Presidenza del presidente Lo Porto
IOPPOLO, segretario f.f., dà lettura del processo verbale della
seduta precedente che, non sorgendo osservazioni, si intende
approvato.
Presidenza del presidente Lo Porto
Saluto agli studenti del I Circolo didattico di Acicatena
PRESIDENTE Onorevoli colleghi, prima di proseguire la
discussione generale sul disegno di legge di riforma dello
Statuto, desidero rivolgere un saluto alla scolaresca del I
Circolo didattico di Acicatena qui presente.
Si tratta di una folta rappresentanza di giovanissimi
studenti ormai prossimi alle vacanze estive. Sappiamo tutti che
questo è il periodo più impegnativo in quanto è a conclusione
dell'anno scolastico e, quindi, l'ansia per l'esito finale è
più che legittima, tuttavia, non dubito che i risultati saranno
sicuramente positivi vista la grande tradizione culturale di
Acicatena
. La loro presenza arricchisce il nostro Parlamento impegnato
nella costruzione di un nuovo Statuto, della nuova Carta
costituzionale per la Sicilia e per il popolo siciliano.
Desidero rivolgere un augurio sincero a questi giovani e a
questi studenti di scuola elementare ai quali si prospetta un
futuro in un contesto europeo e ricordo che fra due giorni
scatterà il termine per il raggiungimento di una Europa
allargata a 25 stati. E sarete voi, giovani, a vivere appieno
questo grande momento storico, la mia generazione invece ha
partecipato alla nascita dell'Europa unita. Noi abbiamo vissuto
questo momento di transizione da politici e da cittadini che
sognavano l'Europa unita, come la si sognava ai primi del
secolo dall'Atlantico agli Urali. E per certi aspetti persino
oltre.
Sarete dunque cittadini della nuova grande Europa. Io vi
auguro di vivere questa grande occasione storica con tutte le
prospettive che essa vi offre: in termini di prosperità e in
termini di benessere della nostra nazione italiana.
Rivolgo pertanto un augurio sincero a questi ragazzi che ci
onorano stamane con la loro presenza.
Annunzio di risposte scritte ad interrogazioni
PRESIDENTE Comunico che sono pervenute le risposte
scritte alle seguenti interrogazioni:
-da parte dell'Assessore per i Lavori pubblici:
-N. 932 - Interventi di verifica in ordine alla legge regionale
n. 7 del 2002, in materia di appalti pubblici.
-Firmatari: Fleres Salvatore; Catania Giuseppe; Maurici
Giuseppe;
-N. 956 - Provvedimenti per il rapido ripristino delle
condizioni di viabilità dell'asse di collegamento
Castelvetrano-Sciacca.
-Firmatario: Manzullo Giovanni;
-N. 990 - Restauro e manutenzione degli alloggi popolari di
proprietà della Regione, a Salemi (TP).
-Firmatario: Oddo Camillo;
-N. 1098 - Ritiro e ripubblicazione del bando pubblico per la
qualificazione urbana nei centri con popolazione inferiore
ai 30.000 abitanti.
-Firmatari: Speziale Calogero; Villari Giovanni; De Benedictis
Roberto; Zago Salvatore;
-N. 1188 - Iniziative in merito alla concessione di contributi
di 'integrazione all'affitto' da parte del Comune di Palermo.
-Firmatario: Cracolici Antonino;
-N. 1246 - Avvio di un monitoraggio e di un'indispensabile
pianificazione delle risorse idriche della provincia di Trapani.
-Firmatario: Oddo Camillo;
-N. 1337 - Notizie sui progetti di gestione del porto di
Pozzallo per lo sviluppo dell'Isola e dell'area iblea in
particolare.
-Firmatario: Incardona Carmelo;
-N. 1517 - Interventi per avviare i lavori di ristrutturazione
nella chiesa Santa Caterina d'Alessandria di Paternò (CT).
-Firmatari: Fleres Salvatore; Maurici Giuseppe; Catania
Giuseppe.
Avverto che le stesse saranno pubblicate in allegato al
resoconto stenografico della seduta odierna.
Annunzio di presentazione di disegni di legge
PRESIDENTE Comunico che sono stati presentati i seguenti
disegni di legge:
- Norme per l'incentivazione ed il sostegno all'esercizio delle
libere professioni (n. 856)
-d'iniziativa parlamentare
-presentato dagli onorevoli Ioppolo, Formica, Incardona,
Infurna, Neri, Virzì in data 28 aprile 2004;
- Disposizioni in materia di polizia locale (n. 857)
-d'iniziativa governativa
-presentato dal Presidente della Regione (Cuffaro) su proposta
dell'Assessore regionale per la famiglia, le politiche sociali e
le autonomie locali in data 28 aprile 2004.
Comunicazione del Governo sull'ordine del giorno n. 312
PRESIDENTE Comunico che, in riferimento all'ordine del
giorno n. 312 Restauro della Chiesa Madre di Altofonte (PA) , a
firma dell'onorevole Cracolici, approvato dall'Assemblea nella
seduta n. 174 del 12-13 novembre 2003, l'Assessore per i lavori
pubblici, con nota protocollo n. 589 del 16 aprile 2004,
pervenuta alla Segreteria Generale dell'ARS il 27 aprile 2004 ed
al Servizio Lavori d'Aula il 28 aprile successivo, ha reso noto
di essersi attivato in merito all'attuazione dell'ordine del
giorno sopra citato.
Do lettura della suddetta nota.
«In esecuzione all'ordine del giorno indicato in oggetto,
approvato dall'ARS nella seduta n. 174 del 12-13 novembre 2003.
si rappresenta che con D.A. n.47/GAB del 16 dicembre 2003
(pubblicato nella GURS n.8 del 20.02.2004) è stato approvato il
programma regionale di spesa integrativo per l'anno 2003 relativo
alt' "esecuzione di opere e spese di carattere straordinario e di
interesse di enti di culto e di formazione religiosa, di
beneficenza ed assistenza, mediante la costruzione,
l'ampliamento, il completamento, l'adattamento, la manutenzione
straordinaria e la riparazione di edifici destinati per
l'attuazione delle finalità degli enti medesimi".
Si evidenzia che nell'elenco allegato al predetto decreto
assessoriale risulta inserito il restauro della Chiesa Madre di
Altofonte (PA) per un importo pari ad E. 500.000.»
L'Assessore
Scammacca della Bruca
L'Assemblea ne prende atto.
Avverto, ai sensi dell'articolo 127, comma 9, del
Regolamento interno che nel corso della seduta potrà
procedersi a votazioni mediante sistema elettronico.
Presidenza del presidente Lo Porto
Seguito della discussione del disegno di legge: «Schema
di progetto di legge costituzionale da proporre, ai sensi
dell'articolo 18 dello Statuto, al Parlamento, recante
Modifiche allo Statuto della Regione'» (580-472-578-602-
652/A)
PRESIDENTE Si passa al III punto all'ordine del giorno:
Seguito della discussione del disegno di legge Schema di
progetto di legge costituzionale da proporre, ai sensi
dell'articolo 18 dello Statuto, al Parlamento recante
'Modifiche allo Statuto della Regione' (nn. 580-472-578-602-
652/A).
Ricordo che l'esame del disegno di legge si era interrotto
nella seduta n. 204 del 28 aprile 2004, in sede di discussione
generale.
E' iscritto a parlare l'onorevole Capodicasa. Ne ha
facoltà.
CAPODICASA Signor Presidente, le chiederò di potere
utilizzare la norma regolamentare che consente uno sforamento dei
tempi previsti per gli interventi sulla discussione generale,
considerata l'importanza dell'argomento che stiamo trattando.
Proprio per l'importanza che il tema riveste, sullo stesso nel
corso di questi mesi e delle ultime settimane si è sviluppata una
ampia discussione tra le forze politiche, ma anche sulla stampa e
con la partecipazione di importanti commentatori politici
siciliani, così come in occasione di convegni, incontri promossi
dalle Università (ve ne sono stati più di uno), centri ed
associazioni culturali.
Personalmente ho partecipato a numerosi di questi incontri e
altri se ne terranno nei prossimi giorni, per la precisione ne è
previsto uno per domani. Dicevo che vi sono state parecchie
iniziative promosse anche dai partiti e, tra queste, il
seminario promosso dal Gruppo parlamentare dei DS. Si sono avute
anche riunioni interne degli organismi dirigenti del mio
partito, e ciò a dimostrazione che sul tema della riforma dello
Statuto si è sviluppato un dibattito che, per quanto non
sufficientemente ampio come ciascuno di noi avrebbe auspicato, ha
dato spunti interessanti alla discussione e anche al lavoro
parlamentare.
Mi sembrerebbe un atto di insensibilità o addirittura di
superbia istituzionale se il Parlamento, nel momento in cui
prende in esame il disegno di legge relativo, non facesse alcun
riferimento al dibattito, ai tanti suggerimenti che sono venuti e
non desse una qualche risposta alle considerazioni malevole,
dettate a volte da una non conoscenza del merito delle questioni
o da una scarsa conoscenza del merito delle questioni ovvero da
una conoscenza non aggiornata. O fors'anche perché, nel momento
in cui venivano mosse delle critiche al lavoro della Commissione,
non si era perfettamente a conoscenza degli sviluppi che nel
frattempo erano intercorsi e delle correzioni che naturalmente e
fisiologicamente venivano apportate. In taluni casi, tali
obiezioni, a mio personale modo di vedere, non erano in linea,
attinenti al tema e pertanto risultavano soltanto mere
esercitazioni di carattere intellettualistico che più che dare un
contributo alla discussione rischiavano di ingenerare confusione
e/o passare un messaggio sbagliato al popolo siciliano.
Desidero allora essere io - visto che ancora nessuno lo ha
fatto - a intervenire a difesa del lavoro svolto dalla
Commissione, pur essendo uno dei componenti della stessa che fino
all'ultimo ha mostrato perplessità a esprimere un voto
favorevole al provvedimento.
Noi infatti avevamo annunciato la nostra astensione, e
soltanto per via di alcune correzioni che sono state apportate e
di alcuni inserimenti a favore delle nostre richieste, che
consideravamo dirimenti, ci siamo convinti del contrario pur non
essendo rimasti del tutto soddisfatti del testo finale. Si sa
infatti che i testi di una certa rilevanza e che fanno
riferimento alla materia delle regole inevitabilmente comportano
dei compromessi, delle mediazioni sia pure su questioni che hanno
una importanza relativa, perché sulle questioni fondamentali,
laddove non ci fosse stato o non ci dovesse essere accordo,
ovviamente non ci potrebbe essere il nostro consenso.
Pertanto, la mia posizione è abbastanza controcorrente, non
appartengo certo alla maggioranza di coloro i quali considerano
il testo esitato dalla Commissione come inattaccabile. E proprio
per questa mia posizione, posso senz'altro muovere alcune
critiche, ma, nello stesso tempo, difenderne l'impianto da accuse
e da critiche che, a mio giudizio, non ritengo pertinenti.
In questa campagna si è distinto qualche organo di stampa
regionale che ha mobilitato i propri commentatori a sostegno
della tesi che la bozza di Statuto in discussione sia un testo
privo di novità, privo di innovazione, privo delle aspirazioni
che i siciliani oggi hanno a proposito di una nuova regione, di
un nuovo ordinamento regionale che dia riscontro alle proprie
ambizioni e ai propri desideri.
Secondo il mio punto di vista, questo dibattito ha dato anche
dei suggerimenti importanti che vale la pena riproporre nel corso
del dibattito anche sotto forma di emendamenti. Vi sono state
anche posizioni molte pretestuose che hanno peccato di
ingenerosità verso il lavoro svolto dalla Commissione sostenendo
tesi contraddittorie tra loro. Da un lato, per esempio, stamane,
e anche nei giorni scorsi per la verità, qualche commentatore ha
sostenuto che la discussione sullo Statuto ha avuto una insolita
rapidità, quasi si trattasse di una discussione svolta di
soppiatto, senza il coinvolgimento dei cittadini, senza il
coinvolgimento di chi i cittadini rappresenta. Dall'altro lato,
però, si è detto che questo dibattito, pur essendo stato
sollecitato da chi si è intestato un'azione di promozione, non ha
sortito la sperata partecipazione dei cittadini, delle forze
sociali, quindi avrebbe manifestato un limite. Le assicuro che
ciò si verifica sempre nel corso della discussione generale,
vedremo poi nel corso dell'esame degli articoli ...
PRESIDENTE Soprattutto quando si discute delle variazioni
di bilancio.
CAPODICASA Nel corso delle variazioni di bilancio e ancora di
più alla Finanziaria. E quindi credo che le due cose non stiano
insieme.
Innanzitutto sulla rapidità. La legge che istituisce la
Commissione speciale per la revisione dello Statuto è stata
approvata il 23 ottobre 2001, due anni e mezzo fa; ha svolto un
lungo lavoro tra audizioni, sottocommissione e lavoro nella
Commissione di merito che ha occupato circa novanta sedute;
sedute a volte che sono durate parecchie ore. Sono state audite
decine di associazioni con i loro rappresentanti regionali, tutte
quelle che hanno fatto richiesta in tal senso, nessuna esclusa,
tutte quelle che la Commissione ai fini dello svolgimento del
proprio lavoro ha ritenuto necessario. La Commissione, inoltre, è
stata assistita da consulenti di livello, cioè da
costituzionalisti; ha audito tutte le rappresentanze delle
Università siciliane in materia di diritto costituzionale, di
diritto pubblico regionale, di diritto internazionale, di diritto
tributario, di economia, di scienza delle finanze, di diritto
privato, una lunghissima sequenza di audizioni che servivano ai
fini del raggiungimento dell'obiettivo.
Questo è quanto, a mio giudizio, poteva fare la Commissione.
Forse è mancata a tutto questo lavoro la conclusione finale,
seppure fosse negli accordi, e che probabilmente avrebbe potuto
essere una conclusione solenne e dare solennità al lavoro
svolto, cioè una riunione di tutti gli stati generali', così li
avevamo definiti, della società siciliana che certo avrebbe
rappresentato i gruppi dirigenti di tutte le associazioni, le
università, il mondo del lavoro, il mondo delle professioni,
l'ANCI, l'URPS, le rappresentanze istituzionali a tutti i livelli
in una grande assemblea che avrebbe registrato anche la
partecipazione del Ministro per i rapporti con le regioni e che
avrebbe dovuto, finalmente in una discussione generale
interdisciplinare e comune, fare una valutazione finale del
testo.
