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Resoconto d'Aula della Seduta n. 50 di venerdì 12 aprile 2002
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   Presidenza del presidente LO PORTO


            CONVOCAZIONE DELL'ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA

     PRESIDENTE.  Invito il  deputato  segretario  a  dare  lettura
  dell'avviso   di    convocazione    in    seduta    straordinaria
  dell'Assemblea regionale  siciliana,  pubblicato  nella  Gazzetta
  ufficiale della Regione siciliana numero  16  del 5 aprile 2002 -
  Parte I

     BURGARETTA APARO , segretario:

           "IL PRESIDENTE DELL'ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA

  V I S T E  le  richieste  di   convocazione   straordinaria  con
          carattere d'urgenza  dell'Assemblea regionale siciliana,
          presentate,  ai  sensi dell'articolo  11  dello  Statuto
          della Regione  siciliana,  rispettivamente:

           in data 3 aprile 2002, dal Governo della Regione;

           in data 2 aprile 2002 dagli onorevoli Ferro, Miccichè,
           Morinello, Orlando, Raiti;

           in  data 2 aprile  2002  dagli  onorevoli  Forgione  e
           Liotta;

           in  data  3  aprile  2002  dagli  onorevoli  Speziale,
           Giannopolo, Panarello, Villari,  Oddo,  De Benedictis,
           Crisafulli, Capadicasa, Cracolici, Zago;

           in data 3  aprile  2002  dagli  onorevoli  Barbagallo,
           Genovese, Gurrieri, Tumino, Vitrano, Zangara;

  CONSIDERATO  che   le   superiori   richieste   di  convocazione
          straordinaria, presentate  da  deputati  di  vari gruppi
          parlamentari, sono univoche e convergenti e configurano,
          in aggiunta a quella autonoma del Governo della Regione,
          la fattispecie di  cui  all'articolo  11  dello  Statuto
          regionale,  che   abilita   almeno   venti   deputati  a
          richiedere la convocazione in questione;

  CONSIDERATO che l'Assemblea  regionale  è  convocata in sessione
          ordinaria per il giorno 16 aprile 2002;

  RITENUTO che   ricorrono    i   motivi   di   urgenza   previsti
          dall'articolo 75  del Regolamento interno dell'Assemblea
          regionale siciliana per  convocare  la  stessa  prima di
          tale data in seduta straordinaria;

  V I S T I gli articoli 11 dello  Statuto della Regione siciliana
          e 75 del Regolamento  interno  dell'Assemblea  regionale
          siciliana,

                             D E C R E T A

                            'Articolo unico

          Ferma restando la convocazione in sessione ordinaria già
          fissata  per  il  giorno  16  aprile  2002,  l'Assemblea
          regionale siciliana è convocata in seduta straordinaria,
          con carattere d'urgenza, per venerdì 12 aprile 2002 alle
          ore 10.30, con il seguente ordine del giorno:

    - Dibattito ed iniziative sulla situazione nel Medio  Oriente.

          Il  presente  decreto  sarà   pubblicato,   nei  termini
          previsti  dall'articolo  75   del   Regolamento  interno
          dell'Assemblea, nella Gazzetta  Ufficiale  della Regione
          siciliana.'"

  Palermo, 3 aprile 2002.
                                                Lo Porto

     PRESIDENTE.  Avverto  che  del verbale della seduta precedente
  sarà data lettura nella seduta successiva.


   Presidenza del presidente LO PORTO


                          SULL'ORDINE DEI LAVORI

     ACIERNO. Chiedo di parlare.

     PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

     ACIERNO.   Signor   Presidente,   onorevoli   colleghi,   oggi
  l'Assemblea  è   stata  convocata  in  seduta  straordinaria  per
  dibattere sui temi della pace in Palestina.
       Sono stati  promotori di questa convocazione straordinaria i
  componenti del  neocostituito  Gruppo parlamentare 'Sicilia 2010'
  che non sono presenti  in  Aula.  Io credo che forse verranno nel
  2010
       Ritengo  vergognoso nei confronti di questa Assemblea che si
  convochi  una seduta per un tema così importante e poi non si sia
  presenti ai lavori dell'Aula.


   Presidenza del presidente LO PORTO


     RICHIESTA DI PROCEDURA D'URGENZA PER IL DISEGNO DI LEGGE N. 361

     D'AQUINO  , assessore per gli Enti locali. Chiedo di parlare.

     PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

     D'AQUINO , assessore  per  gli  Enti locali. Signor Presidente
  onorevoli   colleghi,   intervengo   per  chiedere  la  procedura
  d'urgenza sul disegno di  legge n.  361 "Modifiche e integrazioni
  alla  legge  regionale  1/9/1993  n.  26,  concernente  norme  in
  materia elettorale", già  presentato  dal  Governo,  che riguarda
  l'appaiamento alle norme nazionali sui due giorni di elezioni.

     PRESIDENTE.    Onorevole   Assessore,   la   questione   verrà
  affrontata nella prossima seduta.
       Non  sorgendo  osservazioni,  vorrei  proporre  all'Aula  un
  rinvio  di un quarto d'ora in attesa che si raccolga una presenza
  maggiore  di  deputati,  la cui assenza probabilmente è dovuta al
  fatto  che  questo  venerdì è successivo ai noti eventi che hanno
  dominato  la  vita  del  Palazzo.
       Sospendo pertanto la seduta per quindici minuti.

     (La seduta, sospesa alle ore 10.55 è ripresa alle ore 11.20)

       La seduta  è  ripresa.


   Presidenza del presidente LO PORTO


       Si  passa  al  punto  dell'ordine  del giorno:  Dibattito ed
  iniziative sulla situazione nel Medio Oriente.
       Onorevoli  colleghi,  oggi  si discute di un argomento assai
  importante che  domina le coscienze di tutto il mondo.  E' giusto
  che   il   Parlamento  siciliano  dedichi  al  tema  della  crisi
  mediorientale   tutta  l'attenzione  possibile  e  che  i  gruppi
  politici esprimano i propri punti di vista.
       Devo  precisare  che  questa  seduta  è  stata  unanimemente
  richiesta da parte  di  tutti, ma in particolare a seguito di una
  pressione che ha ritenuto di esercitare il gruppo di Rifondazione
  comunista; essendo  il  tema  molto  importante, ho  ritenuto  di
  aderirvi con il consenso e la partecipazione di tutti i partiti e
  di tutti i gruppi di questa Assemblea.
       La questione  mediorientale,  che  è  davanti  agli occhi di
  tutti, presenta i  connotati  di  una vera e propria guerra ed il
  mondo è attonito  di fronte alla  prosecuzione  di un metodo che,
  obiettivamente, non  trova  paragoni  nel  contesto  delle  crisi
  mondiali.
       Ciò che turba  le  coscienze  di  tutte le nazioni è proprio
  questo:  un  carattere  specifico  e  particolare della questione
  israelo-palestinese che  presenta  connotati  unici in quanto, se
  nel  mondo   intero   la   qualità   dei  mezzi,  la  rivoluzione
  tecnologica,   la  potenza  mondiale,  la  superpotenza  militare
  rappresentata dagli  Stati  Uniti che hanno garantito un processo
  di  pronto  intervento   che   ha  finito  con  il  provocare  la
  conclusione delle  operazioni  militari  e  la costruzione di una
  pace - mi  riferisco,  per  esempio, ai Balcani e all'Afghanistan
  -, nel  Medio  Oriente  tutto ciò non è accaduto e non è accaduto
  per  ragioni che non sottolineo perché  sono nella convinzione di
  ciascuno di noi e di ciascuno di voi.
       Rimane però un  argomento  che  io desidero introdurre e che
  spero venga da  tutti  voi  condiviso:  deve  esserci una ragione
  perché almeno quattro documenti delle Nazioni Unite dedicati alla
  materia del Medio Oriente, che stabiliscono con chiarezza le basi
  sulle quali costruire  la  pace  in  quel  territorio, sono stati
  disattesi.
       Disattesa è attualmente una posizione finalmente risolutrice
  della Lega Araba  che  ha offerto una proposta di pace allo Stato
  di Israele.  Nota è persino la posizione dell'Unione europea che,
  insieme alla Federazione russa, propone l'adempimento dell'ultima
  risoluzione  delle  Nazioni  Unite  pervenendo  al riconoscimento
  ufficiale dello Stato di Israele.
       E'  nella  mente  di  tutti  noi una pressione dell'opinione
  pubblica  mondiale  che  chiede pace, che chiede la cessazione di
  quanto  sino  a questa mattina è accaduto e accade nel territorio
  israelo-palestinese.
       Il  mondo occidentale  non  si  divide  su  questo  tema  ma
  partecipa  anche  attraverso  visite  fisiche di alcuni esponenti
  politici,  di  alcuni  esponenti  di  associazioni umanitarie, di
  alcuni  volontari  che  operano  nel  settore  sociale:  vive con
  estrema partecipazione questo drammatico momento di crisi in quei
  territori.
       L'opinione pubblica  mondiale,  sino a questo momento, non è
  stata però soddisfatta nelle sue legittime istanze di pace.
       Il Parlamento  siciliano  si  accinge  a discutere e io sono
  sicuro che  sarà  una  discussione  molto  serena  perché il tema
  attraversa le coscienze  di  tutti  e la necessità di una pace in
  Medio Oriente è avvertita in Sicilia esattamente come in tutto il
  mondo, anzi ancora  di  più,  perché  si tratta di uno scacchiere
  dentro il quale  la  Sicilia è collocata in termini assolutamente
  unici nel contesto del teatro cui facciamo riferimento.
       Apro immediatamente  il  dibattito  e  rivolgo  un appello a
  tutto  il   Parlamento   siciliano   affinché  si  desista  dalla
  tentazione di  una sottolineatura che avrebbe solamente carattere
  di propaganda,  insistendo  viceversa  sul contributo ragionato e
  documentato, sicché  a  conclusione  di  questa  nostra seduta si
  possa pervenire alla  stesura di un documento, se credete, o alla
  presa d'atto di  una  volontà  unanime  che possa servire intanto
  alle  diplomazie   per   farne  tesoro  e  all'opinione  pubblica
  italiana,  europea  e  mondiale  affinché  la  ragione  prevalga,
  affinché si convincano le due parti, ma soprattutto l'unico Stato
  che in questo  momento  compete  nello scacchiere, che è lo Stato
  d'Israele, a  desistere  dall'arma  militare  e  ad intraprendere
  l'arma diplomatica.
       Buon lavoro e grazie.
       E' iscritto a parlare l'onorevole Forgione. Ne ha facoltà.

