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Resoconto d'Aula della Seduta n. 205 di giovedì 29 aprile 2004
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   Presidenza del presidente Lo Porto


   IOPPOLO, segretario f.f., dà lettura del processo verbale  della
  seduta  precedente  che,  non sorgendo osservazioni,  si  intende
  approvato.


   Presidenza del presidente Lo Porto


      Saluto agli studenti del I Circolo didattico di Acicatena

     PRESIDENTE   Onorevoli  colleghi,  prima  di  proseguire   la
  discussione  generale  sul disegno di  legge  di  riforma  dello
  Statuto,  desidero  rivolgere un saluto alla  scolaresca  del  I
  Circolo didattico di Acicatena qui presente.
    Si   tratta   di  una  folta  rappresentanza  di  giovanissimi
  studenti ormai prossimi alle vacanze estive. Sappiamo tutti  che
  questo  è  il  periodo più impegnativo in quanto è a conclusione
  dell'anno  scolastico e, quindi, l'ansia per  l'esito  finale  è
  più  che legittima, tuttavia, non dubito che i risultati saranno
  sicuramente  positivi  vista la grande tradizione  culturale  di
  Acicatena
    .  La loro presenza arricchisce il nostro Parlamento impegnato
  nella  costruzione  di  un  nuovo  Statuto,  della  nuova  Carta
  costituzionale per la Sicilia e per il popolo siciliano.
      Desidero rivolgere un augurio sincero a questi giovani  e  a
  questi  studenti di scuola elementare ai quali si  prospetta  un
  futuro  in  un  contesto europeo e ricordo che  fra  due  giorni
  scatterà  il  termine  per  il  raggiungimento  di   una  Europa
  allargata  a  25 stati. E sarete voi, giovani, a vivere  appieno
  questo  grande momento storico,  la  mia generazione  invece  ha
  partecipato alla nascita dell'Europa unita. Noi abbiamo  vissuto
  questo  momento  di transizione da politici e da  cittadini  che
  sognavano  l'Europa  unita, come la  si  sognava  ai  primi  del
  secolo  dall'Atlantico agli Urali. E per certi  aspetti  persino
  oltre.
    Sarete  dunque  cittadini della nuova  grande  Europa.  Io  vi
  auguro  di vivere questa grande occasione storica con  tutte  le
  prospettive  che  essa vi offre: in termini di prosperità  e  in
  termini di benessere della nostra nazione italiana.
      Rivolgo pertanto un augurio sincero a questi ragazzi che  ci
  onorano  stamane  con la loro presenza.

           Annunzio di risposte scritte ad interrogazioni

     PRESIDENTE   Comunico  che  sono  pervenute  le   risposte
  scritte alle seguenti interrogazioni:

       -da parte dell'Assessore per i Lavori pubblici:

      -N. 932 - Interventi di verifica in ordine alla legge regionale
        n. 7 del 2002, in materia di appalti pubblici.
  -Firmatari: Fleres Salvatore;  Catania  Giuseppe;  Maurici
  Giuseppe;

      -N.  956  -  Provvedimenti per il rapido  ripristino  delle
        condizioni  di   viabilità  dell'asse   di   collegamento
        Castelvetrano-Sciacca.
  -Firmatario: Manzullo Giovanni;

      -N. 990 - Restauro e manutenzione degli alloggi popolari di
        proprietà della Regione, a Salemi (TP).
  -Firmatario: Oddo Camillo;

      -N. 1098 - Ritiro e ripubblicazione del bando pubblico per la
        qualificazione  urbana  nei  centri  con  popolazione inferiore
        ai 30.000 abitanti.
  -Firmatari: Speziale Calogero; Villari Giovanni; De Benedictis
  Roberto; Zago Salvatore;

      -N. 1188 - Iniziative in merito alla concessione di contributi
        di 'integrazione all'affitto' da parte del Comune di Palermo.
  -Firmatario: Cracolici Antonino;

      -N.  1246 - Avvio di un monitoraggio e di un'indispensabile
        pianificazione delle risorse idriche della provincia di Trapani.
  -Firmatario: Oddo Camillo;
  -N. 1337 - Notizie sui progetti di gestione del porto di
  Pozzallo per lo sviluppo dell'Isola e dell'area iblea in
  particolare.
  -Firmatario: Incardona Carmelo;

      -N. 1517 - Interventi per avviare i lavori di ristrutturazione
        nella chiesa Santa Caterina d'Alessandria di Paternò (CT).
  -Firmatari: Fleres Salvatore;  Maurici  Giuseppe;  Catania
  Giuseppe.

    Avverto  che  le stesse saranno pubblicate in  allegato  al
  resoconto stenografico della seduta odierna.

            Annunzio di presentazione di disegni di legge

     PRESIDENTE  Comunico che sono stati presentati i  seguenti
  disegni di legge:

      - Norme per l'incentivazione ed il sostegno all'esercizio delle
        libere professioni  (n. 856)
  -d'iniziativa parlamentare
  -presentato dagli onorevoli Ioppolo, Formica, Incardona,
  Infurna, Neri, Virzì  in data 28 aprile 2004;

      - Disposizioni in materia di polizia locale  (n. 857)
  -d'iniziativa governativa
  -presentato dal Presidente della Regione (Cuffaro) su proposta
  dell'Assessore regionale per la famiglia, le politiche sociali e
  le autonomie locali in data 28 aprile 2004.

       Comunicazione del Governo sull'ordine del giorno n. 312

     PRESIDENTE   Comunico  che,  in  riferimento  all'ordine   del
  giorno n. 312  Restauro della Chiesa Madre di Altofonte (PA) ,  a
  firma  dell'onorevole Cracolici, approvato dall'Assemblea   nella
  seduta  n. 174 del 12-13 novembre 2003,  l'Assessore per i lavori
  pubblici,    con   nota  protocollo n. 589 del  16  aprile  2004,
  pervenuta alla  Segreteria Generale dell'ARS il 27 aprile 2004 ed
  al  Servizio Lavori d'Aula il 28 aprile successivo,  ha reso noto
  di  essersi  attivato  in merito all'attuazione  dell'ordine  del
  giorno sopra citato.
    Do lettura della suddetta nota.

       «In  esecuzione all'ordine del giorno indicato  in  oggetto,
  approvato  dall'ARS nella seduta n. 174 del 12-13 novembre  2003.
  si  rappresenta  che  con  D.A. n.47/GAB  del  16  dicembre  2003
  (pubblicato  nella GURS n.8 del 20.02.2004) è stato approvato  il
  programma regionale di spesa integrativo per l'anno 2003 relativo
  alt' "esecuzione di opere e spese di carattere straordinario e di
  interesse  di  enti  di  culto  e  di  formazione  religiosa,  di
  beneficenza    ed    assistenza,   mediante    la    costruzione,
  l'ampliamento,  il completamento, l'adattamento, la  manutenzione
  straordinaria   e  la  riparazione  di  edifici   destinati   per
  l'attuazione delle finalità degli enti medesimi".
       Si evidenzia che nell'elenco allegato al predetto decreto
  assessoriale risulta inserito il restauro della Chiesa Madre di
  Altofonte (PA) per un importo pari ad E. 500.000.»

    L'Assessore
                                        Scammacca della Bruca

    L'Assemblea ne prende atto.

    Avverto,   ai  sensi  dell'articolo  127,  comma   9,   del
  Regolamento   interno  che  nel  corso  della  seduta   potrà
  procedersi a votazioni mediante sistema elettronico.


   Presidenza del presidente Lo Porto


      Seguito della discussione del disegno di legge:  «Schema
      di progetto di legge costituzionale da proporre, ai sensi
       dell'articolo 18 dello Statuto, al Parlamento, recante
       Modifiche allo Statuto della Regione'» (580-472-578-602-
                               652/A)

    PRESIDENTE   Si  passa  al  III punto  all'ordine  del  giorno:
  Seguito  della  discussione  del  disegno  di  legge   Schema  di
  progetto   di   legge  costituzionale  da  proporre,   ai   sensi
  dell'articolo   18   dello  Statuto,  al    Parlamento    recante
  'Modifiche  allo  Statuto della  Regione'  (nn.  580-472-578-602-
  652/A).
   Ricordo  che  l'esame  del disegno di legge  si  era  interrotto
  nella  seduta  n. 204 del 28 aprile 2004, in sede di  discussione
  generale.
      E'  iscritto  a parlare l'onorevole Capodicasa.  Ne  ha
      facoltà.

    CAPODICASA    Signor  Presidente,   le   chiederò   di   potere
  utilizzare la norma regolamentare che consente uno sforamento dei
  tempi  previsti  per  gli interventi sulla discussione  generale,
  considerata l'importanza dell'argomento che stiamo trattando.
   Proprio  per l'importanza che il tema riveste, sullo stesso  nel
  corso di questi mesi e delle ultime settimane si è sviluppata una
  ampia discussione tra le forze politiche, ma anche sulla stampa e
  con   la   partecipazione  di  importanti  commentatori  politici
  siciliani, così come in occasione di convegni, incontri  promossi
  dalle  Università  (ve  ne sono stati più  di  uno),   centri  ed
  associazioni culturali.
     Personalmente ho partecipato a numerosi di questi  incontri  e
  altri se ne  terranno nei prossimi giorni, per la precisione ne è
  previsto  uno  per  domani. Dicevo che vi  sono  state  parecchie
  iniziative  promosse  anche   dai  partiti  e,  tra  queste,   il
  seminario promosso dal Gruppo parlamentare dei DS. Si sono  avute
  anche   riunioni  interne  degli  organismi  dirigenti  del   mio
  partito,  e ciò a dimostrazione che sul tema della riforma  dello
  Statuto  si  è  sviluppato  un  dibattito  che,  per  quanto  non
  sufficientemente ampio come ciascuno di noi avrebbe auspicato, ha
  dato  spunti  interessanti alla discussione  e  anche  al  lavoro
  parlamentare.
     Mi  sembrerebbe  un  atto di insensibilità  o  addirittura  di
  superbia  istituzionale  se il Parlamento,  nel  momento  in  cui
  prende  in esame il disegno di legge relativo, non facesse  alcun
  riferimento al dibattito, ai tanti suggerimenti che sono venuti e
  non  desse  una  qualche  risposta alle considerazioni  malevole,
  dettate  a volte da una non conoscenza del merito delle questioni
  o  da una scarsa conoscenza del merito delle questioni ovvero  da
  una  conoscenza non aggiornata. O fors'anche perché, nel  momento
  in cui venivano mosse delle critiche al lavoro della Commissione,
  non  si  era  perfettamente a conoscenza degli sviluppi  che  nel
  frattempo erano intercorsi e delle correzioni che naturalmente  e
  fisiologicamente  venivano  apportate.  In  taluni   casi,   tali
  obiezioni,  a mio personale modo di vedere, non erano  in  linea,
  attinenti   al   tema  e  pertanto  risultavano   soltanto   mere
  esercitazioni di carattere intellettualistico che più che dare un
  contributo  alla discussione rischiavano di ingenerare confusione
  e/o passare un messaggio sbagliato al popolo siciliano.
   Desidero  allora  essere io - visto che  ancora  nessuno  lo  ha
  fatto   -  a  intervenire  a  difesa  del  lavoro  svolto   dalla
  Commissione, pur essendo uno dei componenti della stessa che fino
  all'ultimo  ha  mostrato  perplessità  a  esprimere    un    voto
  favorevole al provvedimento.
      Noi  infatti  avevamo  annunciato  la  nostra  astensione,  e
  soltanto per via di alcune correzioni che sono state apportate  e
  di  alcuni  inserimenti  a  favore delle  nostre  richieste,  che
  consideravamo dirimenti, ci siamo convinti  del contrario pur non
  essendo  rimasti del tutto soddisfatti del testo  finale.  Si  sa
  infatti  che  i  testi  di  una  certa  rilevanza  e  che   fanno
  riferimento alla materia delle regole inevitabilmente  comportano
  dei compromessi, delle mediazioni sia pure su questioni che hanno
  una  importanza  relativa, perché sulle  questioni  fondamentali,
  laddove  non  ci  fosse  stato o non ci dovesse  essere  accordo,
  ovviamente non ci potrebbe essere il nostro consenso.
   Pertanto,  la  mia  posizione è abbastanza  controcorrente,  non
  appartengo  certo alla maggioranza di coloro i quali  considerano
  il  testo esitato dalla Commissione come inattaccabile. E proprio
  per   questa  mia  posizione,  posso  senz'altro  muovere  alcune
  critiche, ma, nello stesso tempo, difenderne l'impianto da accuse
  e da critiche che, a mio giudizio, non ritengo pertinenti.
   In  questa  campagna  si  è distinto qualche  organo  di  stampa
  regionale  che  ha  mobilitato i propri commentatori  a  sostegno
  della  tesi che la bozza di Statuto  in discussione sia un  testo
  privo  di  novità, privo di innovazione, privo delle  aspirazioni
  che  i siciliani oggi hanno a proposito di una nuova regione,  di
  un  nuovo  ordinamento regionale che dia riscontro  alle  proprie
  ambizioni e ai propri desideri.
   Secondo  il  mio punto di vista, questo dibattito ha dato  anche
  dei suggerimenti importanti che vale la pena riproporre nel corso
  del  dibattito  anche sotto forma di emendamenti. Vi  sono  state
  anche   posizioni   molte  pretestuose  che  hanno   peccato   di
  ingenerosità verso il lavoro svolto dalla Commissione  sostenendo
  tesi  contraddittorie tra loro. Da un lato, per esempio, stamane,
  e anche nei giorni scorsi per la verità,  qualche commentatore ha
  sostenuto che la discussione sullo Statuto ha avuto una  insolita
  rapidità,  quasi  si  trattasse  di  una  discussione  svolta  di
  soppiatto,  senza  il  coinvolgimento  dei  cittadini,  senza  il
  coinvolgimento  di chi i cittadini rappresenta. Dall'altro  lato,
  però,  si  è  detto  che  questo  dibattito,  pur  essendo  stato
  sollecitato da chi si è intestato un'azione di promozione, non ha
  sortito  la  sperata  partecipazione dei cittadini,  delle  forze
  sociali,  quindi avrebbe manifestato un limite. Le  assicuro  che
  ciò  si  verifica  sempre nel corso della  discussione  generale,
  vedremo poi nel corso dell'esame degli articoli ...

    PRESIDENTE     Soprattutto quando si discute  delle  variazioni
  di bilancio.

