  ispirati dalle
  loro culture e dalle loro  civiltà;  con  la  conseguenza  che le
  comunità culturali stanno sostituendo  i  blocchi  dell'era della
  guerra  fredda  e  le  linee  di  divisione  tra  civiltà  stanno
  diventando le linee attraverso cui passa il conflitto politico su
  scala mondiale.
       Nell'era del post guerra fredda,  si pone perciò il problema
  di come assicurare il governo mondiale dei conflitti tra civiltà,
  di  come  assicurare il  dialogo  evitando  che  l'esplodere  dei
  fondamentalismi insieme  alle  incomprensioni  occidentali  diano
  luogo a forti pericoli per la  pace  e  la sicurezza mondiale. In
  questo  quadro  la  Sicilia, per  storia  e  per  geografia,  può
  assumere un ruolo strategico decisivo.  Terra  di incontro tra la
  cristianità  occidentale ed i  musulmani  che  vivono  sull'altra
  sponda del Mediterraneo, da sempre  è  stato luogo di dialogo tra
  diverse  culture  che  hanno   trovato   il  modo  di  coesistere
  pacificamente   e  persino  per   cooperare.   Se   la   politica
  euromediterranea dell'Unione europea ha come obiettivo principale
  quello  di  tutelare  la   pace   nel  Mediterraneo  grazie  alla
  cooperazione economica tra i  popoli,  la Sicilia dovrebbe essere
  la  candidata naturale ad assumere  un  ruolo  di  leadership  in
  questo genere di iniziative,  così  come potrebbe interessare una
  trama di ulteriori relazioni di  cooperazione  e  di  dialogo con
  questi popoli che sempre di più  guardano  al  nostro  paese e in
  particolare alla nostra isola come terra di approdo o addirittura
  come terra di insediamento.  In  questo  quadro  il governo si fa
  carico di promuovere: una  Conferenza  mediterranea  sul fenomeno
  migratorio per lo sviluppo delle  regioni  del  Nord  Africa, per
  efficaci politiche d'accoglienza  (una grande questione nazionale
  per affrontare la quale gli  enti  e  le popolazioni locali vanno
  adeguatamente sostenuti ed  attrezzati);  la partecipazione della
  Sicilia al programma mediterraneo  dell'Unione,  nel  quadro  dei
  progetti interregionali di sviluppo;  una  presenza  attiva della
  Sicilia nei progetti di partenariato,  cui  si può concorrere con
  le nostre competenze nei  campi  dell'agricoltura,  del turismo e
  delle piccole imprese; il  contributo  delle risorse scientifiche
  siciliane   alla  creazione   della   rete   mediterranea   delle
  tecnologie, dalla quale rischiamo di essere esclusi per i ritardi
  nell'attivazione della rete telematica  e del parco scientifico e
  tecnologico siciliano.
       Una particolare attenzione  il  governo intende riservare al
  mondo dell'emigrazione, ai  siciliani,  alle  loro  comunità  che
  vivono  e  lavorano  all'estero,  attraverso  una revisione della
  legislazione regionale in materia.
       Nel corso di questi decenni l'emigrazione si è profondamente
  modificata. Le comunità dei siciliani all'estero costituiscono un
  grande patrimonio di lavoro,  di  esperienze,  di professionalità
  per le nazioni nelle quali  risiedono;  per  esse il contributo è
  essenziale e prezioso  perché fatto dal lavoro fattivo di operai,
  agricoltori, commercianti, professionisti, imprenditori.
       Sono  siciliani  che  vogliono  mantenere  un  rapporto e un
  legame forte con la Sicilia.
       E questo è il  desiderio  non  soltanto della generazione di
  siciliani che hanno lasciato la  Sicilia, ma anche dei loro figli
  e dei loro nipoti nati all'estero.
       Il Governo regionale  intende  favorire  tutte le iniziative
  che permettano il rinsaldarsi  di  questo rapporto perché possano
  conoscere la Sicilia, la sua storia, la sua cultura.
       Ma la comunità dei  siciliani  all'estero,  per  il peso che
  hanno raggiunto, possono costituire  oggi,  se  supportate da una
  legislazione di sostegno, una grande  risorsa  per la Sicilia. E'
  forte  in  questa  comunità  la  volontà  di  stabilire  rapporti
  economici con la Sicilia attraverso investimenti nella produzione
  di beni e nella commercializzazione delle produzioni siciliane.
       Per  questo  il   Governo  intende,  attraverso  un'adeguata
  legislazione, favorire questi rapporti, anche con la costituzione
  di joint-venture  tra  imprese siciliane e imprenditori siciliani
  che vivono ed operano all'estero.
       Nel nuovo scenario dell'economia e delle istituzioni diventa
  perciò  centrale  la  capacità  delle  istituzioni  regionali  di
  elaborare e realizzare politiche dirette allo sviluppo attraverso
  la competizione  con  altri  "sistemi  territoriali",  garantendo
  occupazione e, al  tempo  stesso,  pari  godimento dei diritti di
  cittadinanza.
       La  Sicilia, rispetto  alle altre  regioni  italiane, ha  un
  plusvalore istituzionale dato dalla  sua  autonomia speciale, che
  se presa sul serio e  adeguatamente  utilizzata, permetterebbe di
  produrre  politiche  pubbliche  innovative,  rafforzando  la  sua
  posizione nello scenario europeo  e permettendo l'implementazione
  di azioni di sviluppo che altre regioni,  dotate di un più povero
  armamentario  istituzionale,  avrebbero  difficoltà  a  porre  in
  essere.
       La  specialità  è  stata sovente  esercitata  male  fino  al
  paradosso    della    specialità    in     negativo    o    della
  specialità-barriera   dell'innovazione   istituzionale.   Ma   la
  specialità potrebbe essere uno di  quei  vantaggi comparativi che
  "il sistema  territoriale"  siciliano  potrebbe abilmente giocare
  nella  competizione   mondiale.  Basta  pensare  che  lo  Statuto
  siciliano prevede  competenze  regionali  estesissime  che  vanno
  dall'industria  all'ordinamento  degli  enti  locali,  nonchè  la
  possibilità  di   sfruttare  la  leva  finanziaria,  per  esempio
  attraverso  forme  concordate   con  Roma  e  con  Bruxelles,  di
  incentivazione fiscale in determinati settori.
       Ma   la   Regione   deve   avere   autorevolezza   politica,
  legittimazione e capacità di  decisione.  Il necessario realismo,
  l'elezione del secolo breve ci  impongono  parimenti  di togliere
  definitivamente  dalla scena pubblica  il  mito  dell'onnipotenza
  della politica, ossia l'idea che la  politica,  il diritto in cui
  si consacrano le sue  scelte, possano determinare unilateralmente
  gli  assetti  sociali  ed   economici.
       In   società  complesse,  articolate   in   ambiti   sociali
  differenziati, la politica occupa una funzione importante  ma non
  può sostituirsi o supplire rispetto ad altre funzioni come quelle
  svolte  dal  sistema economico e dal sistema  culturale.  Invece,
  storicamente in Sicilia è prevalso un certo  cliché culturale che
  tendeva  a  caricare le istituzioni pubbliche ed  in  particolare
  quelle  regionali,  di  ogni tipo di compito,  ritenendo  che  la
  soluzione  di qualsiasi problema collettivo dipendesse  sempre  e
  comunque dalle decisioni del sistema politico istituzionale.
       Quest'idea  ha  condizionato  negativamente   la  società  e
  l'economia siciliana  perchè la sua  degenerazione  ha portato ad
  un'invadenza  pubblica  e burocratica  della  sfera  economica  e
  perchè ha favorito l'espansione di  un  sistema assistenziale che
  mortifica  le energie individuali,  incoraggia  gli  speculatori,
  spinge i giovani a cercarsi un  padrino  politico  piuttosto  che
  investire sulla propria professionalità.
       La  degenerazione  assistenziale   ha  inaridito  l'economia
  produttiva  e, alla  fine, ha  prodotto  la  caduta  dei  livelli
  occupazionali. La nuova politica deve abbandonare definitivamente
  queste  pratiche  e,  pertanto,  affermiamo  chiaramente  che  il
  Governo  regionale intende adempiere con la massima  dedizione  i
  suoi compiti nell'interesse generale, ma lo stesso Governo invita
  energicamente tutte  le  componenti della società e dell'economia
  isolana ad essere protagonisti del cambiamento, ad impegnarsi per
  la modernizzazione economica  e  la  crescita  civile,  ad essere
  propositivi nei confronti delle istituzioni.
       Ognuno faccia il proprio dovere; per  quanto  ci riguarda il
  nostro lo faremo fino in fondo.