Tale iniziativa che la Commissione aveva in animo di proporre
al Presidente dell'Assemblea, da tenere con una certa solennità,
non è stato possibile svolgerla e ne conosciamo anche le ragioni.
Per il resto, la Commissione ha svolto al meglio il proprio
lavoro: quello di sua competenza assegnatole dal Regolamento e
quello che le circostanze hanno comportato di fare. Il resto
avrebbe dovuto essere compito delle forze politiche, dei gruppi
parlamentari, delle associazioni,
Mi chiedo invece chi avrebbe dovuto svolgere un ruolo di
animazione e di dibattito nella società. Chi avrebbe dovuto
promuovere la partecipazione al dibattito. Alcuni lo hanno fatto,
lo hanno fatto alcune associazioni, per ben due volte
l'Università di Catania, in un'altra occasione ancora le tre
Università siciliane, alcuni Gruppi parlamentari dell'Assemblea,
qualche partito, un'emanazione della CGIL con un'iniziativa della
Fondazione Di Vittorio e dell'Associazione "23 marzo". Devo
dire però che l'esito di questo dibattito non ci consegna il
quadro panoramico che avremmo voluto, cioè di una società
fortemente interessata ai contenuti di questa discussione, a
promuovere proposte, a confutare tesi, in ogni caso ad esprimere
un proprio parere.
Allora, credo che bisogni interrogarsi sulle motivazioni di ciò
anzichè allinearsi quasi acriticamente su questa notazione, sulla
registrazione di questa sorta di interesse e di attenzione non
adeguati al tema, piuttosto che ricercare, come alcuni
impropriamente fanno (tra i quali alcuni commentatori sulla
stampa, ma ho visto che anche alcuni colleghi lo hanno fatto in
diverse occasioni) una sorta di critica allo Statuto perché lo
Statuto non suscita il dibattito.
Mi pare una contraddizione in termini. Perché si critica la
bozza di Statuto che non ha suscitato il dibattito, e non si
criticano le forze politiche, invece, le associazioni o coloro i
quali avrebbero avuto il dovere di promuoverlo e non lo hanno
fatto?
Mi sembra si voglia scambiare la causa con l'effetto. La bozza
proposta dello Statuto può essere di buona o cattiva qualità, e
io ritengo che non sia di cattiva qualità e cercherò di spiegare
perché, si può discutere sull'adeguatezza di questo strumento ai
tempi, ma nulla c'entra tutto questo col fatto che si registra un
disinteresse. E qui do una mia interpretazione: la ragione c'è ed
è di natura più generale.
La prima è che il tema dell'Autonomia speciale ha subìto nel
corso degli anni un evidente logoramento; da un lato, per la
cattiva prova di loro che hanno dato le classi dirigenti
nell'applicare, o nel non applicare in alcune sue parti lo
Statuto autonomistico (per le delusioni che sono insorte per via
dei tanti interventi limitativi che ha fatto la Corte
costituzionale, per il fatto che l'Autonomia non ha mantenuto le
aspettative). Ma questa è una responsabilità politica delle
classi dirigenti che non hanno saputo farne uno strumento di
autogoverno del popolo siciliano; essa non è riuscita a vivere
effettivamente nelle coscienze del popolo siciliano oltre che
nelle sedi istituzionali.
L'altra ragione ritengo sia dovuta al fatto che in fondo questo
passaggio che stiamo vivendo, e che noi sappiamo essere molto
importante, non ha come tema l'istituzione dell'Autonomia e della
sua specialità. Voglio dire che non è in gioco l'esistenza di una
Regione autonoma o la sua istituzione ex novo, cosa che può
accendere gli animi, suscitare passioni, vedere conflitti anche
all'interno delle forze politiche nel mondo della cultura, della
società siciliana.
Oggi viviamo in un clima nazionale in cui ci si ispira al
Federalismo. Semmai quindi il tema è un altro Visto che al
Senato in questi giorni è stato esitato un testo di riforma della
Costituzione in cui si è andato oltre la legge n. 3 del 2001, la
quale prevede l'introduzione di un regime federalistico in Italia
e che invece, su spinta della Lega Nord, della Lega di Bossi ,
propone la devolution, cioè di andare oltre ill federalismo
cooperativo e solidale e puntare ad un federalismo, invece, di
tipo competitivo che penalizzerebbe il Mezzogiorno.
Proprio perché oggi il tema del dibattito politico-culturale
non è nelle istituzioni, in Sicilia come altrove, non essendo
minacciata l'istituzione della specialità e dell'autonomia, non
essendo a rischio, è chiaro che il dibattito viene privato di un
suo elemento emozionale che stimola la partecipazione e suscita
le passioni.
Quindi, essendo l'autonomia un dato storicamente e
politicamente acquisito, il tema della sua riformulazione, nel
contesto del nuovo assetto istituzionale dello Stato, finisce per
toccare l'interesse degli addetti ai lavori, degli studiosi, dei
gruppi dirigenti delle categorie e così via.
Così come mi sembra assolutamente improprio - lo dico perché
l'ho sentito più volte ripetere - a me sembra un falso storico, e
lo dico alla luce dei pochi approfondimenti che ho potuto fare in
questi mesi, il fatto che quando venne elaborato ed approvato lo
Statuto, nel 1946 (l'onorevole Fleres usa spesso a questo
proposito una immagine movimentista) dietro la porta della
Consulta dove si discuteva c'erano le masse popolari dei
contadini.
Credo che questo, da un punto di vista storico, sia inesatto.
In realtà, nel 1946 l'elaborazione dello Statuto non ha avuto la
partecipazione popolare, anche perché i limiti degli strumenti di
comunicazione di massa dell'epoca non erano quelli di oggi,
quindi ha avuto un dibattito di livello persino inferiore a
quello di oggi.
Altra cosa è il movimento separatista, che si sviluppò per
altre finalità e non per chiedere lo Statuto ma aveva come fine
la creazione della cinquantesima stella degli Stati Uniti
d'America, aveva come fine l'indipendenza siciliana; costituì un
esercito, come ieri ricordava l'onorevole Sammartino, vi furono
anche degli scontri a fuoco. Ma quel manipolo di indipendentisti
non si scontrava a fuoco con le forze dell'ordine perché voleva
lo Statuto, bensì perché voleva la separazione. E sulla natura di
quel movimento ormai vi sono intere biblioteche che illustrano
come a parte un'anima democratica, che certamente ebbe, ebbe
anche anime conservatrici e reazionarie e perfino legate alla
mafia E, ovviamente, queste non aveva a cuore un libero Stato o
una libera regione dentro un libero Stato bensì avevano a cuore
altre ipotesi, di natura istituzionale e di assetto sociale
diversi.
La battaglia, però, non fu meno aspra. Se si dà una scorsa al
dibattito nella Costituente, a proposito del nostro Statuto, si
comprenderà il perché la tensione fosse alta.
Lo Statuto autonomistico, nella forma che conosciamo, fu in
bilico fino ad un'ora prima della chiusura dei lavori della
Costituente e fu importante l'intervento delle grandi forze
politiche nazionali, stimolate dall'unità di tutte le forze
politiche regionali, dalla pressante azione che si ebbe in
Parlamento da parte dei nostri rappresentanti politici di allora,
da Guarino Amella ad Ambrosiani, a Li Causi, a Finocchiaro
Aprile, che ebbe una posizione molto intelligente e non si fece
trascinare dalla sua ispirazione fondamentale e tutelò e difese,
sia pure come primo passaggio verso l'indipendenza, lo Statuto di
allora, contro posizioni centralistiche che non avevano alcuna
intenzione di dare ai siciliani uno Statuto autonomo o uno
Statuto che non fosse puro decentramento di poteri e non
conferimento di potestà.
Tra questi, Luigi Einaudi, che fu un fierissimo oppositore,
presentò un memorandum contro lo Statuto approvato con decreto
luogotenenziale. Alcune delle tesi che lui sostenne, con una
radicalità da grande uomo e da statista quale era, sia pure con
posizioni non condivisibili sotto il profilo dell'assetto
generale dello Stato, avevano un fondamento. I federalisti e gli
autonomisti contrapposero alla critica radicale mossa da Einaudi
delle repliche non sempre felici; e solo il fatto che la
Costituente, di lì ad un'ora, avrebbe chiuso i lavori determinò
l'approvazione della legge costituzionale numero 2. Vi era il
rischio di non approvare lo Statuto o la sua modifica; era già in
discussione, infatti, un testo elaborato dalla Commissione che
limava le parti dello Statuto più avanzate come quelle in materia
di economia e, ricordo, lo Statuto era già approvato e già in
vigore col decreto luogotenenziale. Il secondo comma di quella
legge costituzionale numero 2, poi venne cassato dall'Alta Corte,
quello cioè che prevedeva che entro due anni lo Statuto, già in
vigore, avrebbe dovuto essere armonizzato su richiesta dello
Stato o su richiesta della Regione ai princìpi della nuova
Costituzione. Cassato questo secondo comma con sentenza dell'Alta
Corte, lo Statuto è rimasto intonso, così come era stato
proposto.
Quindi, la tesi secondo cui abbiamo avuto le rivolte popolari è
del tutto infondata, per lo meno nelle modalità in cui la si
vuole oggi rappresentare.
Sotto questo profilo contesto la critica che viene mossa: essa
sembrerebbe far credere, da quanto si legge sulla stampa, che vi
sia una volontà consapevole, una scelta consapevole di questo
Parlamento - della Commissione o della Sottocommissione o del
compianto presidente Lenza o di altri - di non fare dello Statuto
l'oggetto di un grande dibattito, che veda la partecipazione di
tutti coloro i quali vogliono dare un contributo alla sua
formulazione.
E' anche questa un'ignominia lanciata con leggerezza nei
confronti del Parlamento regionale da parte di alcuni, tra i
quali anche importanti personalità, commentatori politici,
peraltro anche stimabili, i quali, nel merito, hanno detto delle
cose che possono essere fortemente condivise e che io mi sento di
respingere, perché so, per diretta testimonianza e per diretta
esperienza, che tutto questo non esiste; lo si è potuto fare
laddove c'è stata l'opportunità di farlo, spetta proprio alle
istanze sociali e politiche far in modo che tutto questo maturi,
cresca e dia i suoi risultati.
Nel merito sono state rivolte molte critiche, alcune delle
quali - e sono tante - hanno uno scarso fondamento con
l'effettività del testo. Riprendo quelle di questa mattina per
non andare molto lontano.
Si dice che nello Statuto non è contenuto un effettivo
principio di sussidiarietà'. Qualcuno mi dovrebbe spiegare qual è
la differenza tra principio di sussidiarietà' ed effettivo
principio di sussidiarietà'. Se c'è il principio di sussidiarietà
è effettivo, è norma costituzionale e va applicato; non c'è un
falso principio di sussidiarietà e un effettivo principio di
sussidiarietà e dimostreremo che nel testo in esame il principio
di sussidiarietà è fortemente contenuto.
Dirò poi come, secondo il mio punto di vista, bisognerà
ulteriormente intervenire su questi due articoli, articolo 15 e
16 bis, per renderli più espliciti, per ampliarli, ma non perché
non vi sia contenuto, bensì perché, a mio giudizio, vale la pena
di farlo, essendo una delle parti più innovative dello Statuto.
Del resto, la discussione ed il lavoro d'Aula servono a questo.
Si dice che manca il federalismo fiscale. All'articolo nuovo
che riassume gli articoli 36 e 37 e poi l'articolo 38 contengono
una vera e propria rivoluzione in materia di federalismo fiscale.
Mi augurerei che quei commentatori, che oggi sostengono che non è
contenuto il principio di federalismo fiscale, quando vi sarà il
dibattito al Parlamento nazionale e non avremo - come temo - le
solidarietà necessarie, facciano una battaglia perché venga
confermato quello che noi scriviamo. Qui c'è un principio
rivoluzionario che va oltre rispetto al principio che era già
contenuto nell'articolo 36, 37 e 38 del vecchio Statuto.
E' appena il caso di dire che questa è stata una delle parti,
assieme a quella relativa al potere estero, su cui la Commissione
ha lavorato a lungo, per giorni, e con l'assistenza dei migliori
docenti di diritto pubblico regionale, di diritto tributario, di
scienza delle finanze, di economia, dopo avere sentito,
ovviamente, le parti sociali. Non abbiamo fatto un po' di
cucina' come ironicamente qualche commentatore ha detto,
parliamo delle migliori competenze scientifiche di cui dispone
oggi la nostra Regione.
Inviterei il Presidente dell'Assemblea, finito il lavoro, a
pubblicare, ovviamente riordinandolo, tutto il materiale
raccolto e la registrazione delle sedute, in quanto varrebbe la
pena di fare una selezione di tutto questo per dare contezza del
lavoro svolto anche all'esterno.
Si dice pure che non è previsto il decentramento
amministrativo. Come è possibile farlo, nel momento in cui in
Italia la modifica del Titolo V della Costituzione, all'articolo
114 prevede una equiordinazione tra Stato, regioni, comuni,
province e città metropolitane che diventano ciascuna parte e
componente della Repubblica italiana, quindi con una loro
autonoma potestà nell'ambito dei poteri e delle competenze che la
Costituzione attribuisce loro? E' difficile dire come sia
possibile - e, infatti, non è stato possibile farlo - non andare
avanti verso un ampio decentramento, anche perché la volontà
della Commissione - sia pure con un dibattito animato ed anche
con qualche resistenza - è stata di introdurre il principio di
sussidiarietà cosiddetto verticale, cioè dalla Regione verso i
comuni, ove applicato - e si deve applicare -, perché oggi si
tratta di norma statutaria e, quindi, di norma costituzionale che
costituisce una vera rivoluzione nell'assetto di potere e dei
poteri che vive la nostra Regione.