    CAPODICASA  Nel corso delle variazioni di bilancio e ancora  di
  più   alla Finanziaria. E quindi credo che le due cose non stiano
  insieme.
   Innanzitutto   sulla  rapidità.  La  legge  che  istituisce   la
  Commissione  speciale  per la revisione  dello  Statuto  è  stata
  approvata  il 23 ottobre 2001, due anni e mezzo fa; ha svolto  un
  lungo  lavoro  tra  audizioni, sottocommissione  e  lavoro  nella
  Commissione   di  merito  che ha occupato circa  novanta  sedute;
  sedute  a volte che sono durate parecchie ore. Sono state  audite
  decine di associazioni con i loro rappresentanti regionali, tutte
  quelle  che hanno fatto richiesta in tal senso, nessuna  esclusa,
  tutte  quelle  che la Commissione ai fini dello  svolgimento  del
  proprio lavoro ha ritenuto necessario. La Commissione, inoltre, è
  stata    assistita   da   consulenti   di   livello,   cioè    da
  costituzionalisti;  ha  audito  tutte  le  rappresentanze   delle
  Università  siciliane  in materia di diritto  costituzionale,  di
  diritto pubblico regionale, di diritto internazionale, di diritto
  tributario,  di  economia, di scienza delle finanze,  di  diritto
  privato,  una lunghissima sequenza di audizioni che servivano  ai
  fini del raggiungimento dell'obiettivo.
   Questo  è  quanto, a mio giudizio, poteva fare  la  Commissione.
  Forse  è  mancata  a  tutto questo lavoro la conclusione  finale,
  seppure  fosse negli accordi, e che probabilmente avrebbe  potuto
  essere  una  conclusione  solenne e  dare  solennità   al  lavoro
  svolto, cioè una riunione di tutti gli  stati generali', così  li
  avevamo  definiti,  della  società siciliana  che  certo  avrebbe
  rappresentato  i  gruppi dirigenti di tutte le  associazioni,  le
  università,  il  mondo  del lavoro, il mondo  delle  professioni,
  l'ANCI, l'URPS, le rappresentanze istituzionali a tutti i livelli
  in   una  grande  assemblea  che  avrebbe  registrato  anche   la
  partecipazione del Ministro per i rapporti con le regioni  e  che
  avrebbe   dovuto,   finalmente  in   una   discussione   generale
  interdisciplinare  e  comune, fare  una  valutazione  finale  del
  testo.
   Tale  iniziativa che la Commissione aveva in animo  di  proporre
  al  Presidente dell'Assemblea, da tenere con una certa solennità,
  non è stato possibile svolgerla e ne conosciamo anche le ragioni.
  Per  il  resto,  la  Commissione ha svolto al meglio  il  proprio
  lavoro:  quello di sua competenza assegnatole dal  Regolamento  e
  quello  che  le  circostanze hanno comportato di fare.  Il  resto
  avrebbe  dovuto essere compito delle forze politiche, dei  gruppi
  parlamentari, delle associazioni,
   Mi  chiedo  invece  chi  avrebbe dovuto  svolgere  un  ruolo  di
  animazione  e  di  dibattito nella società.  Chi  avrebbe  dovuto
  promuovere la partecipazione al dibattito. Alcuni lo hanno fatto,
  lo   hanno   fatto  alcune  associazioni,  per  ben   due   volte
  l'Università  di  Catania, in un'altra occasione  ancora  le  tre
  Università  siciliane, alcuni Gruppi parlamentari dell'Assemblea,
  qualche partito, un'emanazione della CGIL con un'iniziativa della
  Fondazione   Di  Vittorio  e dell'Associazione "23  marzo".  Devo
  dire  però  che  l'esito di questo dibattito non ci  consegna  il
  quadro  panoramico  che  avremmo  voluto,  cioè  di  una  società
  fortemente  interessata  ai contenuti di  questa  discussione,  a
  promuovere proposte, a confutare tesi, in ogni caso ad  esprimere
  un proprio parere.
   Allora, credo che bisogni interrogarsi sulle motivazioni di  ciò
  anzichè allinearsi quasi acriticamente su questa notazione, sulla
  registrazione  di questa sorta di interesse e di  attenzione  non
  adeguati   al   tema,  piuttosto  che  ricercare,   come   alcuni
  impropriamente  fanno  (tra  i quali  alcuni  commentatori  sulla
  stampa,  ma ho visto che anche alcuni colleghi lo hanno fatto  in
  diverse  occasioni) una sorta di critica allo Statuto  perché  lo
  Statuto non suscita il dibattito.
     Mi  pare  una contraddizione in termini. Perché si critica  la
  bozza  di  Statuto che non ha suscitato il dibattito,  e  non  si
  criticano le forze politiche, invece, le associazioni o coloro  i
  quali  avrebbero avuto il dovere di promuoverlo e  non  lo  hanno
  fatto?
     Mi sembra si voglia scambiare la causa con l'effetto. La bozza
  proposta  dello Statuto può essere di buona o cattiva qualità,  e
  io  ritengo che non sia di cattiva qualità e cercherò di spiegare
  perché, si può discutere sull'adeguatezza di questo strumento  ai
  tempi, ma nulla c'entra tutto questo col fatto che si registra un
  disinteresse. E qui do una mia interpretazione: la ragione c'è ed
  è di natura più generale.
   La  prima  è  che il tema dell'Autonomia speciale ha subìto  nel
  corso  degli  anni un evidente logoramento; da un  lato,  per  la
  cattiva  prova  di  loro   che hanno  dato  le  classi  dirigenti
  nell'applicare,  o  nel non  applicare in  alcune  sue  parti  lo
  Statuto autonomistico (per le delusioni che sono insorte  per via
  dei   tanti   interventi  limitativi  che  ha  fatto   la   Corte
  costituzionale, per il fatto che l'Autonomia non ha mantenuto  le
  aspettative).  Ma  questa  è  una responsabilità  politica  delle
  classi  dirigenti  che non hanno saputo farne  uno  strumento  di
  autogoverno  del popolo siciliano; essa non è riuscita  a  vivere
  effettivamente  nelle coscienze del popolo  siciliano  oltre  che
  nelle sedi istituzionali.
   L'altra ragione ritengo sia dovuta al fatto che in fondo  questo
  passaggio  che  stiamo vivendo, e che noi sappiamo  essere  molto
  importante, non ha come tema l'istituzione dell'Autonomia e della
  sua specialità. Voglio dire che non è in gioco l'esistenza di una
  Regione  autonoma  o  la sua istituzione ex novo,  cosa  che  può
  accendere  gli animi, suscitare passioni, vedere conflitti  anche
  all'interno delle forze politiche nel mondo della cultura,  della
  società siciliana.
     Oggi  viviamo in un clima  nazionale in cui ci  si  ispira  al
  Federalismo.  Semmai  quindi il tema è un  altro   Visto  che  al
  Senato in questi giorni è stato esitato un testo di riforma della
  Costituzione in cui si è andato oltre la legge n. 3 del 2001,  la
  quale prevede l'introduzione di un regime federalistico in Italia
  e  che  invece, su spinta della Lega Nord, della Lega di Bossi  ,
  propone  la  devolution,  cioè di andare  oltre  ill  federalismo
  cooperativo  e solidale e puntare ad un federalismo,  invece,  di
  tipo competitivo che penalizzerebbe il Mezzogiorno.
   Proprio  perché  oggi  il tema del dibattito  politico-culturale
  non  è  nelle istituzioni,  in Sicilia come altrove, non  essendo
  minacciata  l'istituzione della specialità e dell'autonomia,  non
  essendo a rischio, è chiaro che il dibattito viene privato di  un
  suo  elemento emozionale che stimola la partecipazione e  suscita
  le passioni.
   Quindi,    essendo   l'autonomia   un   dato   storicamente    e
  politicamente  acquisito, il tema della sua  riformulazione,  nel
  contesto del nuovo assetto istituzionale dello Stato, finisce per
  toccare l'interesse degli addetti ai lavori, degli studiosi,  dei
  gruppi dirigenti delle categorie e così via.
   Così  come  mi sembra assolutamente improprio -  lo dico  perché
  l'ho sentito più volte ripetere - a me sembra un falso storico, e
  lo dico alla luce dei pochi approfondimenti che ho potuto fare in
  questi mesi, il fatto che quando venne elaborato ed approvato  lo
  Statuto,  nel  1946  (l'onorevole  Fleres  usa  spesso  a  questo
  proposito  una  immagine  movimentista)  dietro  la  porta  della
  Consulta  dove  si  discuteva  c'erano  le  masse  popolari   dei
  contadini.
   Credo  che  questo, da un punto di vista storico, sia  inesatto.
  In  realtà, nel 1946 l'elaborazione dello Statuto non ha avuto la
  partecipazione popolare, anche perché i limiti degli strumenti di
  comunicazione  di  massa dell'epoca non  erano  quelli  di  oggi,
  quindi  ha  avuto  un  dibattito di livello persino  inferiore  a
  quello di oggi.
   Altra  cosa  è  il  movimento separatista, che si  sviluppò  per
  altre  finalità e non per chiedere lo Statuto ma aveva come  fine
  la   creazione  della  cinquantesima  stella  degli  Stati  Uniti
  d'America, aveva come fine l'indipendenza siciliana; costituì  un
  esercito,  come ieri ricordava l'onorevole Sammartino, vi  furono
  anche  degli scontri a fuoco. Ma quel manipolo di indipendentisti
  non  si  scontrava a fuoco con le forze dell'ordine perché voleva
  lo Statuto, bensì perché voleva la separazione. E sulla natura di
  quel  movimento  ormai vi sono intere biblioteche che  illustrano
  come  a  parte  un'anima democratica, che certamente  ebbe,  ebbe
  anche  anime  conservatrici e reazionarie e perfino  legate  alla
  mafia  E, ovviamente, queste non aveva a cuore un libero Stato  o
  una  libera regione dentro un libero Stato bensì  avevano a cuore
  altre  ipotesi,  di  natura istituzionale e  di  assetto  sociale
  diversi.
   La  battaglia, però, non fu meno aspra. Se si dà una  scorsa  al
  dibattito  nella Costituente, a proposito del nostro Statuto,  si
  comprenderà il perché la tensione fosse alta.
   Lo  Statuto  autonomistico, nella forma che  conosciamo,  fu  in
  bilico  fino  ad  un'ora prima della chiusura  dei  lavori  della
  Costituente  e  fu  importante l'intervento  delle  grandi  forze
  politiche  nazionali,  stimolate dall'unità  di  tutte  le  forze
  politiche  regionali,  dalla pressante  azione  che  si  ebbe  in
  Parlamento da parte dei nostri rappresentanti politici di allora,
  da  Guarino  Amella  ad   Ambrosiani, a Li Causi,  a  Finocchiaro
  Aprile,  che ebbe una posizione molto intelligente e non si  fece
  trascinare dalla sua ispirazione fondamentale e tutelò e  difese,
  sia pure come primo passaggio verso l'indipendenza, lo Statuto di
  allora,  contro  posizioni centralistiche che non avevano  alcuna
  intenzione  di  dare  ai  siciliani uno Statuto  autonomo  o  uno
  Statuto  che  non  fosse  puro  decentramento  di  poteri  e  non
  conferimento di potestà.
   Tra  questi,  Luigi  Einaudi, che fu un  fierissimo  oppositore,
  presentò  un  memorandum contro lo Statuto approvato con  decreto
  luogotenenziale.  Alcune delle tesi che  lui  sostenne,  con  una
  radicalità da grande uomo e da statista quale era, sia  pure  con
  posizioni   non  condivisibili  sotto  il  profilo   dell'assetto
  generale dello Stato,  avevano un fondamento. I federalisti e gli
  autonomisti contrapposero alla critica radicale mossa da  Einaudi
  delle  repliche  non  sempre felici;  e  solo  il  fatto  che  la
  Costituente, di lì ad un'ora, avrebbe chiuso i lavori   determinò
  l'approvazione della legge costituzionale numero  2.  Vi  era  il
  rischio di non approvare lo Statuto o la sua modifica; era già in
  discussione,  infatti,  un testo elaborato dalla Commissione  che
  limava le parti dello Statuto più avanzate come quelle in materia
  di  economia e, ricordo, lo Statuto era già approvato  e  già  in
  vigore  col decreto luogotenenziale. Il secondo comma  di  quella
  legge costituzionale numero 2, poi venne cassato dall'Alta Corte,
  quello  cioè che prevedeva che entro due anni lo Statuto, già  in
  vigore,  avrebbe  dovuto essere armonizzato  su  richiesta  dello
  Stato  o  su  richiesta  della Regione ai  princìpi  della  nuova
  Costituzione. Cassato questo secondo comma con sentenza dell'Alta
  Corte,   lo  Statuto  è  rimasto intonso,  così  come  era  stato
  proposto.
   Quindi, la tesi secondo cui abbiamo avuto le rivolte popolari  è
  del  tutto  infondata, per lo meno nelle modalità in  cui  la  si
  vuole oggi rappresentare.
   Sotto  questo profilo contesto la critica che viene mossa:  essa
  sembrerebbe far credere, da quanto si legge sulla stampa, che  vi
  sia  una  volontà consapevole, una scelta consapevole  di  questo
  Parlamento  -  della Commissione o della Sottocommissione  o  del
  compianto presidente Lenza o di altri - di non fare dello Statuto
  l'oggetto  di un grande dibattito, che veda la partecipazione  di
  tutti  coloro  i  quali   vogliono dare un  contributo  alla  sua
  formulazione.
   E'   anche  questa  un'ignominia  lanciata  con  leggerezza  nei
  confronti  del  Parlamento regionale da parte di  alcuni,  tra  i
  quali   anche  importanti  personalità,  commentatori   politici,
  peraltro anche stimabili, i quali, nel merito, hanno detto  delle
  cose che possono essere fortemente condivise e che io mi sento di
  respingere,  perché so, per diretta testimonianza e  per  diretta
  esperienza,  che  tutto questo non esiste; lo si  è  potuto  fare
  laddove  c'è  stata l'opportunità di farlo, spetta  proprio  alle
  istanze  sociali e politiche far in modo che tutto questo maturi,
  cresca e dia i suoi risultati.
   Nel  merito  sono  state  rivolte molte critiche,  alcune  delle
  quali  -  e  sono  tante  -  hanno  uno  scarso  fondamento   con
  l'effettività  del testo. Riprendo quelle di questa  mattina  per
  non andare molto lontano.
   Si  dice  che  nello  Statuto  non  è  contenuto  un   effettivo
  principio di sussidiarietà'. Qualcuno mi dovrebbe spiegare qual è
  la  differenza  tra   principio di sussidiarietà'  ed   effettivo
  principio di sussidiarietà'. Se c'è il principio di sussidiarietà
  è  effettivo, è norma costituzionale e va applicato; non  c'è  un
  falso  principio  di  sussidiarietà e un effettivo  principio  di
  sussidiarietà e dimostreremo che nel testo in esame il  principio
  di sussidiarietà è fortemente contenuto.
   Dirò  poi  come,  secondo  il  mio  punto  di  vista,  bisognerà
  ulteriormente intervenire su questi due articoli, articolo  15  e
  16  bis, per renderli più espliciti, per ampliarli, ma non perché
  non  vi sia contenuto, bensì perché, a mio giudizio, vale la pena
  di  farlo, essendo una delle parti più innovative dello  Statuto.
  Del resto, la discussione ed il lavoro d'Aula servono a questo.
   Si  dice  che  manca il federalismo fiscale. All'articolo  nuovo
  che  riassume gli articoli 36 e 37 e poi l'articolo 38 contengono
  una vera e propria rivoluzione in materia di federalismo fiscale.
  Mi augurerei che quei commentatori, che oggi sostengono che non è
  contenuto il principio di federalismo fiscale, quando vi sarà  il
  dibattito al Parlamento nazionale e non avremo - come temo  -  le
  solidarietà  necessarie,  facciano  una  battaglia  perché  venga
  confermato  quello  che  noi  scriviamo.  Qui  c'è  un  principio
  rivoluzionario  che va oltre rispetto al principio  che  era  già
  contenuto nell'articolo 36, 37 e 38 del vecchio Statuto.
   E'  appena  il caso di dire che questa è stata una delle  parti,
  assieme a quella relativa al potere estero, su cui la Commissione
  ha  lavorato a lungo, per giorni, e con l'assistenza dei migliori
  docenti di diritto pubblico regionale, di diritto tributario,  di
  scienza   delle   finanze,  di  economia,  dopo  avere   sentito,
  ovviamente,  le  parti  sociali. Non  abbiamo  fatto  un  po'  di
   cucina'   come  ironicamente  qualche  commentatore  ha   detto,
  parliamo  delle migliori competenze scientifiche di  cui  dispone
  oggi la nostra Regione.
   Inviterei  il  Presidente dell'Assemblea, finito  il  lavoro,  a
  pubblicare,   ovviamente  riordinandolo,   tutto   il   materiale
  raccolto  e la registrazione delle sedute, in quanto varrebbe  la
  pena di fare una selezione di tutto questo per dare contezza  del
  lavoro svolto anche all'esterno.
   Si   dice   pure   che   non    è  previsto   il   decentramento
  amministrativo.  Come è possibile farlo, nel momento  in  cui  in
  Italia  la modifica del Titolo V della Costituzione, all'articolo
  114  prevede  una  equiordinazione tra  Stato,  regioni,  comuni,
  province  e  città metropolitane che diventano ciascuna  parte  e
  componente  della  Repubblica  italiana,  quindi  con  una   loro
  autonoma potestà nell'ambito dei poteri e delle competenze che la
  Costituzione  attribuisce  loro?  E'  difficile  dire  come   sia
  possibile - e, infatti, non è stato possibile farlo -  non andare
  avanti  verso  un  ampio decentramento, anche perché  la  volontà
  della  Commissione - sia pure con un dibattito animato  ed  anche
  con  qualche  resistenza - è stata di introdurre il principio  di
  sussidiarietà  cosiddetto verticale, cioè dalla Regione  verso  i
  comuni,  ove  applicato - e si deve applicare -, perché  oggi  si
  tratta di norma statutaria e, quindi, di norma costituzionale che
  costituisce  una vera rivoluzione nell'assetto di  potere  e  dei
  poteri che vive la nostra Regione.
   Non  ci  può  più  essere  -  lo si sappia  -  una  regione  che
  amministra  risorse  ed  avere  competenze  che,  in  virtù   del
  principio  di  sussidiarietà,  principio  che  è  contenuto   nei
  trattati  della  Comunità  europea e quindi  anche  nella  nostra
  Costituzione,  devono  essere  trasferite  obbligatoriamente   ai
  comuni, cioè a quei livelli istituzionali che sono più vicini  al
  cittadino  e  che  dove più utilmente può essere disimpegnata  la
  competenza  che  viene  attribuita loro.  Il  che  significa,  di
  conseguenza,  che  circa  la  metà  del  bilancio  della  Regione
  dev'essere trasferito a queste autonomie locali.
      Sono   a   conoscenza  di  resistenze  al  riguardo,   signor
  Presidente, ma sono resistenze di natura politica emerse anche in
  Commissione  durante  il  dibattito  -  poi  ne  parleremo  e  ci
  confronteremo quando arriveremo al punto -, ma qui si  tratta  di
  qualcosa di epocale che la politica siciliana avrebbe potuto fare
  solo  se lo avesse voluto. Infatti, abbiamo la legge 10 del  2000
  che,   al  titolo  IV,  prevede  il  principio  di  sussidiarietà
  verticale, e  sarebbe bastato applicare quella per avere oggi una
  Regione più snella dal punto di vista burocratico, più articolata
  dal  punto  di  vista  dei poteri, diffusa  nel  territorio,  una
  regione  finalmente  in  linea con i  principi  che  oggi  stiamo
  inserendo in Statuto.
     Si dice che manca l'autonomia legislativa. Ma veramente vorrei
  capire e chiedere come si può affermare questo nella regione  che
  ha le più alte e più ampie competenze legislative primarie. Altra
  cosa è l'obiezione che muove il professore Renda, obiezione   che
  invece è di tutto rispetto e su cui poi voglio dire qualcosa  che
  attiene  ad  un  altro modo di gestire quelle competenze  di  cui
  all'articolo  14  del nostro Statuto. Ma non si può  sostenere  -
  come  fa  qualcuno - che manca l'autonomia, che non si  è  andati
  avanti  sull'autonomia legislativa quando abbiamo  scavato  nelle
  competenze concorrenti del Titolo V della Costituzione escludendo
  solo  quelle  che  abbiamo ritenuto non utili alla  Regione;  per
  esempio  quelle  relative alla scuola, già presenti  nel  vecchio
  Statuto  ma mai applicate nel corso dei 50 anni abbiamo  ritenuto
  di  mantenerle  nella posizione concorrente,  se  non  provvederà
  Bossi  a  ritrasferirle di nuovo alle Regioni con le  conseguenze
  che questo può avere.
     Si  dice  che  manca una norma sulla buona  amministrazione  e
  sull'efficienza contro tutte le mafie. Ritengo che questa non sia
  una  critica  accoglibile perché si tratta di pura  petizione  di
  principio:  questo  è affidato alle scelte politiche  e  non  può
  essere  né lo Statuto né le leggi a stabilire, ad indurre chi  ha
  compiti  di  governo ad attenersi al principio del  corretto  uso
  delle risorse.
   Il  corretto uso, dal punto di vista legislativo, va  benissimo;
  ma  poi c'è un cattivo uso o un buon uso delle risorse dal  punto
  di  vista  politico; questo attiene alle scelte che  i  cittadini
  debbono  poi valutare. Ho l'impressione che vi sia una  sorta  di
  vezzo che circoli e cioè che la Commissione non ha - questo sì  è
  un  limite  - efficacemente contrastato, avremmo avuto  forse  la
  necessità  e  con  iniziative appropriate di  dare  gli  elementi
  necessari.  Capisco  bene che c'è un alto contenuto  tecnico  del
  testo   che  non  sempre,  a  chi  non  ha  avuto  occasione   di
  approfondirlo, riesce immediatamente percepibile: ad  esempio  ho
  sentito lamentare che mancano norme in materia di natura, ma  non
  si sa che abbiamo dibattuto una intera serata sull'opportunità di
  introdurre  o meno la nozione di ecosistema assieme a  quella  di
  tutela   del  paesaggio  e  dell'ambiente.  Abbiamo   anche   qui
  approfondito,  discusso, e credo che non  vi  sia  neanche  nella
  Costituzione italiana la nozione di ecosistema e su  ciò  abbiamo
  avuto  una lunga disputa con l'onorevole Pistorio (a mio  parere,
  l'espressione  ecosistema  esprime un concetto più  completo  che
  non la parola "ambiente", come poi l'acquisizione di elementi  di
  natura scientifica ci hanno confermato).
   Ritengo  che  i mali della Regione non stiano nello Statuto,  ma
  nella sua cattiva applicazione. Lo Statuto è uno strumento,  come
  è  capitato  di  dire  in  un  dibattito  -  credo  a  Catania  -
  paragonabile  ad  un coltello. Un coltello lo si  può  usare  per
  sbucciare  un'arancia, ma lo si può usare anche per uccidere  una
  persona.
   In  sé  lo strumento mette l'utente nella  condizione di poterlo
  usare  in  modo positivo o in modo negativo. Ma è chiaro  che  il
  fallimento storico delle classi dirigenti sull'applicazione dello
  Statuto  e  sull'uso in chiave democratica dell'autonomia,  hanno
  fatto  sì che questo passaggio si caricasse di aspettative  quasi
  palingenetiche: il mito, oltre che il vezzo, della  rifondazione,
  quindi  qualcosa di salvifico che avrebbe dovuto avvenire con  le
  parole e non con i contenuti.
   In  un  dibattito mi sono trovato di fronte ad interlocutori  di
  un  certo  livello  culturale (in un caso in specie  si  trattava
  anche  di  commentatore  giornalistico), che,  per  criticare  la
  mancata innovazione dello Statuto in materia di forma di governo,
  mi   proponeva   il  ritorno  al  proporzionale  ed  all'elezione
  parlamentare del Presidente del Governo, dicendo che  questo  era
  un  limite  dello  Statuto  che non aveva  fatto  le  innovazioni
  necessarie,  quando  -   appena tre anni fa - abbiamo  introdotto
  questo principio, di per sé rivoluzionario. Ma anche qui è chiaro
  che  l'istituto giuridico di per sé non risolve nulla; è  chiaro,
  infatti, che seppure il presidente eletto direttamente dal popolo
  è  un elemento di novità tale da sconvolgere gli equilibri e  gli
  assetti, alla fine può anche rivelarsi un cattivo presidente.  E,
  quindi, non si può, per ciò stesso, stravolgere l'istituto che di
  per  sé  non è colpevole della qualità del presidente  che  viene
  eletto.
   Riguardo,  inoltre,  ad  altre obiezioni  che  ho  sentito,  per
  esempio  è  stato  detto  che abbiamo  perpetuato  vecchi  schemi
  assistenziali - questa è una fonte autorevolissima, si tratta del
  professore  Mario  Centorrino - fino a  quando  ci  si  riferisce
  all'articolo 38, al fondo di solidarietà, sono d'accordo  che  si
  tratta  di un perpetuare un vecchio schema assistenziale, fino  a
  quando,  diciamo, il reddito medio pro-capite della Sicilia  sarà
  al  di  sotto  di  quello  della  media  nazionale.  Commenta  il
  professore Centorrino:   almeno per altre due o tre generazioni.
   A  prescindere dalla dizione semantica, dalla denominazione  del
  fondo  quale  "fondo  di solidarietà", su cui  avrei  anch'io  da
  ridire  e  di cui proporrò con emendamento la riformulazione,  si
  tratta  di  un  principio cardine di un assetto federalistico  di
  tipo  cooperativo e solidale. Perché non si è criticato il Titolo
  V  della  nuova  Costituzione dato che,  all'articolo  119,  sono
  previsti  due  fondi? Al terzo comma vi è il  fondo  perequativo,
  quello  che  serve  a perequare la fruizione dei  diritti  e  dei
  servizi sociali fondamentali su tutto il territorio nazionale per
  quelle regioni che hanno un gettito fiscale inferiore alla  media
  nazionale  ed al comma V, laddove si prevede un fondo, simile  al
  fondo di solidarietà di cui all'articolo 38 dello Statuto, che  è
  il fondo per lo sviluppo che viene indicato per quelle regioni  a
  basso  tasso di sviluppo e che lì viene argomentato nella maniera
  che conosciamo.
   Questo   è   assistenzialismo?  Questo  è  invece  un  principio
  sacrosanto  per  un  Paese  a regime federale  di  tipo  solidale
  cooperativistico   che   ha  disparità   eccessive   di   livello
  produttivo,  di  livello sociale e di sviluppo quali  quelle  che
  abbiamo  storicamente  in  Italia.  Ed  allora,  occorre  cercare
  attraverso  questi  strumenti di promuovere la coesione  sociale,
  che è poi un principio cardine dell'Unione Europea. Insomma, se i
  fondi strutturali europei, Agenda 2000, arrivano in Sicilia ed in
  otto  regioni italiane ed in tante altre regioni europee in virtù
  di  questo  principio federalistico cooperativo,  perché   quanto
  contenuto  nell'articolo  38 del nostro  Statuto  diventa  schema
  assistenziale?  No   Noi  all'articolo  38  abbiamo   esattamente
  modificato   le   finalità   per  le  quali   quell'articolo   38
  originariamente   era  stato  pensato.  Era  stato   pensato   in
  quell'epoca  a  sostegno  di un piano di opere  pubbliche  perché
  espressamente non si voleva che fosse investito nel  campo  dello
  sviluppo economico.
   C'è   un  dibattito  interessantissimo,  che  ormai  fa  scuola,
  sull'uso che bisognava fare dei fondi dell'articolo 38 negli anni
  50.   C'era  la  parte  "autonomista"  che  pensava  ad  un   uso
  finalizzato  allo  sviluppo,  ma  c'era  una  parte  di  cui  era
  portavoce l'onorevole Giuseppe La Loggia - ahimè dobbiamo fare  i
  nomi  -  che  invece voleva, in accordo con il Governo nazionale,
  con  settori importanti del Governo nazionale e di Confindustria,
  di  cui  faceva parte anche l'ingegnere La Cavera  che  si  batté
  contro  soccombendo  a  questa scelta, che  quei  soldi  dovevano
  servire   semplicemente   ad   interventi   a   sostegno    della
  infrastrutturazione,  non  allo sviluppo.  Altrimenti  il  Paese,
  impegnato  nel  nord  nella  fase di ricostruzione  dell'apparato
  produttivo,  e  che  si preparava ad entrare nel  Mercato  Comune
  Europeo  ed a competere con l'industria degli altri paesi europei
  non  avrebbe  potuto  sopportare la concorrenza  di  un  apparato
  industriale meridionale e siciliano.
   E'  un  vecchio  dibattito su cui, in altra  sede,  si  potrebbe
  tornare.  Oggi questo problema non c'è più, abbiamo  ritenuto  di
  dover  rimodulare l'articolo 38, ed io sono perché si vada ancora
  oltre, verso il principio dell'utilizzo di questi fondi anche per
  finalità di sviluppo, oltre che per la infrastrutturazione.
   Abbiamo  introdotto  la parametrazione al  10  per  cento  della
  spesa  per infrastrutture del Paese, il che ci sgancia da un'idea
  rivendicazionistica per cui ogni anno o ogni quinquennio dobbiamo
  andare  a  chiedere,  a batterci per avere qualche  centinaio  di
  miliardi di lire in più o in meno.
   Dobbiamo  avere un parametro certo a cui agganciare il fondo  di
  cui all'articolo 38 e dobbiamo poterlo utilizzare per le finalità
  di sviluppo.
   Altra  obiezione, che mi pare anche molto più intrigante e ardua
  da  dirimere, è quella che muove il professore Renda, il quale da
  autorevolissimo  storico,  nonché  da  vecchio  uomo  politico  e
  conoscitore delle questioni siciliane, pone un tema -  già  posto
  in  altre  occasioni, in convegni cui ho partecipato -,  che  non
  trova consensi unanimi.
   Il  professore  Renda dice: l'articolo 14, cioè quello  relativo
  alle  competenze primarie della Regione, è un grande e importante
  articolo, in quanto fissa le competenze primarie della Regione in
  materia legislativa. Poi, continua dicendo che in passato,  però,
  questa  competenza primaria è stata usata per fare da scudo  alle
  innovazioni. Avendo la competenza primaria su alcune  materie,  è
  accaduto  che il conservatorismo delle classi dirigenti siciliane
  ha  fatto sì che, per le innovazioni che lo Stato introduceva  in
  quelle  stesse  materie  fuori dalla Sicilia,  fosse  opposto  un
  diniego  a introdurle in Sicilia o comunque sono state introdotte
  con molto ritardo.
   Per  cui  vale  la  pena  capovolgere il  principio  -  dice  il
  professore  Renda  -  quindi, le leggi dello Stato  si  applicano
  automaticamente  in  Sicilia anche nelle  materie  di  competenza
  della Regione e la Regione però può interdirle con una sua legge,
  se  vuole  che  non vengano introdotte, altrimenti  si  applicano
  automaticamente.
   Questo  è  un  principio che parte, ovviamente, da  una  critica
  alla  qualità  dell'azione di Governo di questa  Regione,  che  è
  tutta politica, non è nello Statuto, è una scelta politica. Ma se
  ci fosse una legge dello Stato che una classe politica di Governo
  non   vorrebbe  che  fosse  introdotta  in  Sicilia,  lo  farebbe
  attraverso  una  legge. A mio giudizio, non cambierebbe  granché;
  vero  è  che  a  quel  punto la classe  dirigente  e  di  governo
  siciliana uscirebbe allo scoperto subito per dire di no a ciò che
  potrebbe  innovare, ma è anche vero che lo strumento,  in  quanto
  tale,  non  ci  metterebbe  al riparo  da  un  uso  assolutamente
  conservatore  delle  innovazioni che  provengono  dal  progredire
  della legislazione dello Stato.

