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Resoconto d'Aula della Seduta n. 283 di martedì 05 aprile 2005
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   Presidenza del presidente Lo Porto


    BURGARETTA  APARO, segretario, dà lettura del processo  verbale
  della  seduta  precedente  che,  non  sorgendo  osservazioni,  si
  intende approvato.

    PRESIDENTE    Onorevoli  colleghi,  la  recente  scomparsa  del
  Sommo Pontefice ha indotto la Presidenza a sospendere il previsto
  ordine del giorno, stabilito dalla Conferenza dei Presidenti  dei
  Gruppi   parlamentari,   per   dedicare   questa   seduta    alla
  commemorazione del Santo Padre.

              Commemorazione di Papa Giovanni Paolo II

    (I deputati, in piedi, ascoltano la commemorazione del Santo
                               Padre)

    PRESIDENTE   Onorevoli colleghi, si è spento  sabato  2  aprile
  scorso il Sommo Pontefice, Giovanni Paolo II, lasciando tutto  il
  mondo   in   uno   stato   di  attonita,  silenziosa,   partecipe
  costernazione.
   La  scomparsa del papa ha pervaso le coscienze dei  cattolici  e
  di molti non cattolici di un sentimento di struggente commozione,
  cui  si  è  accompagnato  un diffuso senso  di  turbamento  e  di
  tristezza.
   L'umanità  intera, infatti, è privata di una  figura  epica,  di
  primissima  grandezza, di un autentico protagonista della  storia
  universale, capace di marcare profondamente, con la mitezza e  la
  tenacia degli uomini di fede, un'epoca di profonde trasformazioni
  e laceranti contraddizioni.
   Nel  corso  del suo lungo pontificato egli è stato un  testimone
  della speranza , vicino ai poveri, ai malati, agli emarginati, ma
  anche  un  costruttore di pace, un fervente apostolo del  dialogo
  tra i popoli e i culti, e soprattutto un autorevolissimo pastore,
  che ha rafforzato l'immagine ed il ruolo della Chiesa di Roma nel
  mondo,  restituendole quel prestigio che le  drammatiche  vicende
  europee del  900 avevano a tratti messo in discussione.
   La  partecipazione con cui l'umanità intera ha vissuto le ultime
  ore di vita del papa, e sta rendendo il doveroso omaggio alle sue
  spoglie   mortali,   rende  testimonianza   della   grandezza   e
  dell'unicità del suo pontificato, e della portata storica  di  un
  personaggio  che seppe non soltanto affermare nella  maniera  più
  autorevole  la  cultura del dialogo tra i popoli, i  governi,  le
  religioni,  senza  derogare  mai  alla  pienezza  del  suo  credo
  cattolico, ma ebbe il coraggio di arrivare a chiedere il  perdono
  dell'umanità per gli errori e le colpe di cui la Chiesa  si  rese
  protagonista nel corso dei secoli, venendo meno alla sua missione
  cristiana.
   L'Assemblea  Regionale Siciliana è profondamente  partecipe,  al
  di  là  degli  schieramenti politici e degli steccati ideologici,
  dei  sentimenti  di commozione e di tristezza  che  pervadono  in
  questi giorni anche il popolo siciliano, riconoscendo in Giovanni
  Paolo II un campione di umanità ed un vero artefice delle libertà
  civili  che  costituiscono  il  fondamento  imprescindibile   per
  l'affermazione dei valori della giustizia e della pace, e per  la
  costruzione di un'autentica civiltà dell'uomo.
   Questo  grande  pontefice  ha  conosciuto  di  persona  il  male
  assoluto,  nascendo  e crescendo in una città  polacca  a  trenta
  chilometri  da  Auschwitz,  e  sperimentando  sia  la  tracotanza
  dell'occupazione nazista, che l'oppressione del regime  comunista
  polacco negli anni della sua prima esperienza di sacerdote, e poi
  di vescovo di Cracovia, sino alla elezione al Soglio di Pietro.
   E  proprio questa duplice esperienza dei totalitarismi che hanno
  attraversato  l'Europa  del  900, lo ha reso,  da  Primate  della
  Chiesa  di  Roma, uno dei principali ispiratori ed  artefici  del
  tramonto  dell'impero  sovietico e del  passaggio  della  Russia,
  della  Polonia  e  degli altri stati dell'Est europeo  ai  regimi
  costituzionali   ed  alle  forme  di  governo   presidenziali   e
  parlamentari proprie dell'Occidente.
   Fermo  nei  suoi convincimenti e consapevole del  suo  ruolo  di
  Vicario  di  Cristo,  dopo  il crollo  dei  regimi  filosovietici
  Giovanni  Paolo  II non si è mostrato proclive ad un'accettazione
  semplicistica del sistema capitalistico occidentale, e tanto  più
  del  modello  economico  americano, di  cui  è  stato  un  severo
  critico,  deplorandone gli eccessi mercantili  e  rimarcandone  i
  profondi   limiti   derivanti  dallo  smarrimento   di   un'etica
  integralmente e permanentemente al servizio dell'uomo.
   Non  è  compito  del Presidente dell'Assemblea  ripercorrere  le
  tappe del Ministero pontificale di Giovanni Paolo II, seppure  il
  sottoscritto, da credente sente di condividere la fermezza con la
  quale  egli  seppe affrontare delicatissime questioni teologiche,
  etiche e filosofiche, fornendo un sicuro riferimento ai cattolici
  e  dialogando con il mondo laico, senza indulgere in un   innocuo
  umanesimo   di impronta post-conciliare che avrebbe  sminuito  la
  radicalità e la forza escatologica del messaggio evangelico.
   Mi  limiterò pertanto a sottolineare la profonda coerenza etico-
  religiosa  del Papa polacco, instancabile pellegrino nei  quattro
  angoli del pianeta, impegnato a propugnare la pace universale  ed
  il rifiuto della violenza nei confronti di ogni uomo.
   In  tale  veste, egli volle visitare la nostra isola durante  il
  suo  pontificato per ben cinque volte, venendo a conoscere  e  ad
  apprezzare il calore e l'operosità dei Siciliani, non mancando al
  contempo di evidenziarne arretratezze e vizi, in guisa da mettere
  a  nudo  la gravità esiziale del fenomeno mafioso, figlio di  una
  civiltà   in   negativo,  costruita  per   opprimere   l'uomo   e
  sottometterne  la  libertà, la creatività e lo slancio  verso  il
  Bene, per  asservirlo ad oscuri disegni criminali.
   E  dobbiamo altresì sottolineare come la Chiesa siciliana, nella
  sua  grande  parte,  abbia  raccolto  gli  appelli  del  Papa   a
  realizzare  una   civiltà dell'amore come antidoto  alla  mafia ,
  fino al punto di subire il martirio di padre Puglisi, assassinato
  a  Palermo  nel  settembre del 1993, per avere osato  sfidare  la
  mafia con l'arma del Vangelo.
   Credo che i Siciliani debbano essere grati a Giovanni Paolo  II,
  il  Grande, per come ha saputo loro essere vicino in questi anni,
  infondendo  speranza in un futuro di riscatto da   antichi  mali,
  basato  sulla  fede  in Cristo ma anche sulla concretezza  di  un
  vivere  autenticamente cristiano, in cui il solco tra Dio   e  il
  male  è  talmente profondo che non è possibile alcuna  scelta  di
  vita all'insegna del compromesso e della compiacenza.
   La  politica deve sapere rendersi partecipe di questo  messaggio
  che  il papa ci ha lasciato, svolgendo in maniera coerente la sua
  elevata   funzione  civilizzatrice,  senza  scadere   nei   falsi
  unanimismi  come nella sterile frammentazione delle formazioni  e
  delle correnti.
   Nella  sua  piena  laicità, la politica deve saper  guardare  ai
  valori cristiani come modello per un umanesimo fonte di civiltà e
  di effettiva emancipazione dei popoli.
   Ha facoltà di parlare il Presidente della Regione.