Non ci può più essere - lo si sappia - una regione che
amministra risorse ed avere competenze che, in virtù del
principio di sussidiarietà, principio che è contenuto nei
trattati della Comunità europea e quindi anche nella nostra
Costituzione, devono essere trasferite obbligatoriamente ai
comuni, cioè a quei livelli istituzionali che sono più vicini al
cittadino e che dove più utilmente può essere disimpegnata la
competenza che viene attribuita loro. Il che significa, di
conseguenza, che circa la metà del bilancio della Regione
dev'essere trasferito a queste autonomie locali.
Sono a conoscenza di resistenze al riguardo, signor
Presidente, ma sono resistenze di natura politica emerse anche in
Commissione durante il dibattito - poi ne parleremo e ci
confronteremo quando arriveremo al punto -, ma qui si tratta di
qualcosa di epocale che la politica siciliana avrebbe potuto fare
solo se lo avesse voluto. Infatti, abbiamo la legge 10 del 2000
che, al titolo IV, prevede il principio di sussidiarietà
verticale, e sarebbe bastato applicare quella per avere oggi una
Regione più snella dal punto di vista burocratico, più articolata
dal punto di vista dei poteri, diffusa nel territorio, una
regione finalmente in linea con i principi che oggi stiamo
inserendo in Statuto.
Si dice che manca l'autonomia legislativa. Ma veramente vorrei
capire e chiedere come si può affermare questo nella regione che
ha le più alte e più ampie competenze legislative primarie. Altra
cosa è l'obiezione che muove il professore Renda, obiezione che
invece è di tutto rispetto e su cui poi voglio dire qualcosa che
attiene ad un altro modo di gestire quelle competenze di cui
all'articolo 14 del nostro Statuto. Ma non si può sostenere -
come fa qualcuno - che manca l'autonomia, che non si è andati
avanti sull'autonomia legislativa quando abbiamo scavato nelle
competenze concorrenti del Titolo V della Costituzione escludendo
solo quelle che abbiamo ritenuto non utili alla Regione; per
esempio quelle relative alla scuola, già presenti nel vecchio
Statuto ma mai applicate nel corso dei 50 anni abbiamo ritenuto
di mantenerle nella posizione concorrente, se non provvederà
Bossi a ritrasferirle di nuovo alle Regioni con le conseguenze
che questo può avere.
Si dice che manca una norma sulla buona amministrazione e
sull'efficienza contro tutte le mafie. Ritengo che questa non sia
una critica accoglibile perché si tratta di pura petizione di
principio: questo è affidato alle scelte politiche e non può
essere né lo Statuto né le leggi a stabilire, ad indurre chi ha
compiti di governo ad attenersi al principio del corretto uso
delle risorse.
Il corretto uso, dal punto di vista legislativo, va benissimo;
ma poi c'è un cattivo uso o un buon uso delle risorse dal punto
di vista politico; questo attiene alle scelte che i cittadini
debbono poi valutare. Ho l'impressione che vi sia una sorta di
vezzo che circoli e cioè che la Commissione non ha - questo sì è
un limite - efficacemente contrastato, avremmo avuto forse la
necessità e con iniziative appropriate di dare gli elementi
necessari. Capisco bene che c'è un alto contenuto tecnico del
testo che non sempre, a chi non ha avuto occasione di
approfondirlo, riesce immediatamente percepibile: ad esempio ho
sentito lamentare che mancano norme in materia di natura, ma non
si sa che abbiamo dibattuto una intera serata sull'opportunità di
introdurre o meno la nozione di ecosistema assieme a quella di
tutela del paesaggio e dell'ambiente. Abbiamo anche qui
approfondito, discusso, e credo che non vi sia neanche nella
Costituzione italiana la nozione di ecosistema e su ciò abbiamo
avuto una lunga disputa con l'onorevole Pistorio (a mio parere,
l'espressione ecosistema esprime un concetto più completo che
non la parola "ambiente", come poi l'acquisizione di elementi di
natura scientifica ci hanno confermato).
Ritengo che i mali della Regione non stiano nello Statuto, ma
nella sua cattiva applicazione. Lo Statuto è uno strumento, come
è capitato di dire in un dibattito - credo a Catania -
paragonabile ad un coltello. Un coltello lo si può usare per
sbucciare un'arancia, ma lo si può usare anche per uccidere una
persona.
In sé lo strumento mette l'utente nella condizione di poterlo
usare in modo positivo o in modo negativo. Ma è chiaro che il
fallimento storico delle classi dirigenti sull'applicazione dello
Statuto e sull'uso in chiave democratica dell'autonomia, hanno
fatto sì che questo passaggio si caricasse di aspettative quasi
palingenetiche: il mito, oltre che il vezzo, della rifondazione,
quindi qualcosa di salvifico che avrebbe dovuto avvenire con le
parole e non con i contenuti.
In un dibattito mi sono trovato di fronte ad interlocutori di
un certo livello culturale (in un caso in specie si trattava
anche di commentatore giornalistico), che, per criticare la
mancata innovazione dello Statuto in materia di forma di governo,
mi proponeva il ritorno al proporzionale ed all'elezione
parlamentare del Presidente del Governo, dicendo che questo era
un limite dello Statuto che non aveva fatto le innovazioni
necessarie, quando - appena tre anni fa - abbiamo introdotto
questo principio, di per sé rivoluzionario. Ma anche qui è chiaro
che l'istituto giuridico di per sé non risolve nulla; è chiaro,
infatti, che seppure il presidente eletto direttamente dal popolo
è un elemento di novità tale da sconvolgere gli equilibri e gli
assetti, alla fine può anche rivelarsi un cattivo presidente. E,
quindi, non si può, per ciò stesso, stravolgere l'istituto che di
per sé non è colpevole della qualità del presidente che viene
eletto.
Riguardo, inoltre, ad altre obiezioni che ho sentito, per
esempio è stato detto che abbiamo perpetuato vecchi schemi
assistenziali - questa è una fonte autorevolissima, si tratta del
professore Mario Centorrino - fino a quando ci si riferisce
all'articolo 38, al fondo di solidarietà, sono d'accordo che si
tratta di un perpetuare un vecchio schema assistenziale, fino a
quando, diciamo, il reddito medio pro-capite della Sicilia sarà
al di sotto di quello della media nazionale. Commenta il
professore Centorrino: almeno per altre due o tre generazioni.
A prescindere dalla dizione semantica, dalla denominazione del
fondo quale "fondo di solidarietà", su cui avrei anch'io da
ridire e di cui proporrò con emendamento la riformulazione, si
tratta di un principio cardine di un assetto federalistico di
tipo cooperativo e solidale. Perché non si è criticato il Titolo
V della nuova Costituzione dato che, all'articolo 119, sono
previsti due fondi? Al terzo comma vi è il fondo perequativo,
quello che serve a perequare la fruizione dei diritti e dei
servizi sociali fondamentali su tutto il territorio nazionale per
quelle regioni che hanno un gettito fiscale inferiore alla media
nazionale ed al comma V, laddove si prevede un fondo, simile al
fondo di solidarietà di cui all'articolo 38 dello Statuto, che è
il fondo per lo sviluppo che viene indicato per quelle regioni a
basso tasso di sviluppo e che lì viene argomentato nella maniera
che conosciamo.
Questo è assistenzialismo? Questo è invece un principio
sacrosanto per un Paese a regime federale di tipo solidale
cooperativistico che ha disparità eccessive di livello
produttivo, di livello sociale e di sviluppo quali quelle che
abbiamo storicamente in Italia. Ed allora, occorre cercare
attraverso questi strumenti di promuovere la coesione sociale,
che è poi un principio cardine dell'Unione Europea. Insomma, se i
fondi strutturali europei, Agenda 2000, arrivano in Sicilia ed in
otto regioni italiane ed in tante altre regioni europee in virtù
di questo principio federalistico cooperativo, perché quanto
contenuto nell'articolo 38 del nostro Statuto diventa schema
assistenziale? No Noi all'articolo 38 abbiamo esattamente
modificato le finalità per le quali quell'articolo 38
originariamente era stato pensato. Era stato pensato in
quell'epoca a sostegno di un piano di opere pubbliche perché
espressamente non si voleva che fosse investito nel campo dello
sviluppo economico.
C'è un dibattito interessantissimo, che ormai fa scuola,
sull'uso che bisognava fare dei fondi dell'articolo 38 negli anni
50. C'era la parte "autonomista" che pensava ad un uso
finalizzato allo sviluppo, ma c'era una parte di cui era
portavoce l'onorevole Giuseppe La Loggia - ahimè dobbiamo fare i
nomi - che invece voleva, in accordo con il Governo nazionale,
con settori importanti del Governo nazionale e di Confindustria,
di cui faceva parte anche l'ingegnere La Cavera che si batté
contro soccombendo a questa scelta, che quei soldi dovevano
servire semplicemente ad interventi a sostegno della
infrastrutturazione, non allo sviluppo. Altrimenti il Paese,
impegnato nel nord nella fase di ricostruzione dell'apparato
produttivo, e che si preparava ad entrare nel Mercato Comune
Europeo ed a competere con l'industria degli altri paesi europei
non avrebbe potuto sopportare la concorrenza di un apparato
industriale meridionale e siciliano.
E' un vecchio dibattito su cui, in altra sede, si potrebbe
tornare. Oggi questo problema non c'è più, abbiamo ritenuto di
dover rimodulare l'articolo 38, ed io sono perché si vada ancora
oltre, verso il principio dell'utilizzo di questi fondi anche per
finalità di sviluppo, oltre che per la infrastrutturazione.
Abbiamo introdotto la parametrazione al 10 per cento della
spesa per infrastrutture del Paese, il che ci sgancia da un'idea
rivendicazionistica per cui ogni anno o ogni quinquennio dobbiamo
andare a chiedere, a batterci per avere qualche centinaio di
miliardi di lire in più o in meno.
Dobbiamo avere un parametro certo a cui agganciare il fondo di
cui all'articolo 38 e dobbiamo poterlo utilizzare per le finalità
di sviluppo.
Altra obiezione, che mi pare anche molto più intrigante e ardua
da dirimere, è quella che muove il professore Renda, il quale da
autorevolissimo storico, nonché da vecchio uomo politico e
conoscitore delle questioni siciliane, pone un tema - già posto
in altre occasioni, in convegni cui ho partecipato -, che non
trova consensi unanimi.
Il professore Renda dice: l'articolo 14, cioè quello relativo
alle competenze primarie della Regione, è un grande e importante
articolo, in quanto fissa le competenze primarie della Regione in
materia legislativa. Poi, continua dicendo che in passato, però,
questa competenza primaria è stata usata per fare da scudo alle
innovazioni. Avendo la competenza primaria su alcune materie, è
accaduto che il conservatorismo delle classi dirigenti siciliane
ha fatto sì che, per le innovazioni che lo Stato introduceva in
quelle stesse materie fuori dalla Sicilia, fosse opposto un
diniego a introdurle in Sicilia o comunque sono state introdotte
con molto ritardo.
Per cui vale la pena capovolgere il principio - dice il
professore Renda - quindi, le leggi dello Stato si applicano
automaticamente in Sicilia anche nelle materie di competenza
della Regione e la Regione però può interdirle con una sua legge,
se vuole che non vengano introdotte, altrimenti si applicano
automaticamente.
Questo è un principio che parte, ovviamente, da una critica
alla qualità dell'azione di Governo di questa Regione, che è
tutta politica, non è nello Statuto, è una scelta politica. Ma se
ci fosse una legge dello Stato che una classe politica di Governo
non vorrebbe che fosse introdotta in Sicilia, lo farebbe
attraverso una legge. A mio giudizio, non cambierebbe granché;
vero è che a quel punto la classe dirigente e di governo
siciliana uscirebbe allo scoperto subito per dire di no a ciò che
potrebbe innovare, ma è anche vero che lo strumento, in quanto
tale, non ci metterebbe al riparo da un uso assolutamente
conservatore delle innovazioni che provengono dal progredire
della legislazione dello Stato.
PRESIDENTE Onorevole Capodicasa, è pure accaduto che senza
recepimento qualche norma nazionale sia stata applicata
giustamente o ingiustamente?
CAPODICASA Sì, quando si è trattato di norme aventi carattere
di riforme economico-sociale previste anche dal nostro Statuto e
dalla Costituzione, esse sono state introdotte. Ma il problema
non è questo, potevamo fare anche un uso al contrario, vi sono
anche casi in cui la nostra autonomia speciale ha dato impulso a
leggi dello Stato: l'elezione diretta del sindaco l'abbiamo
approvata prima in questo Parlamento e solo dopo circa sei mesi
il Parlamento nazionale intervenne con una sua legge per
estendere il principio anche alle altre regioni; quindi c'è stato
un uso bivalente, così come in altre occasioni.
Credo che l'argomento sia di per sé importante e meritevole di
approfondimento, però oltre ad avere, come molti sanno, degli
illustri oppositori anche tra i costituzionalisti, i quali
sostengono che ciò metterebbe la Regione non in una posizione di
equiordinazione con lo Stato, ma in una posizione di subalternità
perché lo Stato legifera, le norme si applicano automaticamente e
la Regione deve rincorrere, ove non voglia che alcune di quelle
norme - il principio di pari ordinazione contenuto nell'articolo
114 della Costituzione e il principio federalistico che vuole che
ciascuno nelle proprie competenze eserciti in via primaria alcune
funzioni - vengano di fatto abrogate. Il tema che pone, quindi,
il professore Renda è interessante, non è banale e merita che su
questo si svolga un certo dibattito. Pertanto, credo che valga la
pena prendere in considerazione i contributi che in tale
proposito sono pervenuti.
Andando avanti, signor Presidente, volevo intervenire un
momento sulle questioni che riguardano altre obiezioni che sono
intervenute anche durante i lavori in Commissione.
Mi riferisco all'onorevole Giannopolo, che pubblica una
rivista. Nell'ultimo numero della sua rivista, proprio un
editoriale a sua firma titola "Manca l'anima a questo Statuto". E
questa osservazione l'ho sentita ripetere più volte anche da
parte del professore Marino, introducendo i lavori del seminario
svoltosi presso il dipartimento di diritto dell'Università di
Catania, il quale ha ribadito questo concetto, e l'hanno detto
anche altri addetti ai lavori.