    PRESIDENTE   Onorevole Capodicasa, è pure  accaduto  che  senza
  recepimento   qualche   norma  nazionale  sia   stata   applicata
  giustamente o ingiustamente?

    CAPODICASA  Sì, quando si è trattato di norme aventi  carattere
  di riforme economico-sociale previste anche dal nostro Statuto  e
  dalla  Costituzione, esse sono state introdotte. Ma  il  problema
  non  è  questo, potevamo fare anche un uso al contrario, vi  sono
  anche casi in cui la nostra autonomia speciale ha dato impulso  a
  leggi  dello  Stato:  l'elezione diretta  del  sindaco  l'abbiamo
  approvata prima in questo Parlamento e solo dopo circa  sei  mesi
  il   Parlamento  nazionale  intervenne  con  una  sua  legge  per
  estendere il principio anche alle altre regioni; quindi c'è stato
  un uso bivalente, così come in altre occasioni.
   Credo  che l'argomento sia di per sé importante e meritevole  di
  approfondimento,  però oltre ad avere, come  molti  sanno,  degli
  illustri  oppositori  anche  tra  i  costituzionalisti,  i  quali
  sostengono che ciò metterebbe la Regione non in una posizione  di
  equiordinazione con lo Stato, ma in una posizione di subalternità
  perché lo Stato legifera, le norme si applicano automaticamente e
  la  Regione deve rincorrere, ove non voglia che alcune di  quelle
  norme -  il principio di pari ordinazione contenuto nell'articolo
  114 della Costituzione e il principio federalistico che vuole che
  ciascuno nelle proprie competenze eserciti in via primaria alcune
  funzioni  - vengano di fatto abrogate. Il tema che pone,  quindi,
  il  professore Renda è interessante, non è banale e merita che su
  questo si svolga un certo dibattito. Pertanto, credo che valga la
  pena   prendere  in  considerazione  i  contributi  che  in  tale
  proposito sono pervenuti.
   Andando   avanti,  signor  Presidente,  volevo  intervenire   un
  momento  sulle questioni che riguardano altre obiezioni che  sono
  intervenute anche durante i lavori in Commissione.
   Mi   riferisco   all'onorevole  Giannopolo,  che  pubblica   una
  rivista.  Nell'ultimo  numero  della  sua  rivista,   proprio  un
  editoriale a sua firma titola "Manca l'anima a questo Statuto". E
  questa  osservazione l'ho sentita ripetere  più  volte  anche  da
  parte  del professore Marino, introducendo i lavori del seminario
  svoltosi  presso  il  dipartimento di diritto dell'Università  di
  Catania,  il quale ha ribadito questo concetto, e  l'hanno  detto
  anche altri addetti ai lavori.
   Sono  totalmente aperto ad ogni dibattito sull'argomento, ma  ho
  chiesto al professore Marino, in quella sede, e lo chiedo anche a
  coloro  i quali lo sostengono: cosa si intende per  anima?  Cos'è
  l'anima  di  uno  Statuto? Si intende dare  semanticamente,  come
  diceva  ieri  l'onorevole  Sammartino,  più  tono  allo  Statuto,
  inserendo  elementi di maggiore ampollosità, enfatizzando  alcuni
  concetti  chiave  che  possono anche accendere  la  fantasia  dei
  nostri concittadini?
   Dico  subito  -   siccome vedo una buona dose  di   retorica  in
  tutto  questo -, che sono contrario agli Statuti siffatti.  ma  è
  una  convinzione  personale. Fortunatamente, ho  sentito  docenti
  universitari,   tra  cui il professore Teresi,  in  un  seminario
  tenutosi  all'Università, che lui è per le  Costituzioni  snelle,
  secche.  Aderisco, quindi, alle parole di un maestro del  diritto
  pubblico  regionale.  Personalmente,  sono  per  le  Costituzioni
  secche, snelle, che non abbiano la pretesa di enunciare proclami.
  Vero   è  che  nel  mondo  esistono   Costituzioni,  come  quella
  americana,  che propugna il diritto alla felicità  dei  cittadini
  americani,  ma è vero anche che tutto ciò si traduce  solo,  come
  ben  sappiamo,  in  propositi che hanno  solamente  un  carattere
  enfatico,  che  introducono barocchismi che, a  mio  avviso,  non
  devono fare parte di una Costituzione o di uno Statuto.
   Ho  avuto  modo di leggere le bozze di revisione di   tutti  gli
  Statuti  che  sono  in fase di elaborazione nelle  altre  regioni
  d'Italia. Non ho visto alcuno Statuto che, secondo questa nozione
  di  anima', abbia un'anima; sono tutti senz'anima.

