Presidenza del presidente Lo Porto
BURGARETTA APARO, segretario, dà lettura del processo verbale
della seduta precedente che, non sorgendo osservazioni, si
intende approvato.
PRESIDENTE Onorevoli colleghi, la recente scomparsa del
Sommo Pontefice ha indotto la Presidenza a sospendere il previsto
ordine del giorno, stabilito dalla Conferenza dei Presidenti dei
Gruppi parlamentari, per dedicare questa seduta alla
commemorazione del Santo Padre.
Commemorazione di Papa Giovanni Paolo II
(I deputati, in piedi, ascoltano la commemorazione del Santo
Padre)
PRESIDENTE Onorevoli colleghi, si è spento sabato 2 aprile
scorso il Sommo Pontefice, Giovanni Paolo II, lasciando tutto il
mondo in uno stato di attonita, silenziosa, partecipe
costernazione.
La scomparsa del papa ha pervaso le coscienze dei cattolici e
di molti non cattolici di un sentimento di struggente commozione,
cui si è accompagnato un diffuso senso di turbamento e di
tristezza.
L'umanità intera, infatti, è privata di una figura epica, di
primissima grandezza, di un autentico protagonista della storia
universale, capace di marcare profondamente, con la mitezza e la
tenacia degli uomini di fede, un'epoca di profonde trasformazioni
e laceranti contraddizioni.
Nel corso del suo lungo pontificato egli è stato un testimone
della speranza , vicino ai poveri, ai malati, agli emarginati, ma
anche un costruttore di pace, un fervente apostolo del dialogo
tra i popoli e i culti, e soprattutto un autorevolissimo pastore,
che ha rafforzato l'immagine ed il ruolo della Chiesa di Roma nel
mondo, restituendole quel prestigio che le drammatiche vicende
europee del 900 avevano a tratti messo in discussione.
La partecipazione con cui l'umanità intera ha vissuto le ultime
ore di vita del papa, e sta rendendo il doveroso omaggio alle sue
spoglie mortali, rende testimonianza della grandezza e
dell'unicità del suo pontificato, e della portata storica di un
personaggio che seppe non soltanto affermare nella maniera più
autorevole la cultura del dialogo tra i popoli, i governi, le
religioni, senza derogare mai alla pienezza del suo credo
cattolico, ma ebbe il coraggio di arrivare a chiedere il perdono
dell'umanità per gli errori e le colpe di cui la Chiesa si rese
protagonista nel corso dei secoli, venendo meno alla sua missione
cristiana.
L'Assemblea Regionale Siciliana è profondamente partecipe, al
di là degli schieramenti politici e degli steccati ideologici,
dei sentimenti di commozione e di tristezza che pervadono in
questi giorni anche il popolo siciliano, riconoscendo in Giovanni
Paolo II un campione di umanità ed un vero artefice delle libertà
civili che costituiscono il fondamento imprescindibile per
l'affermazione dei valori della giustizia e della pace, e per la
costruzione di un'autentica civiltà dell'uomo.
Questo grande pontefice ha conosciuto di persona il male
assoluto, nascendo e crescendo in una città polacca a trenta
chilometri da Auschwitz, e sperimentando sia la tracotanza
dell'occupazione nazista, che l'oppressione del regime comunista
polacco negli anni della sua prima esperienza di sacerdote, e poi
di vescovo di Cracovia, sino alla elezione al Soglio di Pietro.
E proprio questa duplice esperienza dei totalitarismi che hanno
attraversato l'Europa del 900, lo ha reso, da Primate della
Chiesa di Roma, uno dei principali ispiratori ed artefici del
tramonto dell'impero sovietico e del passaggio della Russia,
della Polonia e degli altri stati dell'Est europeo ai regimi
costituzionali ed alle forme di governo presidenziali e
parlamentari proprie dell'Occidente.
Fermo nei suoi convincimenti e consapevole del suo ruolo di
Vicario di Cristo, dopo il crollo dei regimi filosovietici
Giovanni Paolo II non si è mostrato proclive ad un'accettazione
semplicistica del sistema capitalistico occidentale, e tanto più
del modello economico americano, di cui è stato un severo
critico, deplorandone gli eccessi mercantili e rimarcandone i
profondi limiti derivanti dallo smarrimento di un'etica
integralmente e permanentemente al servizio dell'uomo.
Non è compito del Presidente dell'Assemblea ripercorrere le
tappe del Ministero pontificale di Giovanni Paolo II, seppure il
sottoscritto, da credente sente di condividere la fermezza con la
quale egli seppe affrontare delicatissime questioni teologiche,
etiche e filosofiche, fornendo un sicuro riferimento ai cattolici
e dialogando con il mondo laico, senza indulgere in un innocuo
umanesimo di impronta post-conciliare che avrebbe sminuito la
radicalità e la forza escatologica del messaggio evangelico.
Mi limiterò pertanto a sottolineare la profonda coerenza etico-
religiosa del Papa polacco, instancabile pellegrino nei quattro
angoli del pianeta, impegnato a propugnare la pace universale ed
il rifiuto della violenza nei confronti di ogni uomo.
In tale veste, egli volle visitare la nostra isola durante il
suo pontificato per ben cinque volte, venendo a conoscere e ad
apprezzare il calore e l'operosità dei Siciliani, non mancando al
contempo di evidenziarne arretratezze e vizi, in guisa da mettere
a nudo la gravità esiziale del fenomeno mafioso, figlio di una
civiltà in negativo, costruita per opprimere l'uomo e
sottometterne la libertà, la creatività e lo slancio verso il
Bene, per asservirlo ad oscuri disegni criminali.
E dobbiamo altresì sottolineare come la Chiesa siciliana, nella
sua grande parte, abbia raccolto gli appelli del Papa a
realizzare una civiltà dell'amore come antidoto alla mafia ,
fino al punto di subire il martirio di padre Puglisi, assassinato
a Palermo nel settembre del 1993, per avere osato sfidare la
mafia con l'arma del Vangelo.
Credo che i Siciliani debbano essere grati a Giovanni Paolo II,
il Grande, per come ha saputo loro essere vicino in questi anni,
infondendo speranza in un futuro di riscatto da antichi mali,
basato sulla fede in Cristo ma anche sulla concretezza di un
vivere autenticamente cristiano, in cui il solco tra Dio e il
male è talmente profondo che non è possibile alcuna scelta di
vita all'insegna del compromesso e della compiacenza.
La politica deve sapere rendersi partecipe di questo messaggio
che il papa ci ha lasciato, svolgendo in maniera coerente la sua
elevata funzione civilizzatrice, senza scadere nei falsi
unanimismi come nella sterile frammentazione delle formazioni e
delle correnti.
Nella sua piena laicità, la politica deve saper guardare ai
valori cristiani come modello per un umanesimo fonte di civiltà e
di effettiva emancipazione dei popoli.
Ha facoltà di parlare il Presidente della Regione.
CUFFARO presidente della Regione. Signor Presidente,
onorevoli colleghi, con la commemorazione che questa Assemblea fa
del compianto Papa Giovanni Paolo II anche noi diventiamo
partecipi, per la parte che ci tocca come Istituzione regionale,
di un avvenimento di portata storica per l'intera umanità.
Quanto è accaduto, e sta continuando ad accadere sotto i nostri
occhi in questi giorni, non è, infatti, circostanza che può
essere compresa con il ricorso alle consuete categorie politiche,
sociologiche o storiografiche.
Un solo dato per tutti: la partecipazione alle esequie del
Papa vedrà radunata a Roma una tale quantità di popolo e di capi
di Stato e di Governo che nessun altro avvenimento al mondo ha
mai prodotto.
Noi tutti dobbiamo essere consapevoli e grati di avere attinto
direttamente da un così grande Padre un insegnamento altissimo
in grado di moltiplicare le nostre energie e le nostre ragioni
nel vivere e nello sperare.
Ciò che dobbiamo sapere comunicare alle generazioni future,
(quelle soprattutto che non avranno avuto la fortuna di
conoscerlo direttamente), è che vale la pena di impegnare tutta
la nostra vita fino allo stremo delle forze, come Lui stesso ci
ha dimostrato tangibilmente e drammaticamente per questo
insegnamento.
Molti tra i presenti che lo avranno incontrato, magari in modo
fugace, riportandone sempre uno stimolo e un ricordo più profondo
ed incisivo per il proprio impegno personale e per quello
sociale.
Io ne serberò sempre quello che ho già avuto modo di ricordare
più volte: al termine di una cerimonia ufficiale, cui avevo preso
parte, gli chiesi di impartire la Sua benedizione alla nostra
Regione. Accennando un sorriso mi rispose che la Sicilia era una
terra già benedetta da Dio.
Non ebbi alcun dubbio a riconoscere nell'espressione di quel
volto e in quelle parole gli accenti di una intensa ed
appassionata paternità verso noi tutti siciliani.
Una paternità sperimentata in quasi ventisette anni di
pontificato e riconosciuta e riaffermata in questi giorni in
quasi tutti coloro che sono stati intervistati dalle TV di tutto
il mondo: donne e uomini raggiunti dal Suo infaticabile impeto
missionario che non si è mai fermato e che ha saputo dire la
parola giusta in ogni situazione ed ad ogni uomo.
Quale certezza incrollabile lo ha animato e sostenuto così
tenacemente, anche nei momenti in cui un corpo segnato dalla
sofferenza sembrava progressivamente abbandonarlo?
E' la certezza che il desiderio più profondo di ogni uomo,
ossia l'attesa di felicità e di bene presente nel cuore di
ciascuno di noi, è destinata ad avere una risposta e che il mondo
non è fatto per naufragare fra le violenze e le ingiustizia di
cui quotidianamente si nutre.
A tutti noi è stato detto e ricordato che c'è un destino buono,
anche di fronte alle ingiustizie più atroci, del quale tutti
possiamo partecipare, a condizione che la nostra libertà non si
tiri indietro.
Quale altro significato altrimenti si potrebbe dare
dell'invito appassionato e convinto a non aver paura ed aprire,
anzi, a spalancare le porte a Cristo, lanciato all'atto di quel
suo famoso primo discorso pubblico?
Popoli segnati dalle più diverse condizioni sociali, politiche
ed economiche, in tutti i continenti e in tutte le latitudini,
hanno potuto ascoltarlo nelle forme e nelle lingue più svariate
per oltre un quarto di secolo.
Di fronte a tutti il Santo Padre ha sempre riproposto, con
l'evidenza e la forza della sua testimonianza, la centralità del
rapporto con Cristo quale origine e fondamento oggettivo della
dignità della persona.
Nell'ambito del suo imponente magistero Egli ha, così,
riproposto e profondamente arricchito l'insegnamento sociale
della Chiesa, ponendolo come argine a difesa di una umanità che,
ancora oggi, viene umiliata e calpestata nella sua dignità da
sistemi di pensiero e di governo così come da modelli economici e
poteri criminali.
La più grande passione di Giovanni Paolo II è stata, forse, la
difesa dell'uomo sin dal suo concepimento: e la sua voce è
rimasta, spesso, l'unica ad enunciare una parola di verità e di
chiarezza su tante questioni controverse del nostro tempo e a
difesa dei più deboli.