     FORGIONE.  Signor Presidente, innanzitutto voglio ringraziarla
  per le parole  con  le  quali ha aperto questa seduta e iniziando
  il mio  intervento vorrei motivare questo abbigliamento inusuale,
  una kefiah  palestinese  in un'Aula parlamentare, come un omaggio
  al Presidente, riconosciuto  ed  eletto,  di  un  popolo  che, in
  questo momento, è  costretto  all'assedio ed alla prigione in una
  Presidenza che non è  più tale, quella di Ramallah.
       Un anno fa,  di  questi  tempi,  io  ed  una  delegazione di
  deputati di  Rifondazione  comunista  eravamo  in  quel  luogo ad
  incontrare  quel   Presidente   che   rimane  il  Presidente  dei
  palestinesi e delle  palestinesi.  Un  anno fa, proprio in questi
  giorni, una delegazione di parlamentari siciliani attraversava le
  terre della  Galilea,  della  Cisgiordania  e  di Gaza, luoghi di
  sofferenza    ma    anche    di   lotta   per   il   riscatto   e
  l'autodeterminazione di un popolo.
       Quella delegazione,  un anno fa, andava a visitare strutture
  civili, scuole,  ospedali,  molti  dei  quali costruiti grazie al
  contributo  dell'Unione   europea   e  anche  del  nostro  Paese;
  strutture civili, strutture  di  civiltà  in  una  terra  che per
  decenni non è  stata  riconosciuta  come una Patria e che solo da
  pochi anni era  ritornata  ad  essere  la  terra dei palestinesi.
       Molte di quelle  strutture  che  noi  a quel tempo visitammo
  oggi non  ci  sono  più,  sono state distrutte dalle bombe, dalle
  ruspe;  un'occupazione  militare  -  vorrei  raccogliere  il  suo
  appello, signor  Presidente, a non fare propaganda ma a ragionare
  -  con  un  obiettivo  dichiarato dal premier israeliano, Sharon:
  distruggere  il  presidente  Arafat,  non  a caso insistentemente
  additato come  il capo di tutte le centrali terroristiche, perché
  non riconosciuto più come l'autorità nazionale palestinese.
       Noi sappiamo che ciò che ci si presenta di fronte agli occhi
  è  un mondo  inedito:  è  il mondo che viene dopo l'11 settembre,
  nel quale  in  nome  del  terrorismo  e della lotta al terrorismo
  tutto  può  diventare  possibile.
       Forse  dovremmo  ragionare  con  serenità  anche tra di noi,
  forse,  se   non  ci  fosse  stata  quella  lotta  al  terrorismo
  trasformatasi   nella   guerra   in  Afghanistan,  ma  non  nella
  distruzione delle  centrali  di  Al  Qaeda e nella cattura di Bin
  Laden e del Mullah Omar, Sharon non avrebbe alcuna legittimazione
  e legittimità per fare quello che sta facendo.
       Oggi  ci  troviamo, proprio in queste ore, con il segretario
  di  Stato  americano,  Powell,  principale  alleato  del  Governo
  israeliano, che si vede  sbattuta  la  porta  in faccia da quello
  stesso Sharon che dice  agli  Stati  Uniti  che  non riceverà più
  lezioni da loro e  non  riconoscerà  il tentativo di pace da loro
  operato:  prima  bisogna  concludere  l'operazione, poi  possiamo
  parlare della pace.
       Eppure l'ONU, come  è  stato ricordato, ha approvato diverse
  risoluzioni,  alcune   storiche,   che  riconoscono  i  territori
  palestinesi dopo  l'occupazione  del  '67 e un'ultima risoluzione
  qualche giorno fa.
       Cosa  sarebbe  successo se invece di Israele e dei territori
  palestinesi quelle risoluzioni avessero riguardato il Kosovo o un
  altro paese, in altri tempi?
       Avremmo   già   avuto   i   bombardamenti   di   una   forza
  multinazionale,  magari  diretta,  della Nato e noi saremmo stati
  contrari come siamo contrari oggi all'uso della forza per imporre
  ad    Israele    una    volontà   riconosciuta   dalla   comunità
  internazionale.  E  la  volontà,  signor  Presidente,  per  noi è
  unica: due Stati per due popoli
       Nessuna volontà di  annientamento  e  di  non riconoscimento
  dello Stato di Israele; due Stati per due popoli.
       Ma  come  lei  ricordava, nonostante quelle risoluzioni, non
  è successo niente.
       Ecco, noi  questo  dovremmo  capire.  A  me ha fatto piacere
  ascoltare  ieri  -  e, come lei sa, mi capita di rado - le parole
  del    presidente    del    Consiglio    Berlusconi;   ha   fatto
  un'affermazione coraggiosa  tale  che, se l'avesse pronunciata un
  dirigente  di   Rifondazione   Comunista,  sarebbe  stato  subito
  additato come giustificazionista del terrorismo.
       Il Presidente del Consiglio, parlando ieri qui a Palermo, ha
  detto che dobbiamo renderci  conto che, se non mettiamo mano alle
  ingiustizie e agli  squilibri  esistenti  nel  mondo,  potrebbero
  esserci nuovi '11  settembre', perché è la disperazione provocata
  dagli stessi squilibri a provocare il dramma, mai giustificabile,
  del   terrorismo    e    del    fondamentalismo.   Terrorismo   e
  fondamentalismo per noi, per  la  mia  parte politica, per la mia
  cultura  e  per la  mia  storia,  mai  giustificabili  in  quanto
  contengono un'idea di  negazione  della  partecipazione  e  della
  politica come protagonismo delle masse.
       E  al  riguardo  mi ritornano in mente le parole del profeta
  Isaia che, nel  versetto  32-17,  dice:  'Frutto  della giustizia
  sarà la pace'. Ripeto:  "Frutto  della giustizia sarà la pace." E
  cioè frutto di  una  politica di scelte mondiali che aggrediscono
  le disuguaglianze,  che  aggrediscono  i  drammi  delle  persone.
  "Frutto della giustizia  sarà la pace" e, invece, le ingiustizie,
  gli squilibri, le disuguaglianze provocano anche il dramma di una
  ragazzina di sedici anni  che vive in un campo profughi (e noi li
  abbiamo attraversati un anno  fa, quei campi profughi e credo che
  l'abbiano fatto anche altri parlamentari e lei stesso Presidente,
  quando si è recato  anni  fa,  in  Israele); in un campo profughi
  dove non c'è l'acqua,  dove non c'è la scuola e dove, quindi, per
  andare a scuola  quella  ragazzina  deve  attraversare  quattro o
  cinque check  point  israeliani  (con relative perquisizioni).  E
  quella ragazzina,  nella  solitudine  della propria disperazione,
  non riesce a vedere un futuro, una patria, una dignità.  E quella
  ragazzina sceglie, allora, in  nome  di  un  dio  che non può mai
  giustificare la morte, di diventare una kamikaze.
       Che cos'è un campo profughi in terra di Palestina? Che cos'è
  l'umiliazione dei check  point  continui?  Lo disse il presidente
  Andreotti,  alcuni anni  fa  -  lui  cattolico,  lui  democratico
  cristiano - dopo  aver  visitato  le terre di Palestina; scrisse:
  'Io che rifiuto ogni  idea della violenza, se vivessi in un campo
  profughi e fossi nato lì e mio padre fosse nato lì e mio fratello
  fosse in carcere  arrestato,  e  vivessi  da  anni  sotto  questa
  occupazione, non so  se  anch'io  non riuscirei ad abbracciare un
  mitra'.
       E lo  scrive  il  presidente  Cossiga  nella prefazione a un
  libro  che  è  da  oggi  nelle  librerie,  che è la biografia del
  rappresentante  dell'OLP in Italia, Nemer Hammad.  Scrive proprio
  questo  il  presidente  Cossiga,  che  questa  lotta  del  popolo
  palestinese  ci parla del mondo di oggi. Ho citato, e non a caso,
  Andreotti,   Cossiga   e   prima   il   profeta  Isaia.  Dobbiamo
  interrogarci  su  questo  mondo e dobbiamo saper distinguere. Noi
  non  combattiamo  lo Stato di Israele, noi combattiamo il Governo
  Sharon
       E  qui   evito   a   quest'Aula  di  ricordare  che  c'è  un
  procedimento al  tribunale  dell'Aja  per  crimini di guerra, per
  quella strage  di  Sabra  e  Chatila  che  vide come protagonista
  proprio questo  primo  ministro.  Ma  questo  è il primo ministro
  eletto dal  popolo  israeliano e noi  combattiamo questo Governo,
  anche in  nome  del  popolo ebraico perché sappiamo distinguere e
  crediamo che  oggi la principale vittima della politica di Sharon
  sia proprio il  popolo  di  Israele. Lo dimostrano l'attentato di
  ieri e l'attentato  di  oggi.  Attentati  fatti  da  quei  gruppi
  fondamentalisti, con Hamas  in  testa,  costruiti  anni fa, fatti
  nascere  e  finanziati  proprio  dalla  politica  israeliana  per
  incrinare la leadership di Arafat.
       Noi  sappiamo  essere  a  fianco  del  popolo  ebraico,  noi
  sappiamo che ci  sono fermenti, siamo con quei circa quattrocento
  riservisti israeliani, ufficiali e soldati, che si sono rifiutati
  di compiere l'opera sporca dell'occupazione e di questa guerra.
       Vorrei  sapere   che   significato   hanno   le   parole che
  quell'ufficiale  israeliano, qualche giorno fa, ha pronunciato al
  TG  2;  ha detto:  "temiamo il giudizio del mondo quando si saprà
  cosa  abbiamo  fatto a Jenin".  Vorrei interpretarle ora, non tra
  qualche  anno,  quelle  parole
       Vedete,  noi  non possiamo essere accusati, prendendo questa
  posizione in questo  momento,  di antiebraismo: Presidente, noi e
  la mia parte  politica  abbiamo Auschwitz nel nostro DNA  Abbiamo
  la memoria dell'olocausto  ed  è  per  questo  che  abbiamo fatto
  dell'antirazzismo e di  tutte  le forme di antirazzismo la nostra
  religione civile;  noi  che  non  esisteremmo come cultura e come
  storia politica senza un grande ebreo: Karl Marx.
       Respingiamo al  mittente  le  accuse di antisemitismo che ci
  vengono mosse in questi giorni.
       Ho letto lo scritto, sul  Corriere  della sera di oggi, e mi
  avvio  a  concludere Presidente, di una nota intellettuale, ormai
  folgorata sulla via di New York, che dice di vergognarsi di tante
  delle  cose  che  noi  diciamo.  Beh,  io  vorrei  dire così alla
  signora  Fallaci:  anche noi ci vergogniamo di un'intellettualità
  che  ha  dismesso  ogni  forma  di  visione critica sul mondo, di
  un'intellettualità che sa stare sempre dalla parte dei vincenti.
       Ma cosa c'entra  la lotta al terrorismo con lo sparare sulle
  ambulanze? Cosa c'entra  la lotta al terrorismo con il vietare di
  far portare il sangue?  Quel sangue che oggi - vedete le immagini
  - la Regina di Giordania invia a Ramallah e che viene vietato che
  entri negli ospedali, lasciando morire le persone sofferenti.
       Cosa c'entra la  lotta al terrorismo con il fermare le donne
  ai check point facendole    partorire per strada? Cosa c'entra la
  lotta  al  terrorismo  con  i  rastrellamenti  e, se sono vere le
  parole  di  quell'ufficiale  di  Jenin,   con le fosse comuni che
  scopriremo  tra  qualche  mese, quando  gli  osservatori dell'ONU
  avranno la possibilità di recarsi nella terra di Palestina?
       E' un mondo  ipocrita   Mi  consenta, Presidente,  e  le sue
  istituzioni internazionali,  a  partire dall'ONU, non riescono ad
  inviare lì,  come  richiesto  da  Arafat all'inizio della seconda
  Intifada un anno  fa,  non  una forza di interposizione, come noi
  chiediamo,    ma    addirittura    neanche    degli   osservatori
  internazionali per sapere cosa succede.
       Quando sento  delle  affermazioni  pericolosissime fatte dal
  premier  israeliano   Sharon   'noi   temiamo   l'aumento   della
  popolazione araba nei  prossimi  anni, temiamo il rischio che gli
  Arabi diventino più degli Ebrei' ci ritorna alla mente lo spettro
  della pulizia etnica
       Noi, invece,  abbiamo  bisogno, in  quella  terra, in quella
  terra santa ed in  quei luoghi sacri tanto cari a tutte le grandi
  religioni monoteiste, che  sono  a  fondamento anche della nostra
  civiltà occidentale, di dire  che quelle terre sono di tutti, dei
  musulmani, dei cristiani, dei cattolici, degli ebrei e sono degli
  arabi come sono degli ebrei.
       Pertanto,   quelle   parole  sono  pericolose  così  come  è
  pericolosa quella politica che nell'ultimo anno ha triplicato gli
  insediamenti   dei  coloni  ebraici  nelle  terre  palestinesi, a
  dimostrare: 'questa  terra  non è tua, questa terra non è del tuo
  popolo'.   No,   quella   non  è  una  politica  che  punta  alla
  contaminazione di popoli diversi, quella è una politica che punta
  all'espulsione  dell'unico  popolo legittimato a vivere su quella
  terra: il popolo palestinese
       E  concludo,  signor  Presidente,  dicendo  che  noi abbiamo
  chiesto  la convocazione di questa Assemblea regionale assieme ad
  altri  parlamentari  di  altri  gruppi  politici,  di  tutti  gli
  schieramenti, perchè  riteniamo  che il nostro Mediterraneo abbia
  bisogno   di  pace.  Ma  non  servono  più  l'emozioni;  c'è  una
  occupazione  militare che deve finire.  Ci sono delle risoluzioni
  dell'ONU che vanno applicate.  C'è bisogno di un ritiro immediato
  delle  truppe  di  occupazione  dei territori palestinesi e della
  liberazione  del  Presidente  Arafat.  E  c'è  bisogno  anche che
  l'Unione Europea ritrovi la dignità della sua funzione.
       Abbiamo ascoltato le  parole del Presidente Prodi; ma quanto
  ci vuole per  trasformare quelle parole in una decisione politica
  che  operi  una  pressione  internazionale  su  Israele?
       Noi  non  chiediamo  il bombardamento delle città israeliane
  come è stato fatto  dopo  le  risoluzioni  dell'ONU  nel Kosovo e
  nella ex Jugoslavia.
       Siamo pacifisti sempre e in qualunque parte del mondo.
       Ma cosa ci vuole  per  far  decadere  almeno  lo  status  di
  interlocutore privilegiato di cui Israele oggi gode nei confronti
  dell'Unione Europea?
       Non  bisogna  isolare  il popolo ebraico. Bisogna colpire il
  suo governo, nemico di quello stesso popolo.
       Per descrivere il dramma di questo Paese in questo momento e
  per  rafforzare  l'uso delle parole rispetto a quello delle armi,
  l'ho  detto  prima,  vorrei  leggere  un brano di un libro di uno
  scrittore israeliano, Tamuz, autore del libro "Il frutteto".
       Racconta  la  storia  di due fratellastri figli dello stesso
  padre ebreo, ma uno di mamma ebraica, l'altro di mamma araba.
       Racconta la storia  di  questi  ebrei  erranti dalla Turchia
  alla Russia e poi il ritorno del padre e dei fratelli in terra di
  Palestina.  E quella terra, pure tanto agognata, li divide e alla
  fine, dopo  grandi scontri per costruire quel frutteto fiorente,
  come  quelli  che hanno saputo costruire gli ebrei e gli arabi in
  questa  terra  che  ci parla della ricchezza e della bellezza del
  Mediterraneo, i  due  fratelli si dividono per una donna che è la
  metafora di quella terra.
       "Fratello  -  gli  dissi  -  preferirei morire piuttosto che
  vederti così."
       Gli risponde Daniel: "Forse siamo tutti e due già morti.
       Forse  stiamo  parlando  da  un sogno che non appartiene più
  alla  vita,  il  sogno  della  convivenza su quella terra. Eppure
  eravamo delle persone appena tornate nella loro terra che avevano
  conquistato nella tempesta e nel sangue.
       Evidentemente eravamo fatti  di un materiale vile. Una volta
  liberati dall'abbraccio mortale del nemico, che giaceva ai nostri
  piedi  privo  di  vita, pensavamo che fossero scomparsi dal mondo
  gli  abbracci  d'amore  e  che  il  morto fosse sangue del nostro
  sangue e carne della nostra carne."
       Il  Presidente Arafat nel 1974 si recò all'ONU con la stessa
  kefiah,  con  un  ramoscello  d'ulivo  in  una  mano e la pistola
  nell'altra mano.
       Rimase famoso e simbolico quel gesto. Dichiarò allora: "Fate
  in  modo che non prevalgano le ragioni della seconda (la pistola)
  su quelle del primo (il ramoscello d'ulivo)."
       L'aggressione israeliana  e  l'occupazione  di quelle terre,
  l'offesa permanente della dignità di migliaia e migliaia di donne
  e  di  uomini  rischia per intere generazioni di far prevalere le
  ragioni della seconda su quelle del primo.
       Per queste ragioni Sharon  va  fermato  e  il suo governo va
  combattuto. E se posso permettermi di dare un consiglio e di fare
  un   invito  a  conclusione  di  questo  mio  intervento,  signor
  Presidente, io  credo  che, oltre  che  una risoluzione comune di
  questa  Assemblea  che si appella alle risoluzioni dell'ONU, alla
  richiesta  di  ritiro  immediato  delle truppe di occupazione dai
  territori,  di   liberazione   del   Presidente   Arafat   e  del
  riconoscimento al tavolo della trattativa dell'autorità nazionale
  palestinese, noi potremmo  chiedere  al  governo della Regione un
  gesto simbolico.
       Da giorni è assediata  la  chiesa della Natività. Là ci sono
  francescani  e  ci sono cittadini palestinesi, forse armati, come
  sono  armati  i combattenti quando devono difendere o conquistare
  la  loro  libertà. Betlemme non è già più quella che era due mesi
  fa, ci sono ora i segni della occupazione, macerie e distruzioni.
       Il  Governo  della  Regione  tramite  i  francescani - ne ho
  parlato  ieri  con  i rappresentanti dell'Autorità palestinese in
  Italia  - potrebbe inviare un aiuto simbolico, anche finanziario,
  alla  Comunità  di Betlemme, luogo sacro per i fedeli di tutto il
  mondo.  Forse  facendo  così, oltre  ad  un'azione  politica,  al
  rafforzamento   della  diplomazia  in  questo  momento,  potremmo
  aiutare anche materialmente una popolazione che sta difendendo la
  sua dignità e il suo diritto ad esistere come popolo.  E i popoli
  possono  esistere  senza  una patria, ma per vivere hanno bisogno
  della patria e della terra. E la patria è simbolo di dignità ed è
  simbolo di libertà.

     PRESIDENTE.  E  iscritto a parlare l'onorevole Orlando.  Ne ha
  facoltà.