    CUFFARO    presidente   della   Regione.   Signor   Presidente,
  onorevoli colleghi, con la commemorazione che questa Assemblea fa
  del  compianto  Papa  Giovanni  Paolo  II  anche  noi  diventiamo
  partecipi,  per la parte che ci tocca come Istituzione regionale,
  di un avvenimento di portata storica per l'intera umanità.
   Quanto  è accaduto, e sta continuando ad accadere sotto i nostri
  occhi  in  questi  giorni, non è, infatti,  circostanza  che  può
  essere compresa con il ricorso alle consuete categorie politiche,
  sociologiche o storiografiche.
     Un  solo  dato per tutti: la partecipazione alle  esequie  del
  Papa  vedrà radunata a Roma una tale quantità di popolo e di capi
  di  Stato  e di Governo che nessun altro avvenimento al mondo  ha
  mai prodotto.
   Noi  tutti dobbiamo essere consapevoli e grati di avere  attinto
  direttamente da un così grande  Padre  un insegnamento  altissimo
  in  grado  di moltiplicare le nostre energie e le nostre  ragioni
  nel vivere e nello sperare.
   Ciò  che  dobbiamo  sapere comunicare alle  generazioni  future,
  (quelle   soprattutto  che  non  avranno  avuto  la  fortuna   di
  conoscerlo  direttamente), è che vale la pena di impegnare  tutta
  la  nostra vita fino allo stremo delle forze, come Lui stesso  ci
  ha   dimostrato  tangibilmente  e  drammaticamente   per   questo
  insegnamento.
   Molti  tra i presenti che lo avranno incontrato, magari in  modo
  fugace, riportandone sempre uno stimolo e un ricordo più profondo
  ed  incisivo   per  il  proprio impegno personale  e  per  quello
  sociale.
   Io  ne serberò sempre  quello che ho già avuto modo di ricordare
  più volte: al termine di una cerimonia ufficiale, cui avevo preso
  parte,  gli  chiesi di impartire la Sua benedizione  alla  nostra
  Regione. Accennando un sorriso mi rispose che la Sicilia era  una
  terra già benedetta da Dio.
     Non  ebbi alcun dubbio a riconoscere nell'espressione di  quel
  volto  e  in  quelle  parole  gli  accenti  di  una  intensa   ed
  appassionata paternità verso noi tutti siciliani.
   Una   paternità  sperimentata  in  quasi  ventisette   anni   di
  pontificato  e  riconosciuta e riaffermata in  questi  giorni  in
  quasi  tutti coloro che sono stati intervistati dalle TV di tutto
  il  mondo:  donne e uomini raggiunti dal Suo infaticabile  impeto
  missionario  che  non si è mai fermato e che ha  saputo  dire  la
  parola giusta in ogni situazione ed ad ogni uomo.
   Quale  certezza  incrollabile lo ha  animato  e  sostenuto  così
  tenacemente,  anche  nei momenti in cui un  corpo  segnato  dalla
  sofferenza sembrava progressivamente abbandonarlo?
     E'  la  certezza che il desiderio più profondo di  ogni  uomo,
  ossia  l'attesa  di  felicità e di bene  presente  nel  cuore  di
  ciascuno di noi, è destinata ad avere una risposta e che il mondo
  non  è fatto per naufragare fra le violenze e  le ingiustizia  di
  cui quotidianamente si nutre.
   A  tutti noi è stato detto e ricordato che c'è un destino buono,
  anche  di  fronte alle ingiustizie più atroci, del   quale  tutti
  possiamo partecipare, a condizione che la nostra libertà  non  si
  tiri indietro.
   Quale   altro   significato   altrimenti   si    potrebbe   dare
  dell'invito appassionato e convinto a non aver paura  ed  aprire,
  anzi,  a spalancare le porte a Cristo, lanciato all'atto di  quel
  suo famoso primo discorso pubblico?
   Popoli  segnati dalle più diverse condizioni sociali,  politiche
  ed  economiche,  in tutti i continenti e in tutte le  latitudini,
  hanno   potuto ascoltarlo nelle forme e nelle lingue più svariate
  per oltre un quarto di secolo.
   Di  fronte  a  tutti  il Santo Padre ha sempre  riproposto,  con
  l'evidenza e la forza della sua testimonianza, la centralità  del
  rapporto  con  Cristo quale origine e fondamento oggettivo  della
  dignità della persona.
   Nell'ambito   del  suo  imponente  magistero  Egli   ha,   così,
  riproposto  e  profondamente  arricchito  l'insegnamento  sociale
  della Chiesa, ponendolo come argine a difesa di una umanità  che,
  ancora  oggi,  viene umiliata e calpestata nella sua  dignità  da
  sistemi di pensiero e di governo così come da modelli economici e
  poteri criminali.
   La  più grande passione di Giovanni Paolo II  è stata, forse, la
  difesa  dell'uomo  sin dal suo concepimento:  e  la  sua  voce  è
  rimasta, spesso, l'unica ad enunciare una parola di verità  e  di
  chiarezza  su tante questioni controverse del nostro  tempo  e  a
  difesa dei più deboli.
   Si  tratta  della  stessa voce che abbiamo sentire  tuonare  nel
  1993  nella  Valle dei Templi ad Agrigento, quando  pronunciò  la
  vibrante  condanna  della  mafia  e  l'ammonimento  severo   alla
  conversione rivolta ai mafiosi.
   Ma  non  è  stata  l'unica volta che le parole  del  Papa  hanno
  affrontato  questioni  legate alla nostra terra  di  Sicilia.  In
  occasione dei suoi quattro viaggi nell'Isola, degli incontri  con
  l'Episcopato  Siciliano e della sua partecipazione  al  Congresso
  ecclesiale   di   Palermo  del  novembre  del   1995,   Egli   ha
  ripetutamente rivolto il suo pensiero e il suo magistero.
     Esso  può  condensarsi nell'esortazione amorevole e  decisa  a
  procedere  verso  il bene e lo sviluppo, così da  lasciarsi  alle
  spalle  le  esperienze  del male ancora tristemente  presenti,  a
  tutto vantaggio delle grandi qualità del nostro popolo. Esse sono
  state  sempre esaltate insieme alla radicata tradizione di  fede,
  solidarietà e dialogo propria della storia siciliana.
   A  questa  storia  ha sempre fatto riferimento per  esaltarne  i
  caratteri  positivi e costitutivi, come ebbe  modo  di  affermare
  appena giunto in piazza Politeama nel novembre 1982, in occasione
  della sua prima visita.
   Tutto  ciò  appare di assoluto rilievo in un momento in  cui  la
  nostra  Regione è chiamata ad assumere nuove e più  significative
  responsabilità nel contesto euro mediterraneo, sia per i rapporti
  che  dovremmo  approfondire con le nazioni rivierasche   sia  per
  quelli  che  dovremo avere con i tanti immigrati che decidono  di
  stabilirsi tra noi.
   Il  Papa ci ha sempre ricordato che la nostra identità di popolo
  mediterraneo si fonda sul cristianesimo che ha saputo essere  nel
  corso dei secoli, un punto di riferimento certo su cui fondare la
  nostra esperienza e la nostra socialità.
   Forse  la percezione di questo tessuto umano e religioso gli  fu
  chiara, o magari solamente presagita, già nel 1964 quando, ancora
  Arcivescovo di Cracovia,  si recò in pellegrinaggio alla  Madonna
  delle Lacrime di Siracusa, di cui ha chiesto proprio negli ultimi
  giorni  di  malattia di venerare il quadro nel  suo  appartamento
  privato.
   Alla  stessa Madonna avrebbe reso omaggio, trent'anni  dopo,  da
  Pontefice  confermando  un'intensa devozione  mariana  che  trova
  nell'Isola, così come in chi parla, un grandissimo riscontro.
   Proprio  questo ci ha voluto ricordare nel suo ultimo  messaggio
  rivolto  ai  siciliani in occasione
  del centocinquantesimo anniversario della
  proclamazione del dogma dell'Immacolata concezione  dello  scorso
  24 ottobre.
   Ci  ha  voluto ricordare, ed ora può considerarsi una  sorta  di
  testamento lasciato solo per noi, che  la Sicilia di oggi è molto
  cambiata ,  ma  che  è  quanto  mai  importante   che  le   nuove
  generazioni sappiano conservare intatto quel patrimonio di valori
  che ha reso illustre la storia dell'Isola .
   E  dopo  aver  richiamato l'importanza del  cospicuo  patrimonio
  costituito  dalle tradizioni religiose fiorite sul  ceppo  antico
  della fede cristiana, ci volle ridire che tra queste  un posto di
  primo  piano  occupano  le manifestazioni  della  devozione  alla
  Vergine  Santissima, in cui i fedeli siciliani   si  sono  sempre
  distinti e riconosciuti .
   Percepiamo questa attenzione rivolta alla Sicilia nel  corso  di
  oltre  un  decennio  come un patrimonio di insegnamento  vivo  ed
  attualissimo al quale tutti, cristiani e uomini di buona volontà,
  dobbiamo attingere, certi di trovare in esso la strada sicura per
  la crescita morale e per la crescita sociale della nostra terra.
   La  traccia impressa dal Pontefice nella storia della  Chiesa  e
  dell'umanità,  nel  delicato  passaggio  dal  secondo  al   terzo
  millennio,  resterà  indelebile per  tanti  motivi  di  carattere
  pastorale,  dottrinale, sociale e in un  certo  qual  modo  anche
  politico.
   Ve  n'è  uno  in  particolare che è giusto ricordare  in  questa
  Assemblea: il riferimento ai valori cristiani  come patrimonio ed
  ispirazione  della comunità siciliana , che è stato inserito  nel
  Preambolo  del  nuovo Statuto autonomistico approvato  la  scorsa
  settimana.
   Siamo  sempre stati convinti che la consapevolezza della propria
  identità  non  è  impedimento,  bensì  presupposto  e  condizione
  necessaria  per un dialogo autentico e per un'effettiva  capacità
  di  integrazione  pacifica, della quale  nei  secoli  passati  la
  Sicilia ha offerto una grande testimonianza.
   E'  per  questo che il Governo ha tenuto particolarmente  a  che
  tale   dimensione  fondativa  della  collettiva   siciliana   non
  rimanesse priva di un esplicito sbocco statutario.
   Purtroppo,  la  stessa  sensibilità non  è  stata  espressa  dal
  Parlamento   europeo,   circostanza  di   cui   Egli   si   dolse
  ripetutamente e pubblicamente.
   Ma  c'è  una  ragione che più di altre contribuirà  a  mantenere
  particolarmente caro a ciascuno di noi Giovanni Paolo II:  quella
  inesausta  capacità  di amore e di donazione  di  sè  che  ci  ha
  testimoniato fino agli ultimi istanti della sua vita.
   Ha  insegnato  a  tutti il valore profondo dell'essere  e  della
  vita,  offrendo a noi tutti senza alcun risparmio la  sua  stessa
  persona  ed,  attraverso  di  essa,   l'esperienza  concreta   ed
  umanissima dell'abbraccio di Cristo alla nostra esistenza.
   Di  questo gli saremo perennemente grati, così come siamo  grati
  a  Dio  di averci concesso la grazia di essere accompagnati,  nel
  nostro  cammino  di cristiani e di uomini, da un così  grande  ed
  appassionato testimone di fede e di umanità.
   A  Giovanni  Paolo II giunga l'omaggio e la memoria  gratissima,
  commossa  e viva di tutte le istituzioni regionali e di tutto  il
  popolo siciliano.

    PRESIDENTE  E' iscritto a parlare l'onorevole Speziale.  Ne  ha
  facoltà.

    SPEZIALE  Signor Presidente, onorevoli colleghi, con  la  morte
  di  Papa Giovanni Paolo II scompare un grande leader mondiale, un
  uomo  che  ha  colpito il sentimento di milioni  di  persone,  di
  cultura  e razze differenti, per la sua straordinaria coerenza  e
  per  la  continua attenzione dedicata alla dignità della  persona
  umana.
   Un  uomo  segnato  da  esperienze di vita  forti  che  lo  hanno
  portato a ricercare ed a riproporre costantemente le ragioni  per
  non smarrirsi, per continuare a sperare sempre e non avere paura,
  per  credere in un futuro migliore, ma anche per costruire questo
  futuro,   piuttosto  che  incupirsi  nella  constatazione   delle
  difficoltà, dei lutti e delle ingiustizie umane.
   Questo  lo  ha  spinto  a  combattere,  su  diversi  fronti,  le
  incongruenze, i limiti e le contraddizioni dei modelli politici e
  sociali:  lo  ha  fatto contro il comunismo, ma, con  altrettanta
  forza,  contro  il capitalismo, contro il fanatismo  religioso  e
  contro  gli  spiriti  guerrafondai in una  dimensione  planetaria
  assolutamente inedita.
   In  questa  ricerca di coerenza, il  Papa Grande   ha  avuto  il
  coraggio di non sottrarre la Chiesa e la storia millenaria  della
  comunità   cattolica  da  una  critica  severa   circa   le   sue
  responsabilità.  Così  ha voluto chiedere  perdono  per  l'orrore
  della  tratta degli schiavi negri, per il genocidio degli Indios,
  per il processo a Galileo, per l'antisemitismo.
   Con  un  bagno  di  umiltà, ha invitato tutti  a  guardare  alla
  propria  storia,  Chiesa  e  comunità  cattolica  compresa,   per
  individuarne  le  degenerazioni e  riflettere sugli  errori  che,
  anche  quando  partono dalle migliori intenzioni, possono  finire
  per  trasformarsi in cause di mortificazione, se non  addirittura
  di violenza fisica ed oppressione.
   In  questa  sua  straordinaria attività, il Papa ha  trovato  il
  tempo  e  il  modo di visitare la Sicilia per ben  cinque  volte,
  rompendo l'isolamento, portandovi le riflessioni sul mondo e  sui
  valori universali di giustizia e di concordia necessari a gestire
  la   complessità   della   condizione  umana   in   un'epoca   di
  globalizzazione.
   Nei   suoi   interventi,   il  Papa   ha   indicato,   in   modo
  inequivocabile, le linee per fuoriuscire da una  visione  cupa  e
  senza  speranza di tanto conservatorismo siciliano, esaltando  il
  dovere  di  intraprendere, di aprirsi al mondo, di superare  ogni
  indolenza,  di  promuovere  una  cultura  rispettosa  del  lavoro
  responsabile: insomma, di non avere paura
   E'  davvero  straordinario l'interesse che  un  leader  mondiale
  come  Giovanni Paolo II ha dedicato a questa piccola regione  del
  mondo,  straordinaria  l'attenzione ai temi  che  travagliano  la
  nostra Isola, ma a cui ha saputo dare una valenza più generale.
   Non  sarà  un caso il richiamo insistito alla consapevolezza  di
  essere,  la  Sicilia, da sempre luogo d'incontro e di fusione  di
  culture diverse, luogo d'incontro di problematiche e civiltà  che
  devono  sapere  convivere e integrarsi, se  vogliono  evitare  il
  disastro  di  conflitti  che annullano la vita,  che  mortificano
  l'uomo e che spengono le intelligenze.
   Dalle   parole   del  Papa  in  Sicilia,  si  comprende   quanto
  l'esperienza  drammatica della guerra abbia radicato  in  lui  la
  consapevolezza  che la difesa della vita e della  dignità  umana,
  senza  mezzi  termini  e sopra ogni cosa, passa  dal  superamento
  della  cultura dell'intolleranza e della vendetta, prima che  nel
  tempo possa produrre violenze inestinguibili e guerre.
     E' dalle esperienze dolorose vissute, quindi, che discende una
  convinta e consapevole attenzione alla giustizia, alla necessaria
  umanità   che   bisogna  avere  nelle  scelte  amministrative   e
  politiche.
   Per  queste ragioni il grido del Papa contro la mafia, contro  i
  comportamenti  negligenti  verso  chi  sceglie  il  ruolo   della
  violenza,  indicava al contempo oltre che il ripudio netto  della
  cultura  della morte, una via di fuoriuscita della cultura  della
  concordia  e  della  solidarietà.   Non  può  esserci,  tuttavia,
  concordia dove prevale una situazione del privilegio.   Non  sarà
  stato  forse  un caso se, per scagliare il più forte  ammonimento
  contro il peccato di mafia, papa Wojtyla abbia scelto Agrigento e
  lo   scenario  del  tempio  della  Concordia.  Non  può  esserci,
  tuttavia,  concordia dove prevale la situazione  del  privilegio,
  dell'incertezza del diritto  e la logica del più forte.
   Furono, dunque,  parole potenti il cui significato e la cui  eco
  rimbalzarono con eguale forza in tante altre parti del  mondo  in
  cui  medesima  violenza mafiosa terrorizzava popolazioni  miti  e
  laboriose a difesa di privilegi, inaccettabile pure in  paese  di
  forte tradizione cattolica.
   Questo  è  il  punto  che  in Sicilia,  come  altrove,  pone  un
  problema a chi governa. A quanti esercitano un ruolo guida  nelle
  comunità, per battere la violenza omicida, occorre seguire la via
  della solidarietà, del rispetto delle persone e del lavoro.
      Questa  è  una scelta inevitabilmente opposta  a  quella  del
  privilegio,  all'uso  arbitrario del  potere  per  mantenere  nel
  bisogno  e  nella soggezione intere comunità e non può  convivere
  con  il clientelismo. Mi sembra una riflessione ancora attuale  i
  cui  nessi dovrebbero segnare maggiormente il dibattito  politico
  siciliano, avendo anche il coraggio di una autocritica.
       Dare   segnali   inequivocabili   e   chiari   senza   paura
  dell'autocritica  è stato l'insegnamento più forte  venuto  dalle
  visite  del  Papa in Sicilia. Le parole di Giovanni Paolo  II  in
  Agrigento, infatti, sono state anche per la Chiesa un elemento di
  discontinuità profonda, pur raccogliendo spinte già messe  in  un
  travaglio  interno  che  ha attraversato  per  anni  la  comunità
  cattolica,  già  nel   54  e  55 e più ancora  dopo  il  Concilio
  Vaticano Secondo.
   Per  comprendere l'impatto di questa discontinuità nella società
  siciliana  e nella Chiesa è utile ricordare le parole del  killer
  di  don Puglisi.  Così recitavano  ero un mafioso agli ordini del
  boss di Brancaccio, quando il 9 maggio del 1993 il Papa lanciò il
  suo  anatema  contro di noi. Non ricordo bene le  parole,  ma  da
  allora  in  Cosa Nostra si vociferò che la Chiesa  cominciava  ad
  essere diversa'.
      La  Chiesa  di don Puglisi era diversa da quella che  eravamo
  abituati  a conoscere.  Per Cosa Nostra la Chiesa era quella  che
  se  c'era un latitante lo nascondeva, non perchè fosse collusa ma
  perchè  aiutava  chi  aveva bisogno.  Un territorio  neutro.   Ma
  tutto  ciò  è venuto a mancare negli ultimi anni.  Vale  la  pena
  ricordare che questo killer si pentì e che nel suo pentimento  un
  ruolo decisivo lo ebbe proprio quell'anatema del Papa.
   Noi   vorremmo  che  le  istituzioni  della  politica  siciliana
  riuscissero  a produrre gli stessi effetti.  In ogni caso,  resta
  questo  per noi il ricordo più forte: le azioni di Papa  Giovanni
  Paolo II e le sue attenzioni verso la Sicilia.