    SAMMARTINO  Mal comune mezzo gaudio

    CAPODICASA   No, onorevole Sammartino, mal comune mezzo  gaudio
  vuol  dire  -  visto che ogni Regione ha utilizzato competenze  e
  professionalità  -  che  è quella la cifra  che  deve  avere  uno
  Statuto.  Voglio portare l'esempio della Regione Emilia  Romagna:
  un  preambolo  che occupa lo spazio di sette righe nel  quale  si
  richiamano  il  principio della Costituzione, il principio  della
  Carta dei diritti dell'uomo, i valori di pace, di libertà  e   di
  democrazia.
   Credo che la vera anima di uno Statuto sia il suo contenuto,  la
  qualità  del  rapporto che stabilisce con gli altri soggetti,  la
  capacità  di  fare nascere una Regione multirelazionale  che  dia
  conto   della  ricchezza  dei  soggetti  sociali,  istituzionali,
  culturali,  etnici  che  esistono in  una  regione.  Quindi,  uno
  Statuto  che sia, a mio giudizio, quello che considero  realmente
  importante, uno strumento di democrazia che amplia la qualità del
  rapporto con i cittadini.
   E  su questo dobbiamo misurarci. E' questo il banco di prova cui
  l'Assemblea  regionale è chiamata in questa fase,  perché  a  mio
  giudizio - ho sentito tanti colleghi, anche quelli che sostengono
  che  manca  l'anima  allo Statuto -  bisogna esaltare  il  valore
  dello  Statuto  autonomistico, che è in sostanza ciò  che  stiamo
  cercando di fare con l'attuale testo di riforma. Se c'è un  testo
  di Statuto cui manca veramente l'anima è lo Statuto del 1946.
   Lo  Statuto del 1946, secondo questa logica, è totalmente  privo
  di anima. Non lo si può esaltare poiché è un mero assemblaggio di
  norme  tendenti a stabilire i rapporti tra me-Regione e te-Stato:
  quanta  risorsa  finanziaria mi attribuisci, quali  sono  i  miei
  poteri e quali i tuoi, che cosa è questa Regione.
   Ricordo  che all'epoca fu un'importante conquista. Vi  invito  a
  leggere   la   relazione   dell'Alto  Commissario   Aldisio   che
  accompagnava  il  testo  di  riforma  statutario  trasmesso  alla
  Consulta  nazionale. Aldisio, infatti,  spreca'  tre  pagine  per
  spiegare  che  la  Sicilia  è una Regione,  doveva  convincere  i
  costituenti  di  questo e spiega, infatti, le  ragioni  storiche,
  culturali  e  geografiche.  Non  chiedeva  cose  fantasmagoriche,
  chiedeva che venisse riconosciuto lo status di Regione, nel senso
  che,  oltre ad essere una entità geografica, culturale e storica,
  le venisse riconosciuta una personalità giuridica, una dimensione
  di comunità e, in quanto tale, il suo diritto all'autogoverno.
   Dopodiché, quest'anima dello Statuto veniva tradotta  in  parole
  aventi  un  altissimo contenuto tecnico. Lo Statuto  del  1946  è
  questo   Sfido  chiunque  a sostenere che  quello  Statuto  aveva
  un'anima e quello di oggi non ce l'ha.
   E'  esattamente il contrario, perché oggi  il dibattito,  se  si
  vuole,  si  può articolare in tanti modi,  poiché questo  Statuto
  attua alcune operazioni importantissime.
   Il  professore  Gaetano Silvestri, il quale credo  sia  uno  dei
  maggiori docenti di diritto costituzionale d'Italia, non solo  di
  Sicilia, ha sostenuto, giustamente, che gli Statuti non sono  una
  Costituzione, o meglio, lo sono solo metaforicamente,  nel  senso
  che  metaforicamente  si  sostiene che  lo  Statuto  è  la  Carta
  costituzionale  siciliana.  Ma se poi,  tecnicamente,  si  va  ad
  analizzare nello specifico, non sono delle Costituzioni in quanto
  le  costituzioni prevedono principi, idealità a cui  agganciarsi,
  lo Statuto, invece, non prevede tutto ciò.
   Se  avessimo  voluto dare l'anima a questo Statuto,  secondo  la
  critica  che  ci viene mossa, avremmo dovuto richiamare  tutti  i
  principi che sono contenuti nella prima parte della Costituzione,
  tutti  i  principi  che  sono inseriti nella  Carta  dei  Diritti
  dell'Uomo,  tutti i principi che si trovano nei  trattati  e  nei
  documenti  fondamentali dell'Unione Europea; avremmo scritto  una
  sorta di antologia di ciò che su questa materia circola nel mondo
  e, conseguentemente, avrebbe avuto un'anima.
   Molto   più   modestamente,  trattandosi  di  uno  Statuto   che
  disciplina i rapporti tra noi e lo Stato, tra noi e l'Europa, tra
  la Regione e le autonomie locali, tra noi ed i cittadini, abbiamo
  lasciato  nel  preambolo - che personalmente non  condivido,  poi
  dirò  anche il perché - tutto ciò con richiami snelli. Sul  fatto
  che  la  Regione siciliana si riconosca nei valori di democrazia,
  di  libertà,  di  pace,  di laicità presenti  nella  Costituzione
  italiana  abbiamo fatto soltanto degli accenni, perché noi  siamo
  parte  integrante  della  Nazione e quindi  ci  riconosciamo  nei
  principi  che informano questa Nazione. Quindi, l'anima è  quella
  lì,  è  l'anima che ha la Costituzione italiana, che ha la  Carta
  dei  Diritti dell'Uomo e poi l'anima è la sua specialità e la sua
  capacità  di  essere  effettivo strumento di  democrazia  per  la
  nostra Regione.
   Quando,  poi, affermiamo che lo Statuto è la legge di  tutte  le
  leggi,  non intendiamo dire che è la legge che tutte le contiene,
  ma  che  è la legge-madre, in cui  sono fissati i principi  e  le
  leggi  debbono  discendere dai principi  e  dall'ordinamento  che
  disegna  lo Statuto. Se noi, infatti, diamo l'idea che lo Statuto
  debba   risolvere   tutti   i   problemi,   come   quello   della
  sburocratizzazione della Regione e debba risolverli tutti in  una
  stessa  sede,  in uno stesso documento, credo che avremmo  creato
  soltanto le premesse per una grande disillusione.
     Questa  è  la  verità,  ecco  perché  si  fa,  impropriamente,
  un'opera  negativa  di  approfondimento  di  uno  iato,  di   uno
  scollamento tra l'Istituzione ed i cittadini siciliani, perché si
  veicolano concetti ed idee errati che possono soltanto ingenerare
  confusione o fraintendimenti.
   Procedendo,  poi,  anche sulle questioni di merito,  sono  state
  mosse   altre   critiche.  Bisogna  essere  più  coraggiosi   nel
  decentramento,  ed  io  ho  affermato come,  a  mio  avviso,  sia
  contenuto   nel   principio   di   sussidiarietà   un   principio
  rivoluzionario  che  va  oltre l'idea  stessa  di  decentramento,
  perché l'idea del conferimento dei poteri alle autonomie locali è
  un'idea  che  non  è  quella  del  decentramento,  bensì  di  una
  ripartizione  di attribuzione di compiti sulla base dei  principi
  di  sussidiarietà,  di differenziazione e di  adeguatezza,  tutti
  principi  ormai contenuti nella Costituzione italiana,  anche  se
  ogni  parola presa isolatamente, a chi è incompetente,  può  dare
  l'idea  di  una  banalità. Questi principi, però, non  erano  mai
  stati  contenuti  in una Costituzione, tanto  meno  nei  trattati
  europei;  oggi lo sono, li inseriamo nello Statuto ed  ognuno  di
  essi dà luogo a conseguenze, dal punto di vista degli assetti dei
  poteri  e delle relazioni tra istituzione e cittadino, del  tutto
  nuove.
   Ci   è  stato  detto  che  dovevamo  inserire  il  principio  di
  progressività   dell'imposizione  fiscale;  ma  la  progressività
  dell'impostazione fiscale è un principio costituzionale,  nessuna
  Regione  può  modificare tale principio. Quindi,  il  non  averlo
  inserito  dipende soltanto dal fatto che in Italia ancora  questo
  principio è norma costituzionale.
   Si  è  detto  che in materia di credito abbiamo rinunciato  alle
  nostre  prerogative.  E' vero, infatti, all'articolo  14  non  si
  prevede più la competenza esclusiva in materia di credito.
   Signor Presidente, possiamo reinserirla subito, mi premurerò  di
  presentare un emendamento a tal proposito, ma la Commissione si è
  orientata a cassare questa previsione perché ormai in materia  di
  credito,  essendo intervenuta la liberalizzazione  attraverso  la
  normativa europea, non esistono più le competenze, non le ha  più
  neanche la Banca d'Italia, se non sotto il profilo dei controlli,
  perché  ormai  in materia di credito ci sono le norme  che  hanno
  liberalizzato. Allora, mi chiedo quale possa essere la competenza
  della Regione, oggi, in materia di credito.

    PRESIDENTE  La distribuzione del risparmio.