Si tratta della stessa voce che abbiamo sentire tuonare nel
1993 nella Valle dei Templi ad Agrigento, quando pronunciò la
vibrante condanna della mafia e l'ammonimento severo alla
conversione rivolta ai mafiosi.
Ma non è stata l'unica volta che le parole del Papa hanno
affrontato questioni legate alla nostra terra di Sicilia. In
occasione dei suoi quattro viaggi nell'Isola, degli incontri con
l'Episcopato Siciliano e della sua partecipazione al Congresso
ecclesiale di Palermo del novembre del 1995, Egli ha
ripetutamente rivolto il suo pensiero e il suo magistero.
Esso può condensarsi nell'esortazione amorevole e decisa a
procedere verso il bene e lo sviluppo, così da lasciarsi alle
spalle le esperienze del male ancora tristemente presenti, a
tutto vantaggio delle grandi qualità del nostro popolo. Esse sono
state sempre esaltate insieme alla radicata tradizione di fede,
solidarietà e dialogo propria della storia siciliana.
A questa storia ha sempre fatto riferimento per esaltarne i
caratteri positivi e costitutivi, come ebbe modo di affermare
appena giunto in piazza Politeama nel novembre 1982, in occasione
della sua prima visita.
Tutto ciò appare di assoluto rilievo in un momento in cui la
nostra Regione è chiamata ad assumere nuove e più significative
responsabilità nel contesto euro mediterraneo, sia per i rapporti
che dovremmo approfondire con le nazioni rivierasche sia per
quelli che dovremo avere con i tanti immigrati che decidono di
stabilirsi tra noi.
Il Papa ci ha sempre ricordato che la nostra identità di popolo
mediterraneo si fonda sul cristianesimo che ha saputo essere nel
corso dei secoli, un punto di riferimento certo su cui fondare la
nostra esperienza e la nostra socialità.
Forse la percezione di questo tessuto umano e religioso gli fu
chiara, o magari solamente presagita, già nel 1964 quando, ancora
Arcivescovo di Cracovia, si recò in pellegrinaggio alla Madonna
delle Lacrime di Siracusa, di cui ha chiesto proprio negli ultimi
giorni di malattia di venerare il quadro nel suo appartamento
privato.
Alla stessa Madonna avrebbe reso omaggio, trent'anni dopo, da
Pontefice confermando un'intensa devozione mariana che trova
nell'Isola, così come in chi parla, un grandissimo riscontro.
Proprio questo ci ha voluto ricordare nel suo ultimo messaggio
rivolto ai siciliani in occasione
del centocinquantesimo anniversario della
proclamazione del dogma dell'Immacolata concezione dello scorso
24 ottobre.
Ci ha voluto ricordare, ed ora può considerarsi una sorta di
testamento lasciato solo per noi, che la Sicilia di oggi è molto
cambiata , ma che è quanto mai importante che le nuove
generazioni sappiano conservare intatto quel patrimonio di valori
che ha reso illustre la storia dell'Isola .
E dopo aver richiamato l'importanza del cospicuo patrimonio
costituito dalle tradizioni religiose fiorite sul ceppo antico
della fede cristiana, ci volle ridire che tra queste un posto di
primo piano occupano le manifestazioni della devozione alla
Vergine Santissima, in cui i fedeli siciliani si sono sempre
distinti e riconosciuti .
Percepiamo questa attenzione rivolta alla Sicilia nel corso di
oltre un decennio come un patrimonio di insegnamento vivo ed
attualissimo al quale tutti, cristiani e uomini di buona volontà,
dobbiamo attingere, certi di trovare in esso la strada sicura per
la crescita morale e per la crescita sociale della nostra terra.
La traccia impressa dal Pontefice nella storia della Chiesa e
dell'umanità, nel delicato passaggio dal secondo al terzo
millennio, resterà indelebile per tanti motivi di carattere
pastorale, dottrinale, sociale e in un certo qual modo anche
politico.
Ve n'è uno in particolare che è giusto ricordare in questa
Assemblea: il riferimento ai valori cristiani come patrimonio ed
ispirazione della comunità siciliana , che è stato inserito nel
Preambolo del nuovo Statuto autonomistico approvato la scorsa
settimana.
Siamo sempre stati convinti che la consapevolezza della propria
identità non è impedimento, bensì presupposto e condizione
necessaria per un dialogo autentico e per un'effettiva capacità
di integrazione pacifica, della quale nei secoli passati la
Sicilia ha offerto una grande testimonianza.
E' per questo che il Governo ha tenuto particolarmente a che
tale dimensione fondativa della collettiva siciliana non
rimanesse priva di un esplicito sbocco statutario.
Purtroppo, la stessa sensibilità non è stata espressa dal
Parlamento europeo, circostanza di cui Egli si dolse
ripetutamente e pubblicamente.
Ma c'è una ragione che più di altre contribuirà a mantenere
particolarmente caro a ciascuno di noi Giovanni Paolo II: quella
inesausta capacità di amore e di donazione di sè che ci ha
testimoniato fino agli ultimi istanti della sua vita.
Ha insegnato a tutti il valore profondo dell'essere e della
vita, offrendo a noi tutti senza alcun risparmio la sua stessa
persona ed, attraverso di essa, l'esperienza concreta ed
umanissima dell'abbraccio di Cristo alla nostra esistenza.
Di questo gli saremo perennemente grati, così come siamo grati
a Dio di averci concesso la grazia di essere accompagnati, nel
nostro cammino di cristiani e di uomini, da un così grande ed
appassionato testimone di fede e di umanità.
A Giovanni Paolo II giunga l'omaggio e la memoria gratissima,
commossa e viva di tutte le istituzioni regionali e di tutto il
popolo siciliano.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Speziale. Ne ha
facoltà.
SPEZIALE Signor Presidente, onorevoli colleghi, con la morte
di Papa Giovanni Paolo II scompare un grande leader mondiale, un
uomo che ha colpito il sentimento di milioni di persone, di
cultura e razze differenti, per la sua straordinaria coerenza e
per la continua attenzione dedicata alla dignità della persona
umana.
Un uomo segnato da esperienze di vita forti che lo hanno
portato a ricercare ed a riproporre costantemente le ragioni per
non smarrirsi, per continuare a sperare sempre e non avere paura,
per credere in un futuro migliore, ma anche per costruire questo
futuro, piuttosto che incupirsi nella constatazione delle
difficoltà, dei lutti e delle ingiustizie umane.
Questo lo ha spinto a combattere, su diversi fronti, le
incongruenze, i limiti e le contraddizioni dei modelli politici e
sociali: lo ha fatto contro il comunismo, ma, con altrettanta
forza, contro il capitalismo, contro il fanatismo religioso e
contro gli spiriti guerrafondai in una dimensione planetaria
assolutamente inedita.
In questa ricerca di coerenza, il Papa Grande ha avuto il
coraggio di non sottrarre la Chiesa e la storia millenaria della
comunità cattolica da una critica severa circa le sue
responsabilità. Così ha voluto chiedere perdono per l'orrore
della tratta degli schiavi negri, per il genocidio degli Indios,
per il processo a Galileo, per l'antisemitismo.
Con un bagno di umiltà, ha invitato tutti a guardare alla
propria storia, Chiesa e comunità cattolica compresa, per
individuarne le degenerazioni e riflettere sugli errori che,
anche quando partono dalle migliori intenzioni, possono finire
per trasformarsi in cause di mortificazione, se non addirittura
di violenza fisica ed oppressione.
In questa sua straordinaria attività, il Papa ha trovato il
tempo e il modo di visitare la Sicilia per ben cinque volte,
rompendo l'isolamento, portandovi le riflessioni sul mondo e sui
valori universali di giustizia e di concordia necessari a gestire
la complessità della condizione umana in un'epoca di
globalizzazione.
Nei suoi interventi, il Papa ha indicato, in modo
inequivocabile, le linee per fuoriuscire da una visione cupa e
senza speranza di tanto conservatorismo siciliano, esaltando il
dovere di intraprendere, di aprirsi al mondo, di superare ogni
indolenza, di promuovere una cultura rispettosa del lavoro
responsabile: insomma, di non avere paura
E' davvero straordinario l'interesse che un leader mondiale
come Giovanni Paolo II ha dedicato a questa piccola regione del
mondo, straordinaria l'attenzione ai temi che travagliano la
nostra Isola, ma a cui ha saputo dare una valenza più generale.
Non sarà un caso il richiamo insistito alla consapevolezza di
essere, la Sicilia, da sempre luogo d'incontro e di fusione di
culture diverse, luogo d'incontro di problematiche e civiltà che
devono sapere convivere e integrarsi, se vogliono evitare il
disastro di conflitti che annullano la vita, che mortificano
l'uomo e che spengono le intelligenze.
Dalle parole del Papa in Sicilia, si comprende quanto
l'esperienza drammatica della guerra abbia radicato in lui la
consapevolezza che la difesa della vita e della dignità umana,
senza mezzi termini e sopra ogni cosa, passa dal superamento
della cultura dell'intolleranza e della vendetta, prima che nel
tempo possa produrre violenze inestinguibili e guerre.
E' dalle esperienze dolorose vissute, quindi, che discende una
convinta e consapevole attenzione alla giustizia, alla necessaria
umanità che bisogna avere nelle scelte amministrative e
politiche.
Per queste ragioni il grido del Papa contro la mafia, contro i
comportamenti negligenti verso chi sceglie il ruolo della
violenza, indicava al contempo oltre che il ripudio netto della
cultura della morte, una via di fuoriuscita della cultura della
concordia e della solidarietà. Non può esserci, tuttavia,
concordia dove prevale una situazione del privilegio. Non sarà
stato forse un caso se, per scagliare il più forte ammonimento
contro il peccato di mafia, papa Wojtyla abbia scelto Agrigento e
lo scenario del tempio della Concordia. Non può esserci,
tuttavia, concordia dove prevale la situazione del privilegio,
dell'incertezza del diritto e la logica del più forte.
Furono, dunque, parole potenti il cui significato e la cui eco
rimbalzarono con eguale forza in tante altre parti del mondo in
cui medesima violenza mafiosa terrorizzava popolazioni miti e
laboriose a difesa di privilegi, inaccettabile pure in paese di
forte tradizione cattolica.
Questo è il punto che in Sicilia, come altrove, pone un
problema a chi governa. A quanti esercitano un ruolo guida nelle
comunità, per battere la violenza omicida, occorre seguire la via
della solidarietà, del rispetto delle persone e del lavoro.
Questa è una scelta inevitabilmente opposta a quella del
privilegio, all'uso arbitrario del potere per mantenere nel
bisogno e nella soggezione intere comunità e non può convivere
con il clientelismo. Mi sembra una riflessione ancora attuale i
cui nessi dovrebbero segnare maggiormente il dibattito politico
siciliano, avendo anche il coraggio di una autocritica.