    PRESIDENTE  E' iscritto a parlare l'onorevole Forgione.  Ne  ha
  facoltà.

    FORGIONE    Signor  Presidente, onorevoli colleghi,  ognuno  di
  noi,  di  cultura  e  fede laica o cattolica, ha  partecipato  in
  questi  giorni  al dolore di tutto il mondo per la scomparsa  del
  Pontefice.  Perchè?   Perchè io credo che Papa  Wojtyla  non  sia
  stato  un  semplice interprete del suo tempo, ma un  protagonista
  delle  trasformazioni epocali che hanno accompagnato il passaggio
  della  storia  del mondo da un secolo all'altro, da un  millennio
  all'altro.
   E' una figura complessa, irriducibile ad ogni semplificazione  e
  forse  non  gli  rendono omaggio le ore ed ore di  retorica  alle
  quali  abbiamo assistito attraverso i media in questi giorni.  Ha
  contribuito   a  dare  una  spallata  alle  società   ossificate,
  burocratizzate  dell'Est europeo ed a quel blocco  sovietico  che
  ormai  aveva  già  segnato il suo tempo; ma, un  attimo  dopo  il
  crollo  di  quel  blocco, si è interrogato  sulla  brutalità  del
  mercato e del capitalismo.
   Ha  denunciato  non  solo  il pensiero unico,  neoliberale,  che
  ormai avvolgeva tutto il mondo, ma,  soprattutto, i suoi mali.
     L'idolatria  del  mercato  e  del  profitto  è  stato  per  il
  Pontefice un pericolo da scongiurare; é il liberismo il male  del
  nuovo  secolo  che tanto ha segnato e segna gran parte  dei  mali
  dell'umanità  e  del mondo. Certo, questo Pontefice,  non  lo  ha
  fatto  in  nome  di  una teologia della liberazione,  questa  sì,
  interprete  delle ansie di liberazione di gran parte  dei  poveri
  del  Terzo e del Quarto Mondo, anzi, contro quella teologia della
  liberazione  si  è schierato ed ha richiamato i  suoi  interpreti
  all'ordine.
     Non  é  stato un Papa progressista, ma un conservatore,  anche
  con alcune punte di integralismo,  che ha però trovato la fede  e
  la Chiesa al centro di un mondo che,  anche per la mercificazione
  delle  relazioni  umane  e sociali, per la  crisi  di  un  intero
  modello  di  civiltà,  questa centralità l'aveva  perduta.  Anzi,
  questa  centralità  la  vedeva anche insidiata  dall'avanzare  di
  altre religioni.
   In  un  certo  senso  la sua sofferenza, resa  sempre  pubblica,
  spesso trasformata anche in fatto mediatico,  ha rappresentato la
  sofferenza  sociale ed  anche, in un certo senso,  la  sofferenza
  della  stessa Chiesa di Roma e, negli ultimi tempi,  anche  della
  sua crisi.
   Questo  Papa  ha attraversato il mondo, la sua povertà,  i  suoi
  mali,   toccando  con  mano  quelle  ingiustizie,  frutto   delle
  disuguaglianze e delle guerre. Per questo, fino allo stremo delle
  sue  forze  -  é stato rilevato da molti commentatori,  anche  di
  sinistra  -  si è fatto pellegrino e, credo, che alto rimanga  il
  suo  appello  costante alla pace come rifiuto della guerra  e  di
  ogni forma di violenza e di supremazia imperiale del mondo.
   Un  Papa  conservatore  che non è stato amato  dai  potenti  del
  mondo.  E'  stato  il  Papa  -  lo ha  detto  anche  lei,  signor
  Presidente - del  mea culpa  verso gli errori e le tragedie della
  storia   della  Chiesa  pari  a  quelli  conosciuti  nei   secoli
  successivi.
   E'  stato il Papa delle scuse al popolo di Israele, ma  é  stato
  anche  il Papa dell'abbraccio ad Arafat e del sostegno alla causa
  palestinese,  sempre con l'angoscia di quella  Terra  Santa  dove
  vide  la luce Gesù Cristo e dove poi si sono confrontate  e  sono
  nate  le  grandi  religioni monoteiste che hanno dato  vita  alla
  nostra civiltà e hanno cambiato il  corso della storia.
   La  pace  é stata la sua ultima angoscia; la guerra è  stata  la
  sua ultima angoscia con parole che  infastidivano i potenti: così
  al  tempo  della Jugoslavia, così al tempo dell'Iraq.  E  la  sua
  scelta  del  dialogo  tra le religioni,  il  famoso  incontro  di
  Assisi,   è stato da esempio a quanti pensavano e ancora  pensano
  di  usare  il  loro  Dio, ognuno il suo, per costruire  guerre  e
  conflitti  di  civiltà. E' stato un Papa forte  anche  nelle  sue
  crociate  conservatrici,  quelle  che  non  abbiamo  condiviso  e
  abbiamo  contrastato.  Le  crociate  contro  l'autodeterminazione
  della  donna, contro l'aborto, contro alcuni diritti  di  civiltà
  conquistati  nella  maturazione e nell'evoluzione  delle  società
  moderne in una difesa tradizionale della famiglia. Un Papa  forte
  anche in questo.
     E,  infine, la Sicilia, l'appello alla ribellione - non  serve
  qui  il falso unanimismo - quell'appello deve chiamare ognuno  di
  noi, che abbiamo una funzione pubblica, laici e cattolici, ad una
  coerenza,  deve richiamare anche la Chiesa che ha avuto  martiri,
  come  Padre  Puglisi,  la Chiesa che ha  avuto  i  martiri  delle
  parole,  come  Padre Puglisi, ma la Chiesa dei troppi  silenzi  e
  delle  troppe  omertà e delle troppe compromissioni del  passato,
  come dei troppi silenzi anche di oggi.
   Il  suo appello alla ribellione contro la mafia chiama ognuno di
  noi  a  riappropriarsi della parola e della coerenza  dei  gesti,
  laici   e   cattolici,  istituzioni  pubbliche   ed   istituzioni
  religiose.
   Richiama  ad  un'autocritica tutti noi, laici  e  cattolici,  ad
  un'autocritica anche le istituzioni religiose.
   Con  questa  complessità, io credo che laici  e  cattolici  oggi
  debbano, possano e vogliano rendere omaggio a Karol Wojtyla;  con
  questo  spirito, io, non credente, ed il Gruppo parlamentare   di
  Rifondazione comunista, rappresentante di una comunità di laici e
  di credenti,  partecipiamo alla scomparsa del Pontefice.

    PRESIDENTE   E'  iscritto a parlare l'onorevole  Sbona.  Ne  ha
  facoltà.

    SBONA  Signor Presidente, onorevoli colleghi,  unire la  nostra
  voce  di  rimpianto per la morte del Santo Padre, Giovanni  Paolo
  II, non è solo nostro dovere, ma credo per tutti noi, espressione
  soprattutto di affetto, di gratitudine, di nostalgico ricordo  di
  una figura indimenticabile.
   Noi  gli  abbiamo voluto bene, lo abbiamo ascoltato, lo  abbiamo
  ammirato  nel suo infaticabile ministero apostolico,  lo  abbiamo
  accolto  nella nostra Sicilia che Egli amava e per  la  quale  ha
  riservato  presenze  significative e parole  di  incoraggiamento,
  nonchè stimoli forti alla lotta contro le miserie endemiche della
  nostra Terra.
   Chi  potrà  dimenticare le parole che gli  uscirono  dal  cuore,
  come un novello Savonarola? Ricordate? Parlò a braccio, lasciando
  da  parte  i  fogli  del discorso preparato. Erano  parole  dure,
  parole  dure come pietre, parole perché si fermasse la  disgrazia
  della mafia.
   Non  si  limitò  a spronarci a combatterla, ma, dall'alto  della
  Sua solenne paternità e autorità di vicario di Cristo, si appellò
  -   se  non ricordo male -  in quel di Agrigento, penetrando  nei
  cuori stessi degli uomini di mafia  Pentitevi ', disse; rimpianto
  sincero,  ricordo  struggente,  perché  i  nostri  occhi  non  lo
  vedranno  più  per  le  strade  del mondo,  pellegrino  di  pace,
  lottatore  gagliardo per la giustizia, la fratellanza e  la  pace
  tra i popoli.
   Non   sentiremo  più  quelle  parole  chiare  e   semplici   che
  trascinavano tutti, i giovani in particolare, non solo quando era
  nel   vigore  dei  suoi  primi  anni  di  pontificato,  ma   fino
  all'ultimo,   vecchio  e  ammalato,  sofferente  ma  trascinatore
  sempre come leone combattente in testa al suo popolo.
   Milioni  di  giovani hanno apprezzato in lui la schiettezza  del
  suo  linguaggio  che, pur non ammettendo sconti, nella  linearità
  profonda del Vangelo comprendeva le debolezze della nostra natura
  umana,  ma  sapeva trasmettere slancio per superare le difficoltà
  della vita, perché il Vangelo è gioia di vivere, è gioia di stare
  insieme e cantare l'amore e la fratellanza.
   Il  nostro  Presidente della Regione ha ricordato  un  percorso,
  soprattutto  quello  siracusano, ed io, signor  Presidente,  cari
  colleghi, sono siracusano e voglio ricordare quelle vicissitudini
  della sua visita al Santuario della Madonna delle lacrime.
   Quanta umanità in quell'occasione manifestò il nostro Papa
    Sono  caduto   scrisse  uscendo dal bagno e mi  sono  rotto  il
  femore mentre mi apprestavo a partire, ma tornerò appena guarito,
  ve  lo prometto  aggiunse. E ritornò,  anche se zoppicante,  alla
  Madonna  delle  lacrime,   a  Lui tanto  cara,  e   disse  parole
  toccanti per Lui e per tutti.
   Papa poeta, Papa romantico.
   Qualche  anno  fa  gli regalarono, non so chi, una  rosa  d'oro.
  Volle che fosse portata a Siracusa alla Madonna delle lacrime, ai
  cui  piedi era già venuto pellegrino da semplice Vescovo,  quando
  ancora in Polonia imperava la cortina di ferro.
   Ci  tornò  da  Papa e, proprio prima di lasciare  questo  mondo,
  negli ultimi mesi, ha inviato la sua corona personale del rosario
  perchè stesse vicino alla sua effige che ha lacrimato a Siracusa.
   Sulla  sua  morte  si  chinano oggi molte  folle  sterminate  di
  fedeli in lacrime, uomini di tutti i ceti, religioni, culture  ed
  appartenenze; sembra quasi che durante questi suoi lunghi anni di
  papato tutto sia stato rose e fiori.
   Quante   sofferenze,   invece,   nell'ultimo   periodo;   quante
  sconfitte e indifferenze, quanti attacchi e quante sordità.
   Tutto  accettò, fidando in Dio, nella Provvidenza, ma nella  Sua
  schiettezza  sapeva  anche esprimere  il  Suo  dolore  e  la  Sua
  disapprovazione.  Ed  è  stato detto il Suo  dolore  più  grande,
  certamente,    fu   quello   di   vedere   la    madre    Europa,
  evangelizzatrice,   capace   di  sopportare   lotte   cruenti   e
  persecuzioni,    dall'ateismo   marxista   a   quello    nazista,
  abbandonarsi   nella   vita,    spesso,    all'ateismo   pratico,
  edonistico ed al relativismo scettico e disincantato.
   Alta  si è elevata la Sua parola perchè l'Europa riscoprisse  le
  sue  radici  cristiane; per questo scrisse e incontrò  personaggi
  più  influenti  di  questa  nuova Europa  perchè  ricordasse  che
  cristianità ed Europa erano, devono e dovranno restare sinonimi.
   Non  ci  riuscì  e  non si dava pace perchè,  da  vero  uomo  di
  cultura,  non capiva come un fatto così evidente, fatto culturale
  storicamente  pacifico,  fosse messo da  parte  in  nome  di  una
  imperante  cultura alla moda, in nome di una cultura che  non  ha
  voluto  ricordare  come  pace, libertà e fraternità  non  avevano
  senso prima del Cristianesimo e non ne avranno senza Cristo.
   Come  l'ultimo  di  voi,  mi permetto di sottolineare,  qui  nel
  Parlamento  siciliano,   periferico all'Europa  dei  grandi,  dei
  ricchi,  degli  uomini di cultura superiore;  piccolo  Parlamento
  periferico all'Europa, ma di antichissima tradizione,  primo  fra
  tutti  il  Parlamento dell'era moderna, qui in questo  Parlamento
  non  abbiamo  avuto noi paura di dichiarare,  nel  preambolo  del
  nostro  nuovo  Statuto, come la Regione siciliana riconosce,  tra
  l'altro,  i  valori  della  religione cristiana  come  patrimonio
  storico, culturale e di ispirazione delle proprie comunità.
   Non  l'abbiamo detto per far piacere al Papa, ma certamente  gli
  avrebbe  fatto  piacere; da uomo di cultura e libero  dalle  mode
  culturali,   ci   avrebbe  apprezzati,  lo  avrebbe   sicuramente
  apprezzato.  Non ha avuto il tempo di conoscerci,  ma  dal  cielo
  spero che continuerà a starci vicino.
   Le  parole  che  mi  sono permesso di scrivere  giorni  fa  come
  auguri  di buona Pasqua a tutti voi e agli amici sono estrapolate
  proprio   da  un  Suo  accorato  appello  all'Europa  e   possono
  concludere  questo  mio  commosso e  sincero  intervento  in  Sua
  memoria:   L'uomo  non  può vivere senza speranza,  la  sua  vita
  sarebbe votata all'insignificanza e diventerebbe insopportabile.