    CAPODICASA   No, signor Presidente, non lo può fare  perché  le
  banche, anche all'epoca in cui si trattava di Istituti di diritto
  pubblico,  non potevano dare l'indirizzo nell'uso del  risparmio,
  nell'utilizzo del risparmio, nei cosiddetti impieghi,  perché  si
  trattava  di  scelte di natura aziendale, ma, anche questo,  oggi
  non esiste più.
   Signor  Presidente,  riesce ad immaginare il  povero  Presidente
  Cuffaro nel Consiglio di amministrazione di Capitalia, che è  una
  holding   che   ormai   gioca  su  uno  scenario   nazionale   ed
  internazionale  Non è solo una questione di qualità della  nostra
  rappresentanza, è una questione tecnica di norme giuridiche e  di
  competenze.
   Comunque,  se c'è qualcuno in grado di spiegarci che in  materia
  di   credito,  non  inserendo  all'articolo  14  questa  riserva,
  perdiamo  qualcosa,  sono  pronto ad inserirlo  nuovamente,  anzi
  preannuncio  un emendamento del gruppo parlamentare  dei  DS,  al
  fine di suscitare un dibattito sull'argomento.
   L'onorevole   Giannopolo  ha  sollevato  nel  suo  articolo   il
  problema  relativo ai controlli, ma è risaputo che in materia  di
  controlli  sugli enti locali non possiamo più intervenire  perché
  la  Costituzione  non  ha fatto altro che  abrogare  i  controlli
  proprio   a  causa  di  quell'equiposizionamento  rispetto   alla
  Repubblica,   di  Regioni,  Stato,  Comuni,  Province   e   Città
  metropolitane.
   Quindi,  mi  pare del tutto evidente che non possiamo introdurre
  norme  in  materia di controlli, secondo una antica visione,  che
  era quella della Regione che controlla gli enti locali.
   Altra  cosa sono i controlli interni che, invece, sono  previsti
  e  i  controlli  che sono previsti in capo alla competenza  della
  Corte dei Conti; ma si tratta di altra cosa e non di controlli di
  legittimità preventivi, come avveniva prima.
   Il  tema di come evitare che tra l'amministratore e il cittadino
  non  vi  debba  essere solo la Magistratura ordinaria,  ma  debba
  esserci qualcosa che consenta al cittadino di conoscere, prima di
  arrivare  alla  Magistratura, il modo di  come  tutto  ciò  debba
  essere articolato, è materia di approfondimento non facile e,  in
  ogni  caso,  non possiamo, oggi, inserire in Statuto qualcosa  in
  tal senso.
   Personalmente,  sono dell'idea, l'ho già detto  in  Commissione,
  che  possiamo  istituire una sorta di avvocatura dei  comuni,  le
  vecchie CPC possono diventare una sorta di avvocatura dei  comuni
  che   danno  consulenza,  pareri  su  delibere  o  determinazioni
  sindacali, dietro richiesta di cittadini associati o di un  certo
  numero  di  consiglieri del consiglio comunale, ma si  tratta  di
  pareri  di  cui poi il sindaco e la Giunta possono, o no,  tenere
  conto,  dopo di che  il cittadino potrebbe avere, sulla  base  di
  quei pareri, anche la spinta, ove i pareri fossero collimanti con
  il  proprio,  di  adire  sia la via giurisdizionale  che   quella
  amministrativa o ordinaria.
   Quindi,  ciò  è  tutt'altra cosa rispetto al tema dei  controlli
  secondo  una vecchia dizione che diceva  io Regione controllo  te
  comune  perché sei un organo a me sottoposto o per  chissà  quale
  altra motivazione'.
   Abbiamo  avuto  anche alcune obiezioni circa  il  sistema  della
  comunicazione,  che non è contenuto in questo  Statuto.  Nel  mio
  disegno  di  legge, avevo previsto una competenza primaria  della
  Regione  in materia di sistema della comunicazione, ma un docente
  universitario,  venuto  in audizione,  ci  ha  detto  che  questa
  materia non può essere messa in capo alla Regione perché vi  sono
  aspetti  di  natura privatistica che la Regione  stessa  non  può
  assolvere, in quanto risultano essere in capo allo Stato.
   Non  sono  un esperto della materia, ma se ci fosse  uno  spazio
  entro cui la Regione può ricavare una sua competenza primaria,  e
  non  quella  concorrente di cui oggi già disponiamo, ebbene,  per
  quanto  mi  riguarda,  non sarei contrario ad  approfondire  tale
  aspetto.
   Si  dice  che  bisogna - questa è una critica mossa dall'ANCI  -
  che  le  province,  per come le abbiamo previste  nello  Statuto,
  cassando l'ipotesi dei liberi consorzi, siano intese sul  modello
  delle province italiane, quindi come articolazioni amministrative
  della Regione.
   Siccome è il professore Piraino che muove questa critica  -  che
  è  pure  segretario  dell'ANCI - mi sono meravigliato   Oltre  ad
  essere  un docente assai valente, il professore Piraino  è,  come
  dicevo,  rappresentante  dell'ANCI:  non  potremmo  fare   questa
  operazione  di  costituire le province come  articolazione  della
  Regione,  perché l'articolo 114 della Costituzione lo  impedisce,
  equiparando  tali enti alla Regione, non solo  i  comuni,  ma  il
  dettato  costituzionale conferisce analoga posizione  anche  alle
  province;  si  tratta  di organi, quindi, che  non  costituiscono
  alcuna articolazione della Regione.
   Sono  organi  i livelli istituzionali che hanno la  loro  totale
  autonomia nell'ambito delle loro competenze. Il fatto che non sia
  scritto   si  tratti  di  liberi  consorzi,  bensì  di   province
  regionali,  forse  lì, possiamo cassare l'aggettivo  regionale  e
  lasciare il termine province.
   Forse  l'equivoco  nasce dal fatto che noi le  abbiamo  definite
  province regionali: ma la sostanza è che rimangono quelle che  la
  Costituzione  vuole.  Ed il fatto di non averli  chiamati  liberi
  consorzi  non  significa che hanno subito un mutamento  di  stato
  giuridico,  rispetto alla Regione (anche se  poi  la  dizione  di
  liberi consorzi, che è nello Statuto, fin dal suo nascere, non ha
  dato mai luogo a tali realtà).
   A  me  sembra  che vi siano delle forzature nel dibattito,  così
  come  molto  forzata  mi sembra - e anche  un  po'  fantasiosa  -
  l'ipotesi   che   noi   avremmo  dovuto   ridisegnare   l'assetto
  istituzionale  della Regione dal punto di vista  delle  province,
  che  avremmo dovuto ridisegnare le province siciliane. Ma perché?
  Siccome  le  province  - dice il professore  Vito  Riggio  su  un
  quotidiano  siciliano, poi ripreso in più dibattiti - sono  state
  disegnate  secondo  un  portato  dell'esperienza  Napoleonica   e
  disegnate in modo empirico, attraverso un metodo secondo  cui  il
  limite  massimo della provincia non poteva superare  il  percorso
  che  un  uomo a cavallo poteva compiere nel corso di  48  ore  e,
  quindi, è per questo che oggi dobbiamo cancellare le province  e,
  addirittura, tornare ai livelli istituzionali del periodo  Arabo,
  con la suddivisione in tre valli: il Val Demone, il Val di Noto e
  il  Val  di  Mazara.  Francamente, oggi, con questo  Statuto,  mi
  sembra  una  cosa un po' eccessiva come esercitazione futuribile,
  non mi pare che sia tema odierno.
   Senza  contare  che,  pur  considerando  le  province  malamente
  disegnate, ho fatto riferimento più volte alla questione che  non
  sempre c'è, all'interno della stessa provincia, una unità perfino
  idiomatica  che  non  segue il confine delle  province  medesime,
  quella  che  viene  chiamata la linea  isofonica.  Se  si  va  in
  provincia  di Agrigento, ad esempio, in alcuni comuni  confinanti
  con  la  provincia  di  Caltanissetta  si  pronuncia  la  parola:
  'chiave'  come  se  fosse 'ciave'. Dicono così  i  ragusani  e  i
  vittoriesi, Non c'entra nulla con il dialetto girgentano  di  cui
  Pirandello sottolinea ".... della sua alta sonorità", è  un'altra
  cosa.
   E'  chiaro  che, probabilmente, quando sono state  disegnate  le
  province  è  intervenuto  qualche  elemento  di  turbativa  degli
  assetti naturali idiomatici, ma sono passati oltre centocinquanta
  anni  da  allora. Parliamo, quindi, di qualche cosa  che  darebbe
  luogo,  non  ad  un ampio decentramento, ma a sconvolgimenti  che
  reputo  assolutamente inadatti alla situazione attuale;  riandare
  ai  periodi arabi per immaginare la Sicilia del futuro mi  sembra
  un controsenso.
   Onorevoli  colleghi,  vorrei fare un breve excursus  del  lavoro
  svolto  in  Commissione. Innanzitutto, la Commissione ha  puntato
  alla  trasformazione dello Statuto, da riparazionista -  come  si
  suol dire - a compiutamente federalista; ha mirato a superare  il
  rivendicazionismo,  a  dare  certezza  di  risorse  per  il   suo
  sviluppo, a superare la vecchia ispirazione che prevedeva che  lo
  Stato  dovesse  risarcire  dai torti  subiti  storicamente  dalla
  Sicilia attraverso la concessione di un'autonomia.
   Ha   puntato,   inoltre,  al  riequilibrio   tra   esecutivo   e
  legislativo,  dopo  le  innovazioni  intervenute  con  l'elezione
  diretta  del Presidente della Regione: su questo tema,  non  sono
  pienamente soddisfatto del lavoro svolto, ma comunque si è  fatto
  un tentativo.
   Si  è  puntato a rimotivare l'autonomia nel momento  in  cui  la
  modifica del Titolo V della Costituzione ha fatto venir  meno  la
  specialità come attributo fondamentale ed unico di alcune Regioni
  italiane;   il   federalismo,  infatti,  viene   ormai   definito
   federalismo   asimmetrico'  perchè  ha  introdotto   un   regime
  differenziato per le Regioni. Ogni Regione, in virtù del Titolo V
  della  Costituzione,  oggi può contrattare pattiziamente  con  lo
  Stato  l'attribuzione di nuove competenze,  anche  differenti  da
  quelle  delle altre Regioni, dovendo soltanto dimostrare  la  sua
  capacità ed adeguatezza organizzativa e finanziaria a sopperire a
  quelle incombenze.
   Ci  troviamo,  quindi, dinnanzi ad un regime  nuovo.  La  nostra
  autonomia,  in  questo  contesto, ha  dunque  bisogno  di  essere
  rimotivata e affinché ciò avvenga, non si può agire solo puntando
  sulla  carta d'identità, ma occorre misurarsi con i nuovi livelli
  istituzionali che in cinquant'anni sono intervenuti - tra questi,
  i  nuovi  soggetti  istituzionali  scesi  in  campo,  soprattutto
  l'Europa - ed il nostro Statuto lo sta facendo benissimo, perché,
  in  materia di potere estero, ha superato i limiti che le  stesse
  norme  costituzionali prevedono, fino a pretendere per  sé  -  ma
  vedremo  se  poi nella discussione al Parlamento nazionale  tutto
  ciò  sarà  confermato  -  la competenza a  sottoscrivere  accordi
  internazionali  dello  Stato,  qualora  questi  accordi   possano
  interessare  materia  di  stretta  competenza  della  Regione   o
  intaccare  gli interessi sociali ed economici della  stessa.  Ciò
  riguarda,  ad esempio, il rapporto con i Paesi della  fascia  del
  nord Africa.
   E'  stata  prevista  la partecipazione nella  delegazione  dello
  Stato italiano nei Consigli dei Ministri dell'Europa, quando sono
  discusse materie di esclusiva competenza della Regione.
   Si  tratta  di  una  fortissima innovazione. Comprendo  che  può
  sembrare  banale  a  chi  non ha competenza  in  materia,  ma  le
  Regioni, come entità autonome, ancora in Europa non esistono, non
  sono riconosciute. Molti Stati europei - ad esempio, la Francia -
  non hanno tradizione regionalistica. Parliamo quindi di Stati che
  hanno  un  ruolo fondamentale nella costruzione dell'Europa.  Per
  questo motivo, quindi, la spinta ad articolare l'Europa, anche in
  riferimento a questi livelli istituzionali, non c'è stata.
   Per  la  Regione, prevediamo la partecipazione nelle delegazioni
  che vanno a trattare materie comunitarie che riguardano anche  la
  Regione.  E'  una novità fortemente innovativa che vale  la  pena
  mettere in rilievo. Quindi, rispetto al vecchio Statuto, vi  sono
  dei  nuovi  interlocutori: da un lato, l'Europa;  dall'altro,  le
  autonomie  locali  attraverso  il principio  di  sussidarietà,  i
  cittadini attraverso i referendum, attraverso l'elezione  diretta
  del  Presidente  della Regione, attraverso l'iniziativa  popolare
  dei disegni di legge.
   Ritengo  che dovremmo dare una lettura del lavoro da noi  svolto
  cautamente  positiva.  Mi  soffermo  brevemente,  invece,   sulle
  questioni  oggetto  di notazioni critiche che  faremo  nel  corso
  della discussione.
   Innanzitutto,  nel nostro Statuto, manca un organo  di  garanzia
  statutaria. Preannuncio che proporrò un emendamento che introduca
  una  Consulta statutaria. Tutti gli Statuti, almeno quelli di cui
  ho   conoscenza   (Lazio,  Abruzzo,  Calabria,  Emilia   Romagna,
  Lombardia) prevedono un organo di garanzia statutaria che  ha  il
  compito  di  esprimersi  sui  conflitti  di  applicazione  e   di
  interpretazione dello Statuto, che può essere attivato dagli enti
  locali,  qualora  ritenessero che la Regione, attraverso  proprie
  leggi o propri provvedimenti, leda i principi statutari contenuti
  nel nostro Statuto.
   Credo  che  dobbiamo fare un passo in questo senso.Vi era  stato
  già  qualche  docente  di  diritto costituzionale  che  lo  aveva
  proposto  e  ritengo che adesso bisogna dare attuazione  a  tutto
  ciò.
   Manca  un  principio che fa di una democrazia una democrazia  di
  qualità: il principio della democrazia paritaria, che consente  a
  questa  Regione di vedere parimenti rappresentati,  negli  organi
  elettivi ed anche in quelli di nomina - come la Giunta di Governo
  - paritariamente, ambedue i sessi.
   Si  tratta di un principio che si sta facendo largamente strada.
  La  Regione siciliana potrebbe segnare un punto a suo favore  nel
  campo  delle innovazioni se fosse concorde nell'introdurre  anche
  gradualmente - non ho furie estremistiche, in questo senso  -  il
  principio della democrazia paritaria.
   In   materia   di   equilibrio  tra  esecutivo  e   legislativo,
  proporremo degli emendamenti, perché, in alcuni casi,  vi  è  uno
  squilibrio in favore dell'esecutivo.
   Abbiamo   riproposto  il  tema  della  sussidarietà,   dovendone
  rafforzare  i  principi. Vi è, in tal senso, una  proposta  delle
  quattro Confederazioni delle cooperative che mi sembra molto  ben
  formulata,  perché non possiamo non tenere conto di  ciò  che  il
  quarto  comma  dell'articolo  118  della  Costituzione  dice   in
  proposito.  E la formulazione che abbiamo introdotto  nel  nostro
  Statuto,   a   mio   avviso  merita  di  essere   rivisitata   ed
  ulteriormente sviluppata.
   Va  introdotto  il  difensore civico, purché sia  uno  strumento
  effettivo  di tutela dei diritti del consumatore e del cittadino.
  Se  invece  deve  diventare un orpello - come accade  in  diversi
  Comuni,  dove è una figura senza poteri, senza strumenti  -  sono
  perché si evitino ridondanze. Se dotiamo il difensore civico  dei
  poteri  idonei  ed  anche della competenza  e  della  personalità
  giuridica  necessaria,  credo  che  lo  stesso  possa  andare  ad
  arricchire quella complessa articolazione di strumenti  e  tutela
  del cittadino, rispetto alla pubblica Amministrazione, rispetto a
  tutte le angherie che, normalmente, ordinariamente, si commettono
  nei confronti del singolo cittadino.
   Sulle  autonomie  locali  ho  già  detto  che  sono  perché   si
  inseriscano  strumenti  che  possano  dare  certezza   di   mezzi
  finanziari  ai  Comuni,  perché il principio  è  affermato  nella
  sussidiarietà degli enti locali, ma manca una norma o,  comunque,
  una specificazione che dia certezza di riferimento e certezza  di
  entrate  considerato  che  i Comuni possono  esercitare  la  loro
  autonomia  in  modo  pieno  solo se  hanno  consapevolezza  certa
  dell'entità  della  loro disponibilità e se  dell'uso  di  queste
  risorse  rispondono solo ai cittadini, coloro i quali eleggono  i
  sindaci e le amministrazioni locali.
   Va  meglio  specificato il ruolo del CREL e del CRAL,  ai  quali
  bisogna  conferire  maggiori poteri; devono  poter  incidere  nel
  processo decisionale; diversamente, costituiscono soltanto  sedi,
  luoghi  ove  si  può  alimentare conflittualità  e  dove  non  si
  risolvono  i problemi. E' necessario, quindi, cercare di  rendere
  effettivi i poteri e le competenze di questi organi.
   Poi, vi sono le vicende relative al Commissario dello Stato.  Vi
  è  qualche norma di principio sull'organizzazione della  pubblica
  Amministrazione che potrebbe essere ulteriormente introdotta;  vi
  sono  norme sulla tutela degli animali, sulla cooperazione, sullo
  sport   che  sono  richieste  da  varie  organizzazioni.  Ritengo
  doveroso dare una risposta in tal senso.
   L'ultimo  tema  che  vorrei  affrontare  è  quello  relativo  al
  "preambolo".
   Ero  contrario all'introduzione del preambolo nello Statuto.  Ho
  preso  visione  del contenuto degli Statuti delle  altre  Regioni
  italiane, che sono in fase di elaborazione. Devo dire che  mi  ha
  convinto molto quello dell'Emilia Romagna

    PISTORIO  La cosa non ci sorprende

    CAPODICASA    C'è  un  preambolo  di  sette  righe.   Onorevole
  Pistorio, ripeto perché lei era assente: sette righe di preambolo
  e   poi  vi  è,  però,  un  articolo  unico,  un  lungo  articolo
  programmatico e di finalità.
     Era  ciò che avevo proposto, che avevo anche inserito nel  mio
  disegno  di  legge.  Trovo corretto che  alcune  questioni  siano
  comprese  nell'articolato. Il professore Renda, nel suo articolo,
  afferma  che  "si  è parlato di radici cristiane  nel  preambolo.
  Lasciamo perdere, perché tanto è nel preambolo e non ha effettivo
  valore e incidenza dal punto di vista normativo .
   E'  esattamente quello che penso: il preambolo ha il  valore  di
  tenere  insieme, di mettere in collegamento diversi elementi  che
  formano il testo statutario.
   Alcune  questioni, invece, le avrei viste più utilmente inserite
  nell'articolato,  anche  sotto forma di finalità  programmatiche,
  ove doveva identificarsi la "missione" della Regione.
   Si  è  scelta  la  strada  del  preambolo.  Preannuncio  che  ne
  proporrò l'abrogazione. Se non venisse approvata, discuteremo del
  preambolo,  laddove io sono contrario, anche  se  il  mio  Gruppo
  parlamentare, il mio Partito ha deciso di non stare al gioco  del
  dibattito  sulle  radici cristiane. Su questo argomento,  abbiamo
  voluto  tenere  un profilo basso perché rischiava  di  diventare,
  proprio  per  la  sua facile trasmissibilità mediatica,  il  tema
  assorbente  di tutta la discussione sullo Statuto. E non  è  vero
  che si tratti di un tema assorbente.
   Ci  siamo  battuti per inserire, tra i principi a cui si  ispira
  la  Regione,  il  principio di laicità,  al  fine  di  stemperare
  l'assunto  ed il paragrafo relativo a quelle che, impropriamente,
  vengono  chiamate le radici cristiane. In realtà, infatti,  nello
  Statuto non è scritto testualmente  le radici cristiane', ma si è
  scritto del dialogo tra le religioni; in un inciso, poi, si parla
  del   cristianesimo   come  patrimonio  storico   culturale   dei
  siciliani.
   Onorevole  Pistorio, come lei sa, vi è uno scritto di  Benedetto
  Croce che ha avuto  grande fortuna, secondo me, non tanto per  il
  contenuto, quanto per il titolo: "Perché non possiamo  non  dirci
  cristiani". E  viene citato in modo frequentissimo.
   In   realtà,  Benedetto  Croce  dice  che  chiunque,  cristiano,
  credente,  non credente, agnostico, ateo,  viva in  Italia  -  in
  Europa, oggi si potrebbe dire, ma più specificamente in Italia  -
  non può non dirsi cristiano per il semplice fatto che millenni di
  cultura  cristiana  -  il  cristianesimo  non  è  soltanto  fede,
  trascendenza, è anche cultura materiale, concezione della vita  -
  sono  la  ragione per la quale non ci si può dire non  cristiani.
  Tutto  ciò,  infatti,   informa di sè un ambiente  culturale  per
  millenni  e dopo millenni è chiaro che nessuno non può non  dirsi
  cristiano.
   Sotto  questo  profilo,  quindi, va  benissimo,  purché  non  si
  offenda  lo  spirito laico delle istituzioni, un  patrimonio  che
  deve   essere  tutelato  anche  dai  credenti.  Ritengo  che   la
  formulazione "favorisce il dialogo" vada cambiata. Ne proporrò la
  modifica.
   In  ogni  caso,  credo che - purché non si violenti  lo  spirito
  laico delle istituzioni - tutto sommato possiamo farlo.
   La  divisione  su questo tema, per chi ha seguito  il  dibattito
  sulla stampa, non corre tra cristiani e non cristiani, tra atei e
  credenti.  La  divisione a proposito della  scelta  da  fare,  se
  inserire  o  meno  questo  aspetto nel preambolo,   riguarda  gli
  stessi credenti.
   Vi  sono stati docenti di teologia alla Scuola di teologia della
  Curia  di  Palermo  che si sono espressi in senso  contrario.  Vi
  sono, inoltre, sacerdoti che hanno affrontato questo tema. Faccio
  un  esempio:  padre  Fasulo, un sacerdote di  campagna,  oltre  a
  dirigere  la  bellissima rivista "Segno", è insorto,  considerato
  che  è  portato  a  vedere la Chiesa come  Ecclesia  e  non  come
  Istituzione.   Ha  affermato:   Ma  veramente  pensate   che   il
  cristianesimo abbia bisogno di essere inserito nelle Costituzioni
  per  vivere in modo fecondo nella società siciliana? Quella  fede
  cristiana che ha bisogno di entrare nelle Costituzioni per essere
  sicura di sé, quella è una ben povera  ...