     ORLANDO.  Signor Presidente, onorevoli  colleghi, la richiesta
  di  convocazione  di  questa   seduta  straordinaria  ed  urgente
  dell'Assemblea   regionale  siciliana   risponde   certamente   a
  sentimenti, a dolore, ad angoscia, a paura, ma  risponde anche ad
  un preciso disegno politico che noi intendiamo in questo modo qui
  testimoniare.   E  nella vicenda che  riguarda  la  Palestina,  i
  diritti del popolo  palestinese  a vedere organizzata in forma di
  stato la propria  coesistenza, si  vengono  in  questo  momento a
  trovare tutte le  principali  note  di  riferimento  della nostra
  realtà, anche siciliana.
       Noi siamo inseriti in un contesto nel quale siamo abituati a
  pensare che il futuro della nostra  terra,  della nostra Sicilia,
  sia  legato  a  grandi processi  internazionali,  uno  di  questi
  processi  internazionali è  quello  espresso  dall'Organizzazione
  delle  Nazioni  Unite.  In questo  momento  sulla  vicenda  della
  Palestina stiamo assistendo alla perdita di credibilità dell'ONU,
  l'organizzazione internazionale degli stati  che  ha espresso più
  volte, con più risoluzioni, le  indicazioni  del  mondo  rispetto
  alla  vicenda  palestinese,  che  sono  state  disattese.  Questo
  costituisce una minaccia ed un  pericolo che riguarda sicuramente
  i  diritti  del  popolo  palestinese, ma che  mette  in  moto  un
  meccanismo  di  degrado della  convivenza  internazionale  tra  i
  popoli.
       Quanto sta accadendo  in  Palestina, quanto sta accadendo in
  questi giorni ed in  questi  mesi, mette  anche in discussione la
  stessa credibilità dell'Unione  Europea:  troppo debole è la voce
  dell'Unione Europea rispetto a  questi  temi.
       E alle parole affermate ancora due giorni fa a Bruxelles dal
  Presidente  Prodi  non segue una  coerente  azione  politica   E'
  triste dover constatare che è più facile  far  finire di esistere
  il potente marco tedesco, che è più facile far finire di esistere
  il potente franco francese o le potenti  lire, che  si  sono oggi
  riconosciute nell'euro, che, invece, trovare un'azione comune che
  consenta la pace in  questa  zona  del  mondo, una zona del mondo
  così forte di valori  simbolici  per  la  nostra cultura e per la
  nostra civiltà.
       Questa vicenda della  Palestina mette ancora in discussione,
  per quel ragionamento politico che facevo all'inizio, il processo
  di Barcellona.  Peter Stever, relatore  al Parlamento europeo, in
  vista  dell'incontro dei prossimi 21 e  22  aprile  dei  ministri

  presidenza  spagnola,  dice  a   chiare   lettere, esprimendo  la
  posizione  dell'intero  Parlamento  europeo,   che   la   mancata
  soluzione della tragedia della  Palestina  sostanzialmente  mette
  nel nulla il processo di Barcellona, quel  processo  che nel 2010
  dovrebbe vedere un'area di libero scambio, la  più grande area di
  libero scambio del mondo, che coinvolgerebbe  27 paesi.  E mentre
  si lavora perché  ai 27 paesi possano  aggiungersi  la Libia e la
  Mauritania,  dall'altra  parte si  creano  le  condizioni  perché
  l'intero processo venga sostanzialmente annullato.
       Tutto questo non  può  essere indifferente per gli interessi
  del popolo siciliano,  non  può  essere  indifferente  per questo
  Parlamento che rappresenta questa  Regione,  questa  Sicilia, che
  non può certamente essere  indifferente  alla  credibilità  delle
  Nazioni Unite, non può essere indifferente alla credibilità delle
  istituzioni   europee,   non   può   essere   indifferente   alla
  realizzazione del processo di Barcellona.
       Ma in questa vicenda c'è qualcosa  di  terribile perché  noi
  stiamo assistendo ad un processo che tante  volte  i popoli hanno
  conosciuto  e  che oggi conosce il  popolo  d'Israele.  La  prima
  vittima  del  Presidente  Sharon  è il  popolo  ebraico.  La  sua
  cultura, la sua storia fatta di  olocausto,  la  sua  sofferenza,
  oggi rischia di essere  cancellata dai comportamenti terroristici
  del presidente Sharon.
       Ecco  la  ragione  per la  quale  io  credo  che  sia  molto
  importante dire, con molta forza,  che noi siamo ebrei, noi siamo
  musulmani, noi siamo cristiani, noi ci riconosciamo pienamente in
  questi  popoli e crediamo essere loro carne  la  nostra  carne  e
  sangue del nostro sangue, ma diciamo che  non  si  può,  in  nome
  della sicurezza, trasformare la sicurezza in un verso satanico.
       Un famoso libro, "I versetti  satanici",  di Salman Rushdie,
  ci ricorda qual è la trappola dei  versi  satanici.  Dei versetti
  attribuiti in maniera apocrifa al  profeta finiscono con l'essere
  la giustificazione del terrorismo e del fondamentalismo islamico.
       Ogni cultura, onorevole Presidente, è esposta al rischio dei
  versi satanici tutte le volte che si  perde  di vista il rispetto
  dei diritti umani; ogni volta - ripeto -  che  in  una cultura si
  perde di vista il rispetto dei diritti  umani.  Anche l'amore per
  Dio rischia di diventare - questo per  me, essendo un credente, è
  affermazione importante - un verso satanico.
       Così  conosciamo,  sulla  nostra  pelle, come la mafia abbia
  trasformato   l'onore  e  la  famiglia  in  verso  satanico,  per
  giustificare  delitti e crimini;  così conosciamo come l'orgoglio
  del   popolo   corso  o  l'orgoglio  del  popolo  basco sia stato
  trasformato  dai  terroristi corsi e baschi in verso satanico per
  giustificare   atti   di   illegalità   e  di  criminalità;  così
  conosciamo   come  l'orgoglio, il  legittimo  orgoglio  cattolico
  dell'Irlanda  del  Nord,  sia  stato  trasformato  dal terrorismo
  cattolico   -   perché   esiste  anche  un  terrorismo  cattolico
  nell'Irlanda del Nord - in un verso satanico, che ha fatto uso di
  quei  valori che meritano il massimo rispetto, per giustificare i
  peggiori dei delitti.
       E la storia ci ricorda  che  anche  il rispetto per la legge
  può diventare un verso satanico  quando  si  perde  di  vista  il
  rispetto dei diritti della  persona umana, di ogni persona umana;
  e così è accaduto  nell'esperienza  tedesca,  non  c'è  popolo al
  mondo  che  possa  essere  considerato  come  il  popolo  tedesco
  rispettoso  della  legge;  per  tutti noi è quasi un luogo comune
  affermare  che  i  tedeschi sono rispettosi  della  legge.  E  il
  nazismo ha trasformato questo  fondamentale  valore di convivenza
  civile in verso satanico portando i  tedeschi  ad  accettare ogni
  legge, anche le leggi razziali.
       E oggi è drammatico constatare che, in nome della sicurezza,
  che è un valore sacrosanto:  il popolo d'Israele vede un Governo,
  il  governo  Sharon,  che trasforma la  stessa  sicurezza  in  un
  terribile verso satanico, che uccide e  distrugge  e  mortifica i
  diritti della persona umana.
       Per questo credo che noi dobbiamo, con molta forza, dire che
  facciamo,  semplicemente  e  con  forza, riferimento a quello che
  affermano  le  Nazioni  unite:  chiediamo  che  si dia corso alle
  risoluzioni  delle  Nazioni  unite, chiediamo l'immediato ritiro,
  anche  noi  con  gli  altri,  piccoli  ma  con la nostra dignità,
  chiediamo   l'immediato   ritiro  delle  truppe  di  Israele  dai
  territori  occupati  e  l'avvio immediato del processo di pace in
  questa parte del Mondo.
       Chiediamo, contemporaneamente, che  si  possa realizzare una
  iniziativa che dia il  senso  che  questo  Parlamento  non rimane
  insensibile rispetto alle grandi  evoluzioni  che  attorno  a noi
  finiranno col condizionare, sia che ne siamo consapevoli, sia che
  non  lo siamo, il nostro futuro, la nostra vita, i nostri valori,
  anche la nostra economia.
       E  per  questo  che   vorrei   proporre  al  Presidente  del
  Parlamento  siciliano,  onorevole  Lo   Porto,  che  con  la  sua
  sensibilità  voglia immaginare  di  organizzare  proprio  qui  un
  incontro  tra  un  rappresentante   del  Parlamento  europeo,  un
  rappresentate  del  Parlamento dell'autorità  palestinese  ed  un
  rappresentate del Parlamento d'Israele, per dare  lì il segno che
  è possibile incontrarsi, che questa è una  Terra dove è possibile
  incontrarsi  e dialogare. Così  come  sarebbe  straordinariamente
  importante se questa Assemblea, se questo Parlamento organizzasse
  una serie di dialoghi per la pace  se fosse, cioè, possibile, una
  volta al mese, invitare qualcuno ad esporre  le  ragioni  del suo
  popolo  nelle  tante  aree  di   conflitto   dell'Europa   e  del
  Mediterraneo.  Penso al dramma dei curdi,  penso  al  dramma  dei
  corsi, penso al dramma dei baschi,  penso  al dramma dell'Irlanda
  del Nord, non penso soltanto al dramma terribile della Palestina.
  Sarebbe certamente importante poter  dire  che questo Parlamento,
  questo Palazzo dei Normanni è un luogo nel quale si incontrano le
  ragioni del disagio in questa parte del  mondo.
       Tutto questo lo dico essendo  consapevole che questo appello
  forte  credo  sia  utile  che  sia   fatto  pervenire  al  signor
  ambasciatore d'Israele a Roma, ove  mi  recherò,  invitato  dallo
  Stato di Israele, all'ambasciata di Israele, il  giorno 17. Andrò
  per  testimoniare  che  noi  siamo  per  il  diritto  del  popolo
  israeliano  di avere lo stato  israeliano,  ma  per  testimoniare
  anche che eguale diritto ha il popolo  palestinese  di  avere  lo
  stato della Palestina, di avere riconosciuto  uno stato che possa
  dar  voce  a quella drammatica situazione  che  oggi  vede  quasi
  contrapposti, in una cinica partita, da  una  parte il terrorismo
  di  Sharon  e  dall'altra  parte   il  terrorismo  disperato  dei
  kamikaze.   Ma  proviamo  per  un momento a  non  pensare  né  al
  terrorismo del primo né al terrorismo dei  secondi e proviamo per
  un momento a pensare qual è la  condizione  di vita, lo ricordava
  l'onorevole  Forgione, nella striscia di Gaza,  come  si  vive  a
  Ramallah,  che cosa significa trascorrere  ore  intere  al  check
  point per sentirti dire che "oggi no, oggi  non si passa il check
  point, oggi non si va a scuola, oggi non  si lavora in nero, cioè
  non si vive".
       Ed  è  evidente  che  tutta questa  condizione  non  ci  può
  lasciare insensibili. E a tutti coloro  che  hanno  conosciuto  e
  conoscono come la nostra realtà ha conosciuto  ed  ha  cercato di
  dare  un  contributo,  voglio ricordare:  l'acqua  è  arrivata  a
  Khanyounis per l'intervento di una città siciliana che si è fatta
  promotrice  di  un  finanziamento  di  impianti  di  dissalazione
  dell'acqua.   Abbiamo  impiegato   3   mesi  per  realizzare  tre
  dissalatori a Khanyounis  che  avrebbero  dovuto servire 180 mila
  palestinesi nella striscia di Gaza. Sono occorsi due anni e mezzo
  per ottenere dall'autorità israeliana l'autorizzazione a prendere
  l'acqua dal mare,  perchè  non c'era l'autorizzazione.  Credo che
  queste  condizioni  non  possano  persistere:  non  deve soltanto
  ritirarsi Israele con le sue truppe dai territori palestinesi, ma
  deve al tempo stesso avviarsi anche un processo che dia al popolo
  palestinese   la  dignità  che  merita.  Di  queste  cose  questo
  Parlamento,   sono   certo,  si  farà  interprete  anche  per  la
  sensibilità dimostrata dal Presidente nel convocare questa seduta
  straordinaria  e  d'urgenza.  Fatto,  quest'ultimo, sul quale non
  posso che esprimere il mio apprezzamento.

     PRESIDENTE. E'  iscritto  a parlare l'onorevole Barbagallo. Ne
  ha facoltà.