    PRESIDENTE   E' iscritto a parlare l'onorevole Orlando.  Ne  ha
  facoltà.

   ORLANDO.  Signor Presidente, onorevoli colleghi  siamo  qui  per
  fare doverosa memoria di Giovanni Paolo II,  un Papa  al quale  è
  stato  spontaneamente già attribuito l'appellativo  di   grande ,
  che è dei papi santi della storia della Chiesa.
   Siamo  qui  per  fare memoria di un uomo,  di  un  Papa,  di  un
  profeta  di  valori. Una profezia fatta di valori,  una  profezia
  comunicata, resa comune e vissuta all'interno di una comunità, ma
  al  tempo  stesso, una profezia capace di animare una  dimensione
  comunitaria della vita.
   E' dei profeti il tema della comunicazione.
   I  profeti  hanno comunicato con l'ira di Mosè  o  parlando  nel
  deserto. E la profezia delle profezie è stata comunicata  con  la
  vita  normale di un uomo, che era il Dio che si faceva uomo,  con
  la nascita in una mangiatoia e con la morte sulla croce.
   Credo  che Giovanni Paolo II ha comunicato, nel senso più  ampio
  del  fare  comunità, con parole, con encicliche, con  bolle,  con
  scritti; ma ha, altresì, comunicato, cioè promosso comunità,  con
  il contatto fisico.
   Da  qui  il  suo  peregrinare per il mondo, il suo  abbraccio  a
  milioni e milioni di bambini e malati, anziani e giovani, ma  non
  solo  parole, non solo contatto fisico, anche, e in primo  luogo,
  sentimenti.
   Nel  secolo  che si è appena concluso, Giovanni XXIII,  il  Papa
  buono, primo fra tutti, così chiamato per la sua bontà, iniziò  a
  comunicare profezia per valori,  utilizzando i sentimenti.
   Come  dimenticare  l'invito di Giovanni  XXIII  rivolto,  in  un
  tramonto romano, ai genitori di ritornare a casa e dare un  bacio
  ai  loro figli, dicendo che il  Papa voleva loro un gran bene. Ma
  quello  fu un episodio, un episodio in uno stile di comunicazione
  dei  pontefici,  fatto di encicliche, di scritti,  di  bolle,  di
  rispetto del rito vaticano.
   Una  profezia di valori per sentimenti è anche riscontrabile nel
  pontificato  di Paolo VI, così pure ricco di parole, di  scritti,
  di encicliche.
     Paolo VI comunica la profezia della vita, dell'amicizia, della
  non  violenza,  attraverso il suo sentimento  di  dolore  per  il
  sequestro  e  la  morte dell'onorevole Aldo Moro.   Uomini  delle
  brigate rosse, io mi inginocchio , è la voce di Paolo VI.
   La  richiesta di pietà non venne ascoltata  e con la  morte  del
  cristiano,  dello  statista,  dell'amico  Aldo  Moro,  l'evidenza
  popolare, la credenza popolare, ripete che iniziò anche la  morte
  di Paolo  VI nello stesso anno 1978.
   Quella  credenza,  quella evidenza popolare,  è  conferma  della
  comunicazione  di un sentimento forte di dolore, tanto  forte  da
  rendere verosimile essere stato quel dolore causa della morte del
  Papa Paolo VI.
   Giovanni  Paolo  II  ha  reso  quotidiana,  non  episodica  come
  Giovanni XXIII, non episodica come Paolo VI, la comunicazione  di
  valori per sentimenti e per contatto fisico. Quei sentimenti  non
  più  nascosti dietro le forme ed i gesti del protocollo vaticano.
  E  quel contatto fisico, ostinatamente ricercato, era all'interno
  di   una   grande   visione  sulla  quale  vorrei   fare   alcune
  considerazioni.
   Tanto  più  forte  è il richiamo alla coerenza ed  alla  purezza
  dell'identità  cattolica  - e tanti su questo  hanno  manifestato
  perplessità - tanto più forte è l'esigenza del dialogo con  altre
  religioni,  con  ogni possibile opzione culturale,  e  tutti   su
  questo hanno manifestato adesione.
   Il  cattolico, accogliendo, viene accolto. L'uomo, quale che sia
  la  sua  credenza  religiosa  o  filosofica,  accogliendo,  viene
  accolto.
   Profeta   del  dialogo.  Il  suo  viaggiare  era  un  modo   per
  testimoniare  la  profezia del dialogo. Ed è  singolare  come  il
  ricordo di Giovanni Paolo II veda insieme i tre giorni di lutto a
  Cuba.
   Non  posso  dimenticare  la trepidazione  di  Fidel  Castro  che
  chiedeva  a  me, cattolico, il giorno antecedente al   suo  primo
  incontro con Giovanni Paolo II, come un cattolico saluta un Papa.
   Ed  era  in quella domanda tutto il travaglio di chi voleva,  da
  una  parte,  manifestare il proprio ossequio al  Santo  Padre  e,
  dall'altra,  il bisogno di mantenere coerenza ad una storia laica
  che nulla aveva a che fare con la fede religiosa.
   Non  soltanto il ricordo da parte di Cuba, ma anche,  parimenti,
  la  sua  definizione in un giornale israeliano  del   Papa  degli
  Ebrei ,  così  come  in  un giornale palestinese  del   Papa  dei
  Palestinesi .
   Certo,  nel  suo  cammino  di dialogo, sono  rimasti  incompiuti
  alcuni  nodi  della vita contemporanea. Non ha potuto realizzare,
  come  era il suo sogno,  il viaggio a Mosca, per la impossibilità
  di  sciogliere  i  nodi con il Patriarcato  di  Mosca  e  con  il
  Patriarca  Alex  II;  non  ha potuto portare  nella  Cina  quella
  liberalizzazione della fede che era  nel suo desiderio;  è  stato
  costretto  ad  assistere  alla presenza  di  una  fede  cattolica
  consentita  a condizione soltanto che rompesse ogni rapporto  con
  il Papa.
   E'  stato  profeta di libertà, dicendo no ad ogni totalitarismo.
  Lui,  che  era nato in una Polonia appena diventata  Stato,  dopo
  cent'anni   dal  Congresso  di  Vienna,  ha  vissuto   prima   il
  totalitarismo  ed il nazismo, e poi la privazione  della  libertà
  negli anni del comunismo.
   Profeta  della vita: non soltanto il no all'aborto, ma anche  il
  no  alla  mafia: E' in nome al diritto alla vita che ad Agrigento
  si  leva la sua voce, e si leva la voce forte di una Chiesa  che,
  uscendo  da  anni di vergogna, di buio, e di silenzio,  dice  con
  chiarezza  essere  la  mafia struttura di  peccato;  non  più  la
  convinzione  che il mafioso fosse un criminale, ma la convinzione
  che la semplice adesione a questa organizzazione fosse di per sè,
  al di la della commissione di singoli reati, un peccato.
     Cosa  vi  può  essere, dal punto di vista  religioso,  di  più
  forte,  della  definizione di strutture di peccato  dato  ad  un'
  organizzazione  umana,  di  quella  profezia  che  lui  gridò  ad
  Agrigento?  E' legittimo pensare che Don Pino Puglisi  sia  stato
  protomartire ed in  nome del sì alla vita, in nome  del  no  alla
  morte, si schierò contro la pena di morte.
     Ed  è  capitato alla città di Palermo ed a me,   che  in  quel
  tempo  ricoprivo  l'incarico di sindaco,  di  avere  la  discreta
  condivisione  in  una scelta così controversa,   come  quella  di
  ospitare  qui a Palermo la salma di un condannato a  morte  senza
  che  mi  si  chiedesse  -   queste erano le  indicazioni  che  mi
  venivano  dal Santo Padre -  senza che mi si chiedesse  se  fosse
  colpevole  o  innocente, perchè la vita è sacra ed  è  sacra  per
  tutti.
   In  quel  tempo la città di Palermo considerata città di  morte,
  cercò di dare un contributo ad una cultura di vita.
   Profeta   dell'anticapitalismo,   in   quel   capitalismo    che
  costituisce  mortificazione  della  dignità  umana;  profeta  del
  lavoro:  il  suo incontro con gli operai dei Cantiere Navali  nei
  quali  potè ricordare legittimamente di conoscere la mensa di  un
  cantiere, essendo stato anche Lui nel passato un operaio.
   Profeta  della  pace,  della non violenza,  profeta  inascoltato
  delle  istituzioni  in  occasione della  prima  guerra  in  Iraq,
  profeta  ascoltato  da  tanti Stati e da  milioni  di  uomini  in
  occasione della seconda guerra in Iraq.
   Un  lungo  calvario, la vita di Giovanni Paolo II,  testimoniata
  da  drammatica  umana  differenza  tra  il  volto  ed  il  fisico
  giovanile del 1978,  nei primi anni del pontificato, ed  il volto
  sereno,  ma piagato,  irriconoscibile,  come irriconoscibile oggi
  è  il  suo  corpo,   ormai  senza vita,  mostrato  a  milioni  di
  persone.
   Ha   donato   una   lunga  agonia,  una  grande   occasione   di
  riflessione,   al mondo intero, un lungo esame di coscienza.  Noi
  abbiamo   avuto  la  capacità,  con  interminabili   trasmissioni
  televisive,  di  guastare  il senso di  quel  dono,  di  guastare
  quell'invito  alla  riflessione ed al  silenzio  di  quegli  anni
  bellissimi che hanno il volto di Giovanni Paolo II.
   Profezia  dell'identità, comunicata per contatto  fisico  e  per
  sentimenti,  profezia  della  libertà,  comunicata  per  contatto
  fisico  e  per  sentimenti, profezia della vita,  comunicata  per
  contatto fisico e per sentimenti, così come profezia della  pace,
  del  dialogo, e del lavoro, comunicata per contatto fisico e  per
  sentimenti.  In definitiva, profezia del rispetto  della  persona
  umana,  comunicata per contatto fisico e per sentimenti.  Restano
  ed  è compito di quanti lo seguirà nella cattedra di Pietro tanti
  nodi,  com'è  normale accada, per una Chiesa che è sì  popolo  di
  Dio, ma anche organizzazione che vive nel tempo, nel mondo.
   Resta  il  nodo  dei giovani, oltre la testimonianza  bellissima
  dei  Papa-boys, resta il nodo del sacedorzio oltre  il  celibato,
  resta  il  nodo della sessualità oltre il necessario richiamo  ai
  precetti  morali, resta il nodo della confessione  oltre  la  sua
  natura  sacramentale, resta il dramma dell'aborto  oltre  il  suo
  divieto,  restano  i  divorziati e le  nuove  famiglie  oltre  la
  condanna  del divorzio, resta il nodo della liberalizzazione  dal
  bisogno   in   un  mondo  nel  quale  troppe  snodate   ricchezze
  individuali la fanno da padrone.
   Il  se  e come questi nodi verranno sciolti, condizionerà  anche
  la  nostra vita civile, così come ha condizionato la vita  civile
  del  mondo, anche dei non credenti, la profezia di Karol  Wojtyla
  sulla identità, sulla libertà, sulla vita, sulla pace, sul lavoro
  e sul rispetto della persona umana.