Dare segnali inequivocabili e chiari senza paura
dell'autocritica è stato l'insegnamento più forte venuto dalle
visite del Papa in Sicilia. Le parole di Giovanni Paolo II in
Agrigento, infatti, sono state anche per la Chiesa un elemento di
discontinuità profonda, pur raccogliendo spinte già messe in un
travaglio interno che ha attraversato per anni la comunità
cattolica, già nel 54 e 55 e più ancora dopo il Concilio
Vaticano Secondo.
Per comprendere l'impatto di questa discontinuità nella società
siciliana e nella Chiesa è utile ricordare le parole del killer
di don Puglisi. Così recitavano ero un mafioso agli ordini del
boss di Brancaccio, quando il 9 maggio del 1993 il Papa lanciò il
suo anatema contro di noi. Non ricordo bene le parole, ma da
allora in Cosa Nostra si vociferò che la Chiesa cominciava ad
essere diversa'.
La Chiesa di don Puglisi era diversa da quella che eravamo
abituati a conoscere. Per Cosa Nostra la Chiesa era quella che
se c'era un latitante lo nascondeva, non perchè fosse collusa ma
perchè aiutava chi aveva bisogno. Un territorio neutro. Ma
tutto ciò è venuto a mancare negli ultimi anni. Vale la pena
ricordare che questo killer si pentì e che nel suo pentimento un
ruolo decisivo lo ebbe proprio quell'anatema del Papa.
Noi vorremmo che le istituzioni della politica siciliana
riuscissero a produrre gli stessi effetti. In ogni caso, resta
questo per noi il ricordo più forte: le azioni di Papa Giovanni
Paolo II e le sue attenzioni verso la Sicilia.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Forgione. Ne ha
facoltà.
FORGIONE Signor Presidente, onorevoli colleghi, ognuno di
noi, di cultura e fede laica o cattolica, ha partecipato in
questi giorni al dolore di tutto il mondo per la scomparsa del
Pontefice. Perchè? Perchè io credo che Papa Wojtyla non sia
stato un semplice interprete del suo tempo, ma un protagonista
delle trasformazioni epocali che hanno accompagnato il passaggio
della storia del mondo da un secolo all'altro, da un millennio
all'altro.
E' una figura complessa, irriducibile ad ogni semplificazione e
forse non gli rendono omaggio le ore ed ore di retorica alle
quali abbiamo assistito attraverso i media in questi giorni. Ha
contribuito a dare una spallata alle società ossificate,
burocratizzate dell'Est europeo ed a quel blocco sovietico che
ormai aveva già segnato il suo tempo; ma, un attimo dopo il
crollo di quel blocco, si è interrogato sulla brutalità del
mercato e del capitalismo.
Ha denunciato non solo il pensiero unico, neoliberale, che
ormai avvolgeva tutto il mondo, ma, soprattutto, i suoi mali.
L'idolatria del mercato e del profitto è stato per il
Pontefice un pericolo da scongiurare; é il liberismo il male del
nuovo secolo che tanto ha segnato e segna gran parte dei mali
dell'umanità e del mondo. Certo, questo Pontefice, non lo ha
fatto in nome di una teologia della liberazione, questa sì,
interprete delle ansie di liberazione di gran parte dei poveri
del Terzo e del Quarto Mondo, anzi, contro quella teologia della
liberazione si è schierato ed ha richiamato i suoi interpreti
all'ordine.
Non é stato un Papa progressista, ma un conservatore, anche
con alcune punte di integralismo, che ha però trovato la fede e
la Chiesa al centro di un mondo che, anche per la mercificazione
delle relazioni umane e sociali, per la crisi di un intero
modello di civiltà, questa centralità l'aveva perduta. Anzi,
questa centralità la vedeva anche insidiata dall'avanzare di
altre religioni.
In un certo senso la sua sofferenza, resa sempre pubblica,
spesso trasformata anche in fatto mediatico, ha rappresentato la
sofferenza sociale ed anche, in un certo senso, la sofferenza
della stessa Chiesa di Roma e, negli ultimi tempi, anche della
sua crisi.
Questo Papa ha attraversato il mondo, la sua povertà, i suoi
mali, toccando con mano quelle ingiustizie, frutto delle
disuguaglianze e delle guerre. Per questo, fino allo stremo delle
sue forze - é stato rilevato da molti commentatori, anche di
sinistra - si è fatto pellegrino e, credo, che alto rimanga il
suo appello costante alla pace come rifiuto della guerra e di
ogni forma di violenza e di supremazia imperiale del mondo.
Un Papa conservatore che non è stato amato dai potenti del
mondo. E' stato il Papa - lo ha detto anche lei, signor
Presidente - del mea culpa verso gli errori e le tragedie della
storia della Chiesa pari a quelli conosciuti nei secoli
successivi.
E' stato il Papa delle scuse al popolo di Israele, ma é stato
anche il Papa dell'abbraccio ad Arafat e del sostegno alla causa
palestinese, sempre con l'angoscia di quella Terra Santa dove
vide la luce Gesù Cristo e dove poi si sono confrontate e sono
nate le grandi religioni monoteiste che hanno dato vita alla
nostra civiltà e hanno cambiato il corso della storia.
La pace é stata la sua ultima angoscia; la guerra è stata la
sua ultima angoscia con parole che infastidivano i potenti: così
al tempo della Jugoslavia, così al tempo dell'Iraq. E la sua
scelta del dialogo tra le religioni, il famoso incontro di
Assisi, è stato da esempio a quanti pensavano e ancora pensano
di usare il loro Dio, ognuno il suo, per costruire guerre e
conflitti di civiltà. E' stato un Papa forte anche nelle sue
crociate conservatrici, quelle che non abbiamo condiviso e
abbiamo contrastato. Le crociate contro l'autodeterminazione
della donna, contro l'aborto, contro alcuni diritti di civiltà
conquistati nella maturazione e nell'evoluzione delle società
moderne in una difesa tradizionale della famiglia. Un Papa forte
anche in questo.
E, infine, la Sicilia, l'appello alla ribellione - non serve
qui il falso unanimismo - quell'appello deve chiamare ognuno di
noi, che abbiamo una funzione pubblica, laici e cattolici, ad una
coerenza, deve richiamare anche la Chiesa che ha avuto martiri,
come Padre Puglisi, la Chiesa che ha avuto i martiri delle
parole, come Padre Puglisi, ma la Chiesa dei troppi silenzi e
delle troppe omertà e delle troppe compromissioni del passato,
come dei troppi silenzi anche di oggi.
Il suo appello alla ribellione contro la mafia chiama ognuno di
noi a riappropriarsi della parola e della coerenza dei gesti,
laici e cattolici, istituzioni pubbliche ed istituzioni
religiose.
Richiama ad un'autocritica tutti noi, laici e cattolici, ad
un'autocritica anche le istituzioni religiose.
Con questa complessità, io credo che laici e cattolici oggi
debbano, possano e vogliano rendere omaggio a Karol Wojtyla; con
questo spirito, io, non credente, ed il Gruppo parlamentare di
Rifondazione comunista, rappresentante di una comunità di laici e
di credenti, partecipiamo alla scomparsa del Pontefice.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Sbona. Ne ha
facoltà.
SBONA Signor Presidente, onorevoli colleghi, unire la nostra
voce di rimpianto per la morte del Santo Padre, Giovanni Paolo
II, non è solo nostro dovere, ma credo per tutti noi, espressione
soprattutto di affetto, di gratitudine, di nostalgico ricordo di
una figura indimenticabile.
Noi gli abbiamo voluto bene, lo abbiamo ascoltato, lo abbiamo
ammirato nel suo infaticabile ministero apostolico, lo abbiamo
accolto nella nostra Sicilia che Egli amava e per la quale ha
riservato presenze significative e parole di incoraggiamento,
nonchè stimoli forti alla lotta contro le miserie endemiche della
nostra Terra.
Chi potrà dimenticare le parole che gli uscirono dal cuore,
come un novello Savonarola? Ricordate? Parlò a braccio, lasciando
da parte i fogli del discorso preparato. Erano parole dure,
parole dure come pietre, parole perché si fermasse la disgrazia
della mafia.
Non si limitò a spronarci a combatterla, ma, dall'alto della
Sua solenne paternità e autorità di vicario di Cristo, si appellò
- se non ricordo male - in quel di Agrigento, penetrando nei
cuori stessi degli uomini di mafia Pentitevi ', disse; rimpianto
sincero, ricordo struggente, perché i nostri occhi non lo
vedranno più per le strade del mondo, pellegrino di pace,
lottatore gagliardo per la giustizia, la fratellanza e la pace
tra i popoli.
Non sentiremo più quelle parole chiare e semplici che
trascinavano tutti, i giovani in particolare, non solo quando era
nel vigore dei suoi primi anni di pontificato, ma fino
all'ultimo, vecchio e ammalato, sofferente ma trascinatore
sempre come leone combattente in testa al suo popolo.
Milioni di giovani hanno apprezzato in lui la schiettezza del
suo linguaggio che, pur non ammettendo sconti, nella linearità
profonda del Vangelo comprendeva le debolezze della nostra natura
umana, ma sapeva trasmettere slancio per superare le difficoltà
della vita, perché il Vangelo è gioia di vivere, è gioia di stare
insieme e cantare l'amore e la fratellanza.
Il nostro Presidente della Regione ha ricordato un percorso,
soprattutto quello siracusano, ed io, signor Presidente, cari
colleghi, sono siracusano e voglio ricordare quelle vicissitudini
della sua visita al Santuario della Madonna delle lacrime.
Quanta umanità in quell'occasione manifestò il nostro Papa
Sono caduto scrisse uscendo dal bagno e mi sono rotto il
femore mentre mi apprestavo a partire, ma tornerò appena guarito,
ve lo prometto aggiunse. E ritornò, anche se zoppicante, alla
Madonna delle lacrime, a Lui tanto cara, e disse parole
toccanti per Lui e per tutti.
Papa poeta, Papa romantico.
Qualche anno fa gli regalarono, non so chi, una rosa d'oro.
Volle che fosse portata a Siracusa alla Madonna delle lacrime, ai
cui piedi era già venuto pellegrino da semplice Vescovo, quando
ancora in Polonia imperava la cortina di ferro.
Ci tornò da Papa e, proprio prima di lasciare questo mondo,
negli ultimi mesi, ha inviato la sua corona personale del rosario
perchè stesse vicino alla sua effige che ha lacrimato a Siracusa.
Sulla sua morte si chinano oggi molte folle sterminate di
fedeli in lacrime, uomini di tutti i ceti, religioni, culture ed
appartenenze; sembra quasi che durante questi suoi lunghi anni di
papato tutto sia stato rose e fiori.
Quante sofferenze, invece, nell'ultimo periodo; quante
sconfitte e indifferenze, quanti attacchi e quante sordità.
Tutto accettò, fidando in Dio, nella Provvidenza, ma nella Sua
schiettezza sapeva anche esprimere il Suo dolore e la Sua
disapprovazione. Ed è stato detto il Suo dolore più grande,
certamente, fu quello di vedere la madre Europa,
evangelizzatrice, capace di sopportare lotte cruenti e
persecuzioni, dall'ateismo marxista a quello nazista,
abbandonarsi nella vita, spesso, all'ateismo pratico,
edonistico ed al relativismo scettico e disincantato.