            (Applausi dai banchi di centro e di sinistra)


   Presidenza del presidente Cristaldi


                               CONGEDO

     PRESIDENTE.  Comunico che l'onorevole Simona Vicari ha chiesto
  congedo  per  l'odierna  seduta.  Non sorgendo  osservazioni,  il
  congedo si intende accordato.

       La  Conferenza  dei  Presidenti   dei  gruppi  parlamentari,
  all'unanimità  ha  predisposto  l'andamento   dei   lavori  e  ha
  concordato che, subito dopo le dichiarazioni rese  dal Presidente
  della Regione, la seduta sarà tolta e rinviata a  domani alle ore
  10.30 per consentire lo svolgimento del relativo dibattito.
       C'è l'auspicio,  espresso  dal  Presidente della Regione, di
  concludere i lavori  entro  la giornata di domani; auspicio che è
  stato  accolto   all'unanimità   dalla   stessa   Conferenza  dei
  Presidenti dei gruppi parlamentari.


   Presidenza del presidente Cristaldi


                       SUL PROGRAMMA DEI LAVORI

     TRICOLI. Chiedo di parlare sul programma dei lavori.

     PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

     TRICOLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, capisco che la
  richiesta  di  parlare  sull'ordine  dei  lavori  possa  apparire
  piuttosto insolita, atteso che si è svolta già una Conferenza dei
  Presidenti   dei   Gruppi   parlamentari.   Purtroppo,  piuttosto
  insolito è anche il  fatto che ancora, da quello che risulta, non
  ci  sia  stata,   da  parte  del  Presidente  della  Regione,  la
  preposizione con il relativo decreto delle deleghe assessoriali.
       Poichè sono un assessore uscente, vorrei capire  se domani i
  nuovi assessori si insedieranno nelle  rispettive Amministrazioni
  oppure se  bisogna ancora attendere ulteriori momenti successivi.
       Questo lo dico  non tanto per una ragione di ordine politico
  quanto  per   una   ragione   tecnico-amministrativa:  è  chiaro,
  infatti, che  le emergenze, soprattutto quelle finanziarie, della
  Regione siciliana non  possono aspettare che il Governo risolva i
  propri contrasti interni.

     SPEZIALE. Cosa c'entra questo con l'ordine dei lavori?

     PRESIDENTE. Ritengo che  il Presidente della Regione - domani,
  o in un altro momento - puntualizzerà questo passaggio.


   Presidenza del presidente Cristaldi


       Onorevoli colleghi, la seduta è rinviata a  domani,  giovedì
  26 novembre, alle ore 10.30 con il seguente ordine del giorno:

    - DISCUSSIONE SULLE DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DEL PRESIDENTE
    DELLA REGIONE

    La seduta è tolta alle ore 20,07.