     BARBAGALLO.   Onorevole  Presidente,  onorevoli  colleghi,  il
  conflitto Israele-Palestina è complesso  ed  affonda  le  proprie
  radici in una reciproca diffidenza che nel tempo ha visto fallire
  già tanti piani di pace. Il livello  di  violenza raggiunto non è
  più comunque assolutamente tollerabile.  Per  evitare di ripetere
  gli appelli che tanti in questi giorni  hanno formulato mi limito
  ad alcune brevi considerazioni.  L'esito  dell'attuale  confronto
  militare è devastante per le prospettive di  pace e stabilità; il
  coinvolgimento di intere aree  urbane  sta  imponendo  un'inutile
  sofferenza e una costrizione inaudita a  centinaia di migliaia di
  civili che non hanno mai chiesto di partecipare ad un conflitto o
  ad  una  guerra.  Il massacro di  tanti  innocenti  deve  indurre
  Israele  a  cessare una occupazione  che  contravviene  un  lungo
  elenco di risoluzioni delle Nazioni Unite.  Sono  con  gli  ebrei
  nella condanna del terrorismo che colpisce la popolazione civile,
  ma sono con i palestinesi nel chiedere il ritiro delle truppe dai
  territori occupati.  Ognuno dei due popoli  ha diritto al proprio
  territorio. L'umanità non può più restare a guardare o a lanciare
  appelli inefficaci. Tutti debbono contribuire per imporre la fine
  delle ostilità. Le due parti, come ha  detto  Ciampi  di recente,
  debbono sentire la pressione di  tutta la comunità internazionale
  e in primo luogo dell'Europa.  La pace  non  si  raggiunge con la
  guerra, è stato dimostrato che il terrorismo continua.
       La Sicilia deve essere amica sia  degli  Israeliani, sia dei
  Palestinesi, sia degli altri popoli -  come  ha detto l'onorevole
  Orlando -; è una terra tuttavia  confinante,  con  una  posizione
  strategica  nel Mediterraneo sul piano  degli  scambi  economici,
  culturali,  ma  strategica  anche  dal  punto  di vista militare.
  Devono,   pertanto,   attivarsi  le   iniziative   possibili   di
  mobilitazioni a favore della pace.
       Gli  scenari internazionali impongono  scelte  politiche  ed
  istituzionali di livello epocale. Un ordine  del giorno, sia pure
  unitario, non è sufficiente. Il Governo  nazionale  va  incalzato
  con  azione  determinata,  deve essere  costretto  ad  intestarsi
  un'iniziativa politica straordinaria  nei  confronti dell'Europa,
  degli  Stati  Uniti d'America e della  stessa  Lega  degli  Stati
  arabi.
       In  politica  estera, purtroppo, non   abbiamo   un  disegno
  strategico dal punto di vista politico. Fra l'altro, di fronte ai
  drammi del mondo, l'anomalia di Berlusconi preposto ad interim al
  Ministero   degli    Esteri   non   ha   alcuna   giustificazione
  politicamente  accettabile.   Il   tentativo   di  collocare  gli
  interessi  economici   al   centro  dell'azione  diplomatica  sta
  producendo un  discredito  non facilmente rimediabile. Il mercato
  non è in grado  da  solo  di  produrre  una  maggiore  coesione e
  solidarietà, anzi  determina  ulteriori  frammentazioni  e genera
  meccanismi sempre più  potenti di polarizzazione dei poteri della
  ricchezza.
       Urge una  risposta  globale che agisca anche localmente.  La
  globalizzazione non  deve  essere considerata in contrasto con le
  diverse realtà  locali,  ma  piuttosto come un'opportunità per le
  singole comunità.  Il  processo  di  globalizzazione  va comunque
  governato;   il   ruolo   della  politica  è  indispensabile,  la
  globalizzazione non  governata  è  portatrice di nuove e profonde
  disuguaglianze.
       Solo una visione politica sostenuta da valori universali può
  valorizzare la  dimensione  comunitaria  e,  nello  stesso tempo,
  rispettare le singole identità. Urge una politica estera in grado
  di dare un  contributo  significativo per la realizzazione di una
  nuova qualità delle relazioni tra i popoli e le diverse nazioni.
       L'idea che i paesi ricchi debbano fare di  più  per  i paesi
  poveri   deve  trovare  risposte   politicamente   coordinate   e
  immediate. La proposta  di destinare l'uno per mille del prodotto
  interno lordo per  aiutare  i  paesi  in ritardo di sviluppo, che
  l'onorevole  Berlusconi  ha  lanciato  ieri, qui, in  Sicilia,  è
  insufficiente, è  inadeguata  perché  non  inserita  in un quadro
  programmatorio chiaro.  Fino  a  quando  l'Italia  farà prevalere
  soltanto una  politica estera impegnata a favorire esclusivamente
  gli interessi economici,  non potrà dare nessun contributo per la
  realizzazione di una nuova qualità delle relazioni tra i popoli e
  le diverse comunità.
       Il  conflitto in corso in Medio  Oriente  non  può  comunque
  essere considerato un  fatto circoscritto o limitato, è una sfida
  a  tutte   le   nazioni  e  una  gravissima  minaccia  all'ordine
  internazionale. Questa  guerra  non sta soltanto distruggendo due
  popoli, a  cui  tanti  Siciliani  sono  legati,  ma  minaccia  la
  sicurezza di  tante  regioni,  compresa  la  nostra.  Gli appelli
  accorati del Santo  Padre a superare la tragica situazione in cui
  versano  tanti   cittadini   indifesi   danno   il   senso  della
  drammaticità  degli   eventi   e  dei  rischi  ulteriori  che  si
  potrebbero determinare.
       Il  12 maggio la Margherita parteciperà  alla 'Marcia  della
  pace' che avrà luogo ad Assisi.  Gli organizzatori invitano tutti
  ad un impegno in  prima persona. 'Basta con gli appelli a Sharon'
  -  dicono  -,   'cominciamo   a   mettere  al  centro  le  nostre
  responsabilità e spendiamo  le  nostre  energie per dire basta ai
  massacri  e   soprattutto   alle   parole   leggere  che  non  si
  concretizzano mai in fatti concreti e positivi'.
       Gli avvenimenti di questi giorni devono far riflettere tutti
  coloro che a  vari  livelli  sono  impegnati  nelle istituzioni e
  agiscono nelle varie forze politiche.
       L'ideale di concorrere alla realizzazione di  un mondo unito
  non è un  sogno  irrealizzabile.  Nella dimensione locale, come a
  livello parlamentare,  i  rappresentanti  dei vari partiti devono
  superare la  categoria  del  nemico  e  approfondire l'idea della
  reciprocità.  La  fraternità  universale,  anche prescindendo dal
  messaggio cristiano,  non  è  stata completamente assunta solo da
  menti che hanno a  che  fare  con la storia del cattolicesimo, ma
  anche da qualche spirito libero, raro.
       Diceva Gandhi:  'La regola d'oro è di essere amici del mondo
  e considerare una  tutta  la  famiglia umana, chi distingue tra i
  fedeli della propria  religione  e  quelli di un'altra diseduca i
  membri  della  propria   ed   apre  la  via  al  rifiuto  e  alle
  irreligioni".
       Il  Cristianesimo  poi  ha compiuto un'autentica rivoluzione
  esistenziale,   culturale   e   politica,   introducendo   l'idea
  dell'umanità come  famiglia,  con  ciò  abbattendo  le  mura  che
  separano gli uguali  dai  diversi,  gli  amici  dai  nemici,  che
  isolano una città  dall'altra.  Quanto  poi  sia  centrale per la
  politica   la   scoperta   della   fraternità   lo   dice   anche
  quell'importante  evento  storico che costituisce uno spartiacque
  fra due epoche;  Chiara Lubih, nel suo intervento alla conferenza
  dei sindaci europei, ha dichiarato:  "La rivoluzione francese nel
  suo motto  libertà, uguaglianza e fraternità sintetizza il grande
  progetto politico  della  modernità",  anche  se  essa  stessa ha
  inteso i tre  principi  in  un  modo molto riduttivo.
       Se numerosi paesi, arrivando a costruire regimi democratici,
  sono riusciti in qualche modo a dare una certa realizzazione alla
  libertà e  all'uguaglianza,  la  fraternità  invece  è  stata più
  annunciata che  vissuta.  La  rivoluzione francese, nonostante le
  sue contraddizioni, aveva intuito ciò che l'esperienza successiva
  ha dimostrato: i  tre  principi  stanno o cadono insieme, solo il
  fratello può riconoscere piena libertà e uguaglianza al fratello,
  non si può  dunque  guardare  alla  fraternità come a qualcosa di
  ingenuo  o  di   superfluo   o  che  si  aggiunge  alla  politica
  dall'esterno;  per   realizzare   un   mondo   unito,  vivere  la
  fraternità, è  necessario,  anche  se  difficile, un mondo unito.
  Specie in queste  ore,  può sembrare un'utopia, eppure la Chiesa,
  parlando  di  un  nuovo  ordine  mondiale,  di  un  nuovo  ordine
  economico, di  globalizzare  la solidarietà, fa capire che questi
  ideali non  sono  soltanto  opzioni  facoltative  ma qualcosa che
  riguarda il cammino dell'uomo sulla terra.
       La politica deve avere un respiro valoriale  che  la animi e
  la  sostenga nel fare incontrare i bisogni  con  le  risorse,  le
  domande con le  risposte,  aiutando tutti ad avere fiducia, anche
  nei momenti più brutti.
       Noi sappiamo che anche oggi ci sono cittadini per i quali la
  città è estranea, è  come  se  non esistesse, cittadini per i cui
  problemi le  istituzioni  cercano con difficoltà le risposte; c'è
  anche chi si  sente  escluso  dal tessuto sociale, e separato dal
  corpo  politico  a   causa  della  mancanza  di  lavoro  o  della
  possibilità di  curarsi  adeguatamente.  La  politica, per potere
  intervenire efficacemente,  ha bisogno anche in Sicilia di creare
  le condizioni per un dialogo tra maggioranza ed opposizione. Solo
  dall'incontro  tra  esperienze  diverse  può  nascere  l'unità  e
  possono essere realizzati interventi per il bene di tutti.

     PRESIDENTE.  E'  iscritto  a parlare l'onorevole Ortisi. Ne ha
  facoltà.

     ORTISI. Signor  Presidente,  onorevoli colleghi, credo che, al
  di là delle increspature, tutto ruoti attorno ad un fatto che può
  sembrare nominalista, ma  che  non  lo è, cioè alla retrocessione
  del termine 'Terra  Santa' in 'Terra Sacra', perché è sacro tutto
  quello che  ognuno  di  noi  sente personalmente, individualmente
  come tale; è  santo  tutto  quello  che invece viene riconosciuto
  come  sacro  da  una  comunità,  dalle  sue  leggi,  dalle  norme
  comportamentali, dalle abitudini.
       Credo che quello  che  sta  avvenendo,  se vogliamo andare a
  fondo rispetto a  posizioni che ognuno di noi, per militanza, può
  esprimere, difendere,  argomentare,  sia  una retrocessione da un
  codice civilizzato a  un  codice ancestrale, cioè da una forma di
  convivenza, di  riconoscimenti reciproci, di valori alla barbarie
  di quello che avveniva migliaia di anni fa.
       L'uomo è  convinto che sta progredendo, perchè ogni famiglia
  nell'occidente è  ricca,  ha diversi televisori, diversi freezer,
  diverse macchine,  ma,  in  effetti,  sta retrocedendo in maniera
  terribile e irreversibile  verso il nulla. Questo spiega le forme
  di fanatismo che  si  diffondono nel mondo, le forme di fanatismo
  che  oggi   nella   terra  della  Palestina  hanno  l'acme  della
  riconoscibilità e  di  cui  ci  stiamo  interessando.  Ci  stiamo
  interessando con  la  presunzione  della  cultura  occidentale di
  giudicare i fatti  che avvengono in altre culture con i parametri
  della  cultura  occidentale  medesimi,  che sono fondamentalmente
  razionali, laici,  che  obbediscono  a  tutta  una  storia  ormai
  consolidata, da questo punto di vista, e che, però, si vorrebbero
  imporre nel  giudizio  e  nelle conseguenze comportamentali ad un
  mondo che  riconosce  come  propri, invece, soprattutto parametri
  mistici e  statici,  che poi giustificano nei comportamenti anche
  la decisione di  giovinette  di  sedici  anni  di  imbottirsi  di
  esplosivo e di farsi esplodere.
       Il Presidente  diceva,  in  apertura di seduta: deve esserci
  una ragione  perchè  quattro  documenti  delle Nazioni Unite sono
  stati disattesi.  Signor  Presidente,  questo  avviene  perchè la
  dimensione del  Sacro prevale sulla dimensione del Santo. Capisco
  che è preferibile  cercare  di  realizzare  un documento pieno di
  buone intenzioni,  ma  credo che un Parlamento debba essere anche
  l'Aula nella quale  si  riflette   e  si riflette sui fenomeni di
  fondo, dai   quali   poi  derivano  i  comportamenti  contingenti
  pragmatici.
       Signor  Presidente,  questo  avviene  perchè  prevale  ormai
  sempre  più  la  betise, cioè  la  stupidità  che  è ammantata di
  intelligenze,  di  furberie,  di  praticità;  in effetti guida la
  storia  del  mondo.  E  questo  avviene  oggi,  ancor più e ancor
  peggio,  perchè  si  è perso il rapporto tra fas et jus , perchè,
  quando  l'amico  e  collega Forgione implora da questo Parlamento
  che  si  faccia  giustizia  perchè  senza giustizia non c'è pace,
  perde  un  anello  fondamentale nel discorso, che è quello per il
  quale   giustizia   è  un  concetto  storico,  che  abbisogna  di
  riferimenti  trascendenti,  perchè  lo  jus  è la traduzione, nel
  mondo delle relazioni sociali, di quello che si ritiene fas, cioè
  lecito.  E  oggi  lecito si ritiene tutto;  e se tutto si ritiene
  lecito non ci può mai essere giustizia, di conseguenza non ci può
  mai esser pace.
       Non si tratta,  quindi,  di  schierarsi  con  Sharon  o  con
  Arafat, non si tratta  di schierarsi con la Fallaci o con Tiziano
  Terzani, si tratta  invece di riflettere a fondo sull'ipotesi che
  si possa lanciare una  sfida vera e rivoluzionaria, che è la rete
  globale   dei   sentimenti,   contrapposta   alla   rete  globale
  dell'economia e degli  interessi.  Questo è utopia  Ma è l'utopia
  che muove la  storia, tutto  il  resto  è  furberia, è interesse
  contingente.
       E, allora, tale  utopia  non  può che partire dal Parlamento
  siciliano, perché  il Parlamento siciliano rappresenta e condensa
  in sé la storia  di  un  popolo che da una parte ha sempre subito
  violenza, ha  sedimentato  il concetto, il sentimento di violenza
  subita;  non c'é  nella  storia  del mondo un popolo e una storia
  di un popolo che più e peggio dei siciliani hanno subito violenza
  a casa propria  -  tutto  l'elenco storico ve lo risparmio perché
  ognuno di voi è  più  preparato  di  me  su questo argomento - e,
  contemporaneamente,  il Parlamento siciliano rappresenta anche la
  storia di un  popolo  che, forse perché  martoriato, più e meglio
  degli altri, non  solo  come  cittadini  e come persone, ma anche
  come  classe  dirigente,  ha  espresso  e  meglio  realizzato  il
  concetto  di  tolleranza.
       Non sto qui,  ancora  una  volta, a ricordare quello che 900
  anni fa accadeva nella  nostra  terra, dove gli arabi, i greci, i
  romani,  i  siciliani  convivevano  non  solo  nei  comportamenti
  quotidiani ma anche nelle decisioni della classe dirigente.  L'ho
  detto in  altre  occasioni,  Ruggero  D'Antiochia,  900  anni fa,
  Ministro Plenipotenziario  di  Ruggero II, coniava una moneta con
  iscrizione  trilingue,   in  arabo,  in  greco,  in  latino,  per
  consentire contemporaneamente  ad ogni popolo che conviveva nella
  nostra martoriata terra  di leggere, di capire, di vivere secondo
  la propria  lingua, secondo le proprie costumanze, di conseguenza
  quella che era la realtà, non solo commerciale, della terra nella
  quale viveva.
       E, allora, in nome  di  questo,  in  nome  di  una storia di
  violenza subita e  in  nome di una storia di tolleranza espressa,
  il nostro Parlamento deve prendere quella decisione che suggeriva
  l'onorevole  Orlando,   di   farsi  promotore  di  una  serie  di
  iniziative che, però, non  si  fermino al colloquio a prova di TV
  fra  rappresentanti   di   diverse   realtà   culturali,  ma  che
  rappresenti di fatto  l'inizio  di una guerra - questa volta, si,
  santa, cioé  riconosciuta come sacra - di contrapposizione.  Qui,
  noi  ne   abbiamo  molte  volte  parlato  informalmente  fra  una
  dimensione dello spirito,  che  si  è  perduta  in  mezzo a tanto
  chiacchiericcio, e una dimensione degli interessi economici e del
  nulla verso il  quale  ci  stiamo  trasferendo  un  po'  tutti e,
  soprattutto, stiamo  trasferendo  i  nostri  figli,  con  il loro
  futuro e allora  ha  un  senso  l'intervento  di  un  Parlamento;
  altrimenti, ricadiamo  dove spesso siamo ricaduti per tanti anni,
  cioé   alla  dimensione  dell'apparenza,  dell'increspatura,  del
  superficiale.