Alta si è elevata la Sua parola perchè l'Europa riscoprisse le
sue radici cristiane; per questo scrisse e incontrò personaggi
più influenti di questa nuova Europa perchè ricordasse che
cristianità ed Europa erano, devono e dovranno restare sinonimi.
Non ci riuscì e non si dava pace perchè, da vero uomo di
cultura, non capiva come un fatto così evidente, fatto culturale
storicamente pacifico, fosse messo da parte in nome di una
imperante cultura alla moda, in nome di una cultura che non ha
voluto ricordare come pace, libertà e fraternità non avevano
senso prima del Cristianesimo e non ne avranno senza Cristo.
Come l'ultimo di voi, mi permetto di sottolineare, qui nel
Parlamento siciliano, periferico all'Europa dei grandi, dei
ricchi, degli uomini di cultura superiore; piccolo Parlamento
periferico all'Europa, ma di antichissima tradizione, primo fra
tutti il Parlamento dell'era moderna, qui in questo Parlamento
non abbiamo avuto noi paura di dichiarare, nel preambolo del
nostro nuovo Statuto, come la Regione siciliana riconosce, tra
l'altro, i valori della religione cristiana come patrimonio
storico, culturale e di ispirazione delle proprie comunità.
Non l'abbiamo detto per far piacere al Papa, ma certamente gli
avrebbe fatto piacere; da uomo di cultura e libero dalle mode
culturali, ci avrebbe apprezzati, lo avrebbe sicuramente
apprezzato. Non ha avuto il tempo di conoscerci, ma dal cielo
spero che continuerà a starci vicino.
Le parole che mi sono permesso di scrivere giorni fa come
auguri di buona Pasqua a tutti voi e agli amici sono estrapolate
proprio da un Suo accorato appello all'Europa e possono
concludere questo mio commosso e sincero intervento in Sua
memoria: L'uomo non può vivere senza speranza, la sua vita
sarebbe votata all'insignificanza e diventerebbe insopportabile.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Orlando. Ne ha
facoltà.
ORLANDO. Signor Presidente, onorevoli colleghi siamo qui per
fare doverosa memoria di Giovanni Paolo II, un Papa al quale è
stato spontaneamente già attribuito l'appellativo di grande ,
che è dei papi santi della storia della Chiesa.
Siamo qui per fare memoria di un uomo, di un Papa, di un
profeta di valori. Una profezia fatta di valori, una profezia
comunicata, resa comune e vissuta all'interno di una comunità, ma
al tempo stesso, una profezia capace di animare una dimensione
comunitaria della vita.
E' dei profeti il tema della comunicazione.
I profeti hanno comunicato con l'ira di Mosè o parlando nel
deserto. E la profezia delle profezie è stata comunicata con la
vita normale di un uomo, che era il Dio che si faceva uomo, con
la nascita in una mangiatoia e con la morte sulla croce.
Credo che Giovanni Paolo II ha comunicato, nel senso più ampio
del fare comunità, con parole, con encicliche, con bolle, con
scritti; ma ha, altresì, comunicato, cioè promosso comunità, con
il contatto fisico.
Da qui il suo peregrinare per il mondo, il suo abbraccio a
milioni e milioni di bambini e malati, anziani e giovani, ma non
solo parole, non solo contatto fisico, anche, e in primo luogo,
sentimenti.
Nel secolo che si è appena concluso, Giovanni XXIII, il Papa
buono, primo fra tutti, così chiamato per la sua bontà, iniziò a
comunicare profezia per valori, utilizzando i sentimenti.
Come dimenticare l'invito di Giovanni XXIII rivolto, in un
tramonto romano, ai genitori di ritornare a casa e dare un bacio
ai loro figli, dicendo che il Papa voleva loro un gran bene. Ma
quello fu un episodio, un episodio in uno stile di comunicazione
dei pontefici, fatto di encicliche, di scritti, di bolle, di
rispetto del rito vaticano.
Una profezia di valori per sentimenti è anche riscontrabile nel
pontificato di Paolo VI, così pure ricco di parole, di scritti,
di encicliche.
Paolo VI comunica la profezia della vita, dell'amicizia, della
non violenza, attraverso il suo sentimento di dolore per il
sequestro e la morte dell'onorevole Aldo Moro. Uomini delle
brigate rosse, io mi inginocchio , è la voce di Paolo VI.
La richiesta di pietà non venne ascoltata e con la morte del
cristiano, dello statista, dell'amico Aldo Moro, l'evidenza
popolare, la credenza popolare, ripete che iniziò anche la morte
di Paolo VI nello stesso anno 1978.
Quella credenza, quella evidenza popolare, è conferma della
comunicazione di un sentimento forte di dolore, tanto forte da
rendere verosimile essere stato quel dolore causa della morte del
Papa Paolo VI.
Giovanni Paolo II ha reso quotidiana, non episodica come
Giovanni XXIII, non episodica come Paolo VI, la comunicazione di
valori per sentimenti e per contatto fisico. Quei sentimenti non
più nascosti dietro le forme ed i gesti del protocollo vaticano.
E quel contatto fisico, ostinatamente ricercato, era all'interno
di una grande visione sulla quale vorrei fare alcune
considerazioni.
Tanto più forte è il richiamo alla coerenza ed alla purezza
dell'identità cattolica - e tanti su questo hanno manifestato
perplessità - tanto più forte è l'esigenza del dialogo con altre
religioni, con ogni possibile opzione culturale, e tutti su
questo hanno manifestato adesione.
Il cattolico, accogliendo, viene accolto. L'uomo, quale che sia
la sua credenza religiosa o filosofica, accogliendo, viene
accolto.
Profeta del dialogo. Il suo viaggiare era un modo per
testimoniare la profezia del dialogo. Ed è singolare come il
ricordo di Giovanni Paolo II veda insieme i tre giorni di lutto a
Cuba.
Non posso dimenticare la trepidazione di Fidel Castro che
chiedeva a me, cattolico, il giorno antecedente al suo primo
incontro con Giovanni Paolo II, come un cattolico saluta un Papa.
Ed era in quella domanda tutto il travaglio di chi voleva, da
una parte, manifestare il proprio ossequio al Santo Padre e,
dall'altra, il bisogno di mantenere coerenza ad una storia laica
che nulla aveva a che fare con la fede religiosa.
Non soltanto il ricordo da parte di Cuba, ma anche, parimenti,
la sua definizione in un giornale israeliano del Papa degli
Ebrei , così come in un giornale palestinese del Papa dei
Palestinesi .
Certo, nel suo cammino di dialogo, sono rimasti incompiuti
alcuni nodi della vita contemporanea. Non ha potuto realizzare,
come era il suo sogno, il viaggio a Mosca, per la impossibilità
di sciogliere i nodi con il Patriarcato di Mosca e con il
Patriarca Alex II; non ha potuto portare nella Cina quella
liberalizzazione della fede che era nel suo desiderio; è stato
costretto ad assistere alla presenza di una fede cattolica
consentita a condizione soltanto che rompesse ogni rapporto con
il Papa.
E' stato profeta di libertà, dicendo no ad ogni totalitarismo.
Lui, che era nato in una Polonia appena diventata Stato, dopo
cent'anni dal Congresso di Vienna, ha vissuto prima il
totalitarismo ed il nazismo, e poi la privazione della libertà
negli anni del comunismo.
Profeta della vita: non soltanto il no all'aborto, ma anche il
no alla mafia: E' in nome al diritto alla vita che ad Agrigento
si leva la sua voce, e si leva la voce forte di una Chiesa che,
uscendo da anni di vergogna, di buio, e di silenzio, dice con
chiarezza essere la mafia struttura di peccato; non più la
convinzione che il mafioso fosse un criminale, ma la convinzione
che la semplice adesione a questa organizzazione fosse di per sè,
al di la della commissione di singoli reati, un peccato.
Cosa vi può essere, dal punto di vista religioso, di più
forte, della definizione di strutture di peccato dato ad un'
organizzazione umana, di quella profezia che lui gridò ad
Agrigento? E' legittimo pensare che Don Pino Puglisi sia stato
protomartire ed in nome del sì alla vita, in nome del no alla
morte, si schierò contro la pena di morte.
Ed è capitato alla città di Palermo ed a me, che in quel
tempo ricoprivo l'incarico di sindaco, di avere la discreta
condivisione in una scelta così controversa, come quella di
ospitare qui a Palermo la salma di un condannato a morte senza
che mi si chiedesse - queste erano le indicazioni che mi
venivano dal Santo Padre - senza che mi si chiedesse se fosse
colpevole o innocente, perchè la vita è sacra ed è sacra per
tutti.
In quel tempo la città di Palermo considerata città di morte,
cercò di dare un contributo ad una cultura di vita.
Profeta dell'anticapitalismo, in quel capitalismo che
costituisce mortificazione della dignità umana; profeta del
lavoro: il suo incontro con gli operai dei Cantiere Navali nei
quali potè ricordare legittimamente di conoscere la mensa di un
cantiere, essendo stato anche Lui nel passato un operaio.
Profeta della pace, della non violenza, profeta inascoltato
delle istituzioni in occasione della prima guerra in Iraq,
profeta ascoltato da tanti Stati e da milioni di uomini in
occasione della seconda guerra in Iraq.
Un lungo calvario, la vita di Giovanni Paolo II, testimoniata
da drammatica umana differenza tra il volto ed il fisico
giovanile del 1978, nei primi anni del pontificato, ed il volto
sereno, ma piagato, irriconoscibile, come irriconoscibile oggi
è il suo corpo, ormai senza vita, mostrato a milioni di
persone.
Ha donato una lunga agonia, una grande occasione di
riflessione, al mondo intero, un lungo esame di coscienza. Noi
abbiamo avuto la capacità, con interminabili trasmissioni
televisive, di guastare il senso di quel dono, di guastare
quell'invito alla riflessione ed al silenzio di quegli anni
bellissimi che hanno il volto di Giovanni Paolo II.
Profezia dell'identità, comunicata per contatto fisico e per
sentimenti, profezia della libertà, comunicata per contatto
fisico e per sentimenti, profezia della vita, comunicata per
contatto fisico e per sentimenti, così come profezia della pace,
del dialogo, e del lavoro, comunicata per contatto fisico e per
sentimenti. In definitiva, profezia del rispetto della persona
umana, comunicata per contatto fisico e per sentimenti. Restano
ed è compito di quanti lo seguirà nella cattedra di Pietro tanti
nodi, com'è normale accada, per una Chiesa che è sì popolo di
Dio, ma anche organizzazione che vive nel tempo, nel mondo.
Resta il nodo dei giovani, oltre la testimonianza bellissima
dei Papa-boys, resta il nodo del sacedorzio oltre il celibato,
resta il nodo della sessualità oltre il necessario richiamo ai
precetti morali, resta il nodo della confessione oltre la sua
natura sacramentale, resta il dramma dell'aborto oltre il suo
divieto, restano i divorziati e le nuove famiglie oltre la
condanna del divorzio, resta il nodo della liberalizzazione dal
bisogno in un mondo nel quale troppe snodate ricchezze
individuali la fanno da padrone.
