Capodicasa
Presidenza del presidente Cristaldi
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE CRISTALDI
La seduta è aperta alle ore 19.15.
DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, l'ordine del giorno reca:
"DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE."
Ha facoltà di parlare il presidente della Regione.
CAPODICASA, presidente della Regione. Signor Presidente,
onorevoli colleghi, questo Governo nasce in una fase
delicatissima della vita politica e istituzionale della Regione.
Lo scopo che si propone è quello di fronteggiare l'emergenza
occupazionale, finanziaria e di rispondere all'esigenza di
modernizzazione istituzionale che è diffusa nella nostra società.
I dati oggettivi con cui siamo chiamati a misurarci credo
siano incontestabili.
Nei giorni scorsi, autorevoli organi di stampa nazionali, ma
- con una sistematica e più continua azione di denuncia e di
stimolo - anche i giornali siciliani, hanno messo in rilievo di
fronte all'opinione pubblica lo stato di difficoltà della Regione
sotto il profilo finanziario, economico e sociale.
Pur non essendo condivisibili i toni allarmistici o
catastrofici o alcune soluzioni estreme ipotizzate, rimane il
fatto che la situazione desta serie preoccupazioni e che occorre
adottare subito politiche di bilancio, correttivi legislativi e
atteggiamenti di governo che siano in grado di riportare sotto
controllo la spesa e di ritrovare obiettivi di risanamento per la
crescita.
A questo scopo occorre allargare il grado di consapevolezza
tra le forze politiche e sociali nelle istituzioni e nella
pubblica opinione sul livello di difficoltà in cui si dibatte la
Regione e sulle terapie da adottare.
E' una vera e propria "operazione verità" che va fatta, non
nascondendo all'opinione pubblica la gravità della situazione,
cercando di affrontare le sfide che abbiamo di fronte ed anche di
cogliere le interessanti opportunità di sviluppo economico e di
crescita civile che pure esistono. Solo se affrontiamo i problemi
per quello che effettivamente sono, potremo stabilire strategie
di azione all'altezza dei tempi e dare risposte vere ai problemi
dei Siciliani.
Del resto, è nostro fermo convincimento che la società
siciliana sia cresciuta civilmente, culturalmente e moralmente e
che oggi ha soprattutto bisogno di verità e di chiarezza.
A queste condizioni, anche un'opera portata avanti con
misura, ma anche con determinazione di ripulitura della spesa, di
reperimento di risorse a fini produttivi, di lotta
all'assistenzialismo fine a se stesso e di prosciugamento di aree
di spreco può essere accettata se i siciliani ne comprenderanno
la necessità e il senso, se servirà a risolvere le due emergenze
e quindi a creare le premesse per lo sviluppo economico e nuova
occupazione.
Un tasso di disoccupazione che nel 1997 è stato pari al
24.3%, e cioè più alto di due punti rispetto alla media
dell'intero Mezzogiorno (22,2%) e circa tre volte maggiore del
tasso di disoccupazione del Centro-Nord (7,6%); un bilancio
regionale 'ingessato' perché assorbito per circa l'80% dalla
spesa corrente; un progetto di bilancio per il 1999 con la
previsione di un mutuo a pareggio di 2.300 miliardi; rimborso
ancora non pagati per 225 miliardi alle imprese ed ai
professionisti che hanno applicato i piani di inserimento
professionale; esposizioni debitorie della Regione verso le
imprese che hanno richiesto benefici di legge ex-legge 27/91;
entrate non certe che determinano impegni di spesa senza ritorni
produttivi, costituiscono alcuni elementi che compongono il
quadro delle serie difficoltà che attraversiamo.
Questa è la realtà che abbiamo davanti; e questa maggioranza
nasce per condurre politiche dirette a risolvere queste grandi
emergenze siciliane, pur consapevoli della sproporzione, che
cercheremo via via di colmare, tra la dimensione dei problemi e
la base parlamentare di cui disponiamo.
Azioni radicali di svolta necessiterebbero di maggioranze
numericamente più larghe. Ma nelle condizioni date, in Sicilia,
questo significherebbe avere maggioranze non qualificate
politicamente; in ogni caso, oggi, non maturate e non condivise
da tutte le forze che avrebbero dovuto e potuto essere ricomprese
in una esperienza di tal fatta.
L'idea di una maggioranza di "larghe intese" in questo
quadro e con queste premesse non sarebbe stato un limpido disegno
di coinvolgimento di tutte le forze per il risanamento e il
rilancio, ma rischiava di diventare la base di un ulteriore
avvitamento della crisi, di confusione politica e forse anche di
operazioni politiche improponibili.
Da qui la necessità di andare avanti in questo progetto che
comporta dei rischi ma che ha il pregio di far assumere a tutti
le proprie responsabilità, forze di maggioranza e forze di
opposizione, e mette l'opinione pubblica in grado di distinguere
e di giudicare e, in definitiva, di collocarsi rispetto alle
posizioni in campo e alle soluzioni prospettate.
E' una maggioranza politica, quindi, nata dalla crisi del
centro-destra e, ad oggi, unica maggioranza possibile alla luce
delle collocazioni siciliane e nazionali.
Perciò, parlare di "ribaltone" a proposito della nostra
specifica situazione, appare fuorviante, non solo per ovvie
ragioni di ordine costituzionale, ma soprattutto per ragioni
politiche. In Sicilia, a causa del sistema elettorale vigente,
non si è votato per coalizioni contrapposte; l'Assemblea è stata
eletta con il sistema proporzionale, in base al quale gli
elettori hanno votato a favore di distinte liste di partito.
Nessuna maggioranza, nessun governo e nessun presidente hanno
avuto la previa investitura del corpo elettorale, altrimenti si
sarebbe già dovuto parlare di tradimento del mandato elettorale
all'atto dell'avvicendamento alla Presidenza dell'onorevole
Provenzano.
Non ignoriamo il fatto che al voto siamo andati in un
'clima' politico bipolare, ma questo labile fumus di bipolarismo
si è infranto nella concreta azione di governo, nel corso di
questi due anni e mezzo di legislatura.
E' privo di significato il fatto che a proporre una mozione
di sfiducia al governo sia stato un partito della maggioranza di
centro destra? E ancora: la stentata vita dei governi della
disciolta maggioranza e la crisi endemica che le attraversava non
erano già segni del logoramento di quella esperienza politica e
di governo?
Questa è la riflessione che il Polo oggi deve fare.
Per noi l'obiettivo rimane il bipolarismo maturo e un più
stretto rapporto tra l'indicazione degli elettori e la
composizione delle maggioranze e dei governi.
In tal senso ci impegniamo con tutto il vigore di cui siamo
capaci. Ma fino a quando questo obiettivo non sarà raggiunto, con
l'attuale sistema istituzionale che non consente, di fatto, di
risolvere la crisi ricorrendo al responso del corpo elettorale,
le maggioranze ed i governi si formano in Assemblea, secondo le
regole vigenti e sulla base delle scelte e delle collocazioni che
le forze politiche riterranno di assumere e di cui ovviamente
risponderanno agli elettori.
Non è quindi con la categoria del "ribaltone" o del
"tradimento" del mandato elettorale, ma con le categorie della
politica che si può giudicare il processo che ha portato alla
formazione di questa maggioranza.
Essa nasce non per ripudiare o in spregio al bipolarismo, ma
per realizzarlo pienamente; per portare a compimento il processo
di transizione verso il maggioritario che in Sicilia prese le
mosse con l'azione svolta col governo Campione e l'elezione
diretta del sindaco, e che oggi richiede un suo completamento in
riferimento agli altri livelli istituzionali.
Questo governo e questa maggioranza nascono per affrontare
queste emergenze e nascono dall'incontro di forze e di culture
diverse, tra cui si cercherà di realizzare una sintesi
nell'interesse di tutti i Siciliani. E' un esperimento politico
nuovo che vede i partiti del centro-sinistra stringere un
contratto di programma con un partito nuovo e con il solo
obiettivo di modernizzare le istituzioni e l'economia della
Sicilia.
Ciò non toglie che a nostro giudizio vada capitalizzata la
forte tensione verso scelte innovatrici e di riforma che animano
le diverse componenti di questo Parlamento, a prescindere dai
giudizi sulle terapie e le soluzioni da ognuno ipotizzate.
Gli spunti, le intuizioni, il desiderio di cambiamento che
hanno attraversato le forze politiche e i governi in questa
legislatura vanno recuperati e valorizzati, mirando a
finalizzarle verso obiettivi positivi di riforma.
Bisogna, in questa fase, lavorare (lasciatemi passare il
termine) in "spirito di larghe intese" intendendo con ciò un
confronto nel merito dei problemi, pur nella distinzione dei
ruoli, che non escluda pregiudizialmente convergenze e accordi.
In questo senso abbiamo parlato di "patto costituente" con
le opposizioni, verso la destra e verso la sinistra, che serva a
non bruciare una legislatura che, nata per unanime convincimento
come legislatura costituente, per schiodare la Regione dal suo
stato di "reperto archeologico" sul piano delle regole rischia di
chiudersi con un fallimento proprio su quel terreno come anche
sul terreno sociale ed economico.
Questa maggioranza si scommette su questo percorso. Anzi, ne
fa una condizione della propria esistenza.
Non ci nascondiamo, con realismo, che un tale progetto deve
trovare ancora la propria sintonia con tutte le forze politiche
della maggioranza e quindi con le opposizioni.
Del resto, nessuno poteva immaginare che diversità di
formazione, esperienze politiche, sensibilità e collocazione
dovute a esperienze maturate nel passato potessero scomparire
come d'incanto ed amalgamarsi in tempi rapidissimi.
Ciascuno di noi ha la propria storia e il proprio bagaglio
culturale che, anche se va guardato criticamente, nessuno intende
ripudiare. Dobbiamo rivisitarlo criticamente alla luce dei valori
e delle idee dell'oggi e alla luce di esse confrontarci e
misurarci.
Ci sarà da lavorare, da avere comprensione reciproca,
rispetto per le sensibilità ma anche chiarezza di obiettivi e di
progetto. Il resto verrà soprattutto se abbandoneremo i vecchi
stereotipi, i vecchi riflessi condizionati, se attingeremo ai
filoni fecondi delle culture popolari autonomistiche in cui sono
piantate le nostre radici: quella cattolico riformista, quella
socialista e di sinistra e quella liberaldemocratica. Se
matureranno positive esperienze comuni e ci lasceremo guidare da
un sano pragmatismo potrebbe essere l'occasione per ricostruire
più maturi rapporti tra le forze politiche siciliane
nell'interesse della nostra Regione.
In questo spirito, il Governo che ho l'onore di presiedere
avverte forte l'urgenza di dimostrare con i fatti che esso
individua una fase nuova della vita istituzionale e civile della
Regione, che si colloca ancora al di qua delle aspettative di
sviluppo, risanamento e rilancio che solo le riforme profonde
della vita pubblica possono avviare; ma che esso é già dentro il
processo riformatore, nasce per agevolarlo, si batte perché,
d'intesa con l'ARS, i segni di un nuovo corso si possano porre
fin da adesso.
A ben vedere infatti non si tratta di esporre un programma
ma di rendere credibile un diverso assetto dell'istituto
autonomistico; non solo di varare una formula ed una maggioranza
ma di far sì che la Sicilia ed il Paese avvertano che é possibile
cambiare rotta; che la disfatta non é un destino inevitabile; che
la Sicilia, partendo da quest'Aula, ha risorse, intelligenze e
determinazione sufficiente per avviare uno sviluppo sano, per
mettere ordine nei suoi conti, per reclamare un'attenzione non
miserevole ma giusta nei confronti delle sue molte esigenze,
meritandosi rispetto e concreti segni di cambiamento da parte del
Governo nazionale, delle forze sociali, della comunità.
Avvertiamo tutto il peso di una società ripiegata, ansiosa,
preoccupata per il lavoro che cessa, per il lavoro che manca, per
i servizi che stentano, per le infrastrutture che non bastano,
per la difficoltà dell'investire, del progettare, del produrre.
Un disagio acuto, una disaffezione che potrebbe rapidamente
mutarsi in ribellione. Un distacco dell'opinione pubblica dalla
vita democratica che favorisce solo il cinismo, la corruzione e
il privilegio.
Ma sentiamo anche che la misura é colma, che nasce una
voglia di fare, che ci sono segnali di modernizzazione, di
rischio, di impegno ai quali abbiamo il dovere di dare una
risposta. Un primo incoraggiamento deve venire dal fatto che,
entro sei mesi, dopo un lungo tergiversare, in materia di riforme
istituzionali, si passi dalle ipotesi alle certezze.
Il primo passo stentatamente compiuto dalla Commissione
Statuto, al cui Presidente va dato atto di una ferma e civile
conduzione, deve ora produrre una proposta di riforma dello
Statuto che segni il pieno riappropriarsi della Regione della
propria autonomia organizzativa pur nella indispensabile
cooperazione con il Parlamento nazionale. Senza un forte e
legittimo governo, che abbia il mandato direttamente dagli
elettori e che possa svolgere il suo indirizzo in piena libertà,
scegliendo il personale politico migliore che la Sicilia offre,
nessun corso riformatore sarà meno che temporaneo ed
intermittente e la stessa riforma amministrativa resterà una
chimera. Solo un governo di tutti i siciliani (quello vero
onorevole Drago, e non la sua caricatura, quello cioè che nasce
da una riforma di rango costituzionale) non sarà possibile
vincere resistenze corporative, battere pigrizie e piegare
opportunismi. Un governo di legislatura nasce solo dalla volontà
popolare e si regge su una forte e coesa maggioranza che chieda
al corpo elettorale un mandato sulla base di un programma, come é
accaduto per i sindaci, come si dovrà prima o poi fare per il
Governo della Regione e del Paese.
Ma fin da adesso, per dare il segno di una volontà forte e
seria di questa Assemblea di cui il Governo si sente parte e
garante insieme, occorre avviare la riforma elettorale a statuto
invariato. Una riforma che non pretende certo di di risolvere da
sola il problema della governabilità o quello dello sviluppo
economico, ma che rappresenta una condizione per lavorare meglio,
per scegliere con più attenzione il personale politico, per
affidare, in attesa della riforma statutaria, almeno il potere di
indicazione del Presidente al corpo elettorale e affermare nei
fatti un limpido rapporto bipolare tra maggioranza e opposizione,
divise nella scelta degli uomini e dei programmi e quindi forse
più unite nella difesa dello Statuto e nella promozione
dell'autonomia. E poiché le istituzioni sono di tutti ed a tutti
tocca di curarsene e di curarle, io chiedo all'opposizione di
trovare il modo parlamentare di una collaborazione senza la quale
difficilmente la riforma elettorale potrà andare a segno. Ognuno
deve sapere che il Governo spinge perchè la riforma sia fatta,
sia ispirata al principio maggioritario, anticipi nei modi
possibili la riforma statutaria, ottenga il risultato di non
portarci alle urne con la legge vigente.
Bisogna sviluppare subito una strategia di recupero della
fiducia. Riproporre il senso profondo della nostra autonomia che
significa, appunto, adeguarla alla domanda di cittadini che
richiedono, oltre che uguali diritti, anche pari opportunità,
significa adeguarla alle esigenze dell'Europa, alla domanda di
lavoro, alle richieste degli investitori, alle attese dei
mercati, renderla fattore di sviluppo e non barriera alla
innovazione, precondizione per un assetto autenticamente
federalistico, in sintonia con le esigenze delle comunità locali
e con i bisogni delle parti più deboli della nostra società.
Vorrei per tutti portare un esempio: quello delle donne,
sempre più presenti e attive nelle dinamiche della società
siciliana, soffrono di una insufficiente rappresentanza politica.
L'assenza delle donne dal momento decisionale determina
l'impossibilità di rispondere con misure inedite ed innovative ai
bisogni di un sistema economico e sociale in profonda crisi. Se
il tema centrale di questa fase di transizione riguarda la
costruzione di un rapporto positivo tra cittadini ed istituzioni,
tra politica e interessi, allora il ruolo delle donne assume
connotazioni assai rilevanti. Il Governo sarà, dunque, impegnato
a fare della parità tra uomini e donne un principio informatore
della sua politica.
Ma, proprio perchè le dichiarazioni programmatiche non siano
un assemblaggio di idee e di proposte, il nostro Governo vuole
tracciare un percorso che abbia scadenze precise e obiettivi
realistici. Tracciare, cioè, una prima fase della nostra
attività.
Noi ci diamo una scadenza, onorevoli colleghi, entro giugno
vogliamo raggiungere questi obiettivi:
1) Dare alla Sicilia una legge elettorale che a Statuto
invariato consenta di indicare al corpo elettorale il
presidente della Regione e di affermare, nei fatti, un limpido
rapporto bipolare tra maggioranza ed opposizione, attraverso un
sistema ispirato al principio del maggioritario.
2) Votare in tempi brevi la legge-voto, per modificare la parte
dello Statuto relativa alla forma di governo,
l'autoscioglimento dell'ARS, al referendum ed alle leggi di
iniziativa popolare.
3) Approvazione del bilancio della Regione che segni una
inversione di tendenza rispetto al passato e che rappresenti
una premessa per la sua stessa riforma.
4) Chiudere, per quanto di nostra competenza, il contenzioso
finanziario con lo Stato, definendo le nostre spettanze, oltre
che tempi e modalità certe.
5) Definire la riforma della pubblica amministrazione,
adeguando la normativa regionale alle leggi Bassanini e Cassese
e loro modificazioni.
6) Trovare le risorse necessarie a mantenere la parola data
dalla Regione agli artigiani, agli industriali e a coloro che,
fidandosi delle leggi e non delle promesse, hanno investito ed
assunto personale, cioè hanno fatto il loro dovere.
7) Definire il problema della privatizzazione e dello
scioglimento degli enti economici regionali.
8) Individuare le misure utili per riaprire cantieri bloccati
per dare lavoro a migliaia di lavoratori disoccupati.
9) Accelerazione delle procedure necessarie perchè vengano
utilizzati tutti i finanziamenti predisposti dalla Comunità
europea.
10) Avviare quei meccanismi, atti e procedure, sui quali avrò
modo di tornare, per assicurare un moderno sviluppo della
nostra terra.
11) Avviare a soluzione il problema del precariato.
E' chiaro che il Governo in questo periodo dovrà affrontare
anche altri problemi, piccoli e grandi, che appartengono alle
funzioni proprie dell'Amministrazione. Ma il nostro banco di
prova saranno gli undici punti ai quali ho fatto riferimento.
In Sicilia c'è grande bisogno di sana economia di mercato e
di autonomia della società. Da uno sviluppo economico autonomo e
da imprese competitive potrà derivare un aumento
dell'occupazione. Ma ciò non significa che di politica non ci sia
bisogno, solo che ne sono cambiati radicalmente i compiti. Alla
politica spetta risanare la finanza regionale, fertilizzare la
società siciliana, creare le precondizioni dello sviluppo
affinchè le risorse endogene possano crescere e potenziarsi,
proporre nuove combinazioni degli elementi della cultura locale
per renderli propellenti dello sviluppo non solo economico ma
anche civile. In altre parole, l'obiettivo di fondo deve
consistere nel coniugare rigore finanziario e sviluppo per fare
crescere l'occupazione.
Certamente la Regione non dovrà più essere una "palla al
piede" delle imprese e dei cittadini, ma il "principio di
responsabilità" deve valere per tutti, per il Governo regionale,
per la classe politica e per ogni siciliano. Tutti dovremo fare,
con la massima serietà e responsabilità, la nostra parte. Ed un
ruolo particolarmente importante ci aspettiamo dalla cultura
siciliana, dalle sue stimolanti critiche e speriamo anche dai
suoi suggerimenti, dalle sue proposte, dalle sue analisi che si
nutriranno di competenza e di indiscusso prestigio. Riteniamo che
negli ultimi anni si sia interrotto il circuito di comunicazione
tra politica e cultura, che invece è indispensabile
rivitalizzare, se non vogliamo che la prima si riduca ad attività
autoreferenziale e se, di contro, vogliamo radicare le politiche
pubbliche in un terreno serio di analisi e di studi.
Pertanto, non possiamo promettere di creare un milione di
posti di lavoro, né possiamo nascondere il dramma della
disoccupazione e la precarietà degli equilibri finanziari
regionali e neppure possiamo ingannare i siciliani prospettando
benefici finanziari che non potrebbero mai essere erogati.
Possiamo però impegnarci sul serio nel tentativo di coniugare
rigore finanziario con la creazione di alcune "precondizioni" di
uno sviluppo economico autonomo, stimolando per questa via la
crescita dell'occupazione.
Al termine di questa prima fase tireremo le conclusioni. Se
le cose andranno, andremo avanti anche noi, sempre che
l'Assemblea ci mantenga la sua fiducia; in caso diverso non
mancheremo di tirare le conclusioni necessarie.
Sarebbe tuttavia sbagliato equivocare il nostro realismo per
mancanza di determinazione. Siamo, infatti, fortemente motivati
e convinti che questi mesi devono servire ad impostare una
strategia generale che cercherò di delineare avendo
contestualmente occhio a questi punti programmatici e al resto
delle problematiche che si affacciano sullo scenario politico,
economico e sociale della nostra Regione.
A questo punto, onorevoli colleghi, è stato deciso in sede
di Conferenza dei Presidenti dei gruppi parlamentari di allegare
al resoconto stenografico di questa seduta i contenuti di questa
parte programmatica che quindi non leggerò ma che comunque voi
potete già trovare nel dattiloscritto distribuitovi.
Tra tali punti, tuttavia, mi preme richiamare l'attenzione
su alcuni aspetti che, in un'ottica di breve termine, appaiono
particolarmente significativi.
Il risanamento finanziario sarà il compito più delicato,
doloroso e difficile sui cui dovremo impegnarci. Esiste
l'esigenza di adeguarci al principio di diritto europeo delle
"finanze pubbliche sane", di tenere conto della tendenza alla
riduzione dei trasferimenti da parte statale, di affrontare
l'emergenza siciliana.
Abbiamo già sottolineato l'importanza della riforma del
bilancio e delle procedure di spesa e l'utilità di un vincolo
giuridico alla percentuale di spesa corrente.
Bisogna aggiungere che il risanamento finanziario richiederà
altri interventi, sul fronte delle spese, sul fronte delle
entrate e su quello della liquidità.
Bisogna avere il coraggio di dire a tutti i siciliani che la
spesa pubblica regionale va ridotta e riqualificata in modo da
realizzare la progressiva ma drastica riduzione delle misure
assistenziali non giudicabili da esigenze di equità sociale. Ciò
significa almeno due cose fondamentali: a) avvio di una revisione
della legislazione di spesa nei diversi settori dell'attività
regionale, in modo tale da eliminare quelle spese che si rivelino
inutili ai fini dello sviluppo economico; b) introduzione di
un'oculate gestione amministrativa che porti, a legislazione
invariata, all'eliminazione degli sprechi, delle irrazionalità,
delle diseconomie. Con riguardo a quest'ultimo aspetto si ritiene
fondamentale: a) rivedere la politica degli affitti degli
immobili sedi di uffici regionali, in modo tale da utilizzare
pienamente gli immobili di proprietà del sistema regionale,
ridurre il ricorso al mercato delle locazioni, razionalizzare
l'uso degli spazi; b) mettere a regime economico i beni
posseduti dalla Regione e non utilizzabili come sedi di Uffici,
e ciò attraverso l'avvio di un processo di
dismissioni immobiliari, oppure attraverso un loro impiego che li
trasformi in fondi di entrate per la Regione; c) un controllo più
attento sul sistema pubblico regionale allargato, in modo da
stimolare le riduzioni delle spese correnti e l'ottimale impiego
delle risorse.
Per quanto concerne la liquidità, occorrerà predisporre
tutte le misure utili affinchè la tesoreria della Regione
disponga del gettito delle imposte effettivamente riscosse e
predisporre la necessaria collaborazione con gli uffici
finanziari statali per ridurre il peso negativo dell'evasione.
Occorrerà altresì avere certezza nelle entrate regionali. Il
che richiede almeno:
a) che gli uffici regionali predispongano valutazioni attente e
realistiche delle dinamiche delle entrate;
b) che venga meno la prassi statale di introdurre delle riserve
erariali di quote di gettito, di tributi regionali, per
fronteggiare le proprie emergenze;
c) che si arrivi rapidamente all'elaborazione e definizione
delle norme di attuazione sui rapporti finanziari
Stato-Regione;
d) che vengano rivisitate, pur nei limiti delle leggi vigenti e
delle direttive comunitarie, le norme in materia di credito.
Aggiungiamo che sarebbe demagogico, fonte di illusioni per i
siciliani, mantenere in questo campo un atteggiamento puramente
rivendicazionista nei confronti dello Stato. Noi dobbiamo
difendere i nostri diritti sapendo, però, che è poco credibile
potere recuperare tutto il pregresso dovuto in parte alla
vanificazione dell'articolo 38 dello Statuto dovuto a una
sentenza della Corte Costituzionale certamente a noi sfavorevole
e, in gran parte, alla mancata emanazione delle norme di
attuazione dalla cosiddetta "commissione Brancasi" con riguardo
al contenzioso finanziario tentando di chiuderlo con una
soluzione la più soddisfacente possibile per la Regione. Ma
chiuderlo, senza portarcelo dietro come è avvenuto in questi anni
senza arrivare mai a un punto fermo.
Ma la Regione dovrà essere credibile nei confronti dello
Stato. Ciò significa almeno tre cose. In primo luogo, le risorse
che eventualmente otterremo non potranno essere destinate ad
alimentare la spesa corrente. In secondo luogo, la Regione dovrà
avviare immediatamente, con i suoi mezzi il processo di
risanamento e di pulizia finanziaria. In terzo luogo, dovranno
essere affrontate globalmente le questioni relative al
trasferimento di funzioni e compiti dallo Stato alla Regione.
Ciò richiederà l'elaborazione di un piano poliennale che
assicuri il massimo di partecipazione dello Stato alle spese che
ne deriveranno e la gradualità del trasferimento. Questo
consentirà di mettere la Regione nelle condizioni di programmare
le modalità di svolgimento delle nuove competenze e di
attrezzarsi per fare fronte alle stesse, man mano che procede
l'opera di risanamento finanziario.
La Regione dovrà quindi assumersi integralmente le sue
responsabilità, ma allo Stato chiediamo un atteggiamento di
collaborazione per la realizzazione di un disegno comune, che non
può riguardare soltanto i rapporti finanziari, ma riguarda
essenzialmente quello degli investimenti. Tutto questo,
naturalmente, accompagnato da un innalzamento del livello del suo
impegno nei settori statali per eccellenza, e cioè funzionalità
della giustizia (non solo penale, ma anche civile e
amministrativa), tutela efficace dell'ordine pubblico e lotta
senza tregua alla criminalità organizzata. In sostanza noi
chiediamo allo Stato un intervento non solo per avere quello che
ci spetta, ma anche per metterci nelle condizioni di competere
con le parti più avanzate del Paese in un contesto europeo che
cambia. Non, quindi, una solidarietà qualunque, ma una
solidarietà per lo sviluppo.
Il Governo intende promuovere con le istituzioni nazionali e
comunitarie un approfondito e serio confronto sul tema della
"fiscalità di vantaggio" e delle zone di impresa. E' questo il
modo per compensare gli svantaggi che la Sicilia subisce a causa
della sua insularità e della marginalità geografica nel contesto
dell'Unione europea.
Le scelte possono essere: o l'istituzione di una zona di
impresa aperta, nel senso che tutte le imprese attratte dalle
favorevoli condizioni di sviluppo di cui tali aree possono
fruire, ovvero - e questa è l'operazione più gradita in ambito
comunitario - di una zona di impresa plurisettoriale ma
caratterizzata dalla finalità di incentivare l'interscambio di
tecnologie, risorse, personale, beni di consumo con i Paesi del
bacino del Mediterraneo. Anche per questa via si potrebbe
attribuire alla Sicilia il ruolo di "testa di ponte" dell'Unione
europea proiettata verso il Nord-Africa. Tale scelta sarebbe in
linea con l'istituzione di una zona di libero scambio prevista
dagli accordi di Barcellona del novembre del 1995.
Il federalismo e il neoregionalismo sono le forme
istituzionali dell'economia globale e del mercato unico europeo.
Le nuove relazioni economiche infatti si accompagnano alla crisi
del tradizionale Stato-nazione che ha dimensioni ora troppo
grandi ora troppo piccole per svolgere le funzioni pubbliche in
maniera adeguata al mutato contesto. Così alcune funzioni di
regolazione sono attratte verso l'alto nelle istituzioni
comunitarie: dalla politica monetaria a quella della concorrenza,
dalla politica industriale a quella del credito sono ormai
sempre più materie attribuite alle istituzioni comunitarie.
Dall'altro lato tutti i compiti che attengono allo sviluppo
economico ed al benessere dei cittadini per essere esercitati in
modo adeguato devono essere trasferiti verso istituzioni di
livello sub-statale, come le Regioni e gli enti locali. Infatti
soltanto a tali livelli i suddetti compiti possono essere
esercitati in modo da tenere realmente conto dei bisogni e delle
potenzialità dei territori interessati.
Questo processo di decentralizzazione delle competenze e dei
poteri pubblici attraversa tutta l'Europa ed è particolarmente
vistoso nel nostro Paese. Non c'è solo la spinta alla riforma
costituzionale, che solo momentaneamente si è bloccata; ci sono
tutti i provvedimenti legislativi di decentramento che in Italia
stanno realizzando il "federalismo amministrativo". Non bisogna
lasciarsi fuorviare dalle terminologie: il neoregionalismo ed il
federalismo di cui si parla oggi in Europa non consistono nel
semplice trasferimento di funzioni e compiti dallo Stato centrale
alle Regioni, ma implicano un cambiamento di fondo nel modo di
concepire l'organizzazione pubblica. Quest'ultima va assumendo
sempre più i connotati della rete di istituzioni tra loro
collegate, che si basano sui principi dell'adeguatezza
funzionale, della responsabilità imputabile e della
collaborazione leale. Ciascuna competenza va collocata nel
livello istituzionale dove può essere svolta in modo più adeguato
alle esigenze effettive dei cittadini e alle possibilità di
sviluppo locale. Perciò sarebbe antistorica qualsiasi tendenza
all'instaurazione di un neocentralismo regionale. Una moderna
Regione non deve essere una copia in scala ridotta del vecchio
Stato accentrato, ma centro di elaborazione di grandi strategie,
luogo di programmazione politica, agente di promozione
dell'immagine dell'Isola, nodo di collegamento tra la ricchezza
del locale e le istituzioni statali ed europee, processo di
raccordo tra l'articolata e poliforme realtà isolana ed i
circuiti economici e culturali mondiali.
Per il resto la prospettiva federalista che chiede la nostra
società deve affidarsi ad un pluralismo istituzionale molto più
ricco e complesso, e soprattutto così innervato nel territorio da
potere cogliere le opportunità non sfruttate, valorizzare le
risorse nascoste, aggregare interessi, promuovere forme di
cooperazione tra i soggetti che ne sono centri di riferimento. Un
pluralismo istituzionale in cui vanno valorizzati gli enti
locali, ma che deve riconoscere anche l'insostituibile ruolo di
alcune autonomie funzionali come le Università e le Camere di
commercio, e delle autonomie sociali come i sindacati, le
organizzazioni degli imprenditori, le comunità scolastiche. Un
pluralismo composito ed articolato, che deve trovare comunque la
sua "norma fondamentale" nel principio della responsabilità
imputabile. In una società in cui si sta affermando una
consapevole cittadinanza democratica occorre che i circuiti
decisionali siano chiari e trasparenti in modo tale che ciascuna
comunità - dalla più estesa comunità regionale, alla comunità
locale a quella universitaria - sappia con chiarezza chi decide e
che cosa decide, per poi potere esprimere, a ragione veduta, il
proprio giudizio sull'operato dei governanti di ciascun livello.
In questa prospettiva riteniamo necessario che il Governo al
più presto sottoponga all'ARS un disegno di legge di
trasferimento di funzioni e compiti agli enti locali avviando
una trasformazione che per forza di cose dovrà essere
processuale, scandita in più fasi, soprattutto per quanto
riguarda l'eventuale trasferimento di personale. Non c'è, non ci
può essere riforma della Regione se essa stessa non diventa la
"Regione dei Comuni"; se i centri di decisione non diventano le
amministrazioni locali; se non avviene un capovolgimento
pressoché totale dell'attuale assetto amministrativo. In un lasso
di tempo relativamente breve, anche procedendo a riforme
statutarie, la Regione deve avere solo potestà di legiferare, di
tracciare, pur sempre in raccordo con le amministrazioni locali,
le linee della programmazione, di attivare i canali di
finanziamento, di esercitare i controlli necessari e di fare solo
alta amministrazione. Il resto lo devono fare i Comuni, le
Province, le aree metropolitane. Insomma una Regione che trova
nei comuni e nelle loro articolazioni istituzionali le ragioni
stesse della sua esistenza.
Un obiettivo ambizioso, certo, ma noi vogliamo perseguirlo
anche gradualmente, tenendo dritta la rotta senza le incertezze e
le contraddizioni del passato. In questo quadro la Conferenza
regionale per le autonomie potrebbe diventare la sede
istituzionale di un puntuale e riavvicinato confronto con gli
enti locali.
Molti degli interventi passati in rassegna possono essere
avviati in tempi relativamente brevi. Per altri occorre
cominciare un lavoro i cui frutti si potranno vedere in un arco
temporale probabilmente più ampio. Sono i temi delle relazioni
interregionali e della fiscalità di vantaggio.
Dopo la caduta dei regimi comunista e del bipolarismo di
Yalta, con la crisi delle ideologie che, anche con la loro carica
di distruzione, hanno dominato il "secolo breve", la politica
planetaria si sta ristrutturando secondo linee culturali. I
rapporti tra i popoli e i loro Stati, le loro alleanza, i loro
conflitti, più che da ragioni ideologiche sono ispirati dalle
loro culture e dalle loro civiltà; con la conseguenza che le
comunità culturali stanno sostituendo i blocchi dell'era della
guerra fredda e le linee di divisione tra civiltà stanno
diventando le linee attraverso cui passa il conflitto politico su
scala mondiale.
Nell'era del post guerra fredda, si pone perciò il problema
di come assicurare il governo mondiale dei conflitti tra civiltà,
di come assicurare il dialogo evitando che l'esplodere dei
fondamentalismi insieme alle incomprensioni occidentali diano
luogo a forti pericoli per la pace e la sicurezza mondiale. In
questo quadro la Sicilia, per storia e per geografia, può
assumere un ruolo strategico decisivo. Terra di incontro tra la
cristianità occidentale ed i musulmani che vivono sull'altra
sponda del Mediterraneo, da sempre è stato luogo di dialogo tra
diverse culture che hanno trovato il modo di coesistere
pacificamente e persino per cooperare. Se la politica
euromediterranea dell'Unione europea ha come obiettivo principale
quello di tutelare la pace nel Mediterraneo grazie alla
cooperazione economica tra i popoli, la Sicilia dovrebbe essere
la candidata naturale ad assumere un ruolo di leadership in
questo genere di iniziative, così come potrebbe interessare una
trama di ulteriori relazioni di cooperazione e di dialogo con
questi popoli che sempre di più guardano al nostro paese e in
particolare alla nostra isola come terra di approdo o addirittura
come terra di insediamento. In questo quadro il governo si fa
carico di promuovere: una Conferenza mediterranea sul fenomeno
migratorio per lo sviluppo delle regioni del Nord Africa, per
efficaci politiche d'accoglienza (una grande questione nazionale
per affrontare la quale gli enti e le popolazioni locali vanno
adeguatamente sostenuti ed attrezzati); la partecipazione della
Sicilia al programma mediterraneo dell'Unione, nel quadro dei
progetti interregionali di sviluppo; una presenza attiva della
Sicilia nei progetti di partenariato, cui si può concorrere con
le nostre competenze nei campi dell'agricoltura, del turismo e
delle piccole imprese; il contributo delle risorse scientifiche
siciliane alla creazione della rete mediterranea delle
tecnologie, dalla quale rischiamo di essere esclusi per i ritardi
nell'attivazione della rete telematica e del parco scientifico e
tecnologico siciliano.
Una particolare attenzione il governo intende riservare al
mondo dell'emigrazione, ai siciliani, alle loro comunità che
vivono e lavorano all'estero, attraverso una revisione della
legislazione regionale in materia.
Nel corso di questi decenni l'emigrazione si è profondamente
modificata. Le comunità dei siciliani all'estero costituiscono un
grande patrimonio di lavoro, di esperienze, di professionalità
per le nazioni nelle quali risiedono; per esse il contributo è
essenziale e prezioso perché fatto dal lavoro fattivo di operai,
agricoltori, commercianti, professionisti, imprenditori.
Sono siciliani che vogliono mantenere un rapporto e un
legame forte con la Sicilia.
E questo è il desiderio non soltanto della generazione di
siciliani che hanno lasciato la Sicilia, ma anche dei loro figli
e dei loro nipoti nati all'estero.
Il Governo regionale intende favorire tutte le iniziative
che permettano il rinsaldarsi di questo rapporto perché possano
conoscere la Sicilia, la sua storia, la sua cultura.
Ma la comunità dei siciliani all'estero, per il peso che
hanno raggiunto, possono costituire oggi, se supportate da una
legislazione di sostegno, una grande risorsa per la Sicilia. E'
forte in questa comunità la volontà di stabilire rapporti
economici con la Sicilia attraverso investimenti nella produzione
di beni e nella commercializzazione delle produzioni siciliane.
Per questo il Governo intende, attraverso un'adeguata
legislazione, favorire questi rapporti, anche con la costituzione
di joint-venture tra imprese siciliane e imprenditori siciliani
che vivono ed operano all'estero.
Nel nuovo scenario dell'economia e delle istituzioni diventa
perciò centrale la capacità delle istituzioni regionali di
elaborare e realizzare politiche dirette allo sviluppo attraverso
la competizione con altri "sistemi territoriali", garantendo
occupazione e, al tempo stesso, pari godimento dei diritti di
cittadinanza.
La Sicilia, rispetto alle altre regioni italiane, ha un
plusvalore istituzionale dato dalla sua autonomia speciale, che
se presa sul serio e adeguatamente utilizzata, permetterebbe di
produrre politiche pubbliche innovative, rafforzando la sua
posizione nello scenario europeo e permettendo l'implementazione
di azioni di sviluppo che altre regioni, dotate di un più povero
armamentario istituzionale, avrebbero difficoltà a porre in
essere.
La specialità è stata sovente esercitata male fino al
paradosso della specialità in negativo o della
specialità-barriera dell'innovazione istituzionale. Ma la
specialità potrebbe essere uno di quei vantaggi comparativi che
"il sistema territoriale" siciliano potrebbe abilmente giocare
nella competizione mondiale. Basta pensare che lo Statuto
siciliano prevede competenze regionali estesissime che vanno
dall'industria all'ordinamento degli enti locali, nonchè la
possibilità di sfruttare la leva finanziaria, per esempio
attraverso forme concordate con Roma e con Bruxelles, di
incentivazione fiscale in determinati settori.
Ma la Regione deve avere autorevolezza politica,
legittimazione e capacità di decisione. Il necessario realismo,
l'elezione del secolo breve ci impongono parimenti di togliere
definitivamente dalla scena pubblica il mito dell'onnipotenza
della politica, ossia l'idea che la politica, il diritto in cui
si consacrano le sue scelte, possano determinare unilateralmente
gli assetti sociali ed economici.
In società complesse, articolate in ambiti sociali
differenziati, la politica occupa una funzione importante ma non
può sostituirsi o supplire rispetto ad altre funzioni come quelle
svolte dal sistema economico e dal sistema culturale. Invece,
storicamente in Sicilia è prevalso un certo cliché culturale che
tendeva a caricare le istituzioni pubbliche ed in particolare
quelle regionali, di ogni tipo di compito, ritenendo che la
soluzione di qualsiasi problema collettivo dipendesse sempre e
comunque dalle decisioni del sistema politico istituzionale.
Quest'idea ha condizionato negativamente la società e
l'economia siciliana perchè la sua degenerazione ha portato ad
un'invadenza pubblica e burocratica della sfera economica e
perchè ha favorito l'espansione di un sistema assistenziale che
mortifica le energie individuali, incoraggia gli speculatori,
spinge i giovani a cercarsi un padrino politico piuttosto che
investire sulla propria professionalità.
La degenerazione assistenziale ha inaridito l'economia
produttiva e, alla fine, ha prodotto la caduta dei livelli
occupazionali. La nuova politica deve abbandonare definitivamente
queste pratiche e, pertanto, affermiamo chiaramente che il
Governo regionale intende adempiere con la massima dedizione i
suoi compiti nell'interesse generale, ma lo stesso Governo invita
energicamente tutte le componenti della società e dell'economia
isolana ad essere protagonisti del cambiamento, ad impegnarsi per
la modernizzazione economica e la crescita civile, ad essere
propositivi nei confronti delle istituzioni.
Ognuno faccia il proprio dovere; per quanto ci riguarda il
nostro lo faremo fino in fondo.
(Applausi dai banchi di centro e di sinistra)
Presidenza del presidente Cristaldi
CONGEDO
PRESIDENTE. Comunico che l'onorevole Simona Vicari ha chiesto
congedo per l'odierna seduta. Non sorgendo osservazioni, il
congedo si intende accordato.
La Conferenza dei Presidenti dei gruppi parlamentari,
all'unanimità ha predisposto l'andamento dei lavori e ha
concordato che, subito dopo le dichiarazioni rese dal Presidente
della Regione, la seduta sarà tolta e rinviata a domani alle ore
10.30 per consentire lo svolgimento del relativo dibattito.
C'è l'auspicio, espresso dal Presidente della Regione, di
concludere i lavori entro la giornata di domani; auspicio che è
stato accolto all'unanimità dalla stessa Conferenza dei
Presidenti dei gruppi parlamentari.
Presidenza del presidente Cristaldi
SUL PROGRAMMA DEI LAVORI
TRICOLI. Chiedo di parlare sul programma dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TRICOLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, capisco che la
richiesta di parlare sull'ordine dei lavori possa apparire
piuttosto insolita, atteso che si è svolta già una Conferenza dei
Presidenti dei Gruppi parlamentari. Purtroppo, piuttosto
insolito è anche il fatto che ancora, da quello che risulta, non
ci sia stata, da parte del Presidente della Regione, la
preposizione con il relativo decreto delle deleghe assessoriali.
Poichè sono un assessore uscente, vorrei capire se domani i
nuovi assessori si insedieranno nelle rispettive Amministrazioni
oppure se bisogna ancora attendere ulteriori momenti successivi.
Questo lo dico non tanto per una ragione di ordine politico
quanto per una ragione tecnico-amministrativa: è chiaro,
infatti, che le emergenze, soprattutto quelle finanziarie, della
Regione siciliana non possono aspettare che il Governo risolva i
propri contrasti interni.
SPEZIALE. Cosa c'entra questo con l'ordine dei lavori?
PRESIDENTE. Ritengo che il Presidente della Regione - domani,
o in un altro momento - puntualizzerà questo passaggio.
Presidenza del presidente Cristaldi
Onorevoli colleghi, la seduta è rinviata a domani, giovedì
26 novembre, alle ore 10.30 con il seguente ordine del giorno:
- DISCUSSIONE SULLE DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DEL PRESIDENTE
DELLA REGIONE
La seduta è tolta alle ore 20,07.