     PRESIDENTE.  E' iscritto a parlare l'onorevole Pistorio. Ne ha
  facoltà.

     PISTORIO.  Signor Presidente, onorevoli colleghi, non ripeterò
  moltissime delle  cose,  ampiamente condivisibili, che sono state
  già dette e  che, ovviamente, definiscono un quadro drammatico di
  questa crisi cronica  e sempre più aspra, che contraddistingue un
  territorio e un  ambiente  nel  quale  anche la nostra Regione ha
  vocazioni, impegni,  aspirazioni  a recitare un ruolo importante,
  per le tante  cose dette sul Mediterraneo, sul partneriato, sulla
  possibilità  di   essere   crocevia   dello  sviluppo,  e  quindi
  certamente   non   siamo   non   soltanto   indifferenti,   siamo
  drammaticamente  coinvolti  in  questa  crisi delicatissima.
       Però vorrei che  noi tutti mantenessimo salda la capacità di
  analisi  di  questa   crisi.  Certamente  non  avrò  l'ardire  di
  produrre un'analisi di  questa  vicenda: in questi giorni abbiamo
  avuto modo  di  osservarne  anche  dottissime e qualificatissime;
  ieri ce ne era  una  sul  'Corriere della Sera', per larghe parti
  condivisibile,    dell'ambasciatore   Romano,   personaggio   che
  certamente vanta titoli e competenze superiori alla gran parte di
  noi, anche se  ovviamente poi ha valutazioni che sono personali e
  politiche,  ma   obiettivamente   questa  crisi  rischia  per  la
  drammatica contingenza del momento di far pendere il nostro punto
  di osservazione, il  nostro punto di vista soltanto da una parte.
  Ed è un  pericolo,  perché  rischiamo,  se  non siamo avvertiti e
  cauti, di non  cogliere  appieno il problema e involontariamente,
  come  già  sta   accadendo,  di  creare  terreno  facile  per  il
  reinsediarsi anche nel  nostro  Paese  di sentimenti antichi, non
  del tutto estirpati.  E  vi  dico,  per ragioni personali, avendo
  avuto  ripetute  occasioni  di  confronti,  anche  intimi,  anche
  familiari su questo  tema,  come  è  facilissimo lo scivolamento,
  rispetto   all'analisi   storico-politica,  dentro  i  pregiudizi
  antichi  che trovano  in  un  antisemitismo  inconscio  un  humus
  pericolosissimo.
       E' molto banale, ma per questo ancora più pericoloso, perché
  la banalità nasconde fondamenta e sedimenti pericolosi, scivolare
  in un  acritico  giudizio  antiebraico  rispetto alle asprezze di
  questa operazione  di  repressione  del terrorismo, che forse può
  essere    definita   ancora   più   duramente   che   repressione
  antiterroristica.
       E probabilmente è  questo l'errore più grande che il Governo
  israeliano di  Sharon  sta  commettendo, perché con l'asprezza di
  questa reazione -  perché di reazione si tratta - sta consentendo
  in   pezzi   significativi   della  comunità  internazionale,  ma
  soprattutto negli umori viscerali di tanti popoli, anche europei,
  il reinsediamento  di  questi sentimenti, dai quali dobbiamo, non
  solo rifuggire, ma  che  dobbiamo  combattere,  e  che  anche nel
  nostro  Paese   hanno   conosciuto   un   momento   politicamente
  delicatissimo.   Esprimo, per  quello  che  può  valere,  il  mio
  apprezzamento per il  comportamento  della sinistra storica e dei
  sindacati,   che    sono   sfuggiti   al   pericolo   di   essere
  involontariamente coinvolti  in un'operazione di falsificazione e
  di violenza della storia.
       Però una cosa vorrei che tutti tenessimo a mente: che quello
  che accade in  questi  giorni  è  il  frutto  avvelenato di tanti
  errori,  ma   certamente   anche   del   livello  della  crescita
  drammatica, esponenziale  di un attacco terroristico al cuore del
  popolo  israeliano.
       Non dobbiamo  dimenticare  che  il  popolo  israeliano,  per
  errori che sono stati  commessi,  è  oggetto  da molti mesi di un
  livello    di    attacco   terroristico   che   è   assolutamente
  intollerabile. E  il  fatto  che l'attacco terroristico venga per
  mano di giovani  disperati che si fanno kamikaze, che sacrificano
  la propria vita, non  deve  in  qualche  modo  rendere  a noi più
  semplice o più comoda la giustificazione, ma deve farci avvertire
  ancora di più  il  livello di pericolosità e di alterazione della
  capacità di dialogo.  Perché, ricordatevi che sono stati kamikaze
  anche gli uomini  di  Osama  Bin  Laden l'11 settembre, anch'essi
  erano dei  kamikaze,  eppure  la  comunità  internazionale non ha
  avuto alcun  dubbio  nel  condannare  aspramente  quell'attacco e
  nell'autorizzare  con  grande  solidarietà  il  popolo americano,
  perchè    di    popolo    si    tratta,    perchè    attorno    a
  quell'amministrazione, per una parte anche fortemente contrastata
  al proprio  interno,  per  qualche  verso  anche  non  pienamente
  legittimata dalla  sua  'intelligentia', eppure  tutto  il popolo
  americano ha  chiesto  la  reazione e la comunità internazionale,
  tutta insieme, lo ha accompagnato.
       Non si tratta della medesima questione, so perfettamente, ma
  noi dobbiamo cogliere  in  questo  un dato allarmante: primo, che
  alcune regole  nella  comunità  internazionale  devono valere per
  tutti e che il  terrorismo è un male da estirpare, certamente con
  interventi politici oltre  che  militari,  ma  non possiamo e non
  dobbiamo   ridurre   il   giudizio  sull'azione  israeliana  come
  un'operazione di rastrellamento fatta da una sorta di S.S., non è
  questo e non  deve  essere  questo  il  nostro giudizio. Anche in
  questa  vicenda   stiamo   cogliendo  l'inadeguatezza  del  ruolo
  europeo,   ma    l'inadeguatezza    del   ruolo   europeo   nasce
  dall'inadeguatezza delle istituzioni europee e dallo scarso grado
  di politicità di queste istituzioni.
       L'Unione  Europea   è  una  straordinaria  force,  un  forte
  meccanismo economico, ma  certamente  ha un deficit di politica e
  forse  anche  di  democrazia  nel  sistema  di  assunzione  delle
  decisioni politiche che, ovviamente, la rendono un nano quando le
  crisi e i  fatti  investono  per  intero  la  capacità  di essere
  istituzione  politica. Quindi non possiamo invocarla, consapevoli
  della sua  debolezza,  però  abbiamo  noi un'Istituzione da tutti
  riconosciuta,  che   è   la   sede   per   dirimere  i  conflitti
  internazionali, cioè l'ONU. Il richiamo alle risoluzioni dell'ONU
  è certamente il  migliore  aggancio giuridico a cui agganciare le
  azioni della politica e certamente da lì bisogna partire, insieme
  ad  una   fortissima   capacità  di  pressione,  di  impegno,  di
  sollecitazione  perchè  il  Governo  israeliano  abbandoni questa
  strada senza  ritorno  dell'escalation  militare  in  reazione al
  fenomeno terroristico.
       E però una cosa  va detta, cari amici, anche della sinistra,
  forse più attenti ai temi e alla sensibilità dei palestinesi: non
  possiamo e non dobbiamo commettere l'errore di giudicare soltanto
  gli errori  dello  Stato  israeliano  e della leadership ebraica,
  perchè l'idea di  far  salvo  sempre,  in  quanto in qualche modo
  soccombente, il leader palestinese Arafat è un gravissimo errore.
       Anche in  questo caso sono stati commessi errori drammatici,
  avere detto di  no  ad  un'ipotesi  di  accordo,  anche debole ma
  certamente che faceva  avanzare  lo  spazio  per l'intesa, con il
  governo Barak sui territori è stato un gravissimo errore ed avere
  puntato da  un  canto  sull'Intifada  e dall'altro avere coperto,
  forse, più  di  un occhio sull'escalation terroristica dei gruppi
  estremistici di Hamas  e  di  Jihad,  oggi  si  rivela  un errore
  drammatico anche per quella leadership.
       Le colpe, come sempre, non stanno mai da una sola parte e se
  questa Assemblea  avrà  la sensibilità di costruire un documento,
  un ordine  del  giorno  che, nella  condanna di questa escalation
  militare  israeliana  per  reagire  agli  attacchi terroristici -
  perchè di questo si tratta -, riuscirà a dare il senso pieno, non
  solo della complessità  ma delle iniziative opportune per dire la
  nostra parola, sebbene  piccola,  su  questa crisi, il Gruppo dei
  Cristiano democratici voterà quel documento.

     PRESIDENTE. E'  iscritto  a  parlare  l'onorevole Virzì. Ne ha
  facoltà.

     VIRZI'. Signor  Presidente,  onorevoli colleghi, io credo che,
  anche col retropensiero  che  possiamo  avere  un  po' tutti, che
  forse ci sarebbe stato più gradito essere chiamati a pronunciarci
  su cose più vicine,  premesso ciò, credo che abbiamo il dovere di
  prenderci assolutamente sul  serio,  nel momento in cui siamo non
  soltanto il più  antico  Parlamento  d'Europa  ma  il  più antico
  Parlamento  d'Europa  che  nasce  in  una  Regione  centrale  nel
  Mediterraneo  e  che è stato crocevia, punto di incontro fecondo,
  fra  diverse civiltà. Laddove io credo che dobbiamo tutti insieme
  rifuggire  da un certo tipo di oleografia buonistica che riguarda
  la storia.
       La  sintesi si è fatta ma  si  è  fatta  con  la  forza,  ha
  prevalso nel nome e nel  segno delle armi, la civiltà occidentale
  contro gli arabi in Sicilia  nulla nella storia del mondo moderno
  è accaduto per le vie  lunghe  e  meditabonde del pensiero, degli
  incontri e delle preghiere.
       Tutta la storia del mondo moderno è storia di conflitti come
  avviene anche socialmente, non  ci  sono  soltanto i conflitti di
  classe  individuati  da Carlo  Marx.
       Io credo giustamente nel momento in cui si analizza un certo
  tipo di società dell'Ottocento, ci sono e riemergono frontalmente
  altre cose che agitano il mondo al di là dell'economia.
       Ci sono le grandi religioni,  ci  sono  i  grandi  filoni di
  pensiero, ci sono tutte  quelle  cose  invisibili  che  fanno una
  comunità, ci sono tutte quelle  cose  che con tutti i loro errori
  ed orrori debbono comunque  comportare  il  loro  rispetto perchè
  nascono da sentimenti altrettanto sinceri dei nostri.
       Allora  è utile l'appello  del  Presidente  Lo  Porto  a  un
  dibattito che non si  prestasse  ai  facili  fumi  del  pacifismo
  unilaterale in kefiah e  magari  con qualche bomba nascosta sotto
  la giacca.
       Non utile un certo  tipo  di  terminologia  corrente  perchè
  francamente  dobbiamo  ricordarci  che  i  kamikaze della seconda
  guerra mondiale camminavano con la bandiera della propria nazione
  sulla fusoliera e colpivano obiettivi militari.
       Non si abbattevano su  civili facevano sacrificio nel nome e
  nel segno di tutto ciò  che  possiamo noi con la nostra mentalità
  definire patria e che per  i  giapponesi  era anche religione. Ma
  nel nome del combattimento  fra  militari.
       Noi oggi assistiamo  a  una  assoluta  <plebeizzazione>  del
  conflitto che mette in prima linea perfino gli innocenti.
       E' una barbarie  che  era  iniziata  già  un po' prima della
  seconda  guerra  mondiale  con  i  bombardamenti  terroristici  a
  tappeto su obiettivi civili  e  che oggi credo che conosca il suo
  momento apicale anche se  credo  che  il  futuro  ci  dirà che ci
  eravamo sbagliati perchè il peggio lo vedremo ancora.
       Io credo quindi che se come Parlamento noi ci diciamo che ci
  riconosciamo il diritto di  produrre un documento politico su una
  materia così esplosiva è il  caso  di dirlo io credo che dobbiamo
  produrre  un  documento  equilibrato,  all'altezza  della  nostra
  funzione  non  di  consiglio regionale ma di Parlamento insediato
  nel  cuore  del  Mediterraneo senza unilateralismi, senza slogan,
  senza pacifismi  a  senso  unico  e  siccome  non avrà accesso al
  documento finale,  almeno lo voglio sperare io mi permetto qui di
  dissentire    anche   nelle   forme   semantiche   dall'approccio
  dell'onorevole Orlando.
       Non si può  parlare  di  terrorismo a proposito di uno stato
  mobilitato non soltanto  per  la difesa dei propri confini ma per
  la difesa delle parti più interne del proprio territorio.
       Io credo che  sia giuridicamente inconcepibile equiparare il
  terrorismo alla mobilitazione per  l'autodifesa  da  parte di uno
  stato in cui sono avvenute fra l'altro elezioni democratiche.
       Io ricordo  che  ragazzino  dubitoso  mi  spiegavano  che la
  democrazia nasce in piazza dall'esibizione di un coccio d'argilla
  che si chiamava 'ostrakon'.
       Io  credo   che   oggi   certi  rappresentanti  che  vengono
  riconosciuti anche  a  livello  internazionale  più  che  con gli
  'ostrakon' siano stati eletti con le pallottole.
       Chi li ha  posti,  che investitura popolare hanno in nome di
  che cosa, se non in  nome  di  una speranza futura rivendicano la
  legittimità a trattare come uno stato?
       Io   credo  che   noi   altrettanto   serenamente   dovremmo
  riconoscere che se un fermo  richiamo  nel  nome e nel sentimento
  della pace noi abbiamo il  diritto  e il dovere di lanciare verso
  Israele ma le stesse cose le  dobbiamo  a  dire,  cari  amici , a
  Siria e Giordania perchè non  è  pensabile  che  in  questi stati
  avvengano delle parate paramilitari in cui kamikaze si esibiscono
  in  pubblico,  che  vengano  montate  intere  batterie di missili
  katiuscia ai  confini  con  lo Stato d'Israele e che gli eserciti
  nazionali  di questi stati sovrani rappresentati all'Onu di nulla
  si accorgano?  C'è  un occhio di tolleranza, di riguardo verso la
  Jihad, verso gli  Hezbollah,  verso  Hamas  da  parte  di Siria e
  Giordania.  C'è una sintonia spirituale perfino nei paesi che noi
  definiamo moderati e  che  poi  invece  sono più fondamentalisti.
  Noi abbiamo per moderati i rappresentanti feudali della monarchia
  ereditaria ed  assoluta  dell'Arabia Saudita che rappresentano un
  pezzo di Medioevo  trapiantato  nel mondo moderno, e li chiamiamo
  moderni perché  fanno  commerci  con gli Stati Uniti d'America ed
  hanno  a  che   fare   con   i   petrolieri  del  Texas,  con  le
  multinazionali, ma  non  sono  affatto moderati, sono addirittura
  Wahabiti,  cioè   coloro   i   quali   rifuggono   dalla  civiltà
  occidentale.
       Ed allora gli  inviti alla pace, per essere seri, per essere
  congruenti, per  essere  conducenti,  non devono essere fatti nel
  nome e nel  segno  di  storiche  simpatie  ideologiche,  perché è
  indubbio che in un certo momento il mondo arabo divenne strumento
  del  blocco  dell'Est  in  funzione antiamericana, quindi vecchie
  nostalgie storiche  di  un mondo che non c'è più.
       Allora io credo da nazionalista, perché  mi sento di poterlo
  dire in  quest'Aula,  da  nazionalista  sento  di  portare il mio
  rispetto a  tutti  coloro che difendono la Terra in cui è sepolto
  il Padre,  la Terra che viene lavorata e in cui verrà sepolto. Mi
  sento col  cuore  accanto  agli  uomini  che  difendono  la  loro
  religione, la  loro  tradizione,  anche  nel  nome e nel segno di
  bandiere e  simboli  diversi.  Quindi,  credo  che  alto  e forte
  dobbiamo dire  insieme  alla parte più ragionevole del mondo, che
  tassativamente  deve  essere senza retropensieri, riconosciuto il
  diritto  all'esistenza  dello  stato d'Israele, che nessuno stato
  arabo deve  giocare  a  strizzare un occhio al terrorismo arabo e
  dobbiamo  dire,  altrettanto  chiaro  e  forte, che i Palestinesi
  hanno diritto  ad  una  loro  patria  e  ad  un  loro  stato, con
  equilibrio, come si conviene ad un parlamento che deve licenziare
  un documento  di  cui  non  si  conosce  la  fortuna ma che viene
  affidato  al  'torrentello'  della  storia,  per  quello  che può
  valere.  Noi  siamo  stati  questo,  noi  non  ci  siamo lasciati
  trascinare  dalle  nostre  passioni,  abbiamo  messo  in campo un
  sentimento comune,  io  credo,  al  di  là  delle bandiere, delle
  storie  personali  e  dell'ideologia.  Il  desiderio  oggettivo e
  l'utilità  oggettiva  della  pace  nel  Mediterraneo,  da cui può
  provenire soltanto  benessere  e  sviluppo per tutti i popoli che
  insistono su  questo  mare,  mare  che  ha visto la nascita della
  civiltà.  Ed  allora, i nostri sentimenti, rispettabili quelli di
  tutti,  debbono  esprimersi  con  parole caute, con parole sagge,
  senza unilateralismi, senza esibizioni di muscoli, senza pietismo
  e senza  buonismo  a  senso  unico. Credo che tutti insieme siamo
  nelle  condizioni  di  farlo, dando  un  buon  esempio  al  resto
  dell'Europa.

     PRESIDENTE. E'  iscritto a parlare l'onorevole Speziale. Ne ha
  facoltà.

     SPEZIALE.  Signor Presidente, onorevoli colleghi, la ringrazio
  per la  sensibilità  che  ha  dimostrato  nel  permettere  che il
  Parlamento   regionale   potesse  discutere  una  questione  così
  delicata che  sta  sconvolgendo le coscienze di milioni e milioni
  di uomini.
       Accolgo l'invito  di chi sostiene che dobbiamo affrontare la
  questione con la  pacatezza  e  l'equilibrio  che competono ad un
  Parlamento.
       Tuttavia  dobbiamo  sapere  introdurre dei distinguo, capire
  fino in  fondo  qual  è,  in  questo  contesto,  il ruolo che noi
  ricopriamo, e  capire  che,  in questo momento, si sta consumando
  una  tragedia  che  rischia  di  riprodurre  nel mondo sentimenti
  anti-religiosi,  sentimenti anti-islamici, sentimenti anti-semiti
  e che,  quindi,  c'è  il  nocciolo di una questione mondiale, del
  rischio di  un coinvolgimento, di una espansione; ed è la ragione
  primaria per  cui  noi  dobbiamo,  in  tutti  i  modi, cercare di
  circoscrivere  la  questione mediorientale ed impedire che questa
  abbia uno  sconfinamento;  e per fare questo noi dobbiamo partire
  da  un  elemento  che  deve  farci  riflettere  e  che  deve  far
  riflettere tutti, in particolare il nostro Parlamento.
       C'è, all'origine  della  questione  palestinese, una  grande
  questione  mondiale,  questa  grande questione mondiale si chiama
  ingiustizia e  disuguaglianza  tra  le  zone  povere  del mondo e
  quelle  ricche  che  poi  vengono,  in  qualche  modo,  trasmesse
  attraverso altri canali.
       C'è un modo,  quindi,  per  aggredire  le  ingiustizie  e lo
  squilibrio che sono fonti  esse  stesse  di  rischi di guerra nel
  mondo? E' possibile intervenire  e capire qual è il sentimento di
  una giovane o di  un  giovane palestinese che vivono in un ghetto
  senza strade, acqua,  luce,  fogne,  senza una prospettiva, senza
  che possa vedere  che  quella  Terra  possa  diventare comunità e
  Stato, possiamo ridare a  questi popoli una speranza? Perché lì è
  l'origine.
       Per  cui  io  non   condivido   chi  pensa  che  i  kamikaze
  palestinesi siano la stessa cosa  di  Bin Laden; una cosa è l'uso
  del terrorismo mondiale per  scardinare  un  ordine  e per creare
  condizione  di  guerra,  altra  cosa  è,  invece,  la  condizione
  disperata  di giovane e  di  giovani  che  vivono  in  condizioni
  disperate.
       Allora la prima questione  che  si  pone è come noi possiamo
  contribuire a ricostruire un nuovo ordine mondiale e in che modo,
  questo nuovo ordine  mondiale,  deve tenere conto della necessità
  di una contaminazione tra  culture  diverse  e  in  che  modo  si
  aggrediscono le disuguaglianze  e  gli  squilibri  territoriali e
  geografici.
       E' questa la prima  questione  e la prima debolezza che oggi
  viene manifestata.
       La vicenda  palestinese  sta  dimostrando,  tutta intera, la
  debolezza  della   comunità   internazionale   e   la   debolezza
  dell'unione europea; non  c'è  appello che tenga, non c'è ragione
  che tenga, che  fa  recedere,  soprattutto  in  questo  caso, gli
  inviti pressanti che  vengono  fatti  nei  confronti  dello Stato
  d'Israele,  perché,  immediatamente,  possa  ritirare  le  truppe
  dall'occupazione degli Stati palestinesi e qui c'è, tutta intera,
  una  debolezza  di  un  ordine  che  dimostra  tutta  la  propria
  precarietà, un ordine  mondiale che noi riteniamo vada rafforzato
  e ricostruito, che in lui vengano ripristinate autorità che oggi,
  pur esistendo, non hanno  nessuna  funzione e nessun compito ed è
  per questo che io penso, onorevole Presidente dell'Assemblea, che
  noi  dobbiamo  augurarci  che  le  risoluzioni  dell'ONU  vengano
  rispettate.
       Oggi l'unico luogo  dove  si  può  dibattere sulle questioni
  internazionali, dove gli Stati  possono dibattere, è l'ONU, e noi
  dobbiamo insistere, con forza,  che  l'ONU  sia  il luogo dove si
  ripristini l'autorità  mondiale,  attraverso  la  possibilità che
  vengano dati nuovi strumenti all'ONU di intervenire.
       Ora, come è  possibile  non ricondurre a questa questione il
  fatto che lì, l'ONU, più di una volta, in diverse risoluzioni, ha
  chiesto tutto il rispetto  per  lo  Stato  di  Israele,  ma nello
  stesso tempo ha chiesto  di  ritirare  le  truppe  e  Israele  si
  rifiuta, non permette neanche l'ingresso di osservatori dell'ONU?
       Qual è la ragione di questo rifiuto che sta nella tracotanza
  di un atteggiamento, in  questo  caso  del  Governo israeliano, e
  nella debolezza di  intervento  da  parte  dell'ONU che determina
  condizione  di  incertezza,   di   insicurezza   e  che  potrebbe
  determinare condizioni di espansione della guerra?
       Ed è questa una  questione,  non  sollevata  da  altri,  che
  intendo porre alla  valutazione  dei  colleghi  parlamentari;  in
  primo luogo si rispettino  le  risoluzioni  dell'ONU  e  noi  che
  abbiamo una visione  parziale  delle  questioni  che  sono  state
  sollevate  all'interno  del  rapporto  nei  Paesi  mediorientale,
  dobbiamo,  in  qualche   modo,  rifarci  a  quella  autorità;  il
  Parlamento regionale, nel dispositivo che da' per approvare, deve
  riconoscere e deve invitare lo stato d'Israele al rispetto totale
  delle risoluzioni che sono  state  prese  dall'ONU per la vicenda
  mediorientale,   che    si   muovono   sostanzialmente   su   due
  questioni:  la  prima,  imprescindibile,  il riconoscimento dello
  stato  di  Israele,  lo  dicevo  inizialmente, anch'io avverto il
  rischio  che  possa risollevarsi nel mondo una cultura antisemita
  per   responsabilità   primaria   dello   stesso  Sharon,  per  i
  comportamenti dello stesso Sharon che finiscono col rappresentare
  lo stato  di Israele e gli israeliani, che sono state vittime nel
  corso della  storia, come quelli che voglio utilizzare gli stessi
  strumenti per reprimere e scardinare un intero popolo che è lì da
  oltre   due  mila  anni.
       Noi  dobbiamo  rifuggire  da qualsiasi sentimento antisemita
  che può pervadere le coscienze del mondo.  Nello stesso tempo noi
  dobbiamo  dire  che  vogliamo  il riconoscimento senza indugi del
  diritto dello  stato di Israele a poter avere un proprio stato, a
  vivere  in sicurezza e contemporaneamente questo vale per l'altro
  stato, lo  stato  palestinese.  E  uno  Stato  è  Stato quando la
  comunità  riesce  ad  avere  regole  certe,  comportamenti certi.
  Quando un  ragazzo  si  alza  la  mattina  e  sa che può andare a
  scuola,  quando  un  ammalato  sa  di  potere  ricorrere  ad  una
  struttura sanitaria,  sa  che c'è un riferimento ad un sentimento
  comune  che  viene  definito  nella  coscienza  generale "patria"
  un'identità   nazionale   che  oggi  viene  fortemente  messa  in
  discussione  attraverso  le  diseguaglianze  e la mancanza di una
  prospettiva, di  una certezza.
       Questa è  la  grande  difficoltà   Al di là dello schierarsi
  dall'una e  dall'altra  parte, il compito primario è di insistere
  affinchè non  ci  sia  un  terreno  di  guerra che risolva queste
  questioni  drammatiche.  Non  è  il terreno della repressione che
  risolve  le  questioni drammatiche poste dal Medio-oriente, bensì
  un terreno  possibile  che  è quello della pace, della trattativa
  che restituisca  alla  politica  e  al governo mondiale le grandi
  questioni che  sono  oggi  di  fronte la nostra attenzione.  Guai
  pensare che  la  scorciatoia  del  ricorso  alle  armi,  anche in
  condizioni drammatiche e difficili, possa determinare equilibri e
  pace.  Guai a pensarlo, perchè quello che sta avvenendo nel mondo
  è invece  l'alimentazione  di altri focolai di guerra che possono
  coinvolgere in  primo  luogo, visto che sono qui vicino, anche la
  nostra  regione.  Vengono  interrotti i processi avviati, lo dice
  l'onorevole Orlando, il libero mercato che avremmo nel 2010 viene
  minato dal rischio di un'espansione di una guerra dietro di noi a
  qualche  centinaio  di  chilometri  dalla  nostra  regione.  Ecco
  perchè io  penso  che  la  risoluzione  e  l'impegno nostro debba
  essere affinchè  si  arrivi  alla trattativa e alla pace, sapendo
  bene che  ci  sono  due  direttrici  fondamentali:  la  prima  il
  riconoscimento di  un  popolo  che  ha  subito la repressione, il
  popolo   israeliano,   che   ha   diritto  al  proprio  stato  e,
  contemporaneamente,  l'esistenza  di  un altro stato, di un'altra
  comunità,  che abbia propri valori di riferimento che rispettiamo
  e che  dobbiamo  sostenere  a  diventare  stato.  Perchè  se  non
  interveniamo  in  Palestina,  se  non  permettiamo  al ragazzo di
  andare a  scuola,  all'ammalato  di  poter andare in ospedale, di
  potere avere  la  certezza di lavorare ogni giorno, che si vivano
  le  relazioni  sociali,  è  chiaro  che,  come  dice  l'onorevole
  Andreotti,  tanti  possono  diventare  kamikaze, anche tuo figlio
  onorevole Pistorio, anche mio figlio, in quelle condizioni in cui
  vedono nebulosa la prospettiva per se stessi e allora non possono
  che ricorrere  ad atti estremi.  Sono però le ingiustizie in quei
  luoghi le  cause degli atti estremi, ed è dovere fondamentale del
  nostro Parlamento fare appello affinchè si guardi a quei popoli e
  si   possa   intervenire,   ad  esempio,  come  diceva  il  Papa,
  cancellando i  debiti  che  hanno  con i Paesi.
       Infatti, non  c'è  solo il problema del Medio-oriente, ma il
  problema   degli  squilibri  nel  mondo  che  possono  costituire
  condizione di rischi e di guerra.
       Concludo,  dicendo  che dobbiamo il più possibile rafforzare
  linee strategiche:  restituire autorità all'ONU; fare in modo che
  il  processo  avviato  in Europa possa vedere nell'Unione europea
  non solo il luogo dove si è affermata la nuova moneta, ma dove si
  afferma una  nuova  strategia  che abbia la forza, l'autorità, il
  prestigio  per  potere  intervenire  in  situazioni  del mondo ed
  affermare un  semplice  concetto:  la  pace  e la trattativa come
  unici strumenti per potere risolvere le questioni mondiali.

     PRESIDENTE. E' iscritto  a  parlare l'onorevole Spampinato. Ne
  ha facoltà.

     SPAMPINATO.  Signor  Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio
  il  Presidente  dell'Assemblea  regionale per la sensibilità e la
  celerità con  la quale ha fatto suo l'invito venuto da più gruppi
  parlamentari affinché  si affrontasse in questa Aula un tema così
  gravoso, così importante.
       Lo ringrazio anche per  le  indicazioni che all'inizio della
  seduta  ci ha dato nel  chiederci  di  fare  interventi  che  non
  riproponessero  temi   propagandistici,   ma   temi   costruttivi
  documentati  che potessero dare  un  reale  contributo  a  questo
  delicato tema.
       Ecco perché nel mio  breve  intervento  volevo  riportare un
  documento,  che  ritengo  importante  per  questo  dibattito.  Un
  documento  che  è  stato  pubblicato  qualche  giorno  fa  in  un
  quotidiano  nazionale  da  un  ufficiale  riservista  israeliano,
  che oggi è in una  prigione  israeliana  perché  ha  rifiutato di
  tornare a combattere una guerra che non ritiene sua.
       Permettetemi  di  leggere  brevemente alcuni passi di questa
  lettera.  E'  una  lettera  che  è inviata al ministro competente
  israeliano e  dice:  'Io mi rifiuto di servire solo nei territori
  occupati  palestinesi,  come ho fatto negli ultimi quindici anni.
  Io rifiuto  di  servire  l'esercito israeliano in ogni forma. Sin
  dal 29 settembre del 2000 l'esercito israeliano ha condotto una -
  qua viene  qualificata  guerra,  ma io appunto per cercare di non
  cadere  nella  faziosità  evito  la qualificazione del sostantivo
  guerra  -  contro  l'autorità  palestinese. Questa guerra include
  esecuzioni   extragiudiziali,   omicidi   di   donne  e  bambini,
  distruzione  di infrastrutture della popolazione palestinese. Voi
  avete seminato  terrore  e  disperazione  ma non siete riusciti a
  raggiungere   il   vostro   obiettivo   fondamentale.  Il  Popolo
  Palestinese   non  ha  rinunciato  ai  sogni  della  sovranità  e
  dell'indipendenza.  Anche  gli  Israeliani sono vittime di questa
  guerra,   vittime   della   scellerata   ed   errata  aggressione
  dell'esercito  di  cui  lei  è  responsabile.  Anche  quando  lei
  intraprese  i più terribili attacchi contro il popolo Palestinese
  non ha compiuto il suo dovere.
       Come ebreo io mi  ribello  ai  crimini  che  questa  milizia
  commette contro il popolo Palestinese. E' mio dovere come ebreo e
  come  essere  umano  rifiutarmi  di  avere  in  ruolo  in  questo
  esercito. Come figlio di persone vittime dell'olocausto non posso
  avere un ruolo nella vostra  politica insana. Come essere umano è
  mio dovere no partecipare  a  qualsiasi  istituzione che commette
  crimini contro l'umanità.'
       Credo  che  questo   testimonia   in   maniera   chiara   ed
  inequivocabile quello che  diceva  nel suo intervento l'onorevole
  Orlando. La prima vittima  di  questa politica, della politica di
  aggressione  del  Governo   israeliano   è   proprio   il  popolo
  Israeliano.
       Si deve ribadire con  forza  il  concetto:  due  popoli, due
  nazioni. E' questo che  noi  necessariamente  dobbiamo tendere ad
  ottenere.
       Risulta evidente che la  guerra  non  è  lo strumento idoneo
  alla risoluzione del conflitto.
       L'occupazione israeliana sicuramente  non  contribuisce alla
  lotta al terrorismo, terrorismo che  noi  condanniamo  con forza.
  Noi  abbiamo un obbligo da questa  Aula,  piccolo  rispetto  alla
  grandezza del problema, di dare il  nostro  contributo, il nostro
  aiuto a tutti gli uomini e alle donne che con forza e fermezza si
  oppongono a questa barbarie e promuovono  il dialogo fra le forze
  democratiche  delle parti. Ecco perché,  così  come  hanno  fatto
  tanti altri colleghi prima di me, credo  che il documento, che mi
  auguro andremo a votare in maniera  unitaria tutto il Parlamento,
  preveda  innanzitutto, ancora  una   volta,  il   rispetto  delle
  risoluzione dell'ONU, occorrerà prevedere  il  ritiro necessario,
  preventivo dell'esercito israeliano per poter dare vita in queste
  condizioni,  senza  nessuna  oppressione ad  un  vero  e  proprio
  negoziato per la pace.
       Ritengo che non sia da sottovalutare, anzi da risottolineare
  e  riproporre  l'invito  fatto  ancora  una  volta dall'onorevole
  Orlando,  rivolto  a  lei,  Presidente  dell'Assemblea,  e  a lei
  Presidente  della  Regione, affinché vi facciate portavoce di una
  richiesta  di  questa  Aula,  che  possa  diventare il Parlamento
  siciliano un luogo di trattativa, di mediazione e di pace
       Dobbiamo dare  un  segnale  del dibattito di oggi, credo sia
  necessario   verificare   la   possibilità   di   ipotizzare  una
  delegazione  dell'Assemblea  che  possa  andare  in questi luoghi
  oggetto di questa guerra.  Se ciò si verificasse, io le chiederei
  di far parte di questa eventuale delegazione.

     PRESIDENTE. E' iscritto a parlare  l'onorevole  Croce.  Ne  ha
  facoltà.

     CROCE.  Signor  Presidente, onorevoli  colleghi,  la  politica
  estera  non  è mai stata il mio punto  di  forza  ma  credo  oggi
  intervenire sia un preciso dovere;  intervengo con partecipazione
  personale ma rappresentando il gruppo di Forza Italia.
       Mai come  in  questi ultimi giorni, il Medio oriente è stato
  così in  fiamme;  per  quello  che  mi  ricordo nemmeno alla fine
  degli anni  sessanta,  erano  i  tempi  di  Nasser, i tempi della
  chiusura del  canale di Suez, si registrò una escalation militare
  così  drammatica.  Le  notizie  che  continuano ad arrivare dalla
  Palestina   testimoniano  il  continuo  avviarsi  di  una  grande
  tragedia per  certi aspetti epocale. Una guerra che non potrà che
  avere solo sconfitti e nessun vincitore.
       E'  difficile  commentare uno scenario umano e politico così
  drammatico  e  così complesso, non è facile e forse non è nemmeno
  corretto  distribuire torti  e  ragioni.  Siamo  di  fronte  alla
  tragedia di due  popoli  alla disperata ricerca delle condizioni,
  della loro dignità e della loro sopravvivenza.
       Il nostro compito è affermare la  volontà  di tutto il mondo
  per la pace e la convivenza di questi due  popoli: gli ebrei ed i
  palestinesi, entrambi legittimati a  vivere  in  quei  territori,
  liberamente ognuno con un proprio stato  autonomo.
       Ringrazio  l'onorevole  Forgione per avere affrontato questo
  aspetto quando  lui  riferisce:  due  stati  per  due  popoli, la
  centralità della vita democratica di due popoli.
       Come un'altra affermazione molto puntuale, precisa, corretta
  che richiama il  futuro  di  questa  nostra  terra,  e l'ha fatta
  l'onorevole Orlando.
       Direi,  non  soltanto di questa Sicilia dobbiamo parlare ma,
  in questo  momento, di  tutti  i  cittadini  del  mondo,  tutti i
  cittadini del  mondo come uomini liberi e quindi per affermare la
  dignità  umana  che  non può essere offerta allorquando in questo
  momento,  mentre  noi  stiamo  parlando,  uomini, donne e bambini
  vengono uccisi;  quindi i temi centrali del dibattito che oggi si
  sta svolgendo  in questa Aula, i temi centrali che debbono vedere
  il Parlamento rispondere in maniera unanime su un argomento che è
  stato   di   per   sé   sottolineato  con  forza  dal  Presidente
  dell'Assemblea   regionale,   onorevole   Lo   Porto,  nella  sua
  introduzione ai lavori.
       Quindi  un documento ragionato, un documento equilibrato, un
  documento  che  rappresenta  la  realtà  del momento politico che
  stiamo  vivendo.  E  quindi,  quando  affrontiamo questi temi non
  possiamo  dividerci,  come   non   è  possibile  rinviare  ancora
  l'argomento.
       La  questione  va  affrontata come è stata affrontata, debbo
  dire,  in  maniera   precisa  e  con  grande  forza.  L'onorevole
  Forgione  richiamava  un  passaggio  fondamentale,  che  ieri  il
  Presidente del Consiglio  de Ministri, onorevole Berlusconi, ebbe
  a dire  alla  Conferenza internazionale E-Government, allorquando
  affrontava questo problema come un problema mondiale.
       E quindi le conseguenze di una situazione che se non è posta
  in   termini  immediati,  urgenti  dal  punto  di  vista  di  una
  riapertura del negoziato, e quindi la possibilità di un ritiro di
  Sharon  dai  territori  occupati  e quindi l'avvio, ripeto, senza
  preclusione,  l'avvio con grandi iniziative tendenti a sviluppare
  un ragionamento  di  pace, quindi per dare a questi popoli quello
  che dicevamo prima.
       Ecco  perchè  siamo  qui  oggi  a dibattere questo problema,
  grazie  al  Presidente  dell'Assemblea,  grazie ad altri colleghi
  che  hanno fatto richiesta con delle motivazioni che stanno tutte
  dentro   le  cose  che  ci  stiamo  dicendo  qui  in  quest'Aula.
  D'altronde, questo  Parlamento non ha mai mancato un appuntamento
  importante nella  sua storia, e credo che non lo mancherà neanche
  oggi  allorquando  sentiremo anche le parole del Presidente della
  Regione, che  sicuramente  si  collocherà  nell'ambito  di questa
  risoluzione  che  già è nell'Aula.
       Si   sente   che  questo  Parlamento  chiede  con  forza  il
  ripristino  della  legalità e quindi l'abbandono della violenza e
  del terrorismo.  E  allora questo mi pare il senso delle cose che
  io, per la mia  parte  politica,  sto cercando di rappresentare a
  questo Parlamento.
       Quindi,  caro  Presidente,  bisogna fare le dovute pressioni
  politiche e diplomatiche  sia  sulle  autorità  palestinesi che a
  quelle israeliane perchè sconfessino e blocchino i terroristi, ed
  è importante  che  attorno  a  questa  prospettiva di pace questo
  Parlamento individui  parole  equilibrate  e  di  sostegno per la
  ricerca della  pace  nel rispetto delle ragioni di ciascuna delle
  due parti.
       Mi  pare  che abbiamo ascoltato un po' tutti colleghi quando
  si  riferivano  alle  risoluzioni  dell'ONU  e  quindi  anche  il
  compito  in  questo  momento  difficile  ma  determinante che sta
  avendo il Segretario generale  Colin  Powell  che  è una missione
  difficile ma nella  quale  si  riconoscono  anche  le  segreterie
  generali dell'ONU, l'Unione europea e la Russia.
       Ecco, questo  è  il  vero tema. E quindi noi adesso dobbiamo
  approvare una risoluzione  che  attraverso  un  ordine del giorno
  possa così contribuire alla pace nel mondo.

     PRESIDENTE.   Prima  di dare la  parola  al  Presidente  della
  Regione,  vorrei  pronunciare  un  brevissimo  apprezzamento  per
  quello  che è accaduto  questa  mattina  all'Assemblea  regionale
  siciliana.   Molti  lo  avete  sottolineato,  io  non  posso  che
  associarmi  a  questa  valutazione,  di  un  momento  essenziale,
  partecipativo  che qualifica  l'intero  Parlamento.  Qualcuno  ha
  aggiunto che è piccola cosa  rispetto alla enormità del problema.
  Questo è  vero ma i venti della  storia  sono  molti.  Il  nostro
  piccolo zefiro, probabilmente,  contribuirà  ad alimentare questo
  vento di pace che vogliamo diretto in Medio Oriente.

     CUFFARO, presidente della Regione. Chiedo di parlare.

     PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

     Cuffaro, presidente della Regione, grazie  Signor Presidente e
  un  grazie  il  Governo  vuole  esprimere  all'intero  Parlamento
  associandomi al suo apprezzamento  e alla sensibilità dell'intero
  Parlamento,  quindi  del  Governo,  per   la  pacatezza,  ma  non
  soltanto,  anche  per  la  determinazione   con   cui  ha  voluto
  affrontare questo tema; per  la  sensibilità e l'alto livello del
  dibattito che stamattina  abbiamo svolto.
       Credo che i Parlamenti abbiano tanti compiti;  il nostro, in
  particolare, ha tanti compiti  ma,  stamattina, ne ha assolto uno
  ritengo con grande  dignità, rilanciando questo nostro Parlamento
  e motivando la scelta che  oggi noi abbiamo fatto di un dibattito
  forte - credo di  potere  in  questo  rappresentare le istanze di
  tutti - rappresentando  una  serietà di comportamento, una scelta
  politica che non può che  essere  da parte del Governo quella che
  è.
       Lo stesso Governo ha voluto ascoltare ed oggi è venuto fuori
  come linea dagli interventi  di  quasi tutti i deputati.  Quindi,
  non  è  impresa   difficile,   Signor   Presidente,   tentare  di
  raccogliere quelle che sono  state,  non  soltanto le istanze, ma
  anche i propositi, le  scelte,  alcune  stesse  linee  che  negli
  interventi di molti  parlamentari  stamattina  ho  avuto  modo di
  ascoltare.
       Ho tentato di fare una sintesi di tali interventi e mi scuso
  se  non ho potuto ricomprendere  tutto,  tralasciando  tutta  una
  serie di giustissime osservazioni che  ho ascoltato e tentando di
  limitarmi a focalizzare sulla  questione  politica più importante
  quelli  che  possono  essere  i   brevi   suggerimenti  che  come
  Presidente dei siciliani  intendo rassegnare a questo Parlamento.
  Mi accingo, quindi, a  concludere  questo dibattito di oggi sulla
  gravissima  situazione  certo   anche  con  il  cuore  gonfio  di
  tristezza per una situazione a  noi  così vicina e così cara, per
  tantissimi motivi, che ci interroga prima ancora, credo, che come
  politici o cittadini soprattutto come uomini.
       Le immagini di morte e  di  disperazione che vengono diffuse
  dai media con grande dovizia  di  particolari,  credo, ci turbano
  profondamente soprattutto per la spirale di violenza che indicano
  e per la conclusione purtroppo  cui  tali  immagini  rischiano di
  farci giungere: si è superato  ogni  limite  e ciò che ormai é in
  gioco è il futuro di pace dell'intera area.
       Siamo testimoni di  una tragedia che la politica, purtroppo,
  non é riuscita ad evitare e alla quale certamente non avremmo mai
  pensato  di  dovere   assistere.  Una  tragedia  che  le  diverse
  iniziative di pace e i numerosi appelli che si sono levati da più
  parti del mondo purtroppo  non  sono  riusciti  ad arrestare. Una
  tragedia che non si  è  fermata  nemmeno  -  come  dal  dibattito
  abbiamo voluto rilevare -  davanti ai luoghi sacri che il diritto
  internazionale e le Nazioni unite considerano patrimonio ideale e
  materiale dell'intera umanità.  Anche in tempo di guerra ci sono,
  infatti, principi e valori  che  vanno  rispettati e che nessuno,
  proprio nessuno, ha il diritto di calpestare.
       La  gravità e complessità della situazione è tale che sembra
  ormai  impossibile  venirne  a  capo.  L'inevitabile  dovizia  di
  dibattiti  che  quotidianamente  cercano  di  aiutarci  a capire,
  spesse  volte  raggiungono  un  obiettivo,  un  effetto  opposto,
  soprattutto fra quanti, meno attrezzati culturalmente, vorrebbero
  conoscere da che parte sta la giustizia e la verità.
       Questa volta, ancora più  che per altre, occorre resistere a
  questa pur legittima richiesta.
       Anche  le  recenti  manifestazioni  a  sostegno di una parte
  piuttosto   che  l'altra  evidenziano  quanto  sia  complesso  il
  tentativo di individuare chi siano i buoni e chi siano i cattivi,
  come spesso purtroppo siamo abituati a fare.
       Non  basta nemmeno tentare l'individuazione di una posizione
  di neutralità, poiché di fronte ad una guerra di tali drammatiche
  connotazioni,  non  basta  scegliere  di non stare con alcuno. In
  ogni  caso,  poi  a  noi politici è chiesta una iniziativa che in
  ogni caso deve fare i conti con le posizioni in campo.
       Le  posizioni  del  Governo  della Regione che ha condannato
  senza   appello  gli  attacchi  suicidi  che  non  possono  avere
  giustificazione   alcuna,   è   tanto   chiara  quanto  nota.  Il
  terrorismo,  quali ne siano le forme e le manifestazioni, non può
  essere  accettato  e  non  può  mai  rappresentare  un  mezzo per
  condurre battaglie politiche.
       Da lungo tempo l'Italia e l'Unione europea hanno compiuto la
  loro  scelta  irreversibile  a  favore  della soluzione politica,
  dell'opzione   negoziale,   sulla   base  delle  risoluzioni  del
  Consiglio  di  sicurezza  delle Nazioni unite nn. 242 e 338 e dei
  principi  della  Conferenza  di Madrid del 1991, come giustamente
  illustrato  dal  presidente  Lo  Porto  introducendo il dibattito
  odierno,  segnatamente  il  principio  della 'land for peace', il
  principio cioè del territorio in cambio della pace.
       Restiamo  coerenti  con  quella  scelta  e  ribadiamo che il
  terrorismo deve essere assolutamente combattuto e sradicato.
       Non   riteniamo   però   che   l'offensiva  militare  'Scudo
  difensivo', dal premier israeliano con rioccupazione armata delle
  città e dei territori  autonomi e con l'assedio posto al quartier
  generale dell'autorità nazionale  palestinese a Ramallah e al suo
  presidente Arafat sia il miglior modo per farlo.
       E'  giunto  il momento per l'Europa di accantonare certe sue
  timidezze  e  di mostrare di essere in grado di svolgere un ruolo
  concreto  nella   crisi   mediorientale.  La  drammaticità  della
  situazione  condanna ad  un  inesorabile  fallimento  ogni  mossa
  puramente declaratoria.
       Siamo  convinti  che Israele debba ritirare senza indugio le
  proprie  forze  armate  dai  territori e consentire il ripristino
  dell'autorità   palestinese.   Mi  convince,  sono  assolutamente
  d'accordo quello che è  stato  detto  poc'anzi:  due  popoli, due
  Stati, e come molti di  voi  hanno ribadito.  Credo sia questa la
  necessaria premessa di  ogni  tentativo  di normalizzazione della
  situazione.
       Al  tempo  stesso,  credo,  il  presidente Arafat, in quanto
  legittimo rappresentante del  popolo  palestinese,  lo ripeto, in
  quanto legittimo rappresentante  del popolo palestinese, non deve
  sfuggire alle precise responsabilità  che  incombono su di lui al
  fine di far cessare  il  terrorismo e il drammatico sacrificio di
  vite umane che esso comporta.
       La   comunità   internazionale   dovrà  accompagnare  questi
  sviluppi  garantendo  il  rispetto  e  l'attuazione degli impegni
  assunti dalle parti, fornendo  un  sostegno  concreto  a tutte le
  fasi di questo processo  e  mettendo  in  opera anche un efficace
  dispositivo di sicurezza. La fornitura degli aiuti umanitari e di
  emergenza dovrà poi lasciare spazio nel futuro ad un programma di
  ricostruzione a medio e  lungo termine, così come a Barcellona si
  è voluto in qualche modo concordare.
       Noi,   per   parte   nostra,  onorevole  Orlando,  onorevole
  Forgione, credo che dovremo  fare  per  intero  la  nostra parte,
  anche se pur piccola.
       Mi  convince  e   sono   d'accordo   sulla   proposta  fatta
  dall'onorevole Forgione di intervenire,  e troveremo il modo e le
  condizioni idonee per  farlo,  anche  per  venire  incontro  alla
  richiesta dei francescani  perché  possa  in  qualche modo essere
  ridata  loro la possibilità  di  continuare  il  loro  lavoro  di
  messaggeri di pace in Palestina.
       In questi giorni sono risuonate anche frasi come questa: 'La
  tragedia di fronte alla quale  siamo tutti noi ci arreca un senso
  di impotenza.  Il senso di  impotenza si sposa anche con un senso
  di limite'.  Dobbiamo  innanzitutto  superare  questo  senso  del
  limite, che nella  sua  inevitabile concretezza non deve condurre
  all'impotenza.
       La  pace  è  un bene così prezioso e connaturato alla natura
  dell'uomo che va perseguito anche nelle condizioni più disperate.
  Se  talora  o  in  qualche zona del mondo non è diffusa, non vuol
  dire che  non  esiste o non è perseguibile per tutti. O la pace è
  per tutti o non è per nessuno, nemmeno per noi.
       Per  questo,  condivido   la   possibilità   che  il  nostro
  Parlamento, che l'intera  Sicilia  possano tentare di svolgere un
  ruolo di mediazione e  di  proposizione,  nella  veste di piccolo
  messaggero di pace.
       Credo infatti che  qualsiasi  messaggio  di  pace  in questo
  momento così drammatico non può che aiutare a far ricominciare il
  dialogo fra due popoli e  certamente a darci, o a tentare di dare
  un ruolo, perchè la pace diventi un fatto concreto.
       Credo  che la proposta dell'onorevole Orlando, così come poi
  ribadiva  l'onorevole Spampinato, di tentare di proporci non solo
  come  luogo  di  trattativa  e  far tornare ad essere, perchè no,
  questo  Parlamento  riferimento   non  soltanto  di  una  Sicilia
  geografica ma di una  Sicilia  pezzo  di  storia,  di  cultura  e
  soprattutto la faccia tornare ad  essere - come già nel passato è
  stato - una terra  dove convivenze, etnie, religioni diverse sono
  riuscite a convivere dando  grandi  messaggi di presenze e grandi
  messaggi di pace.
       Noi oggi, così come  ho  voluto ricordare ieri nel mio breve
  intervento   in    occasione    del    Congresso   internazionale
  sull'E-Government, in questo Parlamento, e quando mi riferisco ad
  esso mi riferisco  all'intera  Sicilia  e  ai siciliani, possiamo
  tentare di riconquistare tale ruolo, sapendo che se riuscissimo a
  fare  ciò  avremo   assegnato   certamente  un  grande  ruolo  al
  Parlamento e alla Sicilia e avremo riconquistato quella posizione
  che già nel passato la Sicilia ha avuto.
       Accolgo di buon grado, quindi, questa proposta ed il Governo
  si  impegna  a  mettere  in  atto  quanto è nelle sue possibilità
  perchè  questo possa in qualche modo avverarsi, poichè la pace si
  diffonde e non si impone. Ciascuno ha questo compito, soprattutto
  un  Parlamento,  soprattutto  il Parlamento più antico del mondo:
  diffondere la cultura  e garantirne le condizioni. Questo impegno
  non è solo per i  governanti  ma  per  ciascuno  di  noi.  Guai a
  sostenere che lì vi sia una situazione di non ritorno.
       In un intervento, che ho letto in questi giorni, di Domenico
  Rosati, lo stesso così  scriveva:  "Tutte  le guerre, ormai, sono
  guerre civili. Così un  filo neppure sottile di disperazione lega
  eventi e situazioni e  attesta,  con l'evidenza dei fatti, che la
  pace non è possibile  e  che all'insegna della 'pace perpetua' di
  kantiana  memoria  non   resta   che  l'alternativa  di  figurare
  indifferentemente, come il  filosofo  scrisse,  o  sulla porta di
  un'osteria o sull'ingresso di un cimitero".
       Rosati  non  è  uomo  privo  di  speranza,  eppure indica un
  rischio  che  può inoculare, come ho avuto modo di affermare ieri
  nell'indirizzo  di saluto dato al Congresso sull'E-government, il
  germe della disperazione.
       Rosati suggerisce che 'se l'opinione pubblica ha un influsso
  effettivo  sugli  orientamenti  che  investono le questioni della
  guerra  e  della  pace, vale la pena di lavorare per fare in modo
  che  tale  influsso  non  sia un'estemporanea reazione emotiva ad
  un'emergenza insostenibile'.
       Tra  mille  analisi  parziali  e inefficaci il Papa sostiene
  l'unica  posizione realistica ed impegnativa richiamando le parti
  in  lotta  a  ritrovare  il  motivo  della propria esistenza come
  persone e come popoli.
       Questo  mi  pare  debba  essere  il  punto di partenza. E da
  questo  possiamo  partire   tutti,   ciascuno   con   le  proprie
  responsabilità e lì ove si trova.
       Occorre aiutare tutti  i  fratelli  che  abitano  nel  Medio
  Oriente a ritrovare le ragioni della loro esistenza e soprattutto
  del loro essere popolo,  soprattutto  se  si  tien  conto  che ci
  troviamo di fronte a  popoli  di lunghissima tradizione storica e
  politica.
       Qualunque situazione  anche  la  più  giusta, non può essere
  imposta come accadde nel dopoguerra per la nascita dello Stato di
  Israele, o certo per analoghe situazioni.
       La condivisione del progetto da parte dei popoli interessati
  è oggi indispensabile e  per  far ciò da subito bisogna sostenere
  l'impegno politico internazionale  con  eguale  sforzo  dal basso
  volto  a riportare quei  popoli  a  quei  livelli  di  convivenza
  pacifica che avevano raggiunto meno di due anni fa.
       La  Sicilia e i siciliani possono dare il proprio contributo
  che è quello di sempre:  far  sperimentare a quanti si trovano da
  noi per vari motivi che  è  possibile la convivenza tra i popoli,
  anche fra arabi e ebrei presenti nel nostro territorio.
       In   Sicilia   pure  in  questo  difficile  momento  occorre
  sostenere esperienze di convivenza civile fra questi due popoli e
  fra  tutti  i  popoli.  Non  fermiamoci  alle  manifestazioni  di
  sostegno  politico  neanche  se  sono ben  equilibrate  nel  non
  prendere posizione per nessuno dei contendenti.
       Il Governo siciliano  sosterrà  ogni iniziativa politica sia
  nei confronti di quello  nazionale  sia nei confronti dei governi
  delle nazioni mediterranee  comunque  coinvolte  e  si  offre per
  sostenere   ogni    eventuale    iniziativa   che   le   comunità
  internazionali decidessero di intraprendere.
       Il  Governo   siciliano   intende  sostenere  le  iniziative
  sollecitate da alcuni  deputati  quindi  che  mi  hanno preceduto
  volte a far tornare la  nostra  Regione  luogo  di confronto e di
  dibattito, con alcune  significative  iniziative  di alto profilo
  politico e culturale.
       Il  Governo siciliano è solidale con le preoccupazioni della
  Santa  Sede sulla sorte dei luoghi santi perchè espressione della
  tradizione  cristiana  della  gran  parte  dei siciliani e perchè
  luogo emblematico della integrazione culturale e politica dei tre
  popoli monoteisti che hanno  fatto la storia del Mediterraneo per
  secoli.
       Signor  Presidente,  alla   fine   di  questo  dibattito  di
  altissimo profilo, il  Governo  chiede  a  questo  Parlamento che
  possa  essere votato  ed  approvato  un  documento  unitario  che
  dimostri  in  modo   forte  ed  incisivo  che  questo  Parlamento
  all'unanimità vuole portare avanti insieme un processo di pace.

     PRESIDENTE.  Grazie   onorevole   Presidente   della  Regione.
  Comunico  che  è stato  presentato  l'ordine  del  giorno  n.  78
  "Iniziative per la  riapertura  delle trattative per la soluzione
  della questione  israelo-palestinese",  degli  onorevoli Orlando,
  Ferro, Speziale, Pistorio, Miccichè, Mercadante, Ortisi, Infurna,
  Forgione, Spampinato, Raiti, Croce, Acierno e Barbagallo.

    Ne do lettura:

               " L'Assemblea   regionale   siciliana

       facendosi  interprete   dei   sentimenti  della  popolazione
  siciliana e dopo un  dibattito  in  cui sono emersi toni accorati
  circa  le  sorti  della  pace  nel  Medio  Oriente;

       condanna il  protrarsi  dell'intervento  militare israeliano
  nei territori palestinesi  e  l'occupazione  militare  e respinge
  l'idea che la repressione militare possa essere considerata dagli
  Stati come strumento  efficace  risolutivo  dei  conflitti  fra i
  popoli;

    condanna ogni forma  di  terrorismo  e  assume  come  punto  di
  riferimento le  risoluzioni dell'ONU, individuando nella proposta
  avanzata dai Paesi arabi  un  terreno possibile per assicurare il
  riconoscimento dei diritti alla sicurezza e all'organizzazione in
  forma di Stato sia di Israele che del popolo palestinese,

                   IMPEGNA IL GOVERNO DELLA REGIONE

    a esperire tutti i passi utili per indurre il Governo d'Israele
  al rispetto delle  risoluzioni dell'ONU, accogliendo senza indugi
  l'invito della  comunità  internazionale all'immediato ritiro dai
  territori palestinesi e il ripristino delle condizioni necessarie
  alla  riapertura delle  trattative,  con  la  piena  libertà  del
  presidente Yasser Arafat;

    a mettere in campo  la  disponibilità della Sicilia ad ospitare
  tutte le iniziative utili  alla  pace  nel  Medio  Oriente  e nel
  Mediterraneo,  anche  attraverso   il   sostegno,  a  partire  da
  Betlemme, alla comunità  palestinese  sino  alla  creazione di un
  proprio Stato,

                 INVITA IL PRESIDENTE DELL'ASSEMBLEA

    ad  esprimere  tale   sostegno   anche   con   la  presenza  di
  parlamentari siciliani nei territori occupati".

       Lo pongo in votazione.
       Chi è favorevole resti seduto; chi è contrario si alzi.

                    (E' approvato all'unanimità)

       La seduta è tolta alle ore 13.25.