Il se e come questi nodi verranno sciolti, condizionerà anche
la nostra vita civile, così come ha condizionato la vita civile
del mondo, anche dei non credenti, la profezia di Karol Wojtyla
sulla identità, sulla libertà, sulla vita, sulla pace, sul lavoro
e sul rispetto della persona umana.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Dina. Ne ha
facoltà.
DINA Signor Presidente, onorevoli colleghi, la morte del
Santo Padre ha lasciato in tutti noi, laici e cattolici, un vuoto
di una tristezza incommensurabile. Forse, solo in questi giorni
molti di noi hanno preso consapevolezza della grandezza morale e
spirituale di Giovanni Paolo II.
Ventisette anni sono un periodo lunghissimo. Una intera
generazione è nata e cresciuta con questo Papa, amandolo e
apprezzandolo per quanto ha innovato sul piano internazionale nei
rapporti con le altre confessioni religiose.
Il contatto diretto con le sofferenze ed i problemi dei popoli,
attraverso i viaggi, i milioni di chilometri intorno al mondo,
gli incontri con i giovani, la difesa dei deboli, della vita e il
cammino ecumenico, sono questi i principali caratteri del lungo
pontificato di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, il
Papa venuto dall'Est in una sera di ottobre del 1978.
Quanto questo Papa sia stato grande lo si è visto non solo per
la sua azione esterna, ma, soprattutto, per quella interna nella
Chiesa e sul modo di agire di noi tutti. E, forse, questo è
opportuno ricordare alle nuove generazioni, nate e cresciute con
Giovanni Paolo II, che per la loro giovane età non hanno avuto
termine di paragone per capire quanto questo Pontefice ha
innovato nella nostra vita.
Alcuni fedeli all'annuncio del Papa venuto dalla Polonia
rimasero quasi scandalizzati da questa scelta: un Pontefice
dell'Europa dell'Est, di origine operaia e fuori dagli schemi
ecclesiali del tempo. Ma lo scandalo, cioè l'inciampo nel senso
originario della parola, doveva ancora venire.
L'allora cinquantottenne Pontefice sciava, passeggiava in
montagna e nuotava. Qualcuno impallidì, ma la gente cominciò ad
amarlo. Un Pontefice operaio dalla grande forza fisica e morale,
che conosceva bene i problemi dell'uomo, che parlava al cuore
della gente, pronto ad ascoltarne le sofferenze, il quale non ha
soltanto aperto le porte della Chiesa a noi tutti, ma ha portato
se stesso e con Lui la Chiesa fra di noi.
Ricordiamo la frase Non abbiate paura. Aprite, anzi,
spalancate le porte a Cristo , aveva chiesto ai credenti nella
sua prima omelia durante la Messa di incoronazione.
Coerente con questa missione ha viaggiato per il mondo, come il
suo predecessore Paolo VI, toccando i punti più lontani del
pianeta.
Ha avuto un messaggio per tutti e lo ha trasmesso in più
lingue. Non è stato un politico: è stato un mistico completamente
dedito a Dio e alla Madonna, a quel totus tuus a quella M ,
Maria , che dal 1978 appare nel suo stemma.
Ha creduto fermamente nel Signore, che lo ha ricambiato tanto
da sbigottire e da far pentire il suo attentatore Alì Acga, uno
che con una pistola in mano non avrebbe mai potuto sbagliare e,
invece, quel proiettile sembrò quasi deviato, quel proiettile,
che dal 13 maggio del 1981 adorna la corona della Madonna di
Fatima, quel proiettile che colpisce a morte il vescovo vestito
di bianco del terzo segreto di Fatima rivelato nel 2000.
Ha contribuito ad abbattere il Muro di Berlino, combattendo con
coraggio contro il comunismo e l'oppressione del mondo,
sostenendo le ragioni di Solidarnosc e degli operai di Danzica
contro l'oppressione sovietica.
E' entrato nei lebbrosari insieme a Madre Teresa di Calcutta,
la sua amica Santa, ed ha ricevuto Gorbaciov in Vaticano.
Ci ha sempre esortati a respingere qualsiasi forma di
totalitarismo che Lui aveva conosciuto sin da piccolo prima con
l'occupazione nazista e successivamente con il comunismo. Ha
sempre mantenuto i valori fondamentali del cristianesimo con il
ripudio della guerra, il rispetto massimo della dignità umana che
ha difeso strenuamente anche dalle insidie del capitalismo più
sfrenato.
Ci ha ricordato gli orrori dell'antisemitismo chiedendo perdono
agli Ebrei che tanto avevano sofferto nella sua Polonia,
esortandoci a non dimenticare per evitare che ciò si potesse
ripetere in futuro.
E' venuto più volte nella nostra Isola, per benedirci e lottare
contro i mali che affliggono la nostra terra. Indimenticabile il
suo discorso nella valle dei Templi quando ci ha ricordato che
fra i nostri doveri di cristiani vi è quello di lottare contro la
mafia, liberando la Sicilia dalla sofferenza imposta dalla
criminalità organizzata.
Oggi siamo tutti tristi, credenti e non credenti, per ciò che
Giovanni Paolo II ha donato a tutti, indipendentemente dal credo
religioso o politico. Ritengo, però, che oggi il miglior modo per
questa Assemblea di rendergli omaggio sia quello di aprirsi alla
speranza.
Karol Wojtyla muore dopo una lunga vita passata a predicare
il Vangelo e a portare la parola della speranza Divina; per
questo e per quello che ha sofferto merita il paradiso. Quanto a
noi, un po' disorientati, Dio ci faccia dona di un altro Papa
coraggioso capace di riprendere il cammino nel ricordo di
Giovanni Paolo II.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Tumino. Ne ha
facoltà.
TUMINO Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel fare
memoria del Santo Padre, Giovanni Paolo II, si ricorre ad una
considerazione relativa a tanti aspetti del suo pontificato, al
grande comunicatore, al profeta, a colui che testimonia la fede
dinanzi a qualunque dimensione della società, dinanzi ai potenti,
dinanzi ai deboli; si fa riferimento all'uomo che sa parlare al
cuore di tutti.
Io voglio sottolineare, invece, alcuni aspetti che mi sembra
siano attinenti alla dimensione politica che ci riguardano.
Ritengo che il messaggio più profondo di Giovanni Paolo II sia
legato al concetto di libertà religiosa. Credo che alla base dei
molti dei suoi comportamenti egli abbia tenuto presente questo
concetto: non esiste libertà, nessun tipo di libertà se non c'è
la libertà religiosa che è il fondamento di tutte le altre. E un
altro concetto fondamentale che ispira tutto è il concetto della
sacralità della persona, da quando viene concepita fino a quando
muore.
Dal concetto di sacralità della persona scaturisce una idea
particolare della politica, non della politica nel senso tecnico
del termine ma del comportamento politico. Quando il Padre
Giovanni Paolo II afferma Non fate il male per contrastare il
male , quando sostanzialmente riprende un concetto antico della
cultura cattolica della dottrina sociale della Chiesa che è
quello di non fare il male affinché da esso possa venirne il
bene, Noli facere male ut veniant bona , questa affermazione
suppone l'idea che non ci può essere un contrasto del male con il
male.
Vedete, la guerra preventiva è condannata proprio in virtù di
questo principio, perché io non posso fare del male nella
speranza che dal male possa derivarne del bene. Per questo la
guerra preventiva non può essere portata avanti, nessuna guerra
può essere condotta. Così come è fondamentale non agire nella
logica, per esempio, della ragion di Stato perché è una logica
che non rispetta il concetto della persona, la sacralità della
persona.
Kaifa mandò a morte Gesù Cristo per un problema di ragion di
Stato, Pilato si lavò le mani per un problema di ragione di
Stato, di opportunità, sono atteggiamenti che negano la validità
del concetto di persona.
Io ritengo che noi in politica dobbiamo cogliere questa
riflessione della sacralità della persona, della centralità,
perché anche noi nel nostro modo di fare politica, nel nostro
modo di essere, in qualche maniera, anche noi artefici della
realtà della società nostra possiamo approfondire questo
messaggio del Santo Padre.
Io credo che siamo tutti addolorati, siamo tutti anche
particolarmente colpiti dalla grandezza di quest'uomo, oggi più
che mai perchè quando un uomo muore è più facile misurarne la
dimensione.
Credo che a questo punto della nostra storia è importante
riuscire a trarre, per ognuno di noi, ma anche per la dimensione
politica e sociale della nostra Sicilia, questi testamenti
spirituali che sono il fondamento della nostra azione e che
devono essere anche il fondamento della nostra politica.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Antinoro. Ne ha
facoltà.
ANTINORO Signor Presidente, onorevoli colleghi, quest'Aula ha
già avuto modo di commemorare diverse personalità del nostro
tempo negli anni, nei decenni in cui il Parlamento più antico del
mondo ha esercitato le sue funzioni. Ma la commemorazione di
oggi, l'aria che si respira in quest'Aula credo sia speciale
perchè la personalità che è venuta a mancare è il Capo della
Chiesa, ma non solo capo della Chiesa, l'uomo della giustizia,
l'uomo che ci ha insegnato tanto a cavallo di questi due
millenni, a cavallo di questi due secoli.
Ci ha rappresentato e ci ha insegnato - e mi auguro l'umanità
sia riuscita ad imparare da Lui - quel senso di giustizia che un
uomo come il capo della Chiesa avrebbe dovuto già rappresentare
nel passato nei Papi precedenti.
Non che questo uomo non abbia commesso degli errori, ma ha
dato una speranza diversa, è stato colui il quale ha
contribuito, per non dire che è stato quello che ha innescato la
miccia che ha cambiato l'Europa di questo ultimo secolo; è stato
l'uomo che si è scagliato contro i potenti, ma si è scagliato
anche contro le piccole ingiustizie del mondo; è stato l'uomo -
diceva l'onorevole Tumino poc'anzi - che ha messo al centro la
sacralità dell'uomo.
Io credo che per quello che noi rappresentiamo - noi
rappresentiamo una volontà popolare, noi rappresentiamo quella
che dovrebbe essere la politica con la P maiuscola - tutti, ma
noi in particolare dovremmo trarre dalla lezione di Papa Giovanni
Paolo II dalla lezione di vita, dovremmo trarne esempio per noi,
per le generazioni a venire e mandare a queste ultime un
messaggio diverso dando luogo ad una politica migliore.
Abbiamo visto partecipare con commozione capi di Stato di
estrazioni politiche diverse, momenti anche di democrazia non
compiuta - poc'anzi qualcuno ricordava Cuba, Stato certamente
non democratico, anche Cuba si associa a tre giorni di lutto
così come in gran parte del mondo è stato fatto: è qualcosa che
veramente riempie di meraviglia. Perchè? Perchè non è stato un
Papa che ha portato soltanto il Vangelo e la Parola di Dio in
giro per il mondo, è stato un Papa che ha tentato di insegnare
all'uomo ciò che l'uomo, spesso e volentieri non per mancanza di
sensibilità o di intelligenza, ma proprio per alcune ragioni di
Stato, tante volte l'uomo finisce per calpestare che è quella
sacralità dell'uomo di cui qualcuno parlava poco fa.