Sono totalmente aperto ad ogni dibattito sull'argomento, ma ho
chiesto al professore Marino, in quella sede, e lo chiedo anche a
coloro i quali lo sostengono: cosa si intende per anima? Cos'è
l'anima di uno Statuto? Si intende dare semanticamente, come
diceva ieri l'onorevole Sammartino, più tono allo Statuto,
inserendo elementi di maggiore ampollosità, enfatizzando alcuni
concetti chiave che possono anche accendere la fantasia dei
nostri concittadini?
Dico subito - siccome vedo una buona dose di retorica in
tutto questo -, che sono contrario agli Statuti siffatti. ma è
una convinzione personale. Fortunatamente, ho sentito docenti
universitari, tra cui il professore Teresi, in un seminario
tenutosi all'Università, che lui è per le Costituzioni snelle,
secche. Aderisco, quindi, alle parole di un maestro del diritto
pubblico regionale. Personalmente, sono per le Costituzioni
secche, snelle, che non abbiano la pretesa di enunciare proclami.
Vero è che nel mondo esistono Costituzioni, come quella
americana, che propugna il diritto alla felicità dei cittadini
americani, ma è vero anche che tutto ciò si traduce solo, come
ben sappiamo, in propositi che hanno solamente un carattere
enfatico, che introducono barocchismi che, a mio avviso, non
devono fare parte di una Costituzione o di uno Statuto.
Ho avuto modo di leggere le bozze di revisione di tutti gli
Statuti che sono in fase di elaborazione nelle altre regioni
d'Italia. Non ho visto alcuno Statuto che, secondo questa nozione
di anima', abbia un'anima; sono tutti senz'anima.
SAMMARTINO Mal comune mezzo gaudio
CAPODICASA No, onorevole Sammartino, mal comune mezzo gaudio
vuol dire - visto che ogni Regione ha utilizzato competenze e
professionalità - che è quella la cifra che deve avere uno
Statuto. Voglio portare l'esempio della Regione Emilia Romagna:
un preambolo che occupa lo spazio di sette righe nel quale si
richiamano il principio della Costituzione, il principio della
Carta dei diritti dell'uomo, i valori di pace, di libertà e di
democrazia.
Credo che la vera anima di uno Statuto sia il suo contenuto, la
qualità del rapporto che stabilisce con gli altri soggetti, la
capacità di fare nascere una Regione multirelazionale che dia
conto della ricchezza dei soggetti sociali, istituzionali,
culturali, etnici che esistono in una regione. Quindi, uno
Statuto che sia, a mio giudizio, quello che considero realmente
importante, uno strumento di democrazia che amplia la qualità del
rapporto con i cittadini.
E su questo dobbiamo misurarci. E' questo il banco di prova cui
l'Assemblea regionale è chiamata in questa fase, perché a mio
giudizio - ho sentito tanti colleghi, anche quelli che sostengono
che manca l'anima allo Statuto - bisogna esaltare il valore
dello Statuto autonomistico, che è in sostanza ciò che stiamo
cercando di fare con l'attuale testo di riforma. Se c'è un testo
di Statuto cui manca veramente l'anima è lo Statuto del 1946.
Lo Statuto del 1946, secondo questa logica, è totalmente privo
di anima. Non lo si può esaltare poiché è un mero assemblaggio di
norme tendenti a stabilire i rapporti tra me-Regione e te-Stato:
quanta risorsa finanziaria mi attribuisci, quali sono i miei
poteri e quali i tuoi, che cosa è questa Regione.
Ricordo che all'epoca fu un'importante conquista. Vi invito a
leggere la relazione dell'Alto Commissario Aldisio che
accompagnava il testo di riforma statutario trasmesso alla
Consulta nazionale. Aldisio, infatti, spreca' tre pagine per
spiegare che la Sicilia è una Regione, doveva convincere i
costituenti di questo e spiega, infatti, le ragioni storiche,
culturali e geografiche. Non chiedeva cose fantasmagoriche,
chiedeva che venisse riconosciuto lo status di Regione, nel senso
che, oltre ad essere una entità geografica, culturale e storica,
le venisse riconosciuta una personalità giuridica, una dimensione
di comunità e, in quanto tale, il suo diritto all'autogoverno.
Dopodiché, quest'anima dello Statuto veniva tradotta in parole
aventi un altissimo contenuto tecnico. Lo Statuto del 1946 è
questo Sfido chiunque a sostenere che quello Statuto aveva
un'anima e quello di oggi non ce l'ha.
E' esattamente il contrario, perché oggi il dibattito, se si
vuole, si può articolare in tanti modi, poiché questo Statuto
attua alcune operazioni importantissime.
Il professore Gaetano Silvestri, il quale credo sia uno dei
maggiori docenti di diritto costituzionale d'Italia, non solo di
Sicilia, ha sostenuto, giustamente, che gli Statuti non sono una
Costituzione, o meglio, lo sono solo metaforicamente, nel senso
che metaforicamente si sostiene che lo Statuto è la Carta
costituzionale siciliana. Ma se poi, tecnicamente, si va ad
analizzare nello specifico, non sono delle Costituzioni in quanto
le costituzioni prevedono principi, idealità a cui agganciarsi,
lo Statuto, invece, non prevede tutto ciò.
Se avessimo voluto dare l'anima a questo Statuto, secondo la
critica che ci viene mossa, avremmo dovuto richiamare tutti i
principi che sono contenuti nella prima parte della Costituzione,
tutti i principi che sono inseriti nella Carta dei Diritti
dell'Uomo, tutti i principi che si trovano nei trattati e nei
documenti fondamentali dell'Unione Europea; avremmo scritto una
sorta di antologia di ciò che su questa materia circola nel mondo
e, conseguentemente, avrebbe avuto un'anima.
Molto più modestamente, trattandosi di uno Statuto che
disciplina i rapporti tra noi e lo Stato, tra noi e l'Europa, tra
la Regione e le autonomie locali, tra noi ed i cittadini, abbiamo
lasciato nel preambolo - che personalmente non condivido, poi
dirò anche il perché - tutto ciò con richiami snelli. Sul fatto
che la Regione siciliana si riconosca nei valori di democrazia,
di libertà, di pace, di laicità presenti nella Costituzione
italiana abbiamo fatto soltanto degli accenni, perché noi siamo
parte integrante della Nazione e quindi ci riconosciamo nei
principi che informano questa Nazione. Quindi, l'anima è quella
lì, è l'anima che ha la Costituzione italiana, che ha la Carta
dei Diritti dell'Uomo e poi l'anima è la sua specialità e la sua
capacità di essere effettivo strumento di democrazia per la
nostra Regione.
Quando, poi, affermiamo che lo Statuto è la legge di tutte le
leggi, non intendiamo dire che è la legge che tutte le contiene,
ma che è la legge-madre, in cui sono fissati i principi e le
leggi debbono discendere dai principi e dall'ordinamento che
disegna lo Statuto. Se noi, infatti, diamo l'idea che lo Statuto
debba risolvere tutti i problemi, come quello della
sburocratizzazione della Regione e debba risolverli tutti in una
stessa sede, in uno stesso documento, credo che avremmo creato
soltanto le premesse per una grande disillusione.
Questa è la verità, ecco perché si fa, impropriamente,
un'opera negativa di approfondimento di uno iato, di uno
scollamento tra l'Istituzione ed i cittadini siciliani, perché si
veicolano concetti ed idee errati che possono soltanto ingenerare
confusione o fraintendimenti.
Procedendo, poi, anche sulle questioni di merito, sono state
mosse altre critiche. Bisogna essere più coraggiosi nel
decentramento, ed io ho affermato come, a mio avviso, sia
contenuto nel principio di sussidiarietà un principio
rivoluzionario che va oltre l'idea stessa di decentramento,
perché l'idea del conferimento dei poteri alle autonomie locali è
un'idea che non è quella del decentramento, bensì di una
ripartizione di attribuzione di compiti sulla base dei principi
di sussidiarietà, di differenziazione e di adeguatezza, tutti
principi ormai contenuti nella Costituzione italiana, anche se
ogni parola presa isolatamente, a chi è incompetente, può dare
l'idea di una banalità. Questi principi, però, non erano mai
stati contenuti in una Costituzione, tanto meno nei trattati
europei; oggi lo sono, li inseriamo nello Statuto ed ognuno di
essi dà luogo a conseguenze, dal punto di vista degli assetti dei
poteri e delle relazioni tra istituzione e cittadino, del tutto
nuove.
Ci è stato detto che dovevamo inserire il principio di
progressività dell'imposizione fiscale; ma la progressività
dell'impostazione fiscale è un principio costituzionale, nessuna
Regione può modificare tale principio. Quindi, il non averlo
inserito dipende soltanto dal fatto che in Italia ancora questo
principio è norma costituzionale.
Si è detto che in materia di credito abbiamo rinunciato alle
nostre prerogative. E' vero, infatti, all'articolo 14 non si
prevede più la competenza esclusiva in materia di credito.
Signor Presidente, possiamo reinserirla subito, mi premurerò di
presentare un emendamento a tal proposito, ma la Commissione si è
orientata a cassare questa previsione perché ormai in materia di
credito, essendo intervenuta la liberalizzazione attraverso la
normativa europea, non esistono più le competenze, non le ha più
neanche la Banca d'Italia, se non sotto il profilo dei controlli,
perché ormai in materia di credito ci sono le norme che hanno
liberalizzato. Allora, mi chiedo quale possa essere la competenza
della Regione, oggi, in materia di credito.
PRESIDENTE La distribuzione del risparmio.
CAPODICASA No, signor Presidente, non lo può fare perché le
banche, anche all'epoca in cui si trattava di Istituti di diritto
pubblico, non potevano dare l'indirizzo nell'uso del risparmio,
nell'utilizzo del risparmio, nei cosiddetti impieghi, perché si
trattava di scelte di natura aziendale, ma, anche questo, oggi
non esiste più.
Signor Presidente, riesce ad immaginare il povero Presidente
Cuffaro nel Consiglio di amministrazione di Capitalia, che è una
holding che ormai gioca su uno scenario nazionale ed
internazionale Non è solo una questione di qualità della nostra
rappresentanza, è una questione tecnica di norme giuridiche e di
competenze.
Comunque, se c'è qualcuno in grado di spiegarci che in materia
di credito, non inserendo all'articolo 14 questa riserva,
perdiamo qualcosa, sono pronto ad inserirlo nuovamente, anzi
preannuncio un emendamento del gruppo parlamentare dei DS, al
fine di suscitare un dibattito sull'argomento.
L'onorevole Giannopolo ha sollevato nel suo articolo il
problema relativo ai controlli, ma è risaputo che in materia di
controlli sugli enti locali non possiamo più intervenire perché
la Costituzione non ha fatto altro che abrogare i controlli
proprio a causa di quell'equiposizionamento rispetto alla
Repubblica, di Regioni, Stato, Comuni, Province e Città
metropolitane.
Quindi, mi pare del tutto evidente che non possiamo introdurre
norme in materia di controlli, secondo una antica visione, che
era quella della Regione che controlla gli enti locali.
Altra cosa sono i controlli interni che, invece, sono previsti
e i controlli che sono previsti in capo alla competenza della
Corte dei Conti; ma si tratta di altra cosa e non di controlli di
legittimità preventivi, come avveniva prima.
Il tema di come evitare che tra l'amministratore e il cittadino
non vi debba essere solo la Magistratura ordinaria, ma debba
esserci qualcosa che consenta al cittadino di conoscere, prima di
arrivare alla Magistratura, il modo di come tutto ciò debba
essere articolato, è materia di approfondimento non facile e, in
ogni caso, non possiamo, oggi, inserire in Statuto qualcosa in
tal senso.
Personalmente, sono dell'idea, l'ho già detto in Commissione,
che possiamo istituire una sorta di avvocatura dei comuni, le
vecchie CPC possono diventare una sorta di avvocatura dei comuni
che danno consulenza, pareri su delibere o determinazioni
sindacali, dietro richiesta di cittadini associati o di un certo
numero di consiglieri del consiglio comunale, ma si tratta di
pareri di cui poi il sindaco e la Giunta possono, o no, tenere
conto, dopo di che il cittadino potrebbe avere, sulla base di
quei pareri, anche la spinta, ove i pareri fossero collimanti con
il proprio, di adire sia la via giurisdizionale che quella
amministrativa o ordinaria.
Quindi, ciò è tutt'altra cosa rispetto al tema dei controlli
secondo una vecchia dizione che diceva io Regione controllo te
comune perché sei un organo a me sottoposto o per chissà quale
altra motivazione'.
Abbiamo avuto anche alcune obiezioni circa il sistema della
comunicazione, che non è contenuto in questo Statuto. Nel mio
disegno di legge, avevo previsto una competenza primaria della
Regione in materia di sistema della comunicazione, ma un docente
universitario, venuto in audizione, ci ha detto che questa
materia non può essere messa in capo alla Regione perché vi sono
aspetti di natura privatistica che la Regione stessa non può
assolvere, in quanto risultano essere in capo allo Stato.
Non sono un esperto della materia, ma se ci fosse uno spazio
entro cui la Regione può ricavare una sua competenza primaria, e
non quella concorrente di cui oggi già disponiamo, ebbene, per
quanto mi riguarda, non sarei contrario ad approfondire tale
aspetto.
Si dice che bisogna - questa è una critica mossa dall'ANCI -
che le province, per come le abbiamo previste nello Statuto,
cassando l'ipotesi dei liberi consorzi, siano intese sul modello
delle province italiane, quindi come articolazioni amministrative
della Regione.
Siccome è il professore Piraino che muove questa critica - che
è pure segretario dell'ANCI - mi sono meravigliato Oltre ad
essere un docente assai valente, il professore Piraino è, come
dicevo, rappresentante dell'ANCI: non potremmo fare questa
operazione di costituire le province come articolazione della
Regione, perché l'articolo 114 della Costituzione lo impedisce,
equiparando tali enti alla Regione, non solo i comuni, ma il
dettato costituzionale conferisce analoga posizione anche alle
province; si tratta di organi, quindi, che non costituiscono
alcuna articolazione della Regione.