    SAMMARTINO  Padre Fasulo non dovrebbe operare questa  richiesta
  per  il  semplice motivo che è animata dallo stesso  ragionamento
  che  porta  all'esclusione del richiamo  alle  radici  cristiane.
  Padre  Fasulo  è lo stesso sacerdote che opera nella  lotta  alla
  mafia.  Non comprendo perché inserire la lotta alla mafia  e  non
  inserire  invece  il  richiamo  alle  radici  cristiane.  Poi  mi
  spiegherete questa grande contraddizione.

    CAPODICASA  Quella è una provocazione. Se lei ha  la  bontà  di
  porre  la  questione in modo non polemico, mi sento in dovere  di
  risponderle.
   Padre   Fasulo,   insieme   ad  altri  cinquanta   intellettuali
  siciliani di estrazione cattolica e non, hanno posto la questione
  proprio in modo provocatorio:  ma perché mettete il cristianesimo
  e  non  mettete la lotta alla mafia?  E, dal momento che è  stato
  inserito il cristianesimo, signor Presidente, mi sono sentito  in
  dovere di proporre l'inserimento del tema della lotta alla mafia.
   Onorevole  Sammartino, lei mi ha posto una domanda ed  io  stavo
  dando una risposta.
   Padre   Fasulo   e   gli   intellettuali  che   hanno   lanciato
  quell'appello   hanno  proposto  provocatoriamente  l'inserimento
  della  lotta alla mafia. Ed ho risposto che, dal momento che  voi
  inserite  il  richiamo al cristianesimo, sarò io  a  proporre  di
  inserire la lotta alla mafia, ma non sono la stessa cosa.
   L'onorevole  Sammartino sostiene che, dal  punto  di  vista  del
  principio, rientrano ambedue nell'ambito delle scelte.
   Allora  io dico, signor Presidente - non lo dico io, lo dice  il
  docente di teologia e vi è anche il parere del Papa - che per  la
  Costituzione Europea, laddove il richiamo allo spirito  religioso
  aveva un senso dal punto di vista del cristiano - perché fra poco
  in Europa entrerà anche la Turchia, Paese islamico, ed entreranno
  forse  Paesi  balcanici, a maggioranza musulmana - dove  vi  sono
  elementi di connessione tra le diverse culture europee, forse  un
  richiamo a questi valori, sempre dal punto di vista della  Chiesa
  cattolica,  avrebbe  un senso. Ma, vivaddio,  siamo  in  Sicilia,
  siamo  in  una  Regione,  siamo dentro la Costituzione  italiana.
  Ritengo ciò superfluo.
   In  ogni  caso  - come ho già detto - non faremo di  questa  una
  battaglia campale perché, peraltro, il modo in cui questo tema  è
  stato inserito nel preambolo, nell'ambito di una mediazione e  di
  una discussione, ritengo che non sia devastante.
   Proporremo, in seguito, qualche modifica. Ma non la ritengo  una
  formulazione  offensiva  dei  valori  di  laicità;  è  solo   una
  questione  di opportunità. E questo è discutibile. E la divisione
  non passa tra laici e cattolici o tra credenti e non credenti, ma
  passa  anche all'interno degli stessi credenti, ognuno dei  quali
  ha  una  propria  idea del cristianesimo e di come  lo  si  debba
  vivere nelle coscienza e nella società.
   L'ultimo argomento che vorrei affrontare è quello relativo  alla
  mafia,  su cui, essendo un po' il responsabile della proposta  ed
  avendo  sentito critiche di varia provenienza, ho  il  dovere  di
  dire qualcosa.
   Le  obiezioni mosse all'inserimento della lotta alla mafia  sono
  tre e le ho diligentemente annotate.
   La  prima  è  quella  formulata  dall'onorevole  Granata  in  un
  dibattito  a Catania, dove ha affermato che  è come inserire  una
  sorta  di  marchio  antropologico nel nostro Statuto,  di  questa
  nostra  particolarità  di  siciliani  definita  in  negativo,  la
  mafia .
   Mi  sorprende  che  una  simile  obiezione  provenga  da  un  ex
  Presidente della Commissione Antimafia, perché questa annotazione
  sembra  riecheggiare  le indignazioni che  negli  anni  cinquanta
  provenivano  anche  da  autorevolissimi  ed  illustri   scrittori
  siciliani o da alti prelati, come il cardinale Ruffini,  i  quali
  dicevano  che chi parlava di mafia non faceva altro che denigrare
  la  Sicilia agli occhi del mondo, perché la mafia non  esiste  o,
  come  sosteneva taluno, "è criminalità come c'è in tutte le parti
  del  mondo", quindi perché in Sicilia se ne parla, si combatte  e
  poi  della  criminalità  che alberga a Marsiglia,  del  clan  dei
  marsigliesi non se ne parla, i francesi non ne parlano?
     E'  esattamente un'idea, a mio avviso culturalmente arretrata,
  quella  di  considerare   una posizione  di  principio  verso  il
  fenomeno  mafioso  come  un  elemento  di  autoflagellazione  dei
  siciliani,  o  di  marchio antropologico. La  mafia  non  marchia
  antropologicamente i siciliani; la mafia è un elemento di ritardo
  del  nostro  sviluppo  che condiziona la  nostra  democrazia,  ne
  conculca  i  valori di libertà, di autonomia nell'impresa,  è  un
  fattore  negativo dello sviluppo. Altro che marchio antropologico
  o  etnoantropologico  Non scherziamo con le cose importanti.  Per
  cui credo che il metterlo sotto il profilo dello stile è solo  un
  modo per sfuggire al tema.
   La  seconda  obiezione  che è stata fatta dall'onorevole  Ortisi
  ieri  -  ma  l'avevo  sentita già nel dibattito  organizzato  dal
  Gruppo  parlamentare dell'UDC a Catania -, è che la  mafia  è  un
  fenomeno  transeunte,  è un fenomeno storico,  l'ha  prodotto  la
  storia  e come tale scomparirà. Lo Statuto è invece qualcosa  che
  dura  nel  tempo. Noi inseriamo qualcosa che, da qui a quando  lo
  Statuto  durerà,  probabilmente, ed auspicabilmente,  cesserà  di
  essere perché l'avremo combattuta e vinta.
   A  mio  avviso,  se  questo dovesse essere il  principio  a  cui
  uniformare  i  nostri  comportamenti nell'elaborare  lo  Statuto,
  dovremmo  espungere da questo Statuto tutto ciò  che  è  prodotto
  dalla  storia.  E  siccome  tutto è prodotto  dalla  storia,  ivi
  compresa  la  regione e le religioni, le religioni positive  sono
  frutto della storia, la trascendenza è una cosa, la religione, in
  quanto  dato  storico, è un dato storico ineludibile:  esiste  la
  religione   cristiana,  quella  islamica  nei  paesi  arabi,   il
  buddismo, l'induismo, il taoismo .

    PISTORIO   Per  chi crede, questa è una cosa che  va  oltre  la
  storia.

    CAPODICASA   Il  problema  non è questo.  Mi  auguro  che  alla
  prossima  revisione  statutaria l'Assemblea regionale  siciliana,
  fra  cinquant'anni, cassi il riferimento alla  lotta  alla  mafia
  perché nel frattempo la mafia sarà scomparsa.
   Intanto,  abbiamo  il  dovere di urlare al  mondo  che  per  noi
  questa  è  una  battaglia  che connota la  qualità  della  nostra
  democrazia.  Se,  altrimenti,  il fatto  di  essere  un  fenomeno
  storico  dev'essere motivo per uscire dallo Statuto, vi  proporrò
  duecento  emendamenti per far uscire dallo Statuto una  serie  di
  cose che hanno un'esatta connotazione storica.
   Per  mia  formazione storicistica, penso che tutto sia  prodotto
  dalla  storica; quindi, immaginate un po' se questo esercizio  mi
  può risultare difficoltoso.
   L'ultima obiezione è quella che ha fatto l'onorevole Fleres  sia
  in  quel  dibattito che anche in commissione, sostenendo  che  la
  mafia  è una delle forme della criminalità: vi è la mafia  russa,
  quella cinese, quella turca, quella francese.
   Non  condivido  questa  tesi, e lo ribadisco,  perché  la  mafia
  siciliana è una particolarità che rispetto alla mafia turca, alla
  mafia ...

    SAMMARTINO   Prima  dell'unità d'Italia, si  chiamava  camorra;
  dopo   è   diventata   mafia  a  seguito  di   alcune   inchieste
  commissionate ...

    CAPODICASA   La prego, onorevole Sammartino, lei  è  presidente
  di  un  importante centro di scuola politica, se vuole  organizzi
  con il suo centro un dibattito su quest'argomento. Sono pronto  a
  parteciparvi  e  a  dibattere con lei sulla qualità  diversa  del
  fenomeno mafioso.
   Dobbiamo  intenderci  su  cosa è il fenomeno  mafioso,  lasciamo
  stare  se  nell'ottocento veniva chiamato camorra ed oggi  mafia,
  dobbiamo  intenderci sulla cosa, non sul nome; se oggi si  chiama
  mafia   parliamo  di  questo  e  non  di  come  veniva   chiamato
  nell'ottocento.  Ed  oggi la mafia ha una particolarità  rispetto
  alle  altre organizzazioni criminali, che è quella di cercare  il
  contatto  con lo Stato, di essere un'organizzazione che cerca  il
  potere  che  condiziona  il potere, che  entra  in  in  una  semi
  legalità,  quella di uno stato dentro lo Stato.  Vi  sono  intere
  biblioteche che parlano di questo fenomeno. Non è come  tutte  le
  altre  associazioni  criminali, è  qualcosa  di  qualitativamente
  diverso,  proprio nei rapporti con il potere e con la democrazia,
  relativamente  al controllo del territorio e   a  tutto  ciò  che
  consegue.
     Ecco  allora  perchè ne proporrò perfino una formulazione  più
  corposa. Sia chiaro che così come è stata inserita mi sembra  già
  importante -  l'ho condivisa come forma di mediazione -  ma,  per
  il  mio modo di sentire,  credo che dobbiamo fare qualcosa di più
  evidente e anche di più solenne per ciò che essa rappresenta  per
  i siciliani.
   Signor   Presidente, onorevoli colleghi, ho concluso,  vedo  che
  vi  ho  stancato  abbastanza, però mi creda non ho  fatto  questo
  lungo  intervento  perchè volevo eccedere, rimango  ogni  mattina
  colpito  dal ripetersi di una campagna  cui nessuno dà  risposta.
  Alcuni  giornali  non danno molto spazio agli interventi  esterni
  perchè   ritengono  che  debbano  avere  spazio   solo   i   loro
  commentatori, altri meno, però io mi sento in dovere, pur  avendo
  -  come  avete sentito -  molte critiche da muovere al testo,  di
  difenderne l'impianto, la qualità del lavoro.
   Potevamo  - come sostiene  il professor Ruggieri -  adottare  un
  sistema  diverso, cominciare daccapo, azzerare tutto e riscrivere
  daccapo  lo Statuto, anche se vi sono pareri diversi come  quello
  del  professor Silvestri per il quale tali operazioni di repulist
  generale  normalmente si fanno quando vi sono delle  rivoluzioni,
  quando  si comincia daccapo, quando cambia un regime.  Non  è  il
  caso della nostra Regione.
   Abbiamo  voluto,  invece,   lavorare sull'impianto  del  vecchio
  Statuto:  primo perchè avevamo un mandato di legge che ci  diceva
  che dovevamo riformare e revisionare lo Statuto in modo organico;
  secondo,  per una ragione storica, visto che questo è lo  Statuto
  nato prima della Costituzione, che ha un valore antesignano,  che
  costituisce un patrimonio storico-culturale della nostra Regione,
  da  non  disperdere, da non accantonare del tutto,   ma  sul  cui
  vecchio  ordito lavorare. E l'ultimo motivo (che non è banale)  è
  che questo Statuto ha subito già tre anni fa una prima importante
  riforma,  quale quella della legge costituzionale,  che introduce
  l'elezione diretta del Presidente  della Regione, e, nello stesso
  tempo,   l'istituto  del  referendum nel nostro  ordinamento,  il
  disegno  di legge di iniziativa parlamentare, l'auto scioglimento
  dell'Assemblea,  cioè una parte importante  quale  era  anche  la
  forma di governo,  che alla nostra Regione ha fatto compiere  dei
  passi di modernità istituzionale come prima non era stato.
     Per  tali  ragioni,   mi sono sentito  di  fare  questo  lungo
  intervento, chiedo scusa al Presidente,  che ha dovuto presiedere
  ininterrottamente,  ed  ai colleghi se sono andato  un  pò  oltre
  con  il  tempo ma mi farò perdonare, successivamente,  nel  corso
  della discussione sull'articolato.

    PRESIDENTE  Grazie, onorevole Capodicasa, e complimenti per  la
  grande resistenza psico-fisica che ha dimostrato di possedere.
   Onorevoli  colleghi,  in considerazione del fatto  che  ci  sono
  altri   tre   iscritti  a  parlare,   esattamente  gli  onorevoli
  Savarino, Leontini e Barbagallo e che,  essendo ancora  apere  le
  iscrizioni  a parlare, potrebbero aggiungersene altri,  .propongo
  di  proseguire e concludere la discussione generale nella  seduta
  successiva, fissata per martedì 4 maggio 2004
   Pertanto  il  termine per la presentazione degli emendamenti  al
  disegno di legge slitterebbe alla giornata di mercoledì.
   Non sorgendo osservazioni, così resta stabilito.