Papa Giovanni Paolo II ha rappresentato la novità del millennio
passato, ha rappresentato colui il quale ci ha aperto le porte
del nuovo millennio, ha rappresentato, sostanzialmente, ciò che
l'uomo col suo buon senso dovrebbe quotidianamente predicare e
quotidianamente attivare.
Io credo che quest'Aula, oggi, con questa commemorazione
testimoni la vigilanza di una Sicilia che ha dato, probabilmente,
meno di quanto ha ricevuto da questo Pontefice.
Qualcuno, e non posso che ricordarlo anch'io, ricordava
poc'anzi il messaggio che con determinazione e con forza nella
Valle dei Templi, alcuni anni fa, il Pontefice venne ad inviare
alla Sicilia, ma anche al mondo, quel citare la parola mafia ,
quel condannare non solo un crimine ma un peccato dell'uomo in
modo così determinato, non potevamo stasera non essere ricordato.
La speranza e l'augurio é di avere imparato tanto da Lui
affinché si possa, da parte nostra, cercare di trasmettere con
grande umiltà, per quel poco che saremo in condizione di fare,
un messaggio alle nuove generazioni.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Ortisi. Ne ha
facoltà.
ORTISI Signor Presidente, onorevoli colleghi, duemila anni
or sono, alla fine di una vicenda di guerra civile, il princeps
inter pares Ottaviano, che nel frattempo si era definito
Sebastos Augustus , diffondeva, da uomo più potente del mondo,
un eu anghelion , una buona novella, sosteneva che orbis
terrarum pacata est , il mondo è pacificato.
Contemporaneamente, un uomo che deambulava su un asinello, in
una parte periferica dell'Impero, diffondeva un eu anghelion ,
parlava anch'egli di pace; ma le due forme di pace erano
qualcosa di diverso. La prima si riferiva alla pace esterna. Le
guerre civili erano finite, Antonio e Sesto Pompeo erano stati
sconfitti, tutto il mondo conosciuto sotto il potere romano si
poteva definire pacificato, ma era destinata a modificarsi o a
scomparire in parecchi periodi della storia, legata com'era alle
vicende storiche ed esterne.
L' eu anghelion che diffondeva quel poverello in Galilea era,
invece, legato al concetto di pace che, avrebbe detto il Poeta,
il mondo irride ma che rapir non può . E, quindi, un sentimento
di pace interno non legato agli episodi esterni all'esistenza.
Duemila anni dopo i potenti della terra, in particolare
nell'ultimo secolo, o idolatrando l'idea nazione (pseudo
hegelismo) o idolatrando un totalitarismo pseudo marxiano,
oppure, subito dopo, proponendosi di realizzare un liberismo
sfrenato su tutta la terra conosciuta e facendosi suggerire dalle
esigenze esterne, di arricchimento esterno, le mosse della
storia, muovono ancora il mondo sulla scia di quanto Ottaviano
Augusto faceva duemila anni fa.
Ad essi, nell'ultimo ventennio, si contrappone un uomo
semplice, venuto dall'Est quasi anch'egli su un asinello e
contrappone a questa idea di pace imposta, all'interno o
all'esterno della Nazione, lo stesso concetto di pace che il
mondo irride ma che rapir non può .
E così, duemila anni or sono, in un'atmosfera di incipiente
edonismo, anche questo pseudo epicureo, che prendeva la società
romana, che avrebbe preso altre società e che avrebbe portato
allo sfacelo di quella grande potenza che fu l'Impero romano -
io non so se era Dio, ma un uomo sicuramente era - esibiva la via
Crucis come cifra esistenziale della dimensione umana che era la
cifra della sofferenza e del dolore.
Duemila anni dopo in un'epoca di edonismo conclamato, non
incipiente, in cui è fast food tutto, in cui la persona umana non
è più un valore, una persona semplice non solo scrive Varcare la
soglia', ma scrive un librettino che poi non viene pronunciato
nel suo merito perchè piove a Siracusa, che si riferisce
sopratutto all'idea di dolore, all'idea di pianto come cifra
esistenziale della dimensione umana e sopratutto esibisce, a
fronte dell'edonismo imperante, la sofferenza e il dolore come
cifra esistenziale della vita di ognuno di noi.
E' l'ultimo profeta della dimensione umana. Al di là del suo
insegnamento e della sua vita, c'è probabilmente un vuoto che ci
precipiterà nei robot senza senso.
E' l'ultimo allarme quello dato da quest'uomo. Per cui faccio
mio quello che 50 anni fa faceva un grande maestro di storia
romana, Santi Mazzarino, che diceva di Paolo che fu un gigante
della storia. Noi sicuramente, su livelli molto più bassi,
diciamo di Giovanni Paolo II la stessa cosa: fu un gigante della
storia, ma sopratutto fu un uomo
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Turano. Ne ha
facoltà.
TURANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi siamo
riuniti per commemorare la figura di Papa Giovanni Paolo II,
ottantaquattrenne pontefice che ha guidato la Chiesa per oltre 26
anni e che ha giocato un ruolo chiave nella caduta del comunismo
in Europa.
Il mondo cattolico e non piange la sua scomparsa. Sarà
ricordato nel mondo per la difesa delle dottrine tradizionali
come leader di oltre un miliardo di cattolici, ma anche per
essere stato definito il Papa delle differenze'.
Il carissimo Papa polacco ha stretto legami tra la Chiesa
cattolica e le altre religioni, sopratutto l'Ebraismo, durante i
suoi 26 anni di pontificato.
Tra coloro che pregano per lui oggi ci sono anche quelli che
sperano in nuove riforme grazie al successore che dovrà
continuare il suo prezioso lavoro: l'apertura al mondo e a tutte
le religioni, ai credenti e ai non credenti; l'amore per i
giovani; il grande gesto politico come il più semplice, parlare
ai malati e ai carcerati; la difesa della famiglia nel suo nucleo
tradizionale come perno centrale dello sviluppo della nostra
società.
Giovanni Paolo II ha vissuto in un tempo segnato da rapide
trasformazioni e mutamenti, tempo di internet e di bioetica. Un
mondo governato dall'economia di mercato. Senza dubbio è stato
l'uomo di Chiesa più mediatico dell'ultimo ventennio. Il Papa dei
giovani, dei grandi raduni mondiali, ma che, allo stesso tempo,
ha rinunciato in modo coraggioso alla filosofia di un capitalismo
selvaggio.
Giovanni Paolo II è stato definito il Papa del Sud. Lo
ricordiamo sin dal 1992 quando in Argentina durante il conflitto
delle Falkland invitava i giovani ad unire le mani per costruire
una catena più forte dell'odio e della guerra. Lo vediamo ancora
tra i minatori della Bolivia mentre prendeva la difesa dei più
deboli ed emarginati. Come dimenticare la sua voce, quasi
solitaria, supplicare la pace per l'Iraq? Come dimenticare
l'appello contro la mafia e l'alzati gridato a Catania e a
Palermo
Era il Papa delle differenze. Giovanni Paolo II annotava in
una enciclica, la Centesimus annus , le idee e le convinzioni
possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere,
una democrazia senza valori si converte facilmente in un
totalitarismo aperto oppure subdolo come dimostra la storia .
Giovanni Paolo II ha lasciato una traccia profonda nella storia
del mondo lavorando strenuamente ed instancabilmente per
l'affermazione dei valori supremi della dignità, della
solidarietà, dei diritti umani e della pace.
E' morto, dunque, un grande difensore della libertà e della
pace. E sul valore della pace ci disse: E' una utopia quando ci
sono uomini che operano con responsabilità e con sincera
testimonianza pagando di persona per il suo raggiungimento .
Si è battuto per l'azzeramento del debito pubblico dei Paesi
poveri e per la difesa dei diritti fondamentali dell'uomo. Ha
gridato più volte la sua condanna verso le guerre, dai Balcani
all'Iraq. Chissà, ci ha aiutato a non trasformare una guerra in
una guerra di religione.
La libertà, quale valore fondamentale di una società, è stato
il suo formidabile insegnamento, ovviamente dentro la lente della
religione cristiana. Ricordiamo la lettera inviata nel 1994 a
tutti i Capi di Stato del mondo e al Segretario generale dell'ONU
circa la Conferenza internazionale sulle popolazioni in via di
sviluppo in programma a Il Cairo e i suoi ripetuti appelli contro
i regimi totalitari, ma anche contro quel capitalismo dilagante e
sfrenato che spesso lo ha fatto riflettere e che spesso ci deve
fare riflettere.
Il Pontefice é stato uno statista la cui leadership ha giocato
un ruolo chiave nella caduta del Comunismo e nella trasformazione
democratica che ha attraversato l'Europa.
Durante i ventisei anni del suo Papato il sostegno di Papa
Giovanni Paolo II per i diritti umani e per la dignità umana non
ha mai vacillato. La sapienza e l'universalità del suo
insegnamento continueranno a guidare tutti noi che, come il Papa,
crediamo nella libertà e nella fede. Ci ha insegnato la difesa
della persona umana come modo in cui Cristo rivela l'uomo
all'uomo e ha trasformato le sue idee in testamento di vita.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Lo Curto. Ne ha
facoltà.
LO CURTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, poche ma
sentite parole, poche ma commosse, partecipate e dolorose parole
per il compianto Papa che ci ha lasciati. Poche parole che il
Gruppo Siciliani Uniti vuole aggiungere al coro che non solo è
stato levato in questo Parlamento per ricordare questo grande
Papa, ma il mondo intero, in questi giorni e in queste ore sta
levando proprio sulla figura del grande uomo, gigante della
storia che è stato ed è, e continua ad essere Papa Wojtyla.
Poche le parole perchè sembra che qualsiasi opinione,
qualsiasi concetto, qualsiasi espressione, qualsiasi affermazione
sia stata già detta, già sentita, già ripetuta e potrebbe,
quindi, apparire anche pleonastico ogni altro giudizio, ogni
altra valutazione, ogni altra espressione su Papa Giovanni Paolo
II.
Ma non è solo questa la preoccupazione; poche le parole
piuttosto perché questa è anche una commozione vissuta come
fatto personale per ognuno di noi. E' una commozione vissuta come
fatto intimo che ci attraversa perché l'esperienza del
significato di Papa Wojtyla ha attraversato e attraversa ognuno
di noi che alle sue parole, alle sue testimonianze, ai suoi
insegnamenti é cresciuto ed è maturato e, come per ogni persona
cara che se ne va, anche la scomparsa di Papa Wojtyla, alla fine,
merita il pudore di un sentimento vissuto più che rappresentato
con le parole, il rispetto di un emozione che appartiene
all'intimo di ogni persona, di ognuno di noi.
Ecco perchè non ripercorrerò quello che, tra l'altro, é stato
detto, soprattutto da lei, signor Presidente. Ho, infatti, molto
apprezzato le parole che lei, nella qualità di Presidente di
quest'Assemblea, oggi ha pronunciato per ricordare la figura di
questo gigante della storia che é stato Papa Wojtyla. L'ho molto
apprezzato, signor Presidente, perché lei ha rappresentato ognuno
di noi, ha rappresentato, in quest'Aula, il popolo siciliano
meglio di noi; e di questo voglio darne palese testimonianza
perché é giusto che sia così.