Sono organi i livelli istituzionali che hanno la loro totale
autonomia nell'ambito delle loro competenze. Il fatto che non sia
scritto si tratti di liberi consorzi, bensì di province
regionali, forse lì, possiamo cassare l'aggettivo regionale e
lasciare il termine province.
Forse l'equivoco nasce dal fatto che noi le abbiamo definite
province regionali: ma la sostanza è che rimangono quelle che la
Costituzione vuole. Ed il fatto di non averli chiamati liberi
consorzi non significa che hanno subito un mutamento di stato
giuridico, rispetto alla Regione (anche se poi la dizione di
liberi consorzi, che è nello Statuto, fin dal suo nascere, non ha
dato mai luogo a tali realtà).
A me sembra che vi siano delle forzature nel dibattito, così
come molto forzata mi sembra - e anche un po' fantasiosa -
l'ipotesi che noi avremmo dovuto ridisegnare l'assetto
istituzionale della Regione dal punto di vista delle province,
che avremmo dovuto ridisegnare le province siciliane. Ma perché?
Siccome le province - dice il professore Vito Riggio su un
quotidiano siciliano, poi ripreso in più dibattiti - sono state
disegnate secondo un portato dell'esperienza Napoleonica e
disegnate in modo empirico, attraverso un metodo secondo cui il
limite massimo della provincia non poteva superare il percorso
che un uomo a cavallo poteva compiere nel corso di 48 ore e,
quindi, è per questo che oggi dobbiamo cancellare le province e,
addirittura, tornare ai livelli istituzionali del periodo Arabo,
con la suddivisione in tre valli: il Val Demone, il Val di Noto e
il Val di Mazara. Francamente, oggi, con questo Statuto, mi
sembra una cosa un po' eccessiva come esercitazione futuribile,
non mi pare che sia tema odierno.
Senza contare che, pur considerando le province malamente
disegnate, ho fatto riferimento più volte alla questione che non
sempre c'è, all'interno della stessa provincia, una unità perfino
idiomatica che non segue il confine delle province medesime,
quella che viene chiamata la linea isofonica. Se si va in
provincia di Agrigento, ad esempio, in alcuni comuni confinanti
con la provincia di Caltanissetta si pronuncia la parola:
'chiave' come se fosse 'ciave'. Dicono così i ragusani e i
vittoriesi, Non c'entra nulla con il dialetto girgentano di cui
Pirandello sottolinea ".... della sua alta sonorità", è un'altra
cosa.
E' chiaro che, probabilmente, quando sono state disegnate le
province è intervenuto qualche elemento di turbativa degli
assetti naturali idiomatici, ma sono passati oltre centocinquanta
anni da allora. Parliamo, quindi, di qualche cosa che darebbe
luogo, non ad un ampio decentramento, ma a sconvolgimenti che
reputo assolutamente inadatti alla situazione attuale; riandare
ai periodi arabi per immaginare la Sicilia del futuro mi sembra
un controsenso.
Onorevoli colleghi, vorrei fare un breve excursus del lavoro
svolto in Commissione. Innanzitutto, la Commissione ha puntato
alla trasformazione dello Statuto, da riparazionista - come si
suol dire - a compiutamente federalista; ha mirato a superare il
rivendicazionismo, a dare certezza di risorse per il suo
sviluppo, a superare la vecchia ispirazione che prevedeva che lo
Stato dovesse risarcire dai torti subiti storicamente dalla
Sicilia attraverso la concessione di un'autonomia.
Ha puntato, inoltre, al riequilibrio tra esecutivo e
legislativo, dopo le innovazioni intervenute con l'elezione
diretta del Presidente della Regione: su questo tema, non sono
pienamente soddisfatto del lavoro svolto, ma comunque si è fatto
un tentativo.
Si è puntato a rimotivare l'autonomia nel momento in cui la
modifica del Titolo V della Costituzione ha fatto venir meno la
specialità come attributo fondamentale ed unico di alcune Regioni
italiane; il federalismo, infatti, viene ormai definito
federalismo asimmetrico' perchè ha introdotto un regime
differenziato per le Regioni. Ogni Regione, in virtù del Titolo V
della Costituzione, oggi può contrattare pattiziamente con lo
Stato l'attribuzione di nuove competenze, anche differenti da
quelle delle altre Regioni, dovendo soltanto dimostrare la sua
capacità ed adeguatezza organizzativa e finanziaria a sopperire a
quelle incombenze.
Ci troviamo, quindi, dinnanzi ad un regime nuovo. La nostra
autonomia, in questo contesto, ha dunque bisogno di essere
rimotivata e affinché ciò avvenga, non si può agire solo puntando
sulla carta d'identità, ma occorre misurarsi con i nuovi livelli
istituzionali che in cinquant'anni sono intervenuti - tra questi,
i nuovi soggetti istituzionali scesi in campo, soprattutto
l'Europa - ed il nostro Statuto lo sta facendo benissimo, perché,
in materia di potere estero, ha superato i limiti che le stesse
norme costituzionali prevedono, fino a pretendere per sé - ma
vedremo se poi nella discussione al Parlamento nazionale tutto
ciò sarà confermato - la competenza a sottoscrivere accordi
internazionali dello Stato, qualora questi accordi possano
interessare materia di stretta competenza della Regione o
intaccare gli interessi sociali ed economici della stessa. Ciò
riguarda, ad esempio, il rapporto con i Paesi della fascia del
nord Africa.
E' stata prevista la partecipazione nella delegazione dello
Stato italiano nei Consigli dei Ministri dell'Europa, quando sono
discusse materie di esclusiva competenza della Regione.
Si tratta di una fortissima innovazione. Comprendo che può
sembrare banale a chi non ha competenza in materia, ma le
Regioni, come entità autonome, ancora in Europa non esistono, non
sono riconosciute. Molti Stati europei - ad esempio, la Francia -
non hanno tradizione regionalistica. Parliamo quindi di Stati che
hanno un ruolo fondamentale nella costruzione dell'Europa. Per
questo motivo, quindi, la spinta ad articolare l'Europa, anche in
riferimento a questi livelli istituzionali, non c'è stata.
Per la Regione, prevediamo la partecipazione nelle delegazioni
che vanno a trattare materie comunitarie che riguardano anche la
Regione. E' una novità fortemente innovativa che vale la pena
mettere in rilievo. Quindi, rispetto al vecchio Statuto, vi sono
dei nuovi interlocutori: da un lato, l'Europa; dall'altro, le
autonomie locali attraverso il principio di sussidarietà, i
cittadini attraverso i referendum, attraverso l'elezione diretta
del Presidente della Regione, attraverso l'iniziativa popolare
dei disegni di legge.
Ritengo che dovremmo dare una lettura del lavoro da noi svolto
cautamente positiva. Mi soffermo brevemente, invece, sulle
questioni oggetto di notazioni critiche che faremo nel corso
della discussione.
Innanzitutto, nel nostro Statuto, manca un organo di garanzia
statutaria. Preannuncio che proporrò un emendamento che introduca
una Consulta statutaria. Tutti gli Statuti, almeno quelli di cui
ho conoscenza (Lazio, Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna,
Lombardia) prevedono un organo di garanzia statutaria che ha il
compito di esprimersi sui conflitti di applicazione e di
interpretazione dello Statuto, che può essere attivato dagli enti
locali, qualora ritenessero che la Regione, attraverso proprie
leggi o propri provvedimenti, leda i principi statutari contenuti
nel nostro Statuto.
Credo che dobbiamo fare un passo in questo senso.Vi era stato
già qualche docente di diritto costituzionale che lo aveva
proposto e ritengo che adesso bisogna dare attuazione a tutto
ciò.
Manca un principio che fa di una democrazia una democrazia di
qualità: il principio della democrazia paritaria, che consente a
questa Regione di vedere parimenti rappresentati, negli organi
elettivi ed anche in quelli di nomina - come la Giunta di Governo
- paritariamente, ambedue i sessi.
Si tratta di un principio che si sta facendo largamente strada.
La Regione siciliana potrebbe segnare un punto a suo favore nel
campo delle innovazioni se fosse concorde nell'introdurre anche
gradualmente - non ho furie estremistiche, in questo senso - il
principio della democrazia paritaria.
In materia di equilibrio tra esecutivo e legislativo,
proporremo degli emendamenti, perché, in alcuni casi, vi è uno
squilibrio in favore dell'esecutivo.
Abbiamo riproposto il tema della sussidarietà, dovendone
rafforzare i principi. Vi è, in tal senso, una proposta delle
quattro Confederazioni delle cooperative che mi sembra molto ben
formulata, perché non possiamo non tenere conto di ciò che il
quarto comma dell'articolo 118 della Costituzione dice in
proposito. E la formulazione che abbiamo introdotto nel nostro
Statuto, a mio avviso merita di essere rivisitata ed
ulteriormente sviluppata.
Va introdotto il difensore civico, purché sia uno strumento
effettivo di tutela dei diritti del consumatore e del cittadino.
Se invece deve diventare un orpello - come accade in diversi
Comuni, dove è una figura senza poteri, senza strumenti - sono
perché si evitino ridondanze. Se dotiamo il difensore civico dei
poteri idonei ed anche della competenza e della personalità
giuridica necessaria, credo che lo stesso possa andare ad
arricchire quella complessa articolazione di strumenti e tutela
del cittadino, rispetto alla pubblica Amministrazione, rispetto a
tutte le angherie che, normalmente, ordinariamente, si commettono
nei confronti del singolo cittadino.
Sulle autonomie locali ho già detto che sono perché si
inseriscano strumenti che possano dare certezza di mezzi
finanziari ai Comuni, perché il principio è affermato nella
sussidiarietà degli enti locali, ma manca una norma o, comunque,
una specificazione che dia certezza di riferimento e certezza di
entrate considerato che i Comuni possono esercitare la loro
autonomia in modo pieno solo se hanno consapevolezza certa
dell'entità della loro disponibilità e se dell'uso di queste
risorse rispondono solo ai cittadini, coloro i quali eleggono i
sindaci e le amministrazioni locali.
Va meglio specificato il ruolo del CREL e del CRAL, ai quali
bisogna conferire maggiori poteri; devono poter incidere nel
processo decisionale; diversamente, costituiscono soltanto sedi,
luoghi ove si può alimentare conflittualità e dove non si
risolvono i problemi. E' necessario, quindi, cercare di rendere
effettivi i poteri e le competenze di questi organi.
Poi, vi sono le vicende relative al Commissario dello Stato. Vi
è qualche norma di principio sull'organizzazione della pubblica
Amministrazione che potrebbe essere ulteriormente introdotta; vi
sono norme sulla tutela degli animali, sulla cooperazione, sullo
sport che sono richieste da varie organizzazioni. Ritengo
doveroso dare una risposta in tal senso.
L'ultimo tema che vorrei affrontare è quello relativo al
"preambolo".
Ero contrario all'introduzione del preambolo nello Statuto. Ho
preso visione del contenuto degli Statuti delle altre Regioni
italiane, che sono in fase di elaborazione. Devo dire che mi ha
convinto molto quello dell'Emilia Romagna
PISTORIO La cosa non ci sorprende
CAPODICASA C'è un preambolo di sette righe. Onorevole
Pistorio, ripeto perché lei era assente: sette righe di preambolo
e poi vi è, però, un articolo unico, un lungo articolo
programmatico e di finalità.
Era ciò che avevo proposto, che avevo anche inserito nel mio
disegno di legge. Trovo corretto che alcune questioni siano
comprese nell'articolato. Il professore Renda, nel suo articolo,
afferma che "si è parlato di radici cristiane nel preambolo.
Lasciamo perdere, perché tanto è nel preambolo e non ha effettivo
valore e incidenza dal punto di vista normativo .
E' esattamente quello che penso: il preambolo ha il valore di
tenere insieme, di mettere in collegamento diversi elementi che
formano il testo statutario.
Alcune questioni, invece, le avrei viste più utilmente inserite
nell'articolato, anche sotto forma di finalità programmatiche,
ove doveva identificarsi la "missione" della Regione.
Si è scelta la strada del preambolo. Preannuncio che ne
proporrò l'abrogazione. Se non venisse approvata, discuteremo del
preambolo, laddove io sono contrario, anche se il mio Gruppo
parlamentare, il mio Partito ha deciso di non stare al gioco del
dibattito sulle radici cristiane. Su questo argomento, abbiamo
voluto tenere un profilo basso perché rischiava di diventare,
proprio per la sua facile trasmissibilità mediatica, il tema
assorbente di tutta la discussione sullo Statuto. E non è vero
che si tratti di un tema assorbente.
Ci siamo battuti per inserire, tra i principi a cui si ispira
la Regione, il principio di laicità, al fine di stemperare
l'assunto ed il paragrafo relativo a quelle che, impropriamente,
vengono chiamate le radici cristiane. In realtà, infatti, nello
Statuto non è scritto testualmente le radici cristiane', ma si è
scritto del dialogo tra le religioni; in un inciso, poi, si parla
del cristianesimo come patrimonio storico culturale dei
siciliani.
Onorevole Pistorio, come lei sa, vi è uno scritto di Benedetto
Croce che ha avuto grande fortuna, secondo me, non tanto per il
contenuto, quanto per il titolo: "Perché non possiamo non dirci
cristiani". E viene citato in modo frequentissimo.
In realtà, Benedetto Croce dice che chiunque, cristiano,
credente, non credente, agnostico, ateo, viva in Italia - in
Europa, oggi si potrebbe dire, ma più specificamente in Italia -
non può non dirsi cristiano per il semplice fatto che millenni di
cultura cristiana - il cristianesimo non è soltanto fede,
trascendenza, è anche cultura materiale, concezione della vita -
sono la ragione per la quale non ci si può dire non cristiani.
Tutto ciò, infatti, informa di sè un ambiente culturale per
millenni e dopo millenni è chiaro che nessuno non può non dirsi
cristiano.
Sotto questo profilo, quindi, va benissimo, purché non si
offenda lo spirito laico delle istituzioni, un patrimonio che
deve essere tutelato anche dai credenti. Ritengo che la
formulazione "favorisce il dialogo" vada cambiata. Ne proporrò la
modifica.