   La  seduta,è,  quindi  rinviata a martedì 4 maggio  2004,   alle
  ore 17.30, con il seguente ordine del giorno:


   Presidenza del presidente Lo Porto


       I   - COMUNICAZIONI
  II   - DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE:

         -  Schema di progetto di legge costituzionale da proporre, ai
            sensi dell'articolo 18 dello Statuto, al  Parlamento,  recante
            'Modifiche allo Statuto della Regione'  (nn. 580-472-578-602-
            652/A) (Seguito)

                  La seduta è tolta alle ore 13,05

        Licenziato dal Servizio Lavori d'Aula alle ore 16.00

   ALLEGATO

   Risposte scritte ad interrogazioni

   FLERES  - CATANIA G. - MAURICI. - « Al Presidente della  Regione
  e all'Assessore per i lavori pubblici, premesso che:

   la  legge  regionale n. 7 del 2002 è stata più volte  e  da  più
  parti  dichiarata non utile per il raggiungimento degli obiettivi
  che  si  proponeva, cioè lo sviluppo del settore edile e del  suo
  indotto;

   oltre  alle difficoltà già esposte, ulteriori segnali  d'allarme
  provengono  da parte di ingegneri ed architetti che lamentano  la
  mancanza  di trasparenza nelle gare d'appalto bandite a causa  di
  mancati controlli;

   incongruenze  e  restrizioni  contenute  nella  medesima   legge
  penalizzano le imprese, gli enti locali e le figure esterne  agli
  enti appaltanti;

   per  sapere  quali interventi urgenti si intendano intraprendere
  al  fine di procedere ad una verifica di quanto sopra esposto  e,
  qualora   risultasse  vero,  a  proporre  modifiche  alla   legge
  regionale n. 7 del 2002». (932)

   Risposta.  «Con riferimento alla interrogazione numero  932,  la
  legge regionale 2 agosto 2002, n. 7 recante  Norme in materia  di
  opere pubbliche. Disciplina degli appalti dei lavori pubblici, di
  fornitura  di  servizi e nei settori esclusi , ha sostanzialmente
  reso  applicabile nell'ordinamento giuridico regionale il sistema
  normativo  della legge 11 febbraio 1994, n. 109 (legge  Merloni),
  nel  testo vigente alla data di approvazione della medesima legge
  regionale,  con alcune modifiche ed integrazioni rese  necessarie
  per  adeguare la normativa statale alle particolari realtà socio-
  economiche della Regione siciliana.
   L'intero  impianto legislativo, in effetti, ha  richiesto  degli
  interventi correttivi necessari al raggiungimento degli obiettivi
  che esso si era proposto.
   A  tal  fine è stata emanata successivamente la legge  regionale
  19  maggio  2003,  n. 7, recante  Modifiche ed integrazioni  alla
  legge  regionale 2 agosto 2002, n. 7. Disposizioni in materia  di
  acque sotterranee ed in materia urbanistica .
   Le  nuove disposizioni, pur lasciando sostanzialmente inalterato
  il  sistema  legislativo  degli appalti  di  opere  pubbliche  in
  Sicilia,  come  delineato nella legge regionale n.  7  del  2002,
  hanno    introdotto   nella   disciplina   sottostante   elementi
  innovativi,  interpretativi ed integrativi più  rispondenti  alle
  esigenze della collettività.
   Si   ritiene   pertanto  che  gli  interventi  richiesti   dagli
  onorevoli   interroganti  abbiano  trovato  attuazione   con   le
  modifiche legislative apportate dalla l.r. 7/2003.
   Peraltro,   occorre  evidenziare  che  la  scelta  operata   dal
  legislatore regionale di non applicare nell'ordinamento siciliano
  il principio del rinvio dinamico della normativa statale comporta
  l'esigenza  di effettuare continui interventi nella  legislazione
  regionale volti ad aggiornare la normativa regionale in relazione
  alle  modifiche ed innovazioni apportate in subiecta materia  sia
  in sede nazionale che comunitaria».

                                  L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA

   MANZULLO. - «Al Presidente della Regione, premesso che:

   ormai  da  parecchio tempo il viadotto San Vincenzo II,  situato
  sulla veloce Castelvetrano-Sciacca, è chiuso al traffico;

   ciò  impedisce  un  più  veloce  collegamento  con  l'autostrada
  Mazara del Vallo-Palermo;

   la  chiusura della veloce, sopra richiamata, determina un  grave
  danno  economico  per lo sviluppo di quel comprensorio,  a  forte
  vocazione turistica, che ha già visto fortemente intaccato il suo
  sistema di trasporti a causa del taglio del sistema ferroviario e
  della mancata realizzazione del tratto autostradale Mazara-Gela;

   il  Sindaco  di Sciacca da tempo sollecita una rapida  soluzione
  del  problema  rimanendo inascoltato, così che  in  un  documento
  recente  definisce  quel  territorio  come  'terra  di  nessuno',
  affermazione  che testimonia per intero lo stato  di  disagio  di
  quella popolazione;

   per    sapere   quali   provvedimenti   intenda   adottare   per
  ripristinare  rapidamente  le condizioni  di  viabilità  di  quel
  decisivo asse di collegamento». (956)

   Risposta. «Con riferimento all'interrogazione numero 956, si  fa
  presente  che  la materia non rientra strettamente nelle  dirette
  competenze  dell'Assessorato  dei  lavori  pubblici,  trattandosi
  sostanzialmente del ripristino delle condizioni di  viabilità  di
  una  strada statale, la cui manutenzione rientra nelle competenze
  dell'ANAS.
   Tuttavia  si è ritenuto opportuno avviare un'azione  di  stimolo
  presso  gli  uffici competenti ed in particolar  modo  presso  la
  Direzione  regionale  della  società  ANAS,  se  non  altro,  per
  sollecitare la soluzione del problema.
   L'Ente  ha riferito che i due viadotti in questione (S. Vincenzo
  I  e  S.  Vincenzo II) sono stati chiusi al traffico subito  dopo
  l'evento sismico del 6 settembre 2002.
   In  tempi  strettissimi sono stati redatti i  progetti  per  gli
  interventi di ripristino per un importo complessivo pari ad  euro
  12.300.000,00,  somma  che già di per sé evidenzia  l'entità  dei
  lavori e l'importanza degli interventi di messa in sicurezza  per
  il ripristino statico dei viadotti.
   Le  procedure per la realizzazione di detti lavori -  da  quanto
  riferisce  la  Direzione regionale dell'ANAS - sono  in  fase  di
  attuazione.  La  durata dei lavori, ai fini della riapertura  del
  traffico, è prevista in nove mesi dal loro inizio».

                                  L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA

   ODDO. - «All'Assessore alla Presidenza, premesso che:

   a  Salemi  (TP)  nella via Dante Alighieri  si  trovano  alloggi
  popolari di proprietà della Regione;

   detti  alloggi  sono in condizioni fatiscenti e  necessitano  di
  urgenti lavori di manutenzione, ordinaria e straordinaria;

   le  condizioni degli stabili sono tali da costituire un pericolo
  per  l'incolumità pubblica, particolarmente con riferimento  agli
  inquilini;

   gli  assegnatari  degli alloggi hanno più volte  sollecitato  lo
  IACP di Trapani, ritenendolo a ciò preposto, affinché provvedesse
  alla  realizzazione  dei  lavori  di  manutenzione  ordinaria   e
  straordinaria  divenuti indifferibili ed urgenti, senza  tuttavia
  ottenere alcun riscontro e/o chiarimento;

   per sapere:

   se  intenda procedere in tempi brevi a redigere apposita perizia
  e  ad  indire  la  gara  per la realizzazione  dei  summenzionati
  lavori, onde evitare il concretizzarsi dei richiamati rischi  per
  l'incolumità pubblica;

   se   intenda  in  alternativa  delegare,  per  l'identificazione
  tecnica  dei lavori da effettuare, il Genio Civile di  Trapani  e
  per  la  realizzazione  dell'appalto, lo IACP  di  Trapani,  onde
  rendere più celere l'intera procedura». (990)

   Risposta.  «Con  riferimento all'interrogazione numero  990,  la
  risposta  all'interrogazione in questione non è di competenza  di
  questo Assessorato, ma avendo ricevuto la delega alla trattazione
  dall'onorevole  Presidente lo scrivente ha cercato  di  acquisire
  notizie in merito alla problematica in essa rappresentata.
   Si  fa  presente che nessuna richiesta sino ad oggi è  pervenuta
  all'Assessorato lavori pubblici, né da parte dell'IACP di Trapani
  né   dall'Ufficio   del   Genio  civile,   circa   un   eventuale
  finanziamento per il restauro degli alloggi in questione.
   Peraltro  da  notizie  assunte  dallo  IACP  di  Trapani  si   è
  accertato   che  gli  alloggi  cui  fa  riferimento   l'onorevole
  interrogante  sono  totalmente  gestiti  dalla  Presidenza  della
  Regione.
   Lo  stesso  IACP ha comunicato inoltre che trattasi  di  alloggi
  inseriti   nei  piani  di  vendita  prossimi  alla   cessione   e
  conseguentemente esclusi da qualsiasi iniziativa di recupero, pur
  se versanti in condizioni di degrado.
   Nel  giugno  2003 si è svolta una riunione presso la  Presidenza
  della  Regione - Servizio Demanio -, nella quale è stato proposto
  di sospendere la vendita degli alloggi regionali secondo i vecchi
  prezzi e ciò a seguito del disposto di cui all'articolo 19  della
  l.r. 16 aprile 2003, numero 4.
   Occorrerà,  conseguentemente, si ritiene, valutare  gli  alloggi
  alla  data odierna e quindi rideterminarne il prezzo di  cessione
  alla luce della nuova normativa introdotta in materia».

                                  L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA

   SPEZIALE - VILLARI - DE BENEDICTIS - ZAGO. - «All'Assessore  per
  i lavori pubblici, premesso che:

   in  data  6  dicembre 2002, sulla GURS parte I n.  56,  è  stato
  pubblicato il decreto 28 ottobre 2002 dell'Assessorato  regionale
  per  i  lavori  pubblici  inerente  il  'Bando  pubblico  per  la
  qualificazione  urbana  nei centri con popolazione  inferiore  ai
  30.000 abitanti - Interventi per enti pubblici';

   la  data di scadenza prevista dal bando per la presentazione dei
  progetti esecutivi e aggiornati, ai sensi della legge regionale 2
  agosto 2002, n. 7, è stata fissata al 5 marzo 2003;

   osservato che:

   al   punto   6   del  bando,  comma  c,  tra  i   requisiti   di
  ammissibilità,  si richiede di presentare progetti  definitivi  o
  progetti esecutivi ai sensi della legge regionale n. 7 del  2002;
  mentre al punto 13, nei criteri di valutazione, si fa riferimento
  solo  ai  progetti esecutivi e nulla viene detto in  merito  alla
  valutazione dei progetti definitivi;

   al  punto 13 del bando, laddove vengano riportati 'i criteri  di
  valutazione  degli  interventi', si fa riferimento  a  schede  da
  compilare  e da allegare alle richieste di finanziamento  insieme
  al progetto ed all'istanza, senza che ne venga pubblicato il fac-
  simile;

   al  punto  13  del  bando,  comma 9, per  la  valutazione  degli
  interventi  si prevede una valutazione di 20 punti per  i  Comuni
  dotati del Piano del colore che, com'è noto, non è ancora normato
  nella Regione siciliana;

   al  punto  11 del bando, relativo alle modalità di presentazione
  delle  istanze  di finanziamento, non risultano  chiari  i  tempi
  entro  i  quali far pervenire le stesse all'Assessorato regionale
  lavori pubblici;

   considerato che:

   in  un pubblico bando deve esservi eguale chiarezza tanto per  i
  requisiti di ammissibilità quanto per i criteri di valutazione, e
  a  tal  fine  appare  necessario che laddove si  stabiliscono  le
  valutazioni e i punteggi, questi siano riferiti in modo chiaro ed
  esplicito,   sia  per  i  progetti  definitivi  che  per   quelli
  esecutivi;

   le  schede  previste  al  punto  13  non  sono  semplici  schede
  riassuntive dei contenuti progettuali, in quanto nei  vari  commi
  relativi  vengono  richiesti  contenuti  che  esulano  da  quelli
  strettamente progettuali;

   appare  improvvida una valutazione sulla base di uno  strumento,
  il  Piano del colore, di cui solo pochissimi Comuni sono  dotati,
  in  via  sperimentale  e  senza un preciso riferimento  normativo
  regionale;

   ciò prefigura una disparità iniziale che diventa poi eccesso  di
  discrezionalità  laddove si consideri che la premialità  prevista
  fino a 20 punti presuppone che alcuni Comuni possano ottenere  il
  minimo e altri il massimo, senza che siano chiari i criteri e  le
  discriminanti  né  chi  e  come  determinerà  l'esistenza  di  un
  corretto Piano del colore o certificherà la bontà dello stesso;

   in  merito  ai  termini per la presentazione  delle  istanze  di
  finanziamento, mentre al primo capoverso del punto 11  del  bando
  si dice che esse devono pervenire entro novanta giorni dalla data
  di  pubblicazione del bando della GURS, nel capoverso  successivo
  si dice che farà fede la data di spedizione senza dire se la data
  del  timbro postale deve essere entro novanta giorni, come invece
  di norma viene precisato nei pubblici bandi;

   per sapere se:

   non  ritenga che queste osservazioni e le annesse considerazioni
  evidenzino  lacune  ed  incertezze nella  stesura  del  bando  in
  oggetto,  tali  da  potere prefigurare un contenzioso  basato  su
  impugnative e ricorsi al TAR, simili a quelli già occorsi per  il
  bando relativo ai PIT;

   non  ritenga che tali lacune e manchevolezze rendano  necessario
  il  ritiro  del 'bando pubblico per la qualificazione urbana  nei
  centri  con popolazione inferiore ai 30.000 abitanti - interventi
  per  enti  pubblici'  (decreto 28 ottobre  2002  dell'Assessorato
  regionale  Lavori pubblici pubblicato il 6 dicembre  2002,  sulla
  GURS  parte  I  n.  56)  e una rapida ripubblicazione  del  bando
  modificato in quei punti oggetto di questo intervento ispettivo».
  (1098)

   Risposta.  «Con  riferimento  all'interrogazione  numero   1098,
  riguardo   l'asserita  contraddizione  tra   le   previsioni   di
  ammissibilità di progetti definitivi ed esecutivi e la previsione
  di  punteggi  per i soli progetti esecutivi, esiste una  notevole
  differenza tra il concetto di "ammissibilità" dei progetti ed  il
  concetto di "premialità .
   Difatti,  nei criteri di valutazione è contemplato un  punteggio
  aggiuntivo premiale per i progetti esecutivi, così come  previsto
  in altre centinaia di bandi.
   Riguardo  la  questione relativa alle schede non pubblicate,  il
  punto  13  del bando riporta, alla fine, la seguente  dicitura  "
  {....) il perseguimento di uno o più dei superiori criteri  dovrà
  formare  oggetto  di singole schede che dovranno essere  allegate
  alla relazione di cui al precedente punto 12 b (...). Al punto 12
  b  risulta indicata, quale ulteriore allegato alla documentazione
  da presentare, "(....) una relazione illustrativa dell'intervento
  e  schede, contenenti tutti gli elementi e le informazioni  utili
  per   la  valutazione  (...)".  Appare  evidente  che  l'asserita
  "mancata  pubblicazione" di tali schede  è  basata  su  deduzioni
  personali, non condivisibili, poiché trattasi, nella fattispecie,
  di semplici schede riassuntive dei contenuti progettuali.
   In  ordine alla questione relativa al piano del colore, il bando
  al  punto  13.9 prevede un punteggio premiale (non una condizione
  di  ammissibilità)  per  i "(....) progetti  che  realizzano  gli
  interventi,  previsti  dal  bando,  secondo  criteri  e   sistemi
  attuativi  di  cui  al piano del colore adottato  o  da  adottare
  (....)".  Alcuni  comuni, com'è noto, sono  già  dotati  di  tale
  strumento programmatorio, altri se ne stanno dotando.
   Il  punteggio, anch'esso premiale, intende privilegiare i Comuni
  più  attenti alle ragioni dell'estetica in materia architettonica
  ed  alla riqualificazione urbana secondo principi certi e  basati
  sulla programmazione.
   Il   Presidente   della  Regione  pubblicamente  ha,   peraltro,
  presentato  i  risultati del lavoro di una apposita  commissione,
  trasfusi  poi  in  un disegno di legge. Quanto alle  modalità  di
  presentazione delle istanze e sui tempi, si rimanda alla  lettura
  del bando che offre sufficienti spunti di risposta».