Ma le parole che il Gruppo Siciliani Uniti vuole aggiungere,
in questa circostanza, vogliono semplicemente essere anche nella
loro semplicità il compendio di quello che per ciascuno di noi,
che esplicita un ruolo politico, nel ricordare la testimonianza
di quello che il Presidente Bush ha definito il vero eroe morale
di questi tempi, di questo secolo.
Un vero eroe morale che ha saputo trasmettere una testimonianza
di grande coerenza e di grande rigore, nell'essere sicuramente
voce fuori dal coro, voce contro i potenti del mondo quando ha
saputo rappresentare un sistema di disuguaglianze che il mondo
opulento e grasso riesce a perpetrare nei confronti del mondo
delle povertà; quando ha saputo rappresentare l'esigenza di
tutelare la pace ad ogni costo, anche andando contro corrente
rispetto alla dottrina della Chiesa che giustifica la guerra, non
la condanna in assoluto.
E' stato il testimone di comportamenti di grande coerenza e di
grande rigore morale nella innovazione di cui è stato anche
espressione; espressione in quanto grande comunicatore e, quindi,
ha fatto della sovraesposizione mediatica di sé stesso anche
fattore di testimonianza di valori, valori certamente del
cattolicesimo e del cristianesimo, ma anche valori dell'uomo
tout court.
Più che evangelizzatore è stato il grande ascoltatore
dell'uomo; è questo il messaggio che, anche dal punto di vista
politico, noi, che abbiamo fatto della politica la nostra
missione, dobbiamo sapere raccogliere.
E' stato uomo dell'ascolto, dell'ascolto dei diversi,
dell'ascolto dei diversi religiosi, dell'ascolto della storia nei
confronti della quale certamente non è stato sempre testimone
silenzioso, anzi tutt'altro, ha saputo condannare laddove c'è
stata violenza dell'uomo e dei diritti umani, nel tempo e nella
storia.
E' stato uomo dell'ascolto, ha cercato di capire piuttosto che
tentare di convincere gli altri; si è lasciato convincere che
ogni uomo, comunque, è degno del rispetto del Papa, cioè colui
che rappresenta Cristo nel mondo e credo che oggi Cristo,
nell'umiltà di questa mia interpretazione assolutamente personale
che non vuole insegnare niente a nessuno, oggi è stato
assolutamente ben rappresentato da Papa Wojtyla, che non ha fatto
un passo indietro rispetto a quelli che sono i convincimenti
profondi della Chiesa su temi importantissimi che qui sono stati
detti: il tema della tutela della vita, quindi contro l'aborto;
il tema della difesa della famiglia tradizionale contro ogni
forma di unione non vissuta sotto la guida spirituale della
Chiesa e nel rispetto del sacramento del matrimonio; contro
l'eutanasia, su cui lo abbiamo visto pronunciarsi più volte;
contro altri temi che sono oggetto di dibattito politico e sono
anche conquista legislativa, conquista sociale nel nostro Paese e
nel mondo.
Eppure non ha fatto un passo indietro, ci ha insegnato che si
può essere innovatori mantenendo fede ai propri ideali; ci ha
insegnato la difesa degli ideali; ci ha insegnato la difesa dei
valori. Ciascuno, probabilmente, avrà anche valori diversi da
quelli del Papa nel mondo; ma il fatto che il mondo oggi tributi
onori a questo grande uomo della Chiesa cattolica dimostra il
fatto che egli ha saputo insegnare il rispetto dei valori di
tutti, dei valori anche di coloro che la pensavano diversamente
da come la pensa ancora la Chiesa cattolica.
Ci ha insegnato soprattutto a comprendere ed a rispettare i
giovani che sono stati non una parte di attenzione formale nel
suo pontificato, ma sono stati i giovani e l'attenzione alla
gioventù un insegnamento a credere nella gioventù.
Per noi che facciamo politica, signor Presidente, è una
testimonianza di come dovremmo rivolgerci alla gioventù e se la
politica oggi e il sistema dei partiti oggi non incoraggia i
giovani, non li avvicina alla politica, probabilmente è perché la
politica non ha valori o non è testimone di valori condivisi
tanto da non affezionare più i giovani.
Ci ha insegnato ad avere attenzione ai problemi veri,
importanti; ci ha insegnato, con la sua testimonianza, ad avere
rispetto del dolore, della malattia, un rispetto anche umano nei
confronti di soggetti che sono diversi e anche oppositori. E noi
che facciamo della politica una missione dovremmo trarre dalla
vita di Giovanni Paolo II e dalla sua testimonianza, da ciò che
ha fatto piuttosto che da ciò che ha detto, alcuni esempi per
poterne fare anche noi uso e testimonianza.
Oggi questo rito del ricordo, che dicevamo con l'onorevole
Ioppolo essere più di una commemorazione dal punto di vista di
ciò che è il ricordo: il ricordo è la fiamma viva del pensiero,
della riflessione su ciò che il Testimone ci ha lasciato. Ebbene,
i suoi esempi, le parole non dette, le testimonianze, il suo
peregrinare, il suo parlare in modo semplice, in modo banale a
volte, senza gli orpelli della retorica, siano di esempio per
ciascuno di noi, siano di esempio per una politica che deve avere
sicuramente al centro l'uomo, il rispetto della persona, dei
valori umani, delle regole della politica, delle regole che
devono semplicemente e soprattutto legarci ad un progetto che
mira sicuramente a liberarci dalla mafia e dalle mafie attraverso
il coraggio, attraverso la denuncia.
Signor Presidente, con questo appello, certamente, che da donna
e da donna delle istituzioni, voglio rivolgere un appello, oggi
qui a tutte le donne, compagne, mogli, madri e figlie della
mafia, di uomini mafiosi, perché non si pentano solamente
ricorrendo ad un istituto giuridico previsto dalla legge, ma si
convertano, come ha chiesto Giovanni Paolo II venendo in Sicilia
e parlando ai mafiosi, a quei valori di libertà e di civiltà.
Da donna delle istituzioni sono pronta ad andare a trovare, se
questo mi sarà consentito, quella donna, Giusy Vitale, che si è
pentita e che sta collaborando con la giustizia. La pregherò di
convertirsi e pregherò soprattutto la madre, che l'ha rinnegata
come figlia, perché anche lei da donna e da madre sia tutore,
custode e garante della vita. Perché noi donne siamo questo,
forse è la vera diversità tra noi donne e gli uomini. Noi siamo
quelle che la vita la partoriscono in senso fisico. Ed in questo
senso, allora, oggi il richiamo di Papa Wojtyla è ancora più
profondo, più sentito, più presente e più vivo, perché quando
parlava contro la mafia, faceva riferimento alla vita, che la
negazione delle libertà fondamentali dell'uomo, che la mafia nega
alla Sicilia ed ai Siciliani, egli voleva, naturalmente,
combattere.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Segreto. Ne
facoltà.
SEGRETO Signor Presidente, onorevoli colleghi, è con animo
veramente commosso che ci apprestiamo a fare qualche
considerazione commemorativa per la perdita di un grande Papa,
una persona, un uomo che è entrato in punta di piedi nelle nostre
case, attraverso i media, e ci è rimasto come una persona cara, e
la sua morte rappresenta, per noi e per le nostre famiglie, una
grossa perdita.
Il Pontefice Giovanni Paolo II, fin dalla sua elezione, ha
colpito la folla per il suo sapersi porre con amore ed umiltà nei
confronti della gente. Quella frase pronunciata dal balcone di
San Pietro, subito dopo la sua nomina al soglio di Pietro se mi
sbaglio, mi corrigerete racchiude in sé tutta la voglia del Papa
di volere stare a contatto con le persone, di volere dialogare
con loro, di volere comunicare fino in fondo.
Il dialogo e la capacità di comunicare sono stati aspetti
fondamentali del suo pontificato. In ogni luogo che ha visitato
nel corso dei suoi numerosissimi pellegrinaggi in giro per il
mondo, si è sempre espresso nella lingua del posto, in modo da
arrivare alla gente che lo ascoltava, arrivare a quelle migliaia
di persone che riusciva a coinvolgere, senza usare filtri
linguistici che potevano creare problemi.
E poi, i giovani, i ragazzi di tutto il mondo che hanno visto
in lui una figura di riferimento, come da tanto tempo se ne
sentiva la mancanza. Un punto fermo al quale ispirarsi per
decidere come gestire la propria vita.
E' stato più volte ripetuto che Giovanni Paolo II è stato il
Papa dei giovani, ed il motivo è che ha sempre cercato in loro la
forza per rilanciare quei valori fondamentali che un po' stavano
finendo nell'ombra. Li ha accolti, ascoltati e da loro ha tratto
la forza per andare avanti sapendo infondere in quella massa di
ragazzi, che da tutto il mondo si ritrovavano durante le giornate
della gioventù, una carica che nessuno sapeva dare.
Era uno di loro, malgrado la grande differenza di età.
In questi giorni ho ascoltato diversi interventi e durante uno
di questi, nel corso di una trasmissione radiofonica, è stato
detto che Giovanni Paolo II è stato il primo Papa a colori .
La sua figura è stata e resterà sempre legata ai mezzi di
comunicazione di massa che così bene ha saputo utilizzare per
raggiungere le grandi masse e diffondere il suo messaggio. Forse
per il suo passato di attore, per quel suo innato saper gestire
la comunicazione, di lui rimangono tantissimi documenti filmati
che difficilmente potranno essere cancellati dalla memoria.
Sapeva, di sicuro, che parlare anche con durezza era l'arma
vincente.
Come ad Agrigento, nel 1993, quando si rivolse ai mafiosi
invitandoli al pentimento ed alla conversione.
Ha saputo usare il dialogo per avvicinare le religioni. Ha
incontrato i capi dell'Islam e con loro ha discusso
amichevolmente dei problemi del mondo che devono essere risolti.
Ha incontrato gli Ebrei, arrivando a pregare sul muro del
pianto , loro luogo simbolo.
Ha fatto un bagno di umiltà, chiedendo scusa per tutte le
atrocità commesse dalla Chiesa.
Si è impegnato in prima persona nella campagna per la
cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo.
Non bisogna dimenticare, infine, la figura del Papa come
politico. Un campione di diplomazia, capace di discutere con i
capi di Stato di tutto il mondo, facendo valere le sue posizioni.
Dall'est all'ovest, ha incontrato uomini di potere che a lui
hanno riconosciuto il carisma del grande leader. Come dimenticare
il suo contributo della caduta del muro di Berlino, l'apertura
verso Cuba e l'incontro con tre presidenti degli Stati Uniti?
Dalla sua missione apostolica si deve trarre un grande
insegnamento: dal più povero al più potente, ma soprattutto da
parte di coloro che occupano posti di responsabilità, dobbiamo
contribuire per onorare la sua memoria, per lasciare il mondo un
po' migliore di quanto l'abbiamo trovato, così come dicono i suoi
Papa-boys.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Formica. Ne ha
facoltà.