In ogni caso, credo che - purché non si violenti lo spirito
laico delle istituzioni - tutto sommato possiamo farlo.
La divisione su questo tema, per chi ha seguito il dibattito
sulla stampa, non corre tra cristiani e non cristiani, tra atei e
credenti. La divisione a proposito della scelta da fare, se
inserire o meno questo aspetto nel preambolo, riguarda gli
stessi credenti.
Vi sono stati docenti di teologia alla Scuola di teologia della
Curia di Palermo che si sono espressi in senso contrario. Vi
sono, inoltre, sacerdoti che hanno affrontato questo tema. Faccio
un esempio: padre Fasulo, un sacerdote di campagna, oltre a
dirigere la bellissima rivista "Segno", è insorto, considerato
che è portato a vedere la Chiesa come Ecclesia e non come
Istituzione. Ha affermato: Ma veramente pensate che il
cristianesimo abbia bisogno di essere inserito nelle Costituzioni
per vivere in modo fecondo nella società siciliana? Quella fede
cristiana che ha bisogno di entrare nelle Costituzioni per essere
sicura di sé, quella è una ben povera ...
SAMMARTINO Padre Fasulo non dovrebbe operare questa richiesta
per il semplice motivo che è animata dallo stesso ragionamento
che porta all'esclusione del richiamo alle radici cristiane.
Padre Fasulo è lo stesso sacerdote che opera nella lotta alla
mafia. Non comprendo perché inserire la lotta alla mafia e non
inserire invece il richiamo alle radici cristiane. Poi mi
spiegherete questa grande contraddizione.
CAPODICASA Quella è una provocazione. Se lei ha la bontà di
porre la questione in modo non polemico, mi sento in dovere di
risponderle.
Padre Fasulo, insieme ad altri cinquanta intellettuali
siciliani di estrazione cattolica e non, hanno posto la questione
proprio in modo provocatorio: ma perché mettete il cristianesimo
e non mettete la lotta alla mafia? E, dal momento che è stato
inserito il cristianesimo, signor Presidente, mi sono sentito in
dovere di proporre l'inserimento del tema della lotta alla mafia.
Onorevole Sammartino, lei mi ha posto una domanda ed io stavo
dando una risposta.
Padre Fasulo e gli intellettuali che hanno lanciato
quell'appello hanno proposto provocatoriamente l'inserimento
della lotta alla mafia. Ed ho risposto che, dal momento che voi
inserite il richiamo al cristianesimo, sarò io a proporre di
inserire la lotta alla mafia, ma non sono la stessa cosa.
L'onorevole Sammartino sostiene che, dal punto di vista del
principio, rientrano ambedue nell'ambito delle scelte.
Allora io dico, signor Presidente - non lo dico io, lo dice il
docente di teologia e vi è anche il parere del Papa - che per la
Costituzione Europea, laddove il richiamo allo spirito religioso
aveva un senso dal punto di vista del cristiano - perché fra poco
in Europa entrerà anche la Turchia, Paese islamico, ed entreranno
forse Paesi balcanici, a maggioranza musulmana - dove vi sono
elementi di connessione tra le diverse culture europee, forse un
richiamo a questi valori, sempre dal punto di vista della Chiesa
cattolica, avrebbe un senso. Ma, vivaddio, siamo in Sicilia,
siamo in una Regione, siamo dentro la Costituzione italiana.
Ritengo ciò superfluo.
In ogni caso - come ho già detto - non faremo di questa una
battaglia campale perché, peraltro, il modo in cui questo tema è
stato inserito nel preambolo, nell'ambito di una mediazione e di
una discussione, ritengo che non sia devastante.
Proporremo, in seguito, qualche modifica. Ma non la ritengo una
formulazione offensiva dei valori di laicità; è solo una
questione di opportunità. E questo è discutibile. E la divisione
non passa tra laici e cattolici o tra credenti e non credenti, ma
passa anche all'interno degli stessi credenti, ognuno dei quali
ha una propria idea del cristianesimo e di come lo si debba
vivere nelle coscienza e nella società.
L'ultimo argomento che vorrei affrontare è quello relativo alla
mafia, su cui, essendo un po' il responsabile della proposta ed
avendo sentito critiche di varia provenienza, ho il dovere di
dire qualcosa.
Le obiezioni mosse all'inserimento della lotta alla mafia sono
tre e le ho diligentemente annotate.
La prima è quella formulata dall'onorevole Granata in un
dibattito a Catania, dove ha affermato che è come inserire una
sorta di marchio antropologico nel nostro Statuto, di questa
nostra particolarità di siciliani definita in negativo, la
mafia .
Mi sorprende che una simile obiezione provenga da un ex
Presidente della Commissione Antimafia, perché questa annotazione
sembra riecheggiare le indignazioni che negli anni cinquanta
provenivano anche da autorevolissimi ed illustri scrittori
siciliani o da alti prelati, come il cardinale Ruffini, i quali
dicevano che chi parlava di mafia non faceva altro che denigrare
la Sicilia agli occhi del mondo, perché la mafia non esiste o,
come sosteneva taluno, "è criminalità come c'è in tutte le parti
del mondo", quindi perché in Sicilia se ne parla, si combatte e
poi della criminalità che alberga a Marsiglia, del clan dei
marsigliesi non se ne parla, i francesi non ne parlano?
E' esattamente un'idea, a mio avviso culturalmente arretrata,
quella di considerare una posizione di principio verso il
fenomeno mafioso come un elemento di autoflagellazione dei
siciliani, o di marchio antropologico. La mafia non marchia
antropologicamente i siciliani; la mafia è un elemento di ritardo
del nostro sviluppo che condiziona la nostra democrazia, ne
conculca i valori di libertà, di autonomia nell'impresa, è un
fattore negativo dello sviluppo. Altro che marchio antropologico
o etnoantropologico Non scherziamo con le cose importanti. Per
cui credo che il metterlo sotto il profilo dello stile è solo un
modo per sfuggire al tema.
La seconda obiezione che è stata fatta dall'onorevole Ortisi
ieri - ma l'avevo sentita già nel dibattito organizzato dal
Gruppo parlamentare dell'UDC a Catania -, è che la mafia è un
fenomeno transeunte, è un fenomeno storico, l'ha prodotto la
storia e come tale scomparirà. Lo Statuto è invece qualcosa che
dura nel tempo. Noi inseriamo qualcosa che, da qui a quando lo
Statuto durerà, probabilmente, ed auspicabilmente, cesserà di
essere perché l'avremo combattuta e vinta.
A mio avviso, se questo dovesse essere il principio a cui
uniformare i nostri comportamenti nell'elaborare lo Statuto,
dovremmo espungere da questo Statuto tutto ciò che è prodotto
dalla storia. E siccome tutto è prodotto dalla storia, ivi
compresa la regione e le religioni, le religioni positive sono
frutto della storia, la trascendenza è una cosa, la religione, in
quanto dato storico, è un dato storico ineludibile: esiste la
religione cristiana, quella islamica nei paesi arabi, il
buddismo, l'induismo, il taoismo .
PISTORIO Per chi crede, questa è una cosa che va oltre la
storia.
CAPODICASA Il problema non è questo. Mi auguro che alla
prossima revisione statutaria l'Assemblea regionale siciliana,
fra cinquant'anni, cassi il riferimento alla lotta alla mafia
perché nel frattempo la mafia sarà scomparsa.
Intanto, abbiamo il dovere di urlare al mondo che per noi
questa è una battaglia che connota la qualità della nostra
democrazia. Se, altrimenti, il fatto di essere un fenomeno
storico dev'essere motivo per uscire dallo Statuto, vi proporrò
duecento emendamenti per far uscire dallo Statuto una serie di
cose che hanno un'esatta connotazione storica.
Per mia formazione storicistica, penso che tutto sia prodotto
dalla storica; quindi, immaginate un po' se questo esercizio mi
può risultare difficoltoso.
L'ultima obiezione è quella che ha fatto l'onorevole Fleres sia
in quel dibattito che anche in commissione, sostenendo che la
mafia è una delle forme della criminalità: vi è la mafia russa,
quella cinese, quella turca, quella francese.
Non condivido questa tesi, e lo ribadisco, perché la mafia
siciliana è una particolarità che rispetto alla mafia turca, alla
mafia ...
SAMMARTINO Prima dell'unità d'Italia, si chiamava camorra;
dopo è diventata mafia a seguito di alcune inchieste
commissionate ...
CAPODICASA La prego, onorevole Sammartino, lei è presidente
di un importante centro di scuola politica, se vuole organizzi
con il suo centro un dibattito su quest'argomento. Sono pronto a
parteciparvi e a dibattere con lei sulla qualità diversa del
fenomeno mafioso.
Dobbiamo intenderci su cosa è il fenomeno mafioso, lasciamo
stare se nell'ottocento veniva chiamato camorra ed oggi mafia,
dobbiamo intenderci sulla cosa, non sul nome; se oggi si chiama
mafia parliamo di questo e non di come veniva chiamato
nell'ottocento. Ed oggi la mafia ha una particolarità rispetto
alle altre organizzazioni criminali, che è quella di cercare il
contatto con lo Stato, di essere un'organizzazione che cerca il
potere che condiziona il potere, che entra in in una semi
legalità, quella di uno stato dentro lo Stato. Vi sono intere
biblioteche che parlano di questo fenomeno. Non è come tutte le
altre associazioni criminali, è qualcosa di qualitativamente
diverso, proprio nei rapporti con il potere e con la democrazia,
relativamente al controllo del territorio e a tutto ciò che
consegue.
Ecco allora perchè ne proporrò perfino una formulazione più
corposa. Sia chiaro che così come è stata inserita mi sembra già
importante - l'ho condivisa come forma di mediazione - ma, per
il mio modo di sentire, credo che dobbiamo fare qualcosa di più
evidente e anche di più solenne per ciò che essa rappresenta per
i siciliani.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho concluso, vedo che
vi ho stancato abbastanza, però mi creda non ho fatto questo
lungo intervento perchè volevo eccedere, rimango ogni mattina
colpito dal ripetersi di una campagna cui nessuno dà risposta.
Alcuni giornali non danno molto spazio agli interventi esterni
perchè ritengono che debbano avere spazio solo i loro
commentatori, altri meno, però io mi sento in dovere, pur avendo
- come avete sentito - molte critiche da muovere al testo, di
difenderne l'impianto, la qualità del lavoro.
Potevamo - come sostiene il professor Ruggieri - adottare un
sistema diverso, cominciare daccapo, azzerare tutto e riscrivere
daccapo lo Statuto, anche se vi sono pareri diversi come quello
del professor Silvestri per il quale tali operazioni di repulist
generale normalmente si fanno quando vi sono delle rivoluzioni,
quando si comincia daccapo, quando cambia un regime. Non è il
caso della nostra Regione.
Abbiamo voluto, invece, lavorare sull'impianto del vecchio
Statuto: primo perchè avevamo un mandato di legge che ci diceva
che dovevamo riformare e revisionare lo Statuto in modo organico;
secondo, per una ragione storica, visto che questo è lo Statuto
nato prima della Costituzione, che ha un valore antesignano, che
costituisce un patrimonio storico-culturale della nostra Regione,
da non disperdere, da non accantonare del tutto, ma sul cui
vecchio ordito lavorare. E l'ultimo motivo (che non è banale) è
che questo Statuto ha subito già tre anni fa una prima importante
riforma, quale quella della legge costituzionale, che introduce
l'elezione diretta del Presidente della Regione, e, nello stesso
tempo, l'istituto del referendum nel nostro ordinamento, il
disegno di legge di iniziativa parlamentare, l'auto scioglimento
dell'Assemblea, cioè una parte importante quale era anche la
forma di governo, che alla nostra Regione ha fatto compiere dei
passi di modernità istituzionale come prima non era stato.
Per tali ragioni, mi sono sentito di fare questo lungo
intervento, chiedo scusa al Presidente, che ha dovuto presiedere
ininterrottamente, ed ai colleghi se sono andato un pò oltre
con il tempo ma mi farò perdonare, successivamente, nel corso
della discussione sull'articolato.
PRESIDENTE Grazie, onorevole Capodicasa, e complimenti per la
grande resistenza psico-fisica che ha dimostrato di possedere.
Onorevoli colleghi, in considerazione del fatto che ci sono
altri tre iscritti a parlare, esattamente gli onorevoli
Savarino, Leontini e Barbagallo e che, essendo ancora apere le
iscrizioni a parlare, potrebbero aggiungersene altri, .propongo
di proseguire e concludere la discussione generale nella seduta
successiva, fissata per martedì 4 maggio 2004
Pertanto il termine per la presentazione degli emendamenti al
disegno di legge slitterebbe alla giornata di mercoledì.
Non sorgendo osservazioni, così resta stabilito.
La seduta,è, quindi rinviata a martedì 4 maggio 2004, alle
ore 17.30, con il seguente ordine del giorno:
Presidenza del presidente Lo Porto
I - COMUNICAZIONI
II - DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE:
- Schema di progetto di legge costituzionale da proporre, ai
sensi dell'articolo 18 dello Statuto, al Parlamento, recante
'Modifiche allo Statuto della Regione' (nn. 580-472-578-602-
652/A) (Seguito)
La seduta è tolta alle ore 13,05
Licenziato dal Servizio Lavori d'Aula alle ore 16.00
ALLEGATO
Risposte scritte ad interrogazioni
FLERES - CATANIA G. - MAURICI. - « Al Presidente della Regione
e all'Assessore per i lavori pubblici, premesso che:
la legge regionale n. 7 del 2002 è stata più volte e da più
parti dichiarata non utile per il raggiungimento degli obiettivi
che si proponeva, cioè lo sviluppo del settore edile e del suo
indotto;
oltre alle difficoltà già esposte, ulteriori segnali d'allarme
provengono da parte di ingegneri ed architetti che lamentano la
mancanza di trasparenza nelle gare d'appalto bandite a causa di
mancati controlli;
incongruenze e restrizioni contenute nella medesima legge
penalizzano le imprese, gli enti locali e le figure esterne agli
enti appaltanti;
per sapere quali interventi urgenti si intendano intraprendere
al fine di procedere ad una verifica di quanto sopra esposto e,
qualora risultasse vero, a proporre modifiche alla legge
regionale n. 7 del 2002». (932)
Risposta. «Con riferimento alla interrogazione numero 932, la
legge regionale 2 agosto 2002, n. 7 recante Norme in materia di
opere pubbliche. Disciplina degli appalti dei lavori pubblici, di
fornitura di servizi e nei settori esclusi , ha sostanzialmente
reso applicabile nell'ordinamento giuridico regionale il sistema
normativo della legge 11 febbraio 1994, n. 109 (legge Merloni),
nel testo vigente alla data di approvazione della medesima legge
regionale, con alcune modifiche ed integrazioni rese necessarie
per adeguare la normativa statale alle particolari realtà socio-
economiche della Regione siciliana.