     PRESIDENTE   E'  iscritto a parlare l'onorevole  Dina.  Ne  ha
  facoltà.

    DINA   Signor  Presidente, onorevoli  colleghi,  la  morte  del
  Santo Padre ha lasciato in tutti noi, laici e cattolici, un vuoto
  di  una  tristezza incommensurabile. Forse, solo in questi giorni
  molti di noi hanno preso consapevolezza della grandezza morale  e
  spirituale di Giovanni Paolo II.
   Ventisette   anni  sono  un  periodo  lunghissimo.  Una   intera
  generazione  è  nata  e  cresciuta con questo  Papa,  amandolo  e
  apprezzandolo per quanto ha innovato sul piano internazionale nei
  rapporti con le altre confessioni religiose.
   Il  contatto diretto con le sofferenze ed i problemi dei popoli,
  attraverso  i viaggi, i milioni di chilometri intorno  al  mondo,
  gli incontri con i giovani, la difesa dei deboli, della vita e il
  cammino  ecumenico, sono questi i principali caratteri del  lungo
  pontificato  di  Giovanni Paolo II, al secolo Karol  Wojtyla,  il
  Papa venuto dall'Est in una sera di ottobre del 1978.
   Quanto  questo Papa sia stato grande lo si è visto non solo  per
  la  sua azione esterna, ma, soprattutto, per quella interna nella
  Chiesa  e  sul modo di agire di noi tutti. E,  forse,   questo  è
  opportuno ricordare alle nuove generazioni, nate e cresciute  con
  Giovanni  Paolo II, che per la loro giovane età non  hanno  avuto
  termine  di  paragone  per  capire  quanto  questo  Pontefice  ha
  innovato nella nostra vita.
   Alcuni   fedeli  all'annuncio  del  Papa  venuto  dalla  Polonia
  rimasero  quasi  scandalizzati da  questa  scelta:  un  Pontefice
  dell'Europa  dell'Est, di origine operaia e  fuori  dagli  schemi
  ecclesiali del tempo. Ma lo scandalo, cioè l'inciampo  nel  senso
  originario della parola, doveva ancora venire.
   L'allora   cinquantottenne  Pontefice  sciava,  passeggiava   in
  montagna  e nuotava. Qualcuno impallidì, ma la gente cominciò  ad
  amarlo.  Un Pontefice operaio dalla grande forza fisica e morale,
  che  conosceva  bene i problemi dell'uomo, che parlava  al  cuore
  della gente, pronto ad ascoltarne le sofferenze, il quale non  ha
  soltanto aperto le porte della Chiesa a noi tutti, ma ha  portato
  se stesso e con Lui la Chiesa fra di noi.
   Ricordiamo   la   frase   Non  abbiate  paura.   Aprite,   anzi,
  spalancate  le  porte a Cristo , aveva chiesto ai credenti  nella
  sua prima omelia durante la Messa di incoronazione.
   Coerente con questa missione ha viaggiato per il mondo, come  il
  suo  predecessore  Paolo VI, toccando i  punti  più  lontani  del
  pianeta.
   Ha  avuto  un  messaggio  per tutti e lo  ha  trasmesso  in  più
  lingue. Non è stato un politico: è stato un mistico completamente
  dedito  a  Dio e alla Madonna, a quel  totus tuus  a quella   M ,
   Maria , che dal 1978 appare nel suo stemma.
   Ha  creduto  fermamente nel Signore, che lo ha ricambiato  tanto
  da  sbigottire e da far pentire il suo attentatore Alì Acga,  uno
  che con una pistola in  mano non avrebbe mai potuto sbagliare  e,
  invece,  quel  proiettile sembrò quasi deviato, quel  proiettile,
  che  dal  13  maggio del 1981 adorna la corona della  Madonna  di
  Fatima,  quel proiettile che colpisce a morte il vescovo  vestito
  di bianco del terzo segreto di Fatima rivelato nel 2000.
   Ha  contribuito ad abbattere il Muro di Berlino, combattendo con
  coraggio   contro  il  comunismo  e  l'oppressione   del   mondo,
  sostenendo  le ragioni di Solidarnosc e degli operai  di  Danzica
  contro l'oppressione sovietica.
   E'  entrato  nei lebbrosari insieme a Madre Teresa di  Calcutta,
  la sua amica Santa, ed ha ricevuto Gorbaciov in Vaticano.
   Ci   ha   sempre  esortati  a  respingere  qualsiasi  forma   di
  totalitarismo che Lui aveva conosciuto sin da piccolo  prima  con
  l'occupazione  nazista e successivamente  con  il  comunismo.  Ha
  sempre  mantenuto i valori fondamentali del cristianesimo con  il
  ripudio della guerra, il rispetto massimo della dignità umana che
  ha  difeso  strenuamente anche dalle insidie del capitalismo  più
  sfrenato.
   Ci  ha ricordato gli orrori dell'antisemitismo chiedendo perdono
  agli   Ebrei  che  tanto  avevano  sofferto  nella  sua  Polonia,
  esortandoci  a  non dimenticare per evitare che  ciò  si  potesse
  ripetere in futuro.
   E'  venuto più volte nella nostra Isola, per benedirci e lottare
  contro i mali che affliggono la nostra terra. Indimenticabile  il
  suo  discorso  nella valle dei Templi quando ci ha ricordato  che
  fra i nostri doveri di cristiani vi è quello di lottare contro la
  mafia,  liberando  la  Sicilia  dalla  sofferenza  imposta  dalla
  criminalità organizzata.
   Oggi  siamo tutti tristi, credenti e non credenti, per  ciò  che
  Giovanni Paolo II ha donato a tutti, indipendentemente dal  credo
  religioso o politico. Ritengo, però, che oggi il miglior modo per
  questa Assemblea di rendergli omaggio sia quello di aprirsi  alla
  speranza.
     Karol   Wojtyla muore dopo una lunga vita passata a  predicare
  il  Vangelo  e  a  portare la parola della speranza  Divina;  per
  questo e per quello che ha sofferto merita il paradiso. Quanto  a
  noi,  un  po' disorientati, Dio ci faccia dona di un  altro  Papa
  coraggioso  capace  di  riprendere  il  cammino  nel  ricordo  di
  Giovanni Paolo II.

     PRESIDENTE   E' iscritto a parlare l'onorevole Tumino.  Ne  ha
  facoltà.

     TUMINO   Signor  Presidente,  onorevoli  colleghi,  nel   fare
  memoria  del  Santo Padre, Giovanni Paolo II, si ricorre  ad  una
  considerazione  relativa a tanti aspetti del suo pontificato,  al
  grande  comunicatore, al profeta, a colui che testimonia la  fede
  dinanzi a qualunque dimensione della società, dinanzi ai potenti,
  dinanzi  ai deboli; si fa riferimento all'uomo che sa parlare  al
  cuore di tutti.
     Io  voglio sottolineare, invece, alcuni aspetti che mi  sembra
  siano attinenti alla dimensione politica che ci riguardano.
     Ritengo che il messaggio più profondo di Giovanni Paolo II sia
  legato al concetto di libertà religiosa. Credo che alla base  dei
  molti  dei suoi comportamenti egli abbia tenuto presente   questo
  concetto:  non esiste libertà, nessun tipo di libertà se non  c'è
  la  libertà religiosa che è il fondamento di tutte le altre. E un
  altro  concetto fondamentale che ispira tutto è il concetto della
  sacralità della persona, da quando viene concepita fino a  quando
  muore.
   Dal  concetto  di  sacralità della persona scaturisce  una  idea
  particolare della politica, non della politica nel senso  tecnico
  del  termine  ma  del  comportamento politico.  Quando  il  Padre
  Giovanni  Paolo II afferma  Non fate il male per contrastare   il
  male ,  quando sostanzialmente riprende un concetto antico  della
  cultura  cattolica  della dottrina sociale  della  Chiesa  che  è
  quello  di  non  fare il male affinché da esso possa  venirne  il
  bene,   Noli  facere male ut veniant  bona ,  questa affermazione
  suppone l'idea che non ci può essere un contrasto del male con il
  male.
     Vedete, la guerra preventiva è condannata proprio in virtù  di
  questo  principio,  perché  io non  posso  fare  del  male  nella
  speranza  che  dal male possa derivarne del bene. Per  questo  la
  guerra  preventiva non può essere portata avanti, nessuna  guerra
  può  essere  condotta. Così come è fondamentale non  agire  nella
  logica,  per esempio, della ragion di Stato perché è  una  logica
  che  non rispetta  il concetto della persona, la sacralità  della
  persona.
   Kaifa  mandò  a morte Gesù Cristo per un problema di  ragion  di
  Stato,  Pilato  si  lavò le mani per un problema  di  ragione  di
  Stato, di opportunità,  sono atteggiamenti che negano la validità
  del concetto di persona.
   Io   ritengo  che  noi  in  politica  dobbiamo  cogliere  questa
  riflessione  della  sacralità della  persona,  della  centralità,
  perché  anche  noi nel nostro modo di fare politica,  nel  nostro
  modo  di  essere,  in qualche maniera, anche noi  artefici  della
  realtà   della   società  nostra  possiamo  approfondire   questo
  messaggio del Santo Padre.
   Io   credo  che  siamo  tutti  addolorati,  siamo  tutti   anche
  particolarmente colpiti dalla grandezza di quest'uomo,  oggi  più
  che  mai  perchè quando un uomo muore è più facile  misurarne  la
  dimensione.
   Credo  che  a  questo  punto della nostra storia   è  importante
  riuscire  a trarre, per ognuno di noi, ma anche per la dimensione
  politica  e  sociale  della  nostra Sicilia,  questi   testamenti
  spirituali  che  sono  il fondamento della nostra  azione  e  che
  devono essere anche il fondamento della nostra politica.

    PRESIDENTE  E' iscritto a parlare l'onorevole Antinoro.  Ne  ha
  facoltà.

    ANTINORO  Signor Presidente, onorevoli colleghi, quest'Aula  ha
  già  avuto  modo  di commemorare diverse personalità  del  nostro
  tempo negli anni, nei decenni in cui il Parlamento più antico del
  mondo  ha  esercitato  le sue funzioni. Ma la  commemorazione  di
  oggi,  l'aria  che  si respira in quest'Aula credo  sia  speciale
  perchè  la  personalità che è venuta a mancare è  il  Capo  della
  Chiesa,  ma  non solo capo della Chiesa, l'uomo della  giustizia,
  l'uomo  che  ci  ha  insegnato tanto  a  cavallo  di  questi  due
  millenni, a cavallo di questi due secoli.
     Ci  ha rappresentato e ci ha insegnato - e mi auguro l'umanità
  sia riuscita ad imparare da Lui - quel senso di giustizia che  un
  uomo  come  il capo della Chiesa avrebbe dovuto già rappresentare
  nel passato nei Papi precedenti.
     Non  che  questo uomo non abbia commesso degli errori,  ma  ha
  dato   una   speranza  diversa,   è  stato  colui  il  quale   ha
  contribuito, per non dire che è stato quello che ha innescato  la
  miccia che ha cambiato l'Europa di questo ultimo secolo; è  stato
  l'uomo  che  si è scagliato contro i potenti, ma si  è  scagliato
  anche contro le piccole ingiustizie del mondo;  è stato l'uomo  -
  diceva  l'onorevole Tumino poc'anzi - che ha messo al  centro  la
  sacralità dell'uomo.
   Io   credo  che  per  quello  che  noi  rappresentiamo   -   noi
  rappresentiamo  una  volontà popolare, noi rappresentiamo  quella
  che dovrebbe essere la politica con la  P  maiuscola - tutti,  ma
  noi in particolare dovremmo trarre dalla lezione di Papa Giovanni
  Paolo II dalla lezione di vita, dovremmo trarne esempio per  noi,
  per  le  generazioni  a  venire e  mandare  a  queste  ultime  un
  messaggio diverso dando luogo ad una politica migliore.
   Abbiamo  visto  partecipare  con commozione  capi  di  Stato  di
  estrazioni  politiche diverse, momenti anche  di  democrazia  non
  compiuta  -  poc'anzi  qualcuno ricordava Cuba, Stato  certamente
  non  democratico,  anche Cuba si associa a tre  giorni  di  lutto
  così  come in gran parte del mondo è stato fatto: è qualcosa  che
  veramente riempie di meraviglia.  Perchè? Perchè non è  stato  un
  Papa  che  ha portato soltanto il Vangelo e la Parola di  Dio  in
  giro  per  il mondo, è stato un Papa che ha tentato di  insegnare
  all'uomo ciò che l'uomo, spesso e volentieri non per mancanza  di
  sensibilità o di intelligenza, ma proprio per alcune  ragioni  di
  Stato,  tante  volte l'uomo finisce per calpestare che  è  quella
  sacralità dell'uomo di cui qualcuno parlava poco fa.
   Papa  Giovanni Paolo II ha rappresentato la novità del millennio
  passato,  ha rappresentato colui il quale ci ha aperto  le  porte
  del  nuovo millennio, ha rappresentato, sostanzialmente, ciò  che
  l'uomo  col  suo buon senso dovrebbe quotidianamente predicare  e
  quotidianamente attivare.
   Io   credo  che  quest'Aula,  oggi,  con  questa  commemorazione
  testimoni la vigilanza di una Sicilia che ha dato, probabilmente,
  meno di quanto ha ricevuto da questo Pontefice.
     Qualcuno,  e  non  posso  che  ricordarlo  anch'io,  ricordava
  poc'anzi  il messaggio che con determinazione e con  forza  nella
  Valle  dei Templi, alcuni anni fa, il Pontefice venne ad  inviare
  alla  Sicilia, ma anche al mondo, quel citare la parola   mafia ,
  quel  condannare non solo un crimine ma un peccato  dell'uomo  in
  modo così determinato, non potevamo stasera non essere ricordato.
   La  speranza  e  l'augurio  é di avere  imparato  tanto  da  Lui
  affinché  si  possa, da parte nostra, cercare di trasmettere  con
  grande  umiltà,  per quel poco che saremo in condizione di  fare,
  un messaggio alle nuove generazioni.

    PRESIDENTE   E' iscritto a parlare l'onorevole  Ortisi.  Ne  ha
  facoltà.

    ORTISI   Signor  Presidente, onorevoli colleghi,  duemila  anni
  or  sono,  alla fine di una vicenda di guerra civile, il princeps
  inter  pares   Ottaviano,  che  nel  frattempo  si  era  definito
   Sebastos  Augustus , diffondeva, da uomo più potente del  mondo,
  un   eu  anghelion ,  una  buona novella,  sosteneva  che   orbis
  terrarum pacata est , il mondo è pacificato.
   Contemporaneamente, un uomo che deambulava su  un  asinello,  in
  una parte periferica dell'Impero, diffondeva un  eu anghelion   ,
  parlava  anch'egli  di  pace;  ma le  due  forme  di  pace  erano
  qualcosa  di diverso. La prima si riferiva alla pace esterna.  Le
  guerre  civili erano finite, Antonio e Sesto Pompeo  erano  stati
  sconfitti,  tutto il mondo conosciuto sotto il potere  romano  si
  poteva  definire pacificato, ma era destinata a modificarsi  o  a
  scomparire in parecchi periodi della storia, legata com'era  alle
  vicende storiche ed esterne.
   L' eu  anghelion  che diffondeva quel poverello in Galilea  era,
  invece,  legato al concetto di pace che, avrebbe detto il  Poeta,
   il mondo irride ma che rapir non può . E, quindi, un  sentimento
  di pace interno non legato agli episodi esterni all'esistenza.
   Duemila   anni  dopo  i  potenti  della  terra,  in  particolare
  nell'ultimo   secolo,  o  idolatrando  l'idea   nazione   (pseudo
  hegelismo)  o  idolatrando  un  totalitarismo  pseudo   marxiano,
  oppure,  subito  dopo,  proponendosi di realizzare  un  liberismo
  sfrenato su tutta la terra conosciuta e facendosi suggerire dalle
  esigenze  esterne,  di  arricchimento  esterno,  le  mosse  della
  storia,  muovono  ancora il mondo sulla scia di quanto  Ottaviano
  Augusto faceva duemila anni fa.
   Ad   essi,  nell'ultimo  ventennio,  si  contrappone   un   uomo
  semplice,  venuto  dall'Est  quasi anch'egli  su  un  asinello  e
  contrappone  a  questa  idea  di  pace  imposta,  all'interno   o
  all'esterno  della Nazione, lo stesso concetto di  pace  che   il
  mondo irride ma che rapir non può .
   E  così,  duemila  anni or sono, in un'atmosfera  di  incipiente
  edonismo,  anche questo pseudo epicureo, che prendeva la  società
  romana,  che  avrebbe preso altre società e che  avrebbe  portato
  allo  sfacelo di quella grande potenza  che fu l'Impero romano  -
  io non so se era Dio, ma un uomo sicuramente era - esibiva la via
  Crucis come cifra esistenziale della dimensione umana che era  la
  cifra della sofferenza e del dolore.
   Duemila  anni  dopo  in  un'epoca di  edonismo  conclamato,  non
  incipiente, in cui è fast food tutto, in cui la persona umana non
  è più un valore, una persona semplice non solo scrive  Varcare la
  soglia',  ma  scrive un librettino che poi non viene  pronunciato
  nel  suo  merito  perchè  piove  a  Siracusa,  che  si  riferisce
  sopratutto  all'idea  di dolore, all'idea di  pianto  come  cifra
  esistenziale  della  dimensione umana e  sopratutto  esibisce,  a
  fronte  dell'edonismo imperante, la sofferenza e il  dolore  come
  cifra esistenziale della vita di ognuno di noi.
      E'  l'ultimo profeta della dimensione umana. Al di là del suo
  insegnamento e della sua vita, c'è probabilmente un vuoto che  ci
  precipiterà nei robot senza senso.
     E'  l'ultimo allarme quello dato da quest'uomo. Per cui faccio
  mio  quello  che  50 anni fa faceva un grande maestro  di  storia
  romana,  Santi Mazzarino, che diceva di Paolo che fu  un  gigante
  della  storia.   Noi  sicuramente, su livelli  molto  più  bassi,
  diciamo di Giovanni Paolo II la stessa cosa: fu un gigante  della
  storia, ma sopratutto fu un uomo

   PRESIDENTE.  E' iscritto a parlare l'onorevole  Turano.   Ne  ha
  facoltà.

    TURANO.  Signor  Presidente,  onorevoli  colleghi,  oggi  siamo
  riuniti  per  commemorare la figura di Papa  Giovanni  Paolo  II,
  ottantaquattrenne pontefice che ha guidato la Chiesa per oltre 26
  anni  e che ha giocato un ruolo chiave nella caduta del comunismo
  in Europa.
   Il  mondo  cattolico  e  non  piange  la  sua  scomparsa.   Sarà
  ricordato  nel  mondo  per la difesa delle dottrine  tradizionali
  come  leader  di  oltre un miliardo di cattolici,  ma  anche  per
  essere stato definito  il Papa delle differenze'.
     Il  carissimo  Papa polacco ha stretto legami  tra  la  Chiesa
  cattolica e le altre religioni, sopratutto l'Ebraismo, durante  i
  suoi 26 anni di pontificato.
   Tra  coloro  che pregano per lui oggi ci sono anche  quelli  che
  sperano   in  nuove  riforme  grazie  al  successore  che   dovrà
  continuare il suo prezioso lavoro: l'apertura al mondo e a  tutte
  le  religioni,  ai  credenti e ai non  credenti;  l'amore  per  i
  giovani;  il grande gesto politico come il più semplice,  parlare
  ai malati e ai carcerati; la difesa della famiglia nel suo nucleo
  tradizionale  come  perno centrale dello  sviluppo  della  nostra
  società.
   Giovanni  Paolo  II  ha vissuto in un tempo  segnato  da  rapide
  trasformazioni e mutamenti, tempo di internet e di bioetica.   Un
  mondo  governato dall'economia di mercato. Senza dubbio  è  stato
  l'uomo di Chiesa più mediatico dell'ultimo ventennio. Il Papa dei
  giovani, dei grandi raduni mondiali,  ma che, allo stesso  tempo,
  ha rinunciato in modo coraggioso alla filosofia di un capitalismo
  selvaggio.
   Giovanni  Paolo  II  è  stato definito  il  Papa  del  Sud.   Lo
  ricordiamo sin dal 1992 quando in Argentina durante il  conflitto
  delle  Falkland invitava i giovani ad unire le mani per costruire
  una  catena più forte dell'odio e della guerra. Lo vediamo ancora
  tra  i  minatori della Bolivia mentre prendeva la difesa dei  più
  deboli  ed  emarginati.  Come  dimenticare  la  sua  voce,  quasi
  solitaria,   supplicare  la  pace per  l'Iraq?  Come  dimenticare
  l'appello  contro la mafia e  l'alzati  gridato  a  Catania  e  a
  Palermo
     Era  il  Papa delle differenze. Giovanni Paolo II annotava  in
  una  enciclica, la  Centesimus annus ,  le idee e le  convinzioni
  possono  essere facilmente strumentalizzate per fini  di  potere,
  una  democrazia  senza  valori  si  converte  facilmente  in   un
  totalitarismo aperto oppure subdolo come dimostra la storia .
   Giovanni Paolo II ha lasciato una traccia profonda nella  storia
  del   mondo   lavorando  strenuamente  ed  instancabilmente   per
  l'affermazione   dei   valori  supremi   della   dignità,   della
  solidarietà, dei diritti umani e della pace.
     E'  morto, dunque, un grande difensore della libertà  e  della
  pace.  E sul valore della pace ci disse:  E' una utopia quando ci
  sono   uomini  che  operano  con  responsabilità  e  con  sincera
  testimonianza pagando di persona per il suo raggiungimento .
     Si  è  battuto per l'azzeramento del debito pubblico dei Paesi
  poveri  e  per  la difesa dei diritti fondamentali dell'uomo.  Ha
  gridato  più  volte la sua condanna verso le guerre, dai  Balcani
  all'Iraq.  Chissà, ci ha aiutato a non trasformare una guerra  in
  una guerra di religione.
     La  libertà, quale valore fondamentale di una società, è stato
  il suo formidabile insegnamento, ovviamente dentro la lente della
  religione  cristiana. Ricordiamo la lettera inviata  nel  1994  a
  tutti i Capi di Stato del mondo e al Segretario generale dell'ONU
  circa  la Conferenza internazionale sulle popolazioni in  via  di
  sviluppo in programma a Il Cairo e i suoi ripetuti appelli contro
  i regimi totalitari, ma anche contro quel capitalismo dilagante e
  sfrenato che spesso lo ha fatto riflettere e che spesso  ci  deve
  fare riflettere.
   Il  Pontefice é stato uno statista la cui leadership ha  giocato
  un ruolo chiave nella caduta del Comunismo e nella trasformazione
  democratica che ha attraversato l'Europa.
   Durante  i  ventisei anni del  suo Papato il  sostegno  di  Papa
  Giovanni Paolo II per i diritti umani e per la dignità umana  non
  ha   mai   vacillato.  La  sapienza  e  l'universalità  del   suo
  insegnamento continueranno a guidare tutti noi che, come il Papa,
  crediamo  nella libertà e nella fede. Ci ha insegnato  la  difesa
  della  persona  umana  come  modo in  cui  Cristo  rivela  l'uomo
  all'uomo e ha trasformato le sue idee in testamento di vita.

    PRESIDENTE  E' iscritto a parlare l'onorevole Lo Curto.  Ne  ha
  facoltà.

    LO CURTO.  Signor  Presidente, onorevoli  colleghi,  poche  ma
  sentite parole, poche ma commosse, partecipate e dolorose  parole
  per  il  compianto Papa che ci ha lasciati. Poche parole  che  il
  Gruppo  Siciliani Uniti vuole aggiungere al coro che non  solo  è
  stato  levato  in questo Parlamento per ricordare  questo  grande
  Papa,  ma il mondo intero, in questi giorni e in queste  ore  sta
  levando  proprio  sulla  figura del grande  uomo,  gigante  della
  storia che è stato ed è, e continua ad essere Papa Wojtyla.
      Poche   le  parole  perchè  sembra  che  qualsiasi  opinione,
  qualsiasi concetto, qualsiasi espressione, qualsiasi affermazione
  sia  stata  già  detta,  già sentita, già  ripetuta  e  potrebbe,
  quindi,  apparire  anche pleonastico ogni  altro  giudizio,  ogni
  altra  valutazione, ogni altra espressione su Papa Giovanni Paolo
  II.
     Ma  non  è  solo  questa la preoccupazione;  poche  le  parole
  piuttosto   perché  questa  è anche una commozione  vissuta  come
  fatto personale per ognuno di noi. E' una commozione vissuta come
  fatto   intimo   che   ci  attraversa  perché  l'esperienza   del
  significato  di Papa Wojtyla ha attraversato e attraversa  ognuno
  di  noi  che  alle  sue parole, alle sue testimonianze,  ai  suoi
  insegnamenti  é cresciuto ed è maturato e, come per ogni  persona
  cara che se ne va, anche la scomparsa di Papa Wojtyla, alla fine,
  merita  il  pudore di un sentimento vissuto più che rappresentato
  con  le  parole,  il  rispetto  di  un  emozione  che  appartiene
  all'intimo di ogni persona, di ognuno di noi.
     Ecco  perchè non ripercorrerò quello che, tra l'altro, é stato
  detto, soprattutto da lei, signor Presidente. Ho, infatti,  molto
  apprezzato  le  parole che lei, nella qualità  di  Presidente  di
  quest'Assemblea, oggi ha pronunciato per ricordare la  figura  di
  questo gigante della storia che é stato Papa Wojtyla. L'ho  molto
  apprezzato, signor Presidente, perché lei ha rappresentato ognuno
  di  noi,  ha  rappresentato, in quest'Aula, il  popolo  siciliano
  meglio  di   noi;  e di questo voglio darne palese  testimonianza
  perché é giusto che sia così.
     Ma  le  parole che il Gruppo Siciliani Uniti vuole aggiungere,
  in  questa circostanza, vogliono semplicemente essere anche nella
  loro  semplicità il compendio di quello che per ciascuno di  noi,
  che  esplicita  un ruolo politico, nel ricordare la testimonianza
  di  quello che il Presidente Bush ha definito il vero eroe morale
  di questi tempi, di questo secolo.
   Un  vero eroe morale che ha saputo trasmettere una testimonianza
  di  grande  coerenza e di grande rigore, nell'essere  sicuramente
  voce  fuori dal coro, voce contro i potenti del mondo  quando  ha
  saputo  rappresentare un sistema di disuguaglianze che  il  mondo
  opulento  e  grasso riesce a perpetrare nei confronti  del  mondo
  delle  povertà;  quando  ha  saputo rappresentare  l'esigenza  di
  tutelare  la  pace ad ogni costo, anche andando  contro  corrente
  rispetto alla dottrina della Chiesa che giustifica la guerra, non
  la condanna in assoluto.
   E'  stato il testimone di comportamenti di grande coerenza e  di
  grande  rigore  morale nella innovazione di  cui  è  stato  anche
  espressione; espressione in quanto grande comunicatore e, quindi,
  ha  fatto  della  sovraesposizione mediatica di sé  stesso  anche
  fattore  di  testimonianza  di  valori,  valori  certamente   del
  cattolicesimo  e   del cristianesimo, ma anche  valori  dell'uomo
  tout court.
   Più   che   evangelizzatore  è  stato  il   grande   ascoltatore
  dell'uomo;  è questo il messaggio che, anche dal punto  di  vista
  politico,  noi,  che  abbiamo  fatto  della  politica  la  nostra
  missione, dobbiamo sapere raccogliere.
   E'   stato   uomo   dell'ascolto,  dell'ascolto   dei   diversi,
  dell'ascolto dei diversi religiosi, dell'ascolto della storia nei
  confronti  della  quale certamente non è stato  sempre  testimone
  silenzioso,  anzi  tutt'altro, ha saputo condannare  laddove  c'è
  stata  violenza dell'uomo e dei diritti umani, nel tempo e  nella
  storia.
   E'  stato uomo dell'ascolto, ha cercato di capire piuttosto  che
  tentare  di  convincere gli altri; si è lasciato  convincere  che
  ogni  uomo,  comunque, è degno del rispetto del Papa, cioè  colui
  che  rappresenta  Cristo  nel mondo  e  credo  che  oggi  Cristo,
  nell'umiltà di questa mia interpretazione assolutamente personale
  che   non  vuole   insegnare  niente  a  nessuno,  oggi  è  stato
  assolutamente ben rappresentato da Papa Wojtyla, che non ha fatto
  un  passo  indietro  rispetto a quelli che sono  i  convincimenti
  profondi della Chiesa su temi importantissimi che qui sono  stati
  detti:  il  tema della tutela della vita, quindi contro l'aborto;
  il  tema  della  difesa della famiglia tradizionale  contro  ogni
  forma  di  unione  non vissuta sotto la guida  spirituale   della
  Chiesa  e  nel  rispetto  del sacramento del  matrimonio;  contro
  l'eutanasia,  su  cui  lo abbiamo visto pronunciarsi  più  volte;
  contro altri temi che sono oggetto di dibattito politico  e  sono
  anche conquista legislativa, conquista sociale nel nostro Paese e
  nel mondo.
   Eppure  non ha fatto un passo indietro, ci ha insegnato  che  si
  può  essere  innovatori mantenendo fede ai propri ideali;  ci  ha
  insegnato  la difesa degli ideali; ci ha insegnato la difesa  dei
  valori.  Ciascuno,  probabilmente, avrà anche valori  diversi  da
  quelli  del Papa nel mondo; ma il fatto che il mondo oggi tributi
  onori  a  questo grande uomo della Chiesa cattolica  dimostra  il
  fatto  che  egli ha saputo insegnare il rispetto  dei  valori  di
  tutti,  dei  valori anche di coloro che la pensavano diversamente
  da come la pensa ancora la Chiesa cattolica.
   Ci  ha  insegnato soprattutto a comprendere ed  a  rispettare  i
  giovani  che  sono stati non una parte di attenzione formale  nel
  suo  pontificato,  ma  sono stati i giovani e  l'attenzione  alla
  gioventù un insegnamento a credere nella gioventù.
   Per   noi  che  facciamo  politica,  signor  Presidente,  è  una
  testimonianza di come dovremmo rivolgerci alla gioventù  e se  la
  politica  oggi  e  il sistema dei partiti oggi non  incoraggia  i
  giovani, non li avvicina alla politica, probabilmente è perché la
  politica  non  ha  valori o non è testimone di  valori  condivisi
  tanto da non affezionare più i giovani.
   Ci   ha   insegnato  ad  avere  attenzione  ai  problemi   veri,
  importanti; ci ha insegnato, con la sua testimonianza,  ad  avere
  rispetto del dolore, della malattia, un rispetto anche umano  nei
  confronti di soggetti che sono diversi e anche oppositori. E  noi
  che  facciamo  della politica una missione dovremmo trarre  dalla
  vita  di Giovanni Paolo II e dalla sua testimonianza, da ciò  che
  ha  fatto  piuttosto che da ciò che ha detto, alcuni  esempi  per
  poterne fare anche noi uso e testimonianza.
   Oggi  questo  rito  del  ricordo, che dicevamo  con  l'onorevole
  Ioppolo  essere più di una commemorazione dal punto di  vista  di
  ciò  che  è il ricordo: il ricordo è la fiamma viva del pensiero,
  della riflessione su ciò che il Testimone ci ha lasciato. Ebbene,
  i  suoi  esempi,  le parole non dette, le testimonianze,  il  suo
  peregrinare,  il suo parlare in modo semplice, in modo  banale  a
  volte,  senza  gli orpelli della retorica, siano di  esempio  per
  ciascuno di noi, siano di esempio per una politica che deve avere
  sicuramente  al  centro l'uomo, il rispetto  della  persona,  dei
  valori  umani,  delle  regole della politica,  delle  regole  che
  devono  semplicemente e soprattutto legarci ad  un  progetto  che
  mira sicuramente a liberarci dalla mafia e dalle mafie attraverso
  il coraggio, attraverso la denuncia.
   Signor Presidente, con questo appello, certamente, che da  donna
  e  da  donna delle istituzioni, voglio rivolgere un appello, oggi
  qui  a  tutte  le  donne, compagne, mogli, madri e  figlie  della
  mafia,  di  uomini  mafiosi,  perché  non  si  pentano  solamente
  ricorrendo ad un istituto giuridico previsto dalla legge,  ma  si
  convertano, come ha chiesto Giovanni Paolo II venendo in  Sicilia
  e parlando ai mafiosi, a quei valori di libertà e di civiltà.
   Da  donna delle istituzioni sono pronta ad andare a trovare,  se
  questo mi sarà consentito, quella donna, Giusy Vitale, che  si  è
  pentita  e che sta collaborando con la giustizia. La pregherò  di
  convertirsi  e pregherò soprattutto la madre, che l'ha  rinnegata
  come  figlia,  perché anche lei da donna e da madre  sia  tutore,
  custode  e  garante  della vita. Perché noi donne  siamo  questo,
  forse  è la vera diversità tra noi donne e gli uomini. Noi  siamo
  quelle  che la vita la partoriscono in senso fisico. Ed in questo
  senso,  allora,  oggi il richiamo di Papa Wojtyla  è  ancora  più
  profondo,  più  sentito, più presente e più vivo,  perché  quando
  parlava  contro la mafia, faceva riferimento alla  vita,  che  la
  negazione delle libertà fondamentali dell'uomo, che la mafia nega
  alla   Sicilia   ed  ai  Siciliani,  egli  voleva,  naturalmente,
  combattere.

    PRESIDENTE   E'  iscritto  a parlare  l'onorevole  Segreto.  Ne
  facoltà.

    SEGRETO   Signor Presidente, onorevoli colleghi,  è  con  animo
  veramente   commosso   che   ci  apprestiamo   a   fare   qualche
  considerazione  commemorativa per la perdita di un  grande  Papa,
  una persona, un uomo che è entrato in punta di piedi nelle nostre
  case, attraverso i media, e ci è rimasto come una persona cara, e
  la  sua morte rappresenta, per noi e per le nostre famiglie,  una
  grossa perdita.
   Il  Pontefice  Giovanni  Paolo II, fin dalla  sua  elezione,  ha
  colpito la folla per il suo sapersi porre con amore ed umiltà nei
  confronti  della gente. Quella frase pronunciata dal  balcone  di
  San Pietro, subito dopo la sua nomina al soglio di Pietro  se  mi
  sbaglio, mi corrigerete  racchiude in sé tutta la voglia del Papa
  di  volere  stare a contatto con le persone, di volere  dialogare
  con loro, di volere comunicare fino in fondo.
   Il  dialogo  e  la  capacità di comunicare  sono  stati  aspetti
  fondamentali del suo pontificato. In ogni luogo che  ha  visitato
  nel  corso  dei suoi numerosissimi pellegrinaggi in giro  per  il
  mondo,  si è sempre espresso nella lingua del posto, in  modo  da
  arrivare  alla gente che lo ascoltava, arrivare a quelle migliaia
  di  persone  che  riusciva  a  coinvolgere,  senza  usare  filtri
  linguistici che potevano creare problemi.
   E  poi,  i giovani, i ragazzi di tutto il mondo che hanno  visto
  in  lui  una  figura di riferimento, come da tanto  tempo  se  ne
  sentiva  la  mancanza.  Un punto fermo  al  quale  ispirarsi  per
  decidere come gestire la propria vita.
   E'  stato  più volte ripetuto che Giovanni Paolo II è  stato  il
  Papa dei giovani, ed il motivo è che ha sempre cercato in loro la
  forza  per rilanciare quei valori fondamentali che un po' stavano
  finendo nell'ombra. Li ha accolti, ascoltati e da loro ha  tratto
  la  forza per andare avanti sapendo infondere in quella massa  di
  ragazzi, che da tutto il mondo si ritrovavano durante le giornate
  della gioventù, una carica che nessuno sapeva dare.
   Era uno di loro, malgrado la grande differenza di età.
   In  questi giorni ho ascoltato diversi interventi e durante  uno
  di  questi,  nel corso di una trasmissione radiofonica,  è  stato
  detto che Giovanni Paolo II è stato il primo  Papa a colori .
   La  sua  figura  è  stata e resterà sempre legata  ai  mezzi  di
  comunicazione  di  massa che così bene ha saputo  utilizzare  per
  raggiungere le grandi masse e diffondere il suo messaggio.  Forse
  per  il  suo passato di attore, per quel suo innato saper gestire
  la  comunicazione, di lui rimangono tantissimi documenti  filmati
  che difficilmente potranno essere cancellati dalla memoria.
   Sapeva,  di  sicuro,  che parlare anche con durezza  era  l'arma
  vincente.
   Come  ad  Agrigento,  nel 1993, quando  si  rivolse  ai  mafiosi
  invitandoli al pentimento ed alla conversione.
     Ha  saputo  usare il dialogo per avvicinare le  religioni.  Ha
  incontrato   i   capi   dell'Islam  e  con   loro   ha   discusso
  amichevolmente dei problemi del mondo che devono essere risolti.
   Ha  incontrato  gli  Ebrei, arrivando a pregare  sul   muro  del
  pianto , loro luogo simbolo.
   Ha  fatto  un  bagno  di umiltà, chiedendo scusa  per  tutte  le
  atrocità commesse dalla Chiesa.
   Si   è  impegnato  in  prima  persona  nella  campagna  per   la
  cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo.
   Non  bisogna  dimenticare,  infine,  la  figura  del  Papa  come
  politico.  Un campione di diplomazia, capace di discutere  con  i
  capi di Stato di tutto il mondo, facendo valere le sue posizioni.
     Dall'est all'ovest, ha incontrato uomini di potere che  a  lui
  hanno riconosciuto il carisma del grande leader. Come dimenticare
  il  suo  contributo della caduta del muro di Berlino,  l'apertura
  verso Cuba e l'incontro con tre presidenti degli Stati Uniti?
   Dalla   sua  missione  apostolica  si  deve  trarre  un   grande
  insegnamento:  dal più povero al più potente, ma  soprattutto  da
  parte  di  coloro che occupano posti di responsabilità,  dobbiamo
  contribuire per onorare la sua memoria, per lasciare il mondo  un
  po' migliore di quanto l'abbiamo trovato, così come dicono i suoi
  Papa-boys.

    PRESIDENTE   E' iscritto a parlare l'onorevole Formica.  Ne  ha
  facoltà.

    FORMICA   Onorevoli colleghi, con la morte  di  Carol  Wojtyla,
  scompare  una  figura che molti hanno definito un  gigante  della
  storia,  un gigante del nostro tempo. Un gigante che ha tracciato
  il secolo scorso ed ha impresso fortemente anche il secolo che  è
  appena iniziato.
   Molti  hanno definito quest'uomo un grande del medioevo, con  in
  mano  e  nella  mente  la  tecnologia della  modernità.  Dovremmo
  riflettere su questa definizione che, a prima vista, può apparire
  paradossale,  ma che, a ben guardare l'operato e  il  cammino  di
  questo  grande pontefice, rappresenta e rispecchia forse  la  sua
  vera intima grande essenza.
   Quando  nel 1978, dal Conclave, è stato buttato un enorme  sasso
  nello stagno, molti, a prima vista, sono rimasti abbagliati dalla
  semplicità  dell'operare, del porgersi, del  parlare,  di  questo
  grande  uomo. Ma è subito apparso chiaro che eravamo in  presenza
  di  un  personaggio che con la schiena dritta non  ha  avuto  mai
  paura  di  ergersi  e  battersi contro  ciò  che  riteneva  fosse
  sbagliato. Nella sua storia, nella sua contemporaneità non ha mai
  fatto mistero di denunciare ciò che non condivideva. Così è stato
  quando ha contribuito in maniera pesante ad abbattere il muro  di
  Berlino  e  a  far  crollare  il comunismo,  così  è  stato  fino
  all'ultimo  quando  ha  denunciato al mondo  intero  i  vizi  del
  capitalismo più sfrenato.
   Un  uomo  che, con la schiena dritta, ha rappresentato  un  faro
  per un Occidente che era entrato - lo ricordava il collega Ortisi
  -  in  un  cammino di gaudenzia nulla, un uomo che  ha  ricordato
  sempre i valori veri dell'Occidente ed è stato anche capace,  più
  volte, di farli diventare valori universali per l'intera umanità.
  Un  uomo che ha saputo essere faro per il suo mondo, per  la  sua
  culla,  appunto l'occidente, ma che ha saputo esserlo  anche  per
  gli  altri  popoli, per le altre culture e per le  altre  civiltà
  della terra.
   Un  uomo  Wojtyla, che a parere di molti, rappresenta forse  uno
  dei pochissimi grandi del secolo scorso e che certamente sarà  un
  grande anche per il secolo a venire.
   E  il  miglior  modo di ricordarlo non è quello di  sottolineare
  questo   o   quell'aspetto   del  suo   Pontificato,   questo   o
  quell'aspetto delle cose che Lui con forza ha sempre ripetuto, ma
  di  rispettare  la  Sua grande memoria, cercando  di  mettere  in
  pratica  tutto  il  suo  insegnamento con  la  forza  che  lo  ha
  contraddistinto e sapendo che mettendo in pratica  tutto  il  suo
  insegnamento non ci si può discostare da quella che è la verità e
  la via che da sempre ha contraddistinto la religione cristiana.

    PRESIDENTE  E' iscritto a parlare l'onorevole Misuraca.  Ne  ha
  facoltà.

    MISURACA  Signor Presidente, onorevoli colleghi, la  storia  ha
  conosciuto un uomo che ha saputo conciliare la dimensione terrena
  con la sacralità della sua azione.
   Mentre  la Sua voce, fiaccato com'era dalla malattia, si  andava
  via via affievolendo, più alto risuonava il messaggio toccante  e
  universale che ha saputo rivolgere ad ogni uomo, credente o  meno
  che fosse.
   Giovanni  Paolo  II  ha dovuto e saputo affrontare  il  tramonto
  politico e culturale dell'umanità, convinta che nello scontro tra
  fede  e  ragione si potesse considerare una vittoria l'affermarsi
  della seconda.
   In  presenza  di  una decadente irreligiosità europea,  Giovanni
  Paolo  II ha preso in mano il Vangelo e si è rivolto a tutti  gli
  uomini  della  Terra  che  sono ancora capaci  di  credere  senza
  distinzioni etniche, politiche o religiose.
   Pur   essendo  universalmente  riconosciuto  come  portatore   e
  interprete  di una grande modernità, il Papa Magno, quale  lo  ha
  indicato il Cardinale Sodano, ha avvistato tutti i pericoli di un
  processo  dirompente che affidava alla ricerca scientifica  e  al
  progresso  tecnologico, in assenza di valori di  riferimento,  un
  ruolo guida assoluto e una presunta primazia.
   Il   portavoce  dell'umanità,  il  fratello  di  ogni  uomo,  ha
  trovato, tuttavia, il coraggio di dire verità scomode, verità che
  non  lusingano. Lo ha fatto denunciando con forza, e a volte  con
  disperazione,  il relativismo etico, la perdita di  valore  della
  vita,  l'avanzamento delle leggi permissive anche  sull'aborto  e
  sull'eutanasia. Lo ha fatto al cospetto dei potenti della  Terra,
  ai  cui eserciti ha saputo contrapporre intere moltitudini  fatte
  di idee e di valori fondamentali.
   Forte  di questa straordinaria e divina copertura il Papa  Magno
  ha  sollecitato  gli  uomini di cultura  ad  oltrepassare  quella
  frammentazione  della  scienza, che  spesso  è  l'anticamera  del
  nichilismo e ad orientare invece ogni desiderio dell'uomo,  oltre
  che  ogni  conquista  scientifica, al conseguimento  pieno  della
  libertà, della dignità di ogni vita umana.
   Non è quindi sorprendente l'amore e l'attenzione che milioni  di
  giovani  hanno voluto riservare a questo  Pastore di  anime   nel
  quale, nonostante le loro naturali e fisiologiche pulsioni, hanno
  riposto una fiducia e una stima incondizionata.
   Giovanni  Paolo  II ha definito il nazismo e il comunismo  quali
  figli  legittimi  delle  filosofie  del  male.  Nella  sua  cruda
  diagnosi  il  Papa  ha ritenuto che nazismo e  comunismo  abbiano
  lasciato  in  eredità,  in  Europa,  una  devastazione  morale  e
  culturale così grave da richiedere da parte della Chiesa  il  più
  intenso impegno missionario.
   Nessuno,  nessuno  ha  saputo interpretare  nel  mondo  laico  e
  trovare  tanta forza e coraggio. Nessuno ha saputo fare,  per  il
  tempo che viene, quello che il Papa ha fatto per il tempo che  se
  ne va.
   Quella  del  Papa  polacco è stata una Chiesa  che  ha  dato  un
  apporto  fondamentale  al processo che  ha  mandato  in  frantumi
  l'impero sovietico ma che, al contempo, non si è messa al  traino
  dell'altra grande potenza uscita vincitrice dalla Guerra fredda.
   Un  Papa, tuttavia, che non apprezzava un Occidente capitalista,
  edonista  e  privo  di  valori etici. Un Papa  che  ha  odiato  e
  condannato  la guerra senza mezze misure definendola  una  ferita
  che separa i popoli e le religioni.
   Come  dimenticare la Sua voce, sempre più fragile eppure  sempre
  più  forte,  nel condannare l'assenza di valori nella riscrittura
  della Carta europea.
   Già  nell'Enciclica  Centesimus annus  ebbe a dire  che  se  non
  esiste  alcuna verità ultima, la quale guida ed orienta  l'azione
  politica,  allora  le  idee  e  le  convinzioni  possono   essere
  facilmente strumentalizzate per fini di potere.
   Una  democrazia  senza  valori  si  converte  facilmente  in  un
  totalitarismo aperto e pure subdolo, come dimostra la storia.
   Ma  come dimenticare il potente anatema che risuonerà per sempre
  nella  Valle  dei  Templi contro la mafia, come dimenticare  quel
   convertitevi' che echeggerà per sempre nelle nostre menti e  nei
  nostri  cuori.  In  questi giorni qualcuno ha dichiarato  di  non
  avere fiducia nella capacità di quel potente messaggio di impatto
  sulla  criminalità organizzata. Non ho la dimensione storica  per
  prevedere l'esito di quelle parole; ma oggi, in questa  Aula,  mi
  dichiaro  certo  che  il giudizio, forse un  po'  affrettatamente
  pronunciato,  abbia però il grande limite di misurare  la  storia
  attraverso il metro degli uomini.
   Sono  certo che il seme prepotentemente piantato con  le  parole
  di  Papa  Giovanni  Paolo II stia comunque  germogliando;  specie
  nelle  anime  e  nelle  intelligenze di tanti  giovani  siciliani
  quelle  parole hanno lasciato un segno indelebile, e se anche  le
  nostre    generazioni    dovessero   fallire,    dico    fallire,
  nell'obiettivo  di estirpare la pianta della mafia,  tuttavia  le
  parole  del  grande  Papa si pongono al di sopra  di  ogni  umana
  percezione.
   Questa  Assemblea porta con sé il piccolo merito di avere voluto
  nello  Statuto siciliano la sottolineatura politico-istituzionale
  di osteggiare la mafia.
   E'  poco,  è  molto,  questo lo dirà  la  storia.  A  noi,  alle
  generazioni  che verranno resta il gravoso compito di raccogliere
  l'altissimo  messaggio e di impegnare ogni risorsa,  ogni  stilla
  del  nostro  sudore nel compito superiore di improntare  l'azione
  politica  ed  amministrativa agli irrinunziabili valori  etici  e
  morali che Giovanni Paolo II ci ha lasciato.
   Oggi,  in  questo momento di grande sofferenza morale,  porgiamo
  un  doveroso  e  sentito  segno di affetto  e  di  gratitudine  a
  Giovanni Paolo II e più che mai, pensando a lui, ritornano  nelle
  nostre  orecchie  le  parole testamentarie che  l'apostolo  Paolo
  disse:   Il  mio sangue sta per essere sparso in libagione  ed  è
  giunto  il momento di sciogliere le vele, ho combattuto la  buona
  battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede .

    PRESIDENTE   Onorevoli colleghi, si conclude la  commemorazione
  di  Papa  Giovanni  II. Ringrazio tutti gli  intervenuti  per  la
  puntualità, la passione e la sensibilità dimostrate.
   La  seduta  è rinviata a domani, mercoledì 6 aprile  2005,  alle
  ore 17.30, con il seguente ordine del giorno:


   Presidenza del presidente Lo Porto


   I   - Comunicazioni.
  II   - Discussione dei disegni di legge:

  1)   Disposizioni finanziarie urgenti e per la razionalizzazion       e
       dell'attività amministrativa  (151 - norme stralciate/A);
  2)  Norme riguardanti il contenimento dei consumi energetici ed
      il miglioramento degli standard qualitativi  (778/A);
  3)  Schema di disegno di legge voto, ai sensi dell'art. 18 dello
  Statuto, da proporre al Parlamento nazionale,  recante: Norme per
  l'assunzione con contratto a tempo indeterminato del personale
  docente, educativo ed ATA, inserito nelle graduatorie permanenti
  provinciali della Regione siciliana'  (953/A);
  4)  Disposizioni urgenti per il rafforzamento dell'azione
  amministrativa a tutela della legalità  (805);
  5)    Istituzione dell'Agenzia regionale per i prelievi ed i
  trapianti di organi e tessuti.  Modifica di assegnazioni
  finanziarie e norme organizzative nel settore sanitario  (867/A)
  (Seguito).

       III   -  Discussione della mozione:

         N. 377 -  Continuità     produttive    delle     imprese
                   metalmeccaniche   del   settore    ferroviario
                   operanti in Sicilia.

                        FORMICA - IOPPOLO - SAMMARTINO -  VIRZI'

       IV   - Discussione unificata delle mozioni:

         N. 291 -   Valutazione     dell'operato      dell'Ambito
                   territoriale      ottimale      1      Palermo
                   nell'affidamento    del    servizio     idrico
                   integrato    nell'A.T.O.    1    Palermo     e
                   provvedimenti consequenziali.

                   GIANNOPOLO - CRACOLICI - SPEZIALE  - ZAGO

         N. 304  -     Affidamento del  Servizio idrico integrato
                   nell'Ambito territoriale ottimale 1 Palermo.

                           ORLANDO - CRACOLICI - FERRO - FORGIONE
                                                     - GIANNOPOLO

       V   - Elezione delle Commissioni legislative permanenti e della
         Commissione per l'esame delle questioni concernenti l'attività
         dell'Unione europea.

       VI   - Elezione di deputati segretari.

                  La seduta è tolta alle ore 20.28

     (Licenziato dal Servizio Lavori d'Aula alle ore ore 22.15)

                     DAL SERVIZIO LAVORI D'AULA
                            Il Direttore
                      Dott. Giovanni Tomasello