FORMICA Onorevoli colleghi, con la morte di Carol Wojtyla,
scompare una figura che molti hanno definito un gigante della
storia, un gigante del nostro tempo. Un gigante che ha tracciato
il secolo scorso ed ha impresso fortemente anche il secolo che è
appena iniziato.
Molti hanno definito quest'uomo un grande del medioevo, con in
mano e nella mente la tecnologia della modernità. Dovremmo
riflettere su questa definizione che, a prima vista, può apparire
paradossale, ma che, a ben guardare l'operato e il cammino di
questo grande pontefice, rappresenta e rispecchia forse la sua
vera intima grande essenza.
Quando nel 1978, dal Conclave, è stato buttato un enorme sasso
nello stagno, molti, a prima vista, sono rimasti abbagliati dalla
semplicità dell'operare, del porgersi, del parlare, di questo
grande uomo. Ma è subito apparso chiaro che eravamo in presenza
di un personaggio che con la schiena dritta non ha avuto mai
paura di ergersi e battersi contro ciò che riteneva fosse
sbagliato. Nella sua storia, nella sua contemporaneità non ha mai
fatto mistero di denunciare ciò che non condivideva. Così è stato
quando ha contribuito in maniera pesante ad abbattere il muro di
Berlino e a far crollare il comunismo, così è stato fino
all'ultimo quando ha denunciato al mondo intero i vizi del
capitalismo più sfrenato.
Un uomo che, con la schiena dritta, ha rappresentato un faro
per un Occidente che era entrato - lo ricordava il collega Ortisi
- in un cammino di gaudenzia nulla, un uomo che ha ricordato
sempre i valori veri dell'Occidente ed è stato anche capace, più
volte, di farli diventare valori universali per l'intera umanità.
Un uomo che ha saputo essere faro per il suo mondo, per la sua
culla, appunto l'occidente, ma che ha saputo esserlo anche per
gli altri popoli, per le altre culture e per le altre civiltà
della terra.
Un uomo Wojtyla, che a parere di molti, rappresenta forse uno
dei pochissimi grandi del secolo scorso e che certamente sarà un
grande anche per il secolo a venire.
E il miglior modo di ricordarlo non è quello di sottolineare
questo o quell'aspetto del suo Pontificato, questo o
quell'aspetto delle cose che Lui con forza ha sempre ripetuto, ma
di rispettare la Sua grande memoria, cercando di mettere in
pratica tutto il suo insegnamento con la forza che lo ha
contraddistinto e sapendo che mettendo in pratica tutto il suo
insegnamento non ci si può discostare da quella che è la verità e
la via che da sempre ha contraddistinto la religione cristiana.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Misuraca. Ne ha
facoltà.
MISURACA Signor Presidente, onorevoli colleghi, la storia ha
conosciuto un uomo che ha saputo conciliare la dimensione terrena
con la sacralità della sua azione.
Mentre la Sua voce, fiaccato com'era dalla malattia, si andava
via via affievolendo, più alto risuonava il messaggio toccante e
universale che ha saputo rivolgere ad ogni uomo, credente o meno
che fosse.
Giovanni Paolo II ha dovuto e saputo affrontare il tramonto
politico e culturale dell'umanità, convinta che nello scontro tra
fede e ragione si potesse considerare una vittoria l'affermarsi
della seconda.
In presenza di una decadente irreligiosità europea, Giovanni
Paolo II ha preso in mano il Vangelo e si è rivolto a tutti gli
uomini della Terra che sono ancora capaci di credere senza
distinzioni etniche, politiche o religiose.
Pur essendo universalmente riconosciuto come portatore e
interprete di una grande modernità, il Papa Magno, quale lo ha
indicato il Cardinale Sodano, ha avvistato tutti i pericoli di un
processo dirompente che affidava alla ricerca scientifica e al
progresso tecnologico, in assenza di valori di riferimento, un
ruolo guida assoluto e una presunta primazia.
Il portavoce dell'umanità, il fratello di ogni uomo, ha
trovato, tuttavia, il coraggio di dire verità scomode, verità che
non lusingano. Lo ha fatto denunciando con forza, e a volte con
disperazione, il relativismo etico, la perdita di valore della
vita, l'avanzamento delle leggi permissive anche sull'aborto e
sull'eutanasia. Lo ha fatto al cospetto dei potenti della Terra,
ai cui eserciti ha saputo contrapporre intere moltitudini fatte
di idee e di valori fondamentali.
Forte di questa straordinaria e divina copertura il Papa Magno
ha sollecitato gli uomini di cultura ad oltrepassare quella
frammentazione della scienza, che spesso è l'anticamera del
nichilismo e ad orientare invece ogni desiderio dell'uomo, oltre
che ogni conquista scientifica, al conseguimento pieno della
libertà, della dignità di ogni vita umana.
Non è quindi sorprendente l'amore e l'attenzione che milioni di
giovani hanno voluto riservare a questo Pastore di anime nel
quale, nonostante le loro naturali e fisiologiche pulsioni, hanno
riposto una fiducia e una stima incondizionata.
Giovanni Paolo II ha definito il nazismo e il comunismo quali
figli legittimi delle filosofie del male. Nella sua cruda
diagnosi il Papa ha ritenuto che nazismo e comunismo abbiano
lasciato in eredità, in Europa, una devastazione morale e
culturale così grave da richiedere da parte della Chiesa il più
intenso impegno missionario.
Nessuno, nessuno ha saputo interpretare nel mondo laico e
trovare tanta forza e coraggio. Nessuno ha saputo fare, per il
tempo che viene, quello che il Papa ha fatto per il tempo che se
ne va.
Quella del Papa polacco è stata una Chiesa che ha dato un
apporto fondamentale al processo che ha mandato in frantumi
l'impero sovietico ma che, al contempo, non si è messa al traino
dell'altra grande potenza uscita vincitrice dalla Guerra fredda.
Un Papa, tuttavia, che non apprezzava un Occidente capitalista,
edonista e privo di valori etici. Un Papa che ha odiato e
condannato la guerra senza mezze misure definendola una ferita
che separa i popoli e le religioni.
Come dimenticare la Sua voce, sempre più fragile eppure sempre
più forte, nel condannare l'assenza di valori nella riscrittura
della Carta europea.
Già nell'Enciclica Centesimus annus ebbe a dire che se non
esiste alcuna verità ultima, la quale guida ed orienta l'azione
politica, allora le idee e le convinzioni possono essere
facilmente strumentalizzate per fini di potere.
Una democrazia senza valori si converte facilmente in un
totalitarismo aperto e pure subdolo, come dimostra la storia.
Ma come dimenticare il potente anatema che risuonerà per sempre
nella Valle dei Templi contro la mafia, come dimenticare quel
convertitevi' che echeggerà per sempre nelle nostre menti e nei
nostri cuori. In questi giorni qualcuno ha dichiarato di non
avere fiducia nella capacità di quel potente messaggio di impatto
sulla criminalità organizzata. Non ho la dimensione storica per
prevedere l'esito di quelle parole; ma oggi, in questa Aula, mi
dichiaro certo che il giudizio, forse un po' affrettatamente
pronunciato, abbia però il grande limite di misurare la storia
attraverso il metro degli uomini.
Sono certo che il seme prepotentemente piantato con le parole
di Papa Giovanni Paolo II stia comunque germogliando; specie
nelle anime e nelle intelligenze di tanti giovani siciliani
quelle parole hanno lasciato un segno indelebile, e se anche le
nostre generazioni dovessero fallire, dico fallire,
nell'obiettivo di estirpare la pianta della mafia, tuttavia le
parole del grande Papa si pongono al di sopra di ogni umana
percezione.
Questa Assemblea porta con sé il piccolo merito di avere voluto
nello Statuto siciliano la sottolineatura politico-istituzionale
di osteggiare la mafia.
E' poco, è molto, questo lo dirà la storia. A noi, alle
generazioni che verranno resta il gravoso compito di raccogliere
l'altissimo messaggio e di impegnare ogni risorsa, ogni stilla
del nostro sudore nel compito superiore di improntare l'azione
politica ed amministrativa agli irrinunziabili valori etici e
morali che Giovanni Paolo II ci ha lasciato.
Oggi, in questo momento di grande sofferenza morale, porgiamo
un doveroso e sentito segno di affetto e di gratitudine a
Giovanni Paolo II e più che mai, pensando a lui, ritornano nelle
nostre orecchie le parole testamentarie che l'apostolo Paolo
disse: Il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è
giunto il momento di sciogliere le vele, ho combattuto la buona
battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede .
PRESIDENTE Onorevoli colleghi, si conclude la commemorazione
di Papa Giovanni II. Ringrazio tutti gli intervenuti per la
puntualità, la passione e la sensibilità dimostrate.
La seduta è rinviata a domani, mercoledì 6 aprile 2005, alle
ore 17.30, con il seguente ordine del giorno:
Presidenza del presidente Lo Porto
I - Comunicazioni.
II - Discussione dei disegni di legge:
1) Disposizioni finanziarie urgenti e per la razionalizzazion e
dell'attività amministrativa (151 - norme stralciate/A);
2) Norme riguardanti il contenimento dei consumi energetici ed
il miglioramento degli standard qualitativi (778/A);
3) Schema di disegno di legge voto, ai sensi dell'art. 18 dello
Statuto, da proporre al Parlamento nazionale, recante: Norme per
l'assunzione con contratto a tempo indeterminato del personale
docente, educativo ed ATA, inserito nelle graduatorie permanenti
provinciali della Regione siciliana' (953/A);
4) Disposizioni urgenti per il rafforzamento dell'azione
amministrativa a tutela della legalità (805);
5) Istituzione dell'Agenzia regionale per i prelievi ed i
trapianti di organi e tessuti. Modifica di assegnazioni
finanziarie e norme organizzative nel settore sanitario (867/A)
(Seguito).
III - Discussione della mozione:
N. 377 - Continuità produttive delle imprese
metalmeccaniche del settore ferroviario
operanti in Sicilia.
FORMICA - IOPPOLO - SAMMARTINO - VIRZI'
IV - Discussione unificata delle mozioni:
N. 291 - Valutazione dell'operato dell'Ambito
territoriale ottimale 1 Palermo
nell'affidamento del servizio idrico
integrato nell'A.T.O. 1 Palermo e
provvedimenti consequenziali.
GIANNOPOLO - CRACOLICI - SPEZIALE - ZAGO
N. 304 - Affidamento del Servizio idrico integrato
nell'Ambito territoriale ottimale 1 Palermo.
ORLANDO - CRACOLICI - FERRO - FORGIONE
- GIANNOPOLO
V - Elezione delle Commissioni legislative permanenti e della
Commissione per l'esame delle questioni concernenti l'attività
dell'Unione europea.
VI - Elezione di deputati segretari.
La seduta è tolta alle ore 20.28
(Licenziato dal Servizio Lavori d'Aula alle ore ore 22.15)
DAL SERVIZIO LAVORI D'AULA
Il Direttore
Dott. Giovanni Tomasello