L'intero impianto legislativo, in effetti, ha richiesto degli
interventi correttivi necessari al raggiungimento degli obiettivi
che esso si era proposto.
A tal fine è stata emanata successivamente la legge regionale
19 maggio 2003, n. 7, recante Modifiche ed integrazioni alla
legge regionale 2 agosto 2002, n. 7. Disposizioni in materia di
acque sotterranee ed in materia urbanistica .
Le nuove disposizioni, pur lasciando sostanzialmente inalterato
il sistema legislativo degli appalti di opere pubbliche in
Sicilia, come delineato nella legge regionale n. 7 del 2002,
hanno introdotto nella disciplina sottostante elementi
innovativi, interpretativi ed integrativi più rispondenti alle
esigenze della collettività.
Si ritiene pertanto che gli interventi richiesti dagli
onorevoli interroganti abbiano trovato attuazione con le
modifiche legislative apportate dalla l.r. 7/2003.
Peraltro, occorre evidenziare che la scelta operata dal
legislatore regionale di non applicare nell'ordinamento siciliano
il principio del rinvio dinamico della normativa statale comporta
l'esigenza di effettuare continui interventi nella legislazione
regionale volti ad aggiornare la normativa regionale in relazione
alle modifiche ed innovazioni apportate in subiecta materia sia
in sede nazionale che comunitaria».
L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA
MANZULLO. - «Al Presidente della Regione, premesso che:
ormai da parecchio tempo il viadotto San Vincenzo II, situato
sulla veloce Castelvetrano-Sciacca, è chiuso al traffico;
ciò impedisce un più veloce collegamento con l'autostrada
Mazara del Vallo-Palermo;
la chiusura della veloce, sopra richiamata, determina un grave
danno economico per lo sviluppo di quel comprensorio, a forte
vocazione turistica, che ha già visto fortemente intaccato il suo
sistema di trasporti a causa del taglio del sistema ferroviario e
della mancata realizzazione del tratto autostradale Mazara-Gela;
il Sindaco di Sciacca da tempo sollecita una rapida soluzione
del problema rimanendo inascoltato, così che in un documento
recente definisce quel territorio come 'terra di nessuno',
affermazione che testimonia per intero lo stato di disagio di
quella popolazione;
per sapere quali provvedimenti intenda adottare per
ripristinare rapidamente le condizioni di viabilità di quel
decisivo asse di collegamento». (956)
Risposta. «Con riferimento all'interrogazione numero 956, si fa
presente che la materia non rientra strettamente nelle dirette
competenze dell'Assessorato dei lavori pubblici, trattandosi
sostanzialmente del ripristino delle condizioni di viabilità di
una strada statale, la cui manutenzione rientra nelle competenze
dell'ANAS.
Tuttavia si è ritenuto opportuno avviare un'azione di stimolo
presso gli uffici competenti ed in particolar modo presso la
Direzione regionale della società ANAS, se non altro, per
sollecitare la soluzione del problema.
L'Ente ha riferito che i due viadotti in questione (S. Vincenzo
I e S. Vincenzo II) sono stati chiusi al traffico subito dopo
l'evento sismico del 6 settembre 2002.
In tempi strettissimi sono stati redatti i progetti per gli
interventi di ripristino per un importo complessivo pari ad euro
12.300.000,00, somma che già di per sé evidenzia l'entità dei
lavori e l'importanza degli interventi di messa in sicurezza per
il ripristino statico dei viadotti.
Le procedure per la realizzazione di detti lavori - da quanto
riferisce la Direzione regionale dell'ANAS - sono in fase di
attuazione. La durata dei lavori, ai fini della riapertura del
traffico, è prevista in nove mesi dal loro inizio».
L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA
ODDO. - «All'Assessore alla Presidenza, premesso che:
a Salemi (TP) nella via Dante Alighieri si trovano alloggi
popolari di proprietà della Regione;
detti alloggi sono in condizioni fatiscenti e necessitano di
urgenti lavori di manutenzione, ordinaria e straordinaria;
le condizioni degli stabili sono tali da costituire un pericolo
per l'incolumità pubblica, particolarmente con riferimento agli
inquilini;
gli assegnatari degli alloggi hanno più volte sollecitato lo
IACP di Trapani, ritenendolo a ciò preposto, affinché provvedesse
alla realizzazione dei lavori di manutenzione ordinaria e
straordinaria divenuti indifferibili ed urgenti, senza tuttavia
ottenere alcun riscontro e/o chiarimento;
per sapere:
se intenda procedere in tempi brevi a redigere apposita perizia
e ad indire la gara per la realizzazione dei summenzionati
lavori, onde evitare il concretizzarsi dei richiamati rischi per
l'incolumità pubblica;
se intenda in alternativa delegare, per l'identificazione
tecnica dei lavori da effettuare, il Genio Civile di Trapani e
per la realizzazione dell'appalto, lo IACP di Trapani, onde
rendere più celere l'intera procedura». (990)
Risposta. «Con riferimento all'interrogazione numero 990, la
risposta all'interrogazione in questione non è di competenza di
questo Assessorato, ma avendo ricevuto la delega alla trattazione
dall'onorevole Presidente lo scrivente ha cercato di acquisire
notizie in merito alla problematica in essa rappresentata.
Si fa presente che nessuna richiesta sino ad oggi è pervenuta
all'Assessorato lavori pubblici, né da parte dell'IACP di Trapani
né dall'Ufficio del Genio civile, circa un eventuale
finanziamento per il restauro degli alloggi in questione.
Peraltro da notizie assunte dallo IACP di Trapani si è
accertato che gli alloggi cui fa riferimento l'onorevole
interrogante sono totalmente gestiti dalla Presidenza della
Regione.
Lo stesso IACP ha comunicato inoltre che trattasi di alloggi
inseriti nei piani di vendita prossimi alla cessione e
conseguentemente esclusi da qualsiasi iniziativa di recupero, pur
se versanti in condizioni di degrado.
Nel giugno 2003 si è svolta una riunione presso la Presidenza
della Regione - Servizio Demanio -, nella quale è stato proposto
di sospendere la vendita degli alloggi regionali secondo i vecchi
prezzi e ciò a seguito del disposto di cui all'articolo 19 della
l.r. 16 aprile 2003, numero 4.
Occorrerà, conseguentemente, si ritiene, valutare gli alloggi
alla data odierna e quindi rideterminarne il prezzo di cessione
alla luce della nuova normativa introdotta in materia».
L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA
SPEZIALE - VILLARI - DE BENEDICTIS - ZAGO. - «All'Assessore per
i lavori pubblici, premesso che:
in data 6 dicembre 2002, sulla GURS parte I n. 56, è stato
pubblicato il decreto 28 ottobre 2002 dell'Assessorato regionale
per i lavori pubblici inerente il 'Bando pubblico per la
qualificazione urbana nei centri con popolazione inferiore ai
30.000 abitanti - Interventi per enti pubblici';
la data di scadenza prevista dal bando per la presentazione dei
progetti esecutivi e aggiornati, ai sensi della legge regionale 2
agosto 2002, n. 7, è stata fissata al 5 marzo 2003;
osservato che:
al punto 6 del bando, comma c, tra i requisiti di
ammissibilità, si richiede di presentare progetti definitivi o
progetti esecutivi ai sensi della legge regionale n. 7 del 2002;
mentre al punto 13, nei criteri di valutazione, si fa riferimento
solo ai progetti esecutivi e nulla viene detto in merito alla
valutazione dei progetti definitivi;
al punto 13 del bando, laddove vengano riportati 'i criteri di
valutazione degli interventi', si fa riferimento a schede da
compilare e da allegare alle richieste di finanziamento insieme
al progetto ed all'istanza, senza che ne venga pubblicato il fac-
simile;
al punto 13 del bando, comma 9, per la valutazione degli
interventi si prevede una valutazione di 20 punti per i Comuni
dotati del Piano del colore che, com'è noto, non è ancora normato
nella Regione siciliana;
al punto 11 del bando, relativo alle modalità di presentazione
delle istanze di finanziamento, non risultano chiari i tempi
entro i quali far pervenire le stesse all'Assessorato regionale
lavori pubblici;
considerato che:
in un pubblico bando deve esservi eguale chiarezza tanto per i
requisiti di ammissibilità quanto per i criteri di valutazione, e
a tal fine appare necessario che laddove si stabiliscono le
valutazioni e i punteggi, questi siano riferiti in modo chiaro ed
esplicito, sia per i progetti definitivi che per quelli
esecutivi;
le schede previste al punto 13 non sono semplici schede
riassuntive dei contenuti progettuali, in quanto nei vari commi
relativi vengono richiesti contenuti che esulano da quelli
strettamente progettuali;
appare improvvida una valutazione sulla base di uno strumento,
il Piano del colore, di cui solo pochissimi Comuni sono dotati,
in via sperimentale e senza un preciso riferimento normativo
regionale;
ciò prefigura una disparità iniziale che diventa poi eccesso di
discrezionalità laddove si consideri che la premialità prevista
fino a 20 punti presuppone che alcuni Comuni possano ottenere il
minimo e altri il massimo, senza che siano chiari i criteri e le
discriminanti né chi e come determinerà l'esistenza di un
corretto Piano del colore o certificherà la bontà dello stesso;
in merito ai termini per la presentazione delle istanze di
finanziamento, mentre al primo capoverso del punto 11 del bando
si dice che esse devono pervenire entro novanta giorni dalla data
di pubblicazione del bando della GURS, nel capoverso successivo
si dice che farà fede la data di spedizione senza dire se la data
del timbro postale deve essere entro novanta giorni, come invece
di norma viene precisato nei pubblici bandi;
per sapere se:
non ritenga che queste osservazioni e le annesse considerazioni
evidenzino lacune ed incertezze nella stesura del bando in
oggetto, tali da potere prefigurare un contenzioso basato su
impugnative e ricorsi al TAR, simili a quelli già occorsi per il
bando relativo ai PIT;
non ritenga che tali lacune e manchevolezze rendano necessario
il ritiro del 'bando pubblico per la qualificazione urbana nei
centri con popolazione inferiore ai 30.000 abitanti - interventi
per enti pubblici' (decreto 28 ottobre 2002 dell'Assessorato
regionale Lavori pubblici pubblicato il 6 dicembre 2002, sulla
GURS parte I n. 56) e una rapida ripubblicazione del bando
modificato in quei punti oggetto di questo intervento ispettivo».
(1098)
Risposta. «Con riferimento all'interrogazione numero 1098,
riguardo l'asserita contraddizione tra le previsioni di
ammissibilità di progetti definitivi ed esecutivi e la previsione
di punteggi per i soli progetti esecutivi, esiste una notevole
differenza tra il concetto di "ammissibilità" dei progetti ed il
concetto di "premialità .
Difatti, nei criteri di valutazione è contemplato un punteggio
aggiuntivo premiale per i progetti esecutivi, così come previsto
in altre centinaia di bandi.
Riguardo la questione relativa alle schede non pubblicate, il
punto 13 del bando riporta, alla fine, la seguente dicitura "
{....) il perseguimento di uno o più dei superiori criteri dovrà
formare oggetto di singole schede che dovranno essere allegate
alla relazione di cui al precedente punto 12 b (...). Al punto 12
b risulta indicata, quale ulteriore allegato alla documentazione
da presentare, "(....) una relazione illustrativa dell'intervento
e schede, contenenti tutti gli elementi e le informazioni utili
per la valutazione (...)". Appare evidente che l'asserita
"mancata pubblicazione" di tali schede è basata su deduzioni
personali, non condivisibili, poiché trattasi, nella fattispecie,
di semplici schede riassuntive dei contenuti progettuali.
In ordine alla questione relativa al piano del colore, il bando
al punto 13.9 prevede un punteggio premiale (non una condizione
di ammissibilità) per i "(....) progetti che realizzano gli
interventi, previsti dal bando, secondo criteri e sistemi
attuativi di cui al piano del colore adottato o da adottare
(....)". Alcuni comuni, com'è noto, sono già dotati di tale
strumento programmatorio, altri se ne stanno dotando.
Il punteggio, anch'esso premiale, intende privilegiare i Comuni
più attenti alle ragioni dell'estetica in materia architettonica
ed alla riqualificazione urbana secondo principi certi e basati
sulla programmazione.
Il Presidente della Regione pubblicamente ha, peraltro,
presentato i risultati del lavoro di una apposita commissione,
trasfusi poi in un disegno di legge. Quanto alle modalità di
presentazione delle istanze e sui tempi, si rimanda alla lettura
del bando che offre sufficienti spunti di risposta».