                                  L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA

   CRACOLICI.  - «All'Assessore per i lavori pubblici,  considerato
  che:

   nel  mese  di giugno è stato pubblicato da parte del  Comune  di
  Palermo   il  bando  relativo  alla  concessione  del  contributo
  integrazione all'affitto per l'anno 2002 (legge n. 431 del 1998);

   il  bando  esclude dalla partecipazione le famiglie che  abitano
  un alloggio con tipologia A/2;

   la  tipologia A/2 corrisponde ad un alloggio modesto  di  civile
  abitazione senza caratteristiche di lusso e rappresenta una larga
  fetta del mercato immobiliare privato;

   nessuna  norma  esclude specificatamente la  suddetta  categoria
  catastale,  e  Palermo  è  forse  l'unica  città  che  assuma  un
  provvedimento in tal senso;

   nel  patrimonio  di  edilizia residenziale pubblica  del  Comune
  esistono  immobili  catastali con tipologia A/2,  ed  inoltre  il
  Comune   interviene  a  vario  titolo  (contributo  alloggiativo,
  stipula  contratto con i proprietari) su immobili  con  tipologia
  A/2,

   per   sapere   se  non  ritenga  utile  un  intervento   urgente
  dell'Assessorato per definire criteri uniformi per tutti i Comuni
  siciliani rispetto alle categorie catastali». (1188)

   Risposta. «Con riferimento all' interrogazione numero  1188,  il
  comma  2  dell'articolo  1 della legge 9 dicembre  1998,  n.  432
  (legge che prevede la concessione di contributi economici per  le
  famiglie  che  detengono in locazione immobili ad uso  di  civile
  abitazione)  precisa  che  le  disposizioni  dalla  stessa  legge
  prescritte  non  si applicano ai contratti di locazione  relativi
  agli  immobili inclusi nelle categorie catastali A/1  (abitazioni
  di  tipo  signorile), A/8 (abitazioni in ville) ed A/9 (castelli,
  palazzi  di  eminenti  pregi  artistici  e  storici),  senza  far
  riferimento agli immobili con tipologia catastale A/2 (abitazioni
  di tipo civile).
   Al  riguardo,  l'Assessorato dei lavori pubblici ha  redatto  la
  circolare  esplicativa  n. 241 del 24 febbraio  2003  (pubblicata
  nella  GURS n. 16 dell'11 aprile 2003 ed inviata a tutti i Comuni
  della  Sicilia), nella quale sono stati indicati i criteri  ed  i
  requisiti da adottare per la concessione dei contributi d'affitto
  degli immobili in questione, in rigorosa applicazione della legge
  n.  431/98, come modificata dalla legge 8 febbraio 2001,  n.  21,
  del decreto del Ministro dei lavori pubblici 7 giugno 1999.
   L'onorevole  interrogante lamenta che il Comune  di  Palermo  ha
  pubblicato  un  bando, relativo alla concessione  dei  contributi
  all'integrazione  degli  affitti  per  l'anno  2002,  nel   quale
  risulterebbero  esclusi dai predetti benefici  i  locatari  degli
  immobili aventi tipologia catastale A/2.
   Attivati  gli  uffici, al fine di acquisire  notizie  in  merito
  alla vicenda sollevata dall'onorevole interrogante, il Comune  di
  Palermo,  con  nota del 22 gennaio u.s., ha comunicato  di  avere
  deliberato di accogliere positivamente le istanze pervenute dalle
  famiglie  che  abitano  alloggi  con  tipologia  catastale   A/2,
  determinando altresì la proroga del bando sino al 30 agosto 2003,
  mentre la precedente scadenza era prevista per il 16 luglio dello
  stesso anno.
   Si  ritiene,  alla  luce  di quanto riferito  dal  Municipio  di
  Palermo, che il problema esposto dall'onorevole interrogante  sia
  stato positivamente risolto».

                                  L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA

   ODDO. - «All'Assessore per i lavori pubblici, premesso che:

   l'emergenza  idrica  è  un  elemento penalizzante  per  l'intero
  territorio  siciliano  perchè  condiziona  fortemente   qualsiasi
  ipotesi  di  rilancio economico e sociale delle comunità  locali,
  bloccate dalla penuria, pesante e continua, di un bene primario e
  prioritario;

   tra  le province colpite dall'emergenza c'è sicuramente,  e  tra
  le  prime, quella di Trapani, territorio ormai costretto  ad  una
  difficile convivenza civile tra l'EAS e le realtà locali,  sempre
  più  abbandonate ad una logica che punta soltanto alle soluzioni-
  tampone per assicurare un minimo di approvvigionamento idrico;

   per  l'approvvigionamento  idrico  relativo  all'acqua  per  uso
  civile  si manifestano continue disfunzioni - come ad esempio  la
  mancata  riparazione  della condotta idrica di  Montescuro  Ovest
  (che  da Salemi porta l'acqua a Trapani), la quale disperde buona
  parte della portata, a causa delle numerose falle - o le limitate
  riparazioni  sul  tratto Sambuca-Salemi che non  sono  del  tutto
  effettuate;

   l'utilizzo del dissalatore di Trapani non rispetta la  forma  di
  approvvigionamento complementare, ma ha assunto  la  funzione  di
  risorsa  primaria per la distribuzione dell'acqua in buona  parte
  della  provincia,  mettendo l'impianto a rischio  di  guasti  che
  regolarmente si determinano nel corso dell'anno;

   è  riscontrabile,  soprattutto nel periodo  estivo,  un  aumento
  consistente   delle  rotture  accidentali  d'interi   tratti   di
  condutture,   dovute  sicuramente  anche  a  fattori   dolosi   o
  determinati   per   creare  allarme  sociale   e   ricorso   alla
  distribuzione privata dell'acqua;

   per sapere:

   quali iniziative intenda assumere per avviare un monitoraggio  e
  un'indispensabile pianificazione delle riparazioni delle condotte
  di adduzione;

   se  rientri  nei  programmi di governo la  realizzazione  di  un
  sistema  informatico di rete per avere sotto  controllo  l'intero
  patrimonio  delle risorse idriche della provincia di  Trapani  al
  fine  di  intervenire  con immediatezza  nei  casi  d'emergenza».
  (1246)

   Risposta. «Con riferimento alla interrogazione numero 1246,  per
  quanto  attiene alla richiesta di avviare un monitoraggio ed  una
  indispensabile pianificazione delle riparazioni e delle  condotte
  di  adduzione  delle  risorse idriche in  provincia  di  Trapani,
  occorre  evidenziare che con la definizione e l'approvazione  dei
  piani d'ambito da parte degli ATO competenti è già stato definito
  lo  stato  di conservazione delle infrastrutture acquedottistiche
  che devono essere gestite ed anche riparate dai soggetti gestori,
  con  oneri che, dopo l'affidamento del servizio idrico integrato,
  dovranno gravare sui proventi delle tariffe idriche.
   Sulla  seconda  domanda  si può solo riferire  che,  nella  fase
  attuale, la competenza a finanziare interventi acquedottistici  a
  valere  sulle  risorse comunitarie, nazionali o regionali  è  del
  Commissario delegato per l'emergenza idrica.
   La   competenza  di  eventuali  iniziative,  quali   quella   di
  realizzare un sistema informatico di rete, al fine di intervenire
  nei   casi   di   emergenza,   non   rientra   nelle   competenze
  dell'Assessore per i lavori pubblici.
   In  ogni  caso, per quanto riguarda la possibilità  di  regolare
  l'uso delle risorse idriche è già in programma e sta per iniziare
  l'opera  di  aggiornamento  del piano regolatore  generale  degli
  acquedotti».

                                  L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA

   INCARDONA. - «Al Presidente della Regione e All'Assessore per  i
  lavori pubblici, premesso che:

   la  Regione  siciliana è proprietaria della  struttura  portuale
  del Comune di Pozzallo;

   la  struttura in questione rappresenterà entro il 2010 un  punto
  di  riferimento  fondamentale nel contesto  dell'area  di  libero
  scambio del Mediterraneo;

   sono  già  stati elaborati progetti di fattibilità da  parte  di
  privati ed enti locali per la gestione del porto;

   è  necessario un progetto di rilancio della struttura capace  di
  dare sicurezza e prospettive di sviluppo dello stesso;

   una   corretta  gestione  del  porto  apporterebbe  un   aumento
  esponenziale dei volumi di scambio necessari per lo sviluppo  del
  territorio ibleo;

   per sapere:

   quali  progetti abbia in serbo la Regione per la gestione  e  lo
  sviluppo  dell'area portuale di Pozzallo e come e quando  intenda
  avviarne l'attuazione;

   se  esista  un progetto di ampliamento della struttura  portuale
  e,  qualora  esista,  a  che  punto  sia  l'iter  progettuale   e
  finanziario;

   se  si  ritenga  di creare un'autorità portuale per  Pozzallo  o
  accorparla alla più vicina autorità di Catania;

   se  esistano progetti per la creazione dell'autostrada del mare,
  importante per il trasporto dei prodotti agricoli della provincia
  di   Ragusa,   del  marmo  e  degli  altri  prodotti   importanti
  dell'economia iblea;

   se  esistano  agevolazioni  per le  navi  da  crociera  o  quali
  iniziative intenda intraprendere per far attraccare le stesse nel
  porto in oggetto, così come avviene a Catania, Messina e Palermo;

   se  conosca  a che punto sia l'iter del progetto che  sposta  la
  linea  ferroviaria  dall'attuale percorso  fino  all'interno  del
  porto;

   se  sia stata avanzata richiesta per un incremento del personale
  e   dei  mezzi  delle  forze  dell'ordine  presenti  ed  operanti
  all'interno della struttura portuale di Pozzallo». (1337)

   Risposta.  «Con l'interrogazione numero 1337, vengono posti  una
  serie  di  quesiti  relativi ai programmi  che  l'Amministrazione
  regionale intende adottare per favorire lo sviluppo dell'arca  di
  Pozzallo  e  della sua zona di influenza. I quesiti in  argomento
  solo   in  minima  parte  rientrano  nella  sfera  di  competenza
  dell'Assessorato  lavori pubblici; per il resto  essi  riguardano
  altre  Amministrazioni, alle quali sono state chieste notizie  in
  merito.
   In  particolare si può riferire, da informazioni assunte  presso
  l'Amministrazione  comunale  di  Pozzallo,  che  è  in   via   di
  emanazione il nuovo Piano Regolatore Portuale, già definito negli
  aspetti   tecnici   e   pronto  per  essere   avviato   nell'iter
  approvativo.
   Contemporaneamente  alla stesura del Piano  Regolatore  Portuale
  l'Amministrazione comunale, in aderenza con le  previsioni  dello
  stesso,  ha anche avviato le procedure per la messa in  sicurezza
  del  porto,  ai sensi dell'art. 5 della l.r. 21/98, ottenendo  il
  parere  dalla  Capitaneria  di Porto, nonché  l'autorizzazione  a
  redigere  il  progetto  da  parte dell'Assessorato  Territorio  e
  Ambiente. Di detto progetto, dell'importo di 20 milioni  di  euro
  circa,  con  i  fondi dell'Accordo di Progranuna  Quadro  per  il
  trasporto   marittimo,  di  competenza  dell'Assessorato   lavori
  pubblici, e in particolare con i fondi di cui alla delibera  CIPE
  n.  36/2002,  sarà  finanziato uno  stralcio  di  complessivi  15
  milioni  di  euro.  Tale  progetto  non  è  ancora  pervenuto  al
  dipartimento dei lavori pubblici; si ritiene, però che essendo in
  perfetta  sinergia  con  il  Piano  Regolatore  Portuale   appena
  redatto,  non  può  che  essere in linea  con  le  previsioni  di
  sviluppo  delineate,  dalle Amministrazioni interessate,  con  la
  redazione dello stesso piano.
   Per  quanto  riguarda  il terzo o quarto quesito,  l'Assessorato
  regionale  del turismo, comunicazioni e trasporti, con  una  nota
  che  è  stata  trasmessa a questo Assessorato in data  1   aprile
  u.s., ha osservato:
   -  che la legge 28 gennaio 1994, n.84 prevede la possibilità  di
  istituire autorità portuali in porti ...che nell'ultimo  triennio
  abbiano   registrato un volume di traffico merci non inferiore  a
  tre milioni di tonnellate";
   -  che  non vi sono in essere progetti di "autostrade del mare",
  così come intese dalla Commissione Europea.
   Con  tale  termine sono definiti i collegamenti sistematici  tra
  porti di almeno due paesi membri dell' Unione Europea.
   In  atto  i  progetti delle "autostrade del mare" riguardano  il
  progetto  n. 21 del masterplan comunitario (Programma Van  Miert)
  che  comprende: l'Autostrada del Mar Baltico, quella  dell'Europa
  Occidentale,   quella   dell'Europa   Sud-Orientale   e    quella
  dell'Europa Sud-Occidentale.
   Per   lo   sviluppo   di  tali  progetti  comunitari   è   stata
  appositamente  costituita una società  a  livello  nazionale  che
  dovrà  curare  la  presentazione di  progetti  indispensabili  al
  drenaggio  delle  risorse finanziarie messe a disposizione  dalla
  Comunità   Europea.  Esiste  invece  una  iniziativa  legislativa
  regionale.  in  atto  all'esame della IV Commissione  legislativa
  dell'Assemblea,   che  prevede  incentivi  nei  confronti   degli
  autotrasportatori  che  utilizzano  vettori  marittimi  in  luogo
  dell'itinerario  tutto strada (Combinato stradalmare).  Con  nota
  fax  del  2  aprile  u.s.  la R.F.I. - Direzione  Compartimentale
  Infrastrutture  - ha comunicato che.nello studio  di  fattibilità
  redatto  da  quella Società, risulta attenzionata la problematica
  relativa al collegamento della linea ferroviaria con il Porto  di
  Pozzallo.   Dalla  relazione  allegata  al  predetto  studio   di
  fattibilità risulta: "La zona di intervento riguarda la  località
  Pozzallo.  Qui si è prevista la realizzazione di un  collegamento
  ferroviario tra la stazione e il porto distante dalla prima 3  Km
  circa in linea d'aria. Il collegamento sarà ovviamente realizzato
  per il servizio merci." Per quanto riguarda l'ultimo quesito, per
  il  quale  questo Assessorato non ha alcuna competenza, non  sono
  pervenute notizie in merito».

                                  L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA

   FLERES  -  MAURICI  -  CATANIA G. - «All'Assessore  per  i  beni
  culturali   e   ambientali  e  per  la  pubblica  istruzione   ed
  all'Assessore per i lavori pubblici, premesso che:

   quattro  anni  addietro la chiesa Santa Caterina d'Alessandria',
  sita  in  via  Santa  Caterina nel  comune  di  Paternò  è  stata
  dichiarata  inagibile  e  da  allora nessun  intervento  è  stato
  compiuto dalle autorità competenti;

   la  chiesa  in  oggetto, peraltro, è sottoposta alle  vibrazioni
  derivanti dal continuo transito di automezzi pesanti nell'omonima
  via che ne aggravano lo stato di instabilità;

   per sapere:

   quali  provvedimenti  intendano porre in essere  affinché  nella
  chiesa  di Santa Caterina d'Alessandria vengano effettuati lavori
  di consolidamento;

   quale  ente o autorità avrebbe dovuto provvedere ad appaltare  i
  lavori di restauro e messa in sicurezza della chiesa in oggetto».
  (1517)

   Risposta.  «Con riferimento all'interrogazione numero  1517,  si
  comunica  che  agli atti di questo Assessorato si  è  riscontrata
  un'unica   nota  (indirizzata  a  questo  Assessorato  solo   per
  conoscenza)  dell'Ufficio del Genio civile di Catania  datata  15
  marzo  2000,  prot.  10217, relativa all'accertamento,  ai  sensi
  della  legge  433/91,  delle condizioni di vulnerabilità  statica
  della chiesa di S. Caterina d'Alessandria di Paternò.
   Si  rappresenta che i fondi destinati per gli interventi di  cui
  alla  legge  433/91   Disposizioni  per  la  ricostruzione  e  la
  rinascita  delle zone colpite dagli eventi sismici  del  dicembre
  1990  nelle  province di Siracusa, Catania e  Ragusa ,  non  sono
  gestiti   da   questo  Assessorato  ma  dal  Dipartimento   della
  Protezione civile, che opera in collaborazione con gli Uffici del
  Genio  civile,  con  le  Sovrintendenze  ai  beni  culturali   ed
  ambientali e con gli altri enti locali interessati.
   Si    evidenzia   inoltre   che   affinché   si   avvii   l'iter
  amministrativo  utilizzando i fondi del capitolo 672096,  gestito
  dal  Dipartimento regionale dei lavori pubblici, è necessario che
  pervenga  una  richiesta di finanziamento  da  parte  del  legale
  rappresentante dell'ente, ai sensi della circolare n.  1/02  Gab.
  Prot.  259  del 21 febbraio 2002 di questo Assessorato regionale,
  oppure un verbale di urgenza o somma urgenza redatto dall'Ufficio
  del  Genio  civile,  nel caso in cui l'intervento  rientri  nella
  tipologia prevista dagli articoli 146 e 147 del DPR n. 554/99».

                                  L'Assessore SCAMMACCA DELLA BRUCA