L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA
CRACOLICI. - «All'Assessore per i lavori pubblici, considerato
che:
nel mese di giugno è stato pubblicato da parte del Comune di
Palermo il bando relativo alla concessione del contributo
integrazione all'affitto per l'anno 2002 (legge n. 431 del 1998);
il bando esclude dalla partecipazione le famiglie che abitano
un alloggio con tipologia A/2;
la tipologia A/2 corrisponde ad un alloggio modesto di civile
abitazione senza caratteristiche di lusso e rappresenta una larga
fetta del mercato immobiliare privato;
nessuna norma esclude specificatamente la suddetta categoria
catastale, e Palermo è forse l'unica città che assuma un
provvedimento in tal senso;
nel patrimonio di edilizia residenziale pubblica del Comune
esistono immobili catastali con tipologia A/2, ed inoltre il
Comune interviene a vario titolo (contributo alloggiativo,
stipula contratto con i proprietari) su immobili con tipologia
A/2,
per sapere se non ritenga utile un intervento urgente
dell'Assessorato per definire criteri uniformi per tutti i Comuni
siciliani rispetto alle categorie catastali». (1188)
Risposta. «Con riferimento all' interrogazione numero 1188, il
comma 2 dell'articolo 1 della legge 9 dicembre 1998, n. 432
(legge che prevede la concessione di contributi economici per le
famiglie che detengono in locazione immobili ad uso di civile
abitazione) precisa che le disposizioni dalla stessa legge
prescritte non si applicano ai contratti di locazione relativi
agli immobili inclusi nelle categorie catastali A/1 (abitazioni
di tipo signorile), A/8 (abitazioni in ville) ed A/9 (castelli,
palazzi di eminenti pregi artistici e storici), senza far
riferimento agli immobili con tipologia catastale A/2 (abitazioni
di tipo civile).
Al riguardo, l'Assessorato dei lavori pubblici ha redatto la
circolare esplicativa n. 241 del 24 febbraio 2003 (pubblicata
nella GURS n. 16 dell'11 aprile 2003 ed inviata a tutti i Comuni
della Sicilia), nella quale sono stati indicati i criteri ed i
requisiti da adottare per la concessione dei contributi d'affitto
degli immobili in questione, in rigorosa applicazione della legge
n. 431/98, come modificata dalla legge 8 febbraio 2001, n. 21,
del decreto del Ministro dei lavori pubblici 7 giugno 1999.
L'onorevole interrogante lamenta che il Comune di Palermo ha
pubblicato un bando, relativo alla concessione dei contributi
all'integrazione degli affitti per l'anno 2002, nel quale
risulterebbero esclusi dai predetti benefici i locatari degli
immobili aventi tipologia catastale A/2.
Attivati gli uffici, al fine di acquisire notizie in merito
alla vicenda sollevata dall'onorevole interrogante, il Comune di
Palermo, con nota del 22 gennaio u.s., ha comunicato di avere
deliberato di accogliere positivamente le istanze pervenute dalle
famiglie che abitano alloggi con tipologia catastale A/2,
determinando altresì la proroga del bando sino al 30 agosto 2003,
mentre la precedente scadenza era prevista per il 16 luglio dello
stesso anno.
Si ritiene, alla luce di quanto riferito dal Municipio di
Palermo, che il problema esposto dall'onorevole interrogante sia
stato positivamente risolto».
L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA
ODDO. - «All'Assessore per i lavori pubblici, premesso che:
l'emergenza idrica è un elemento penalizzante per l'intero
territorio siciliano perchè condiziona fortemente qualsiasi
ipotesi di rilancio economico e sociale delle comunità locali,
bloccate dalla penuria, pesante e continua, di un bene primario e
prioritario;
tra le province colpite dall'emergenza c'è sicuramente, e tra
le prime, quella di Trapani, territorio ormai costretto ad una
difficile convivenza civile tra l'EAS e le realtà locali, sempre
più abbandonate ad una logica che punta soltanto alle soluzioni-
tampone per assicurare un minimo di approvvigionamento idrico;
per l'approvvigionamento idrico relativo all'acqua per uso
civile si manifestano continue disfunzioni - come ad esempio la
mancata riparazione della condotta idrica di Montescuro Ovest
(che da Salemi porta l'acqua a Trapani), la quale disperde buona
parte della portata, a causa delle numerose falle - o le limitate
riparazioni sul tratto Sambuca-Salemi che non sono del tutto
effettuate;
l'utilizzo del dissalatore di Trapani non rispetta la forma di
approvvigionamento complementare, ma ha assunto la funzione di
risorsa primaria per la distribuzione dell'acqua in buona parte
della provincia, mettendo l'impianto a rischio di guasti che
regolarmente si determinano nel corso dell'anno;
è riscontrabile, soprattutto nel periodo estivo, un aumento
consistente delle rotture accidentali d'interi tratti di
condutture, dovute sicuramente anche a fattori dolosi o
determinati per creare allarme sociale e ricorso alla
distribuzione privata dell'acqua;
per sapere:
quali iniziative intenda assumere per avviare un monitoraggio e
un'indispensabile pianificazione delle riparazioni delle condotte
di adduzione;
se rientri nei programmi di governo la realizzazione di un
sistema informatico di rete per avere sotto controllo l'intero
patrimonio delle risorse idriche della provincia di Trapani al
fine di intervenire con immediatezza nei casi d'emergenza».
(1246)
Risposta. «Con riferimento alla interrogazione numero 1246, per
quanto attiene alla richiesta di avviare un monitoraggio ed una
indispensabile pianificazione delle riparazioni e delle condotte
di adduzione delle risorse idriche in provincia di Trapani,
occorre evidenziare che con la definizione e l'approvazione dei
piani d'ambito da parte degli ATO competenti è già stato definito
lo stato di conservazione delle infrastrutture acquedottistiche
che devono essere gestite ed anche riparate dai soggetti gestori,
con oneri che, dopo l'affidamento del servizio idrico integrato,
dovranno gravare sui proventi delle tariffe idriche.
Sulla seconda domanda si può solo riferire che, nella fase
attuale, la competenza a finanziare interventi acquedottistici a
valere sulle risorse comunitarie, nazionali o regionali è del
Commissario delegato per l'emergenza idrica.
La competenza di eventuali iniziative, quali quella di
realizzare un sistema informatico di rete, al fine di intervenire
nei casi di emergenza, non rientra nelle competenze
dell'Assessore per i lavori pubblici.
In ogni caso, per quanto riguarda la possibilità di regolare
l'uso delle risorse idriche è già in programma e sta per iniziare
l'opera di aggiornamento del piano regolatore generale degli
acquedotti».
L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA
INCARDONA. - «Al Presidente della Regione e All'Assessore per i
lavori pubblici, premesso che:
la Regione siciliana è proprietaria della struttura portuale
del Comune di Pozzallo;
la struttura in questione rappresenterà entro il 2010 un punto
di riferimento fondamentale nel contesto dell'area di libero
scambio del Mediterraneo;
sono già stati elaborati progetti di fattibilità da parte di
privati ed enti locali per la gestione del porto;
è necessario un progetto di rilancio della struttura capace di
dare sicurezza e prospettive di sviluppo dello stesso;
una corretta gestione del porto apporterebbe un aumento
esponenziale dei volumi di scambio necessari per lo sviluppo del
territorio ibleo;
per sapere:
quali progetti abbia in serbo la Regione per la gestione e lo
sviluppo dell'area portuale di Pozzallo e come e quando intenda
avviarne l'attuazione;
se esista un progetto di ampliamento della struttura portuale
e, qualora esista, a che punto sia l'iter progettuale e
finanziario;
se si ritenga di creare un'autorità portuale per Pozzallo o
accorparla alla più vicina autorità di Catania;
se esistano progetti per la creazione dell'autostrada del mare,
importante per il trasporto dei prodotti agricoli della provincia
di Ragusa, del marmo e degli altri prodotti importanti
dell'economia iblea;
se esistano agevolazioni per le navi da crociera o quali
iniziative intenda intraprendere per far attraccare le stesse nel
porto in oggetto, così come avviene a Catania, Messina e Palermo;
se conosca a che punto sia l'iter del progetto che sposta la
linea ferroviaria dall'attuale percorso fino all'interno del
porto;
se sia stata avanzata richiesta per un incremento del personale
e dei mezzi delle forze dell'ordine presenti ed operanti
all'interno della struttura portuale di Pozzallo». (1337)
Risposta. «Con l'interrogazione numero 1337, vengono posti una
serie di quesiti relativi ai programmi che l'Amministrazione
regionale intende adottare per favorire lo sviluppo dell'arca di
Pozzallo e della sua zona di influenza. I quesiti in argomento
solo in minima parte rientrano nella sfera di competenza
dell'Assessorato lavori pubblici; per il resto essi riguardano
altre Amministrazioni, alle quali sono state chieste notizie in
merito.
In particolare si può riferire, da informazioni assunte presso
l'Amministrazione comunale di Pozzallo, che è in via di
emanazione il nuovo Piano Regolatore Portuale, già definito negli
aspetti tecnici e pronto per essere avviato nell'iter
approvativo.
Contemporaneamente alla stesura del Piano Regolatore Portuale
l'Amministrazione comunale, in aderenza con le previsioni dello
stesso, ha anche avviato le procedure per la messa in sicurezza
del porto, ai sensi dell'art. 5 della l.r. 21/98, ottenendo il
parere dalla Capitaneria di Porto, nonché l'autorizzazione a
redigere il progetto da parte dell'Assessorato Territorio e
Ambiente. Di detto progetto, dell'importo di 20 milioni di euro
circa, con i fondi dell'Accordo di Progranuna Quadro per il
trasporto marittimo, di competenza dell'Assessorato lavori
pubblici, e in particolare con i fondi di cui alla delibera CIPE
n. 36/2002, sarà finanziato uno stralcio di complessivi 15
milioni di euro. Tale progetto non è ancora pervenuto al
dipartimento dei lavori pubblici; si ritiene, però che essendo in
perfetta sinergia con il Piano Regolatore Portuale appena
redatto, non può che essere in linea con le previsioni di
sviluppo delineate, dalle Amministrazioni interessate, con la
redazione dello stesso piano.
Per quanto riguarda il terzo o quarto quesito, l'Assessorato
regionale del turismo, comunicazioni e trasporti, con una nota
che è stata trasmessa a questo Assessorato in data 1 aprile
u.s., ha osservato:
- che la legge 28 gennaio 1994, n.84 prevede la possibilità di
istituire autorità portuali in porti ...che nell'ultimo triennio
abbiano registrato un volume di traffico merci non inferiore a
tre milioni di tonnellate";
- che non vi sono in essere progetti di "autostrade del mare",
così come intese dalla Commissione Europea.
Con tale termine sono definiti i collegamenti sistematici tra
porti di almeno due paesi membri dell' Unione Europea.
In atto i progetti delle "autostrade del mare" riguardano il
progetto n. 21 del masterplan comunitario (Programma Van Miert)
che comprende: l'Autostrada del Mar Baltico, quella dell'Europa
Occidentale, quella dell'Europa Sud-Orientale e quella
dell'Europa Sud-Occidentale.
Per lo sviluppo di tali progetti comunitari è stata
appositamente costituita una società a livello nazionale che
dovrà curare la presentazione di progetti indispensabili al
drenaggio delle risorse finanziarie messe a disposizione dalla
Comunità Europea. Esiste invece una iniziativa legislativa
regionale. in atto all'esame della IV Commissione legislativa
dell'Assemblea, che prevede incentivi nei confronti degli
autotrasportatori che utilizzano vettori marittimi in luogo
dell'itinerario tutto strada (Combinato stradalmare). Con nota
fax del 2 aprile u.s. la R.F.I. - Direzione Compartimentale
Infrastrutture - ha comunicato che.nello studio di fattibilità
redatto da quella Società, risulta attenzionata la problematica
relativa al collegamento della linea ferroviaria con il Porto di
Pozzallo. Dalla relazione allegata al predetto studio di
fattibilità risulta: "La zona di intervento riguarda la località
Pozzallo. Qui si è prevista la realizzazione di un collegamento
ferroviario tra la stazione e il porto distante dalla prima 3 Km
circa in linea d'aria. Il collegamento sarà ovviamente realizzato
per il servizio merci." Per quanto riguarda l'ultimo quesito, per
il quale questo Assessorato non ha alcuna competenza, non sono
pervenute notizie in merito».
L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA
FLERES - MAURICI - CATANIA G. - «All'Assessore per i beni
culturali e ambientali e per la pubblica istruzione ed
all'Assessore per i lavori pubblici, premesso che:
quattro anni addietro la chiesa Santa Caterina d'Alessandria',
sita in via Santa Caterina nel comune di Paternò è stata
dichiarata inagibile e da allora nessun intervento è stato
compiuto dalle autorità competenti;
la chiesa in oggetto, peraltro, è sottoposta alle vibrazioni
derivanti dal continuo transito di automezzi pesanti nell'omonima
via che ne aggravano lo stato di instabilità;
per sapere:
quali provvedimenti intendano porre in essere affinché nella
chiesa di Santa Caterina d'Alessandria vengano effettuati lavori
di consolidamento;
quale ente o autorità avrebbe dovuto provvedere ad appaltare i
lavori di restauro e messa in sicurezza della chiesa in oggetto».
(1517)
Risposta. «Con riferimento all'interrogazione numero 1517, si
comunica che agli atti di questo Assessorato si è riscontrata
un'unica nota (indirizzata a questo Assessorato solo per
conoscenza) dell'Ufficio del Genio civile di Catania datata 15
marzo 2000, prot. 10217, relativa all'accertamento, ai sensi
della legge 433/91, delle condizioni di vulnerabilità statica
della chiesa di S. Caterina d'Alessandria di Paternò.
Si rappresenta che i fondi destinati per gli interventi di cui
alla legge 433/91 Disposizioni per la ricostruzione e la
rinascita delle zone colpite dagli eventi sismici del dicembre
1990 nelle province di Siracusa, Catania e Ragusa , non sono
gestiti da questo Assessorato ma dal Dipartimento della
Protezione civile, che opera in collaborazione con gli Uffici del
Genio civile, con le Sovrintendenze ai beni culturali ed
ambientali e con gli altri enti locali interessati.
Si evidenzia inoltre che affinché si avvii l'iter
amministrativo utilizzando i fondi del capitolo 672096, gestito
dal Dipartimento regionale dei lavori pubblici, è necessario che
pervenga una richiesta di finanziamento da parte del legale
rappresentante dell'ente, ai sensi della circolare n. 1/02 Gab.
Prot. 259 del 21 febbraio 2002 di questo Assessorato regionale,
oppure un verbale di urgenza o somma urgenza redatto dall'Ufficio
del Genio civile, nel caso in cui l'intervento rientri nella
tipologia prevista dagli articoli 146 e 147 del DPR n. 554/99».
L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA