Presidenza del presidente LO PORTO
CONVOCAZIONE DELL'ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA
PRESIDENTE. Invito il deputato segretario a dare lettura
dell'avviso di convocazione in seduta straordinaria
dell'Assemblea regionale siciliana, pubblicato nella Gazzetta
ufficiale della Regione siciliana numero 16 del 5 aprile 2002 -
Parte I
BURGARETTA APARO , segretario:
"IL PRESIDENTE DELL'ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA
V I S T E le richieste di convocazione straordinaria con
carattere d'urgenza dell'Assemblea regionale siciliana,
presentate, ai sensi dell'articolo 11 dello Statuto
della Regione siciliana, rispettivamente:
in data 3 aprile 2002, dal Governo della Regione;
in data 2 aprile 2002 dagli onorevoli Ferro, Miccichè,
Morinello, Orlando, Raiti;
in data 2 aprile 2002 dagli onorevoli Forgione e
Liotta;
in data 3 aprile 2002 dagli onorevoli Speziale,
Giannopolo, Panarello, Villari, Oddo, De Benedictis,
Crisafulli, Capadicasa, Cracolici, Zago;
in data 3 aprile 2002 dagli onorevoli Barbagallo,
Genovese, Gurrieri, Tumino, Vitrano, Zangara;
CONSIDERATO che le superiori richieste di convocazione
straordinaria, presentate da deputati di vari gruppi
parlamentari, sono univoche e convergenti e configurano,
in aggiunta a quella autonoma del Governo della Regione,
la fattispecie di cui all'articolo 11 dello Statuto
regionale, che abilita almeno venti deputati a
richiedere la convocazione in questione;
CONSIDERATO che l'Assemblea regionale è convocata in sessione
ordinaria per il giorno 16 aprile 2002;
RITENUTO che ricorrono i motivi di urgenza previsti
dall'articolo 75 del Regolamento interno dell'Assemblea
regionale siciliana per convocare la stessa prima di
tale data in seduta straordinaria;
V I S T I gli articoli 11 dello Statuto della Regione siciliana
e 75 del Regolamento interno dell'Assemblea regionale
siciliana,
D E C R E T A
'Articolo unico
Ferma restando la convocazione in sessione ordinaria già
fissata per il giorno 16 aprile 2002, l'Assemblea
regionale siciliana è convocata in seduta straordinaria,
con carattere d'urgenza, per venerdì 12 aprile 2002 alle
ore 10.30, con il seguente ordine del giorno:
- Dibattito ed iniziative sulla situazione nel Medio Oriente.
Il presente decreto sarà pubblicato, nei termini
previsti dall'articolo 75 del Regolamento interno
dell'Assemblea, nella Gazzetta Ufficiale della Regione
siciliana.'"
Palermo, 3 aprile 2002.
Lo Porto
PRESIDENTE. Avverto che del verbale della seduta precedente
sarà data lettura nella seduta successiva.
Presidenza del presidente LO PORTO
SULL'ORDINE DEI LAVORI
ACIERNO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ACIERNO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi
l'Assemblea è stata convocata in seduta straordinaria per
dibattere sui temi della pace in Palestina.
Sono stati promotori di questa convocazione straordinaria i
componenti del neocostituito Gruppo parlamentare 'Sicilia 2010'
che non sono presenti in Aula. Io credo che forse verranno nel
2010
Ritengo vergognoso nei confronti di questa Assemblea che si
convochi una seduta per un tema così importante e poi non si sia
presenti ai lavori dell'Aula.
Presidenza del presidente LO PORTO
RICHIESTA DI PROCEDURA D'URGENZA PER IL DISEGNO DI LEGGE N. 361
D'AQUINO , assessore per gli Enti locali. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'AQUINO , assessore per gli Enti locali. Signor Presidente
onorevoli colleghi, intervengo per chiedere la procedura
d'urgenza sul disegno di legge n. 361 "Modifiche e integrazioni
alla legge regionale 1/9/1993 n. 26, concernente norme in
materia elettorale", già presentato dal Governo, che riguarda
l'appaiamento alle norme nazionali sui due giorni di elezioni.
PRESIDENTE. Onorevole Assessore, la questione verrà
affrontata nella prossima seduta.
Non sorgendo osservazioni, vorrei proporre all'Aula un
rinvio di un quarto d'ora in attesa che si raccolga una presenza
maggiore di deputati, la cui assenza probabilmente è dovuta al
fatto che questo venerdì è successivo ai noti eventi che hanno
dominato la vita del Palazzo.
Sospendo pertanto la seduta per quindici minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 10.55 è ripresa alle ore 11.20)
La seduta è ripresa.
Presidenza del presidente LO PORTO
Si passa al punto dell'ordine del giorno: Dibattito ed
iniziative sulla situazione nel Medio Oriente.
Onorevoli colleghi, oggi si discute di un argomento assai
importante che domina le coscienze di tutto il mondo. E' giusto
che il Parlamento siciliano dedichi al tema della crisi
mediorientale tutta l'attenzione possibile e che i gruppi
politici esprimano i propri punti di vista.
Devo precisare che questa seduta è stata unanimemente
richiesta da parte di tutti, ma in particolare a seguito di una
pressione che ha ritenuto di esercitare il gruppo di Rifondazione
comunista; essendo il tema molto importante, ho ritenuto di
aderirvi con il consenso e la partecipazione di tutti i partiti e
di tutti i gruppi di questa Assemblea.
La questione mediorientale, che è davanti agli occhi di
tutti, presenta i connotati di una vera e propria guerra ed il
mondo è attonito di fronte alla prosecuzione di un metodo che,
obiettivamente, non trova paragoni nel contesto delle crisi
mondiali.
Ciò che turba le coscienze di tutte le nazioni è proprio
questo: un carattere specifico e particolare della questione
israelo-palestinese che presenta connotati unici in quanto, se
nel mondo intero la qualità dei mezzi, la rivoluzione
tecnologica, la potenza mondiale, la superpotenza militare
rappresentata dagli Stati Uniti che hanno garantito un processo
di pronto intervento che ha finito con il provocare la
conclusione delle operazioni militari e la costruzione di una
pace - mi riferisco, per esempio, ai Balcani e all'Afghanistan
-, nel Medio Oriente tutto ciò non è accaduto e non è accaduto
per ragioni che non sottolineo perché sono nella convinzione di
ciascuno di noi e di ciascuno di voi.
Rimane però un argomento che io desidero introdurre e che
spero venga da tutti voi condiviso: deve esserci una ragione
perché almeno quattro documenti delle Nazioni Unite dedicati alla
materia del Medio Oriente, che stabiliscono con chiarezza le basi
sulle quali costruire la pace in quel territorio, sono stati
disattesi.
Disattesa è attualmente una posizione finalmente risolutrice
della Lega Araba che ha offerto una proposta di pace allo Stato
di Israele. Nota è persino la posizione dell'Unione europea che,
insieme alla Federazione russa, propone l'adempimento dell'ultima
risoluzione delle Nazioni Unite pervenendo al riconoscimento
ufficiale dello Stato di Israele.
E' nella mente di tutti noi una pressione dell'opinione
pubblica mondiale che chiede pace, che chiede la cessazione di
quanto sino a questa mattina è accaduto e accade nel territorio
israelo-palestinese.
Il mondo occidentale non si divide su questo tema ma
partecipa anche attraverso visite fisiche di alcuni esponenti
politici, di alcuni esponenti di associazioni umanitarie, di
alcuni volontari che operano nel settore sociale: vive con
estrema partecipazione questo drammatico momento di crisi in quei
territori.
L'opinione pubblica mondiale, sino a questo momento, non è
stata però soddisfatta nelle sue legittime istanze di pace.
Il Parlamento siciliano si accinge a discutere e io sono
sicuro che sarà una discussione molto serena perché il tema
attraversa le coscienze di tutti e la necessità di una pace in
Medio Oriente è avvertita in Sicilia esattamente come in tutto il
mondo, anzi ancora di più, perché si tratta di uno scacchiere
dentro il quale la Sicilia è collocata in termini assolutamente
unici nel contesto del teatro cui facciamo riferimento.
Apro immediatamente il dibattito e rivolgo un appello a
tutto il Parlamento siciliano affinché si desista dalla
tentazione di una sottolineatura che avrebbe solamente carattere
di propaganda, insistendo viceversa sul contributo ragionato e
documentato, sicché a conclusione di questa nostra seduta si
possa pervenire alla stesura di un documento, se credete, o alla
presa d'atto di una volontà unanime che possa servire intanto
alle diplomazie per farne tesoro e all'opinione pubblica
italiana, europea e mondiale affinché la ragione prevalga,
affinché si convincano le due parti, ma soprattutto l'unico Stato
che in questo momento compete nello scacchiere, che è lo Stato
d'Israele, a desistere dall'arma militare e ad intraprendere
l'arma diplomatica.
Buon lavoro e grazie.
E' iscritto a parlare l'onorevole Forgione. Ne ha facoltà.
FORGIONE. Signor Presidente, innanzitutto voglio ringraziarla
per le parole con le quali ha aperto questa seduta e iniziando
il mio intervento vorrei motivare questo abbigliamento inusuale,
una kefiah palestinese in un'Aula parlamentare, come un omaggio
al Presidente, riconosciuto ed eletto, di un popolo che, in
questo momento, è costretto all'assedio ed alla prigione in una
Presidenza che non è più tale, quella di Ramallah.
Un anno fa, di questi tempi, io ed una delegazione di
deputati di Rifondazione comunista eravamo in quel luogo ad
incontrare quel Presidente che rimane il Presidente dei
palestinesi e delle palestinesi. Un anno fa, proprio in questi
giorni, una delegazione di parlamentari siciliani attraversava le
terre della Galilea, della Cisgiordania e di Gaza, luoghi di
sofferenza ma anche di lotta per il riscatto e
l'autodeterminazione di un popolo.
Quella delegazione, un anno fa, andava a visitare strutture
civili, scuole, ospedali, molti dei quali costruiti grazie al
contributo dell'Unione europea e anche del nostro Paese;
strutture civili, strutture di civiltà in una terra che per
decenni non è stata riconosciuta come una Patria e che solo da
pochi anni era ritornata ad essere la terra dei palestinesi.
Molte di quelle strutture che noi a quel tempo visitammo
oggi non ci sono più, sono state distrutte dalle bombe, dalle
ruspe; un'occupazione militare - vorrei raccogliere il suo
appello, signor Presidente, a non fare propaganda ma a ragionare
- con un obiettivo dichiarato dal premier israeliano, Sharon:
distruggere il presidente Arafat, non a caso insistentemente
additato come il capo di tutte le centrali terroristiche, perché
non riconosciuto più come l'autorità nazionale palestinese.
Noi sappiamo che ciò che ci si presenta di fronte agli occhi
è un mondo inedito: è il mondo che viene dopo l'11 settembre,
nel quale in nome del terrorismo e della lotta al terrorismo
tutto può diventare possibile.
Forse dovremmo ragionare con serenità anche tra di noi,
forse, se non ci fosse stata quella lotta al terrorismo
trasformatasi nella guerra in Afghanistan, ma non nella
distruzione delle centrali di Al Qaeda e nella cattura di Bin
Laden e del Mullah Omar, Sharon non avrebbe alcuna legittimazione
e legittimità per fare quello che sta facendo.
Oggi ci troviamo, proprio in queste ore, con il segretario
di Stato americano, Powell, principale alleato del Governo
israeliano, che si vede sbattuta la porta in faccia da quello
stesso Sharon che dice agli Stati Uniti che non riceverà più
lezioni da loro e non riconoscerà il tentativo di pace da loro
operato: prima bisogna concludere l'operazione, poi possiamo
parlare della pace.
Eppure l'ONU, come è stato ricordato, ha approvato diverse
risoluzioni, alcune storiche, che riconoscono i territori
palestinesi dopo l'occupazione del '67 e un'ultima risoluzione
qualche giorno fa.
Cosa sarebbe successo se invece di Israele e dei territori
palestinesi quelle risoluzioni avessero riguardato il Kosovo o un
altro paese, in altri tempi?
Avremmo già avuto i bombardamenti di una forza
multinazionale, magari diretta, della Nato e noi saremmo stati
contrari come siamo contrari oggi all'uso della forza per imporre
ad Israele una volontà riconosciuta dalla comunità
internazionale. E la volontà, signor Presidente, per noi è
unica: due Stati per due popoli
Nessuna volontà di annientamento e di non riconoscimento
dello Stato di Israele; due Stati per due popoli.
Ma come lei ricordava, nonostante quelle risoluzioni, non
è successo niente.
Ecco, noi questo dovremmo capire. A me ha fatto piacere
ascoltare ieri - e, come lei sa, mi capita di rado - le parole
del presidente del Consiglio Berlusconi; ha fatto
un'affermazione coraggiosa tale che, se l'avesse pronunciata un
dirigente di Rifondazione Comunista, sarebbe stato subito
additato come giustificazionista del terrorismo.
Il Presidente del Consiglio, parlando ieri qui a Palermo, ha
detto che dobbiamo renderci conto che, se non mettiamo mano alle
ingiustizie e agli squilibri esistenti nel mondo, potrebbero
esserci nuovi '11 settembre', perché è la disperazione provocata
dagli stessi squilibri a provocare il dramma, mai giustificabile,
del terrorismo e del fondamentalismo. Terrorismo e
fondamentalismo per noi, per la mia parte politica, per la mia
cultura e per la mia storia, mai giustificabili in quanto
contengono un'idea di negazione della partecipazione e della
politica come protagonismo delle masse.
E al riguardo mi ritornano in mente le parole del profeta
Isaia che, nel versetto 32-17, dice: 'Frutto della giustizia
sarà la pace'. Ripeto: "Frutto della giustizia sarà la pace." E
cioè frutto di una politica di scelte mondiali che aggrediscono
le disuguaglianze, che aggrediscono i drammi delle persone.
"Frutto della giustizia sarà la pace" e, invece, le ingiustizie,
gli squilibri, le disuguaglianze provocano anche il dramma di una
ragazzina di sedici anni che vive in un campo profughi (e noi li
abbiamo attraversati un anno fa, quei campi profughi e credo che
l'abbiano fatto anche altri parlamentari e lei stesso Presidente,
quando si è recato anni fa, in Israele); in un campo profughi
dove non c'è l'acqua, dove non c'è la scuola e dove, quindi, per
andare a scuola quella ragazzina deve attraversare quattro o
cinque check point israeliani (con relative perquisizioni). E
quella ragazzina, nella solitudine della propria disperazione,
non riesce a vedere un futuro, una patria, una dignità. E quella
ragazzina sceglie, allora, in nome di un dio che non può mai
giustificare la morte, di diventare una kamikaze.
Che cos'è un campo profughi in terra di Palestina? Che cos'è
l'umiliazione dei check point continui? Lo disse il presidente
Andreotti, alcuni anni fa - lui cattolico, lui democratico
cristiano - dopo aver visitato le terre di Palestina; scrisse:
'Io che rifiuto ogni idea della violenza, se vivessi in un campo
profughi e fossi nato lì e mio padre fosse nato lì e mio fratello
fosse in carcere arrestato, e vivessi da anni sotto questa
occupazione, non so se anch'io non riuscirei ad abbracciare un
mitra'.
E lo scrive il presidente Cossiga nella prefazione a un
libro che è da oggi nelle librerie, che è la biografia del
rappresentante dell'OLP in Italia, Nemer Hammad. Scrive proprio
questo il presidente Cossiga, che questa lotta del popolo
palestinese ci parla del mondo di oggi. Ho citato, e non a caso,
Andreotti, Cossiga e prima il profeta Isaia. Dobbiamo
interrogarci su questo mondo e dobbiamo saper distinguere. Noi
non combattiamo lo Stato di Israele, noi combattiamo il Governo
Sharon
E qui evito a quest'Aula di ricordare che c'è un
procedimento al tribunale dell'Aja per crimini di guerra, per
quella strage di Sabra e Chatila che vide come protagonista
proprio questo primo ministro. Ma questo è il primo ministro
eletto dal popolo israeliano e noi combattiamo questo Governo,
anche in nome del popolo ebraico perché sappiamo distinguere e
crediamo che oggi la principale vittima della politica di Sharon
sia proprio il popolo di Israele. Lo dimostrano l'attentato di
ieri e l'attentato di oggi. Attentati fatti da quei gruppi
fondamentalisti, con Hamas in testa, costruiti anni fa, fatti
nascere e finanziati proprio dalla politica israeliana per
incrinare la leadership di Arafat.
Noi sappiamo essere a fianco del popolo ebraico, noi
sappiamo che ci sono fermenti, siamo con quei circa quattrocento
riservisti israeliani, ufficiali e soldati, che si sono rifiutati
di compiere l'opera sporca dell'occupazione e di questa guerra.
Vorrei sapere che significato hanno le parole che
quell'ufficiale israeliano, qualche giorno fa, ha pronunciato al
TG 2; ha detto: "temiamo il giudizio del mondo quando si saprà
cosa abbiamo fatto a Jenin". Vorrei interpretarle ora, non tra
qualche anno, quelle parole
Vedete, noi non possiamo essere accusati, prendendo questa
posizione in questo momento, di antiebraismo: Presidente, noi e
la mia parte politica abbiamo Auschwitz nel nostro DNA Abbiamo
la memoria dell'olocausto ed è per questo che abbiamo fatto
dell'antirazzismo e di tutte le forme di antirazzismo la nostra
religione civile; noi che non esisteremmo come cultura e come
storia politica senza un grande ebreo: Karl Marx.
Respingiamo al mittente le accuse di antisemitismo che ci
vengono mosse in questi giorni.
Ho letto lo scritto, sul Corriere della sera di oggi, e mi
avvio a concludere Presidente, di una nota intellettuale, ormai
folgorata sulla via di New York, che dice di vergognarsi di tante
delle cose che noi diciamo. Beh, io vorrei dire così alla
signora Fallaci: anche noi ci vergogniamo di un'intellettualità
che ha dismesso ogni forma di visione critica sul mondo, di
un'intellettualità che sa stare sempre dalla parte dei vincenti.
Ma cosa c'entra la lotta al terrorismo con lo sparare sulle
ambulanze? Cosa c'entra la lotta al terrorismo con il vietare di
far portare il sangue? Quel sangue che oggi - vedete le immagini
- la Regina di Giordania invia a Ramallah e che viene vietato che
entri negli ospedali, lasciando morire le persone sofferenti.
Cosa c'entra la lotta al terrorismo con il fermare le donne
ai check point facendole partorire per strada? Cosa c'entra la
lotta al terrorismo con i rastrellamenti e, se sono vere le
parole di quell'ufficiale di Jenin, con le fosse comuni che
scopriremo tra qualche mese, quando gli osservatori dell'ONU
avranno la possibilità di recarsi nella terra di Palestina?
E' un mondo ipocrita Mi consenta, Presidente, e le sue
istituzioni internazionali, a partire dall'ONU, non riescono ad
inviare lì, come richiesto da Arafat all'inizio della seconda
Intifada un anno fa, non una forza di interposizione, come noi
chiediamo, ma addirittura neanche degli osservatori
internazionali per sapere cosa succede.
Quando sento delle affermazioni pericolosissime fatte dal
premier israeliano Sharon 'noi temiamo l'aumento della
popolazione araba nei prossimi anni, temiamo il rischio che gli
Arabi diventino più degli Ebrei' ci ritorna alla mente lo spettro
della pulizia etnica
Noi, invece, abbiamo bisogno, in quella terra, in quella
terra santa ed in quei luoghi sacri tanto cari a tutte le grandi
religioni monoteiste, che sono a fondamento anche della nostra
civiltà occidentale, di dire che quelle terre sono di tutti, dei
musulmani, dei cristiani, dei cattolici, degli ebrei e sono degli
arabi come sono degli ebrei.
Pertanto, quelle parole sono pericolose così come è
pericolosa quella politica che nell'ultimo anno ha triplicato gli
insediamenti dei coloni ebraici nelle terre palestinesi, a
dimostrare: 'questa terra non è tua, questa terra non è del tuo
popolo'. No, quella non è una politica che punta alla
contaminazione di popoli diversi, quella è una politica che punta
all'espulsione dell'unico popolo legittimato a vivere su quella
terra: il popolo palestinese
E concludo, signor Presidente, dicendo che noi abbiamo
chiesto la convocazione di questa Assemblea regionale assieme ad
altri parlamentari di altri gruppi politici, di tutti gli
schieramenti, perchè riteniamo che il nostro Mediterraneo abbia
bisogno di pace. Ma non servono più l'emozioni; c'è una
occupazione militare che deve finire. Ci sono delle risoluzioni
dell'ONU che vanno applicate. C'è bisogno di un ritiro immediato
delle truppe di occupazione dei territori palestinesi e della
liberazione del Presidente Arafat. E c'è bisogno anche che
l'Unione Europea ritrovi la dignità della sua funzione.
Abbiamo ascoltato le parole del Presidente Prodi; ma quanto
ci vuole per trasformare quelle parole in una decisione politica
che operi una pressione internazionale su Israele?
Noi non chiediamo il bombardamento delle città israeliane
come è stato fatto dopo le risoluzioni dell'ONU nel Kosovo e
nella ex Jugoslavia.
Siamo pacifisti sempre e in qualunque parte del mondo.
Ma cosa ci vuole per far decadere almeno lo status di
interlocutore privilegiato di cui Israele oggi gode nei confronti
dell'Unione Europea?
Non bisogna isolare il popolo ebraico. Bisogna colpire il
suo governo, nemico di quello stesso popolo.
Per descrivere il dramma di questo Paese in questo momento e
per rafforzare l'uso delle parole rispetto a quello delle armi,
l'ho detto prima, vorrei leggere un brano di un libro di uno
scrittore israeliano, Tamuz, autore del libro "Il frutteto".
Racconta la storia di due fratellastri figli dello stesso
padre ebreo, ma uno di mamma ebraica, l'altro di mamma araba.
Racconta la storia di questi ebrei erranti dalla Turchia
alla Russia e poi il ritorno del padre e dei fratelli in terra di
Palestina. E quella terra, pure tanto agognata, li divide e alla
fine, dopo grandi scontri per costruire quel frutteto fiorente,
come quelli che hanno saputo costruire gli ebrei e gli arabi in
questa terra che ci parla della ricchezza e della bellezza del
Mediterraneo, i due fratelli si dividono per una donna che è la
metafora di quella terra.
"Fratello - gli dissi - preferirei morire piuttosto che
vederti così."
Gli risponde Daniel: "Forse siamo tutti e due già morti.
Forse stiamo parlando da un sogno che non appartiene più
alla vita, il sogno della convivenza su quella terra. Eppure
eravamo delle persone appena tornate nella loro terra che avevano
conquistato nella tempesta e nel sangue.
Evidentemente eravamo fatti di un materiale vile. Una volta
liberati dall'abbraccio mortale del nemico, che giaceva ai nostri
piedi privo di vita, pensavamo che fossero scomparsi dal mondo
gli abbracci d'amore e che il morto fosse sangue del nostro
sangue e carne della nostra carne."
Il Presidente Arafat nel 1974 si recò all'ONU con la stessa
kefiah, con un ramoscello d'ulivo in una mano e la pistola
nell'altra mano.
Rimase famoso e simbolico quel gesto. Dichiarò allora: "Fate
in modo che non prevalgano le ragioni della seconda (la pistola)
su quelle del primo (il ramoscello d'ulivo)."
L'aggressione israeliana e l'occupazione di quelle terre,
l'offesa permanente della dignità di migliaia e migliaia di donne
e di uomini rischia per intere generazioni di far prevalere le
ragioni della seconda su quelle del primo.
Per queste ragioni Sharon va fermato e il suo governo va
combattuto. E se posso permettermi di dare un consiglio e di fare
un invito a conclusione di questo mio intervento, signor
Presidente, io credo che, oltre che una risoluzione comune di
questa Assemblea che si appella alle risoluzioni dell'ONU, alla
richiesta di ritiro immediato delle truppe di occupazione dai
territori, di liberazione del Presidente Arafat e del
riconoscimento al tavolo della trattativa dell'autorità nazionale
palestinese, noi potremmo chiedere al governo della Regione un
gesto simbolico.
Da giorni è assediata la chiesa della Natività. Là ci sono
francescani e ci sono cittadini palestinesi, forse armati, come
sono armati i combattenti quando devono difendere o conquistare
la loro libertà. Betlemme non è già più quella che era due mesi
fa, ci sono ora i segni della occupazione, macerie e distruzioni.
Il Governo della Regione tramite i francescani - ne ho
parlato ieri con i rappresentanti dell'Autorità palestinese in
Italia - potrebbe inviare un aiuto simbolico, anche finanziario,
alla Comunità di Betlemme, luogo sacro per i fedeli di tutto il
mondo. Forse facendo così, oltre ad un'azione politica, al
rafforzamento della diplomazia in questo momento, potremmo
aiutare anche materialmente una popolazione che sta difendendo la
sua dignità e il suo diritto ad esistere come popolo. E i popoli
possono esistere senza una patria, ma per vivere hanno bisogno
della patria e della terra. E la patria è simbolo di dignità ed è
simbolo di libertà.
PRESIDENTE. E iscritto a parlare l'onorevole Orlando. Ne ha
facoltà.
ORLANDO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la richiesta
di convocazione di questa seduta straordinaria ed urgente
dell'Assemblea regionale siciliana risponde certamente a
sentimenti, a dolore, ad angoscia, a paura, ma risponde anche ad
un preciso disegno politico che noi intendiamo in questo modo qui
testimoniare. E nella vicenda che riguarda la Palestina, i
diritti del popolo palestinese a vedere organizzata in forma di
stato la propria coesistenza, si vengono in questo momento a
trovare tutte le principali note di riferimento della nostra
realtà, anche siciliana.
Noi siamo inseriti in un contesto nel quale siamo abituati a
pensare che il futuro della nostra terra, della nostra Sicilia,
sia legato a grandi processi internazionali, uno di questi
processi internazionali è quello espresso dall'Organizzazione
delle Nazioni Unite. In questo momento sulla vicenda della
Palestina stiamo assistendo alla perdita di credibilità dell'ONU,
l'organizzazione internazionale degli stati che ha espresso più
volte, con più risoluzioni, le indicazioni del mondo rispetto
alla vicenda palestinese, che sono state disattese. Questo
costituisce una minaccia ed un pericolo che riguarda sicuramente
i diritti del popolo palestinese, ma che mette in moto un
meccanismo di degrado della convivenza internazionale tra i
popoli.
Quanto sta accadendo in Palestina, quanto sta accadendo in
questi giorni ed in questi mesi, mette anche in discussione la
stessa credibilità dell'Unione Europea: troppo debole è la voce
dell'Unione Europea rispetto a questi temi.
E alle parole affermate ancora due giorni fa a Bruxelles dal
Presidente Prodi non segue una coerente azione politica E'
triste dover constatare che è più facile far finire di esistere
il potente marco tedesco, che è più facile far finire di esistere
il potente franco francese o le potenti lire, che si sono oggi
riconosciute nell'euro, che, invece, trovare un'azione comune che
consenta la pace in questa zona del mondo, una zona del mondo
così forte di valori simbolici per la nostra cultura e per la
nostra civiltà.
Questa vicenda della Palestina mette ancora in discussione,
per quel ragionamento politico che facevo all'inizio, il processo
di Barcellona. Peter Stever, relatore al Parlamento europeo, in
vista dell'incontro dei prossimi 21 e 22 aprile dei ministri
presidenza spagnola, dice a chiare lettere, esprimendo la
posizione dell'intero Parlamento europeo, che la mancata
soluzione della tragedia della Palestina sostanzialmente mette
nel nulla il processo di Barcellona, quel processo che nel 2010
dovrebbe vedere un'area di libero scambio, la più grande area di
libero scambio del mondo, che coinvolgerebbe 27 paesi. E mentre
si lavora perché ai 27 paesi possano aggiungersi la Libia e la
Mauritania, dall'altra parte si creano le condizioni perché
l'intero processo venga sostanzialmente annullato.
Tutto questo non può essere indifferente per gli interessi
del popolo siciliano, non può essere indifferente per questo
Parlamento che rappresenta questa Regione, questa Sicilia, che
non può certamente essere indifferente alla credibilità delle
Nazioni Unite, non può essere indifferente alla credibilità delle
istituzioni europee, non può essere indifferente alla
realizzazione del processo di Barcellona.
Ma in questa vicenda c'è qualcosa di terribile perché noi
stiamo assistendo ad un processo che tante volte i popoli hanno
conosciuto e che oggi conosce il popolo d'Israele. La prima
vittima del Presidente Sharon è il popolo ebraico. La sua
cultura, la sua storia fatta di olocausto, la sua sofferenza,
oggi rischia di essere cancellata dai comportamenti terroristici
del presidente Sharon.
Ecco la ragione per la quale io credo che sia molto
importante dire, con molta forza, che noi siamo ebrei, noi siamo
musulmani, noi siamo cristiani, noi ci riconosciamo pienamente in
questi popoli e crediamo essere loro carne la nostra carne e
sangue del nostro sangue, ma diciamo che non si può, in nome
della sicurezza, trasformare la sicurezza in un verso satanico.
Un famoso libro, "I versetti satanici", di Salman Rushdie,
ci ricorda qual è la trappola dei versi satanici. Dei versetti
attribuiti in maniera apocrifa al profeta finiscono con l'essere
la giustificazione del terrorismo e del fondamentalismo islamico.
Ogni cultura, onorevole Presidente, è esposta al rischio dei
versi satanici tutte le volte che si perde di vista il rispetto
dei diritti umani; ogni volta - ripeto - che in una cultura si
perde di vista il rispetto dei diritti umani. Anche l'amore per
Dio rischia di diventare - questo per me, essendo un credente, è
affermazione importante - un verso satanico.
Così conosciamo, sulla nostra pelle, come la mafia abbia
trasformato l'onore e la famiglia in verso satanico, per
giustificare delitti e crimini; così conosciamo come l'orgoglio
del popolo corso o l'orgoglio del popolo basco sia stato
trasformato dai terroristi corsi e baschi in verso satanico per
giustificare atti di illegalità e di criminalità; così
conosciamo come l'orgoglio, il legittimo orgoglio cattolico
dell'Irlanda del Nord, sia stato trasformato dal terrorismo
cattolico - perché esiste anche un terrorismo cattolico
nell'Irlanda del Nord - in un verso satanico, che ha fatto uso di
quei valori che meritano il massimo rispetto, per giustificare i
peggiori dei delitti.
E la storia ci ricorda che anche il rispetto per la legge
può diventare un verso satanico quando si perde di vista il
rispetto dei diritti della persona umana, di ogni persona umana;
e così è accaduto nell'esperienza tedesca, non c'è popolo al
mondo che possa essere considerato come il popolo tedesco
rispettoso della legge; per tutti noi è quasi un luogo comune
affermare che i tedeschi sono rispettosi della legge. E il
nazismo ha trasformato questo fondamentale valore di convivenza
civile in verso satanico portando i tedeschi ad accettare ogni
legge, anche le leggi razziali.
E oggi è drammatico constatare che, in nome della sicurezza,
che è un valore sacrosanto: il popolo d'Israele vede un Governo,
il governo Sharon, che trasforma la stessa sicurezza in un
terribile verso satanico, che uccide e distrugge e mortifica i
diritti della persona umana.
Per questo credo che noi dobbiamo, con molta forza, dire che
facciamo, semplicemente e con forza, riferimento a quello che
affermano le Nazioni unite: chiediamo che si dia corso alle
risoluzioni delle Nazioni unite, chiediamo l'immediato ritiro,
anche noi con gli altri, piccoli ma con la nostra dignità,
chiediamo l'immediato ritiro delle truppe di Israele dai
territori occupati e l'avvio immediato del processo di pace in
questa parte del Mondo.
Chiediamo, contemporaneamente, che si possa realizzare una
iniziativa che dia il senso che questo Parlamento non rimane
insensibile rispetto alle grandi evoluzioni che attorno a noi
finiranno col condizionare, sia che ne siamo consapevoli, sia che
non lo siamo, il nostro futuro, la nostra vita, i nostri valori,
anche la nostra economia.
E per questo che vorrei proporre al Presidente del
Parlamento siciliano, onorevole Lo Porto, che con la sua
sensibilità voglia immaginare di organizzare proprio qui un
incontro tra un rappresentante del Parlamento europeo, un
rappresentate del Parlamento dell'autorità palestinese ed un
rappresentate del Parlamento d'Israele, per dare lì il segno che
è possibile incontrarsi, che questa è una Terra dove è possibile
incontrarsi e dialogare. Così come sarebbe straordinariamente
importante se questa Assemblea, se questo Parlamento organizzasse
una serie di dialoghi per la pace se fosse, cioè, possibile, una
volta al mese, invitare qualcuno ad esporre le ragioni del suo
popolo nelle tante aree di conflitto dell'Europa e del
Mediterraneo. Penso al dramma dei curdi, penso al dramma dei
corsi, penso al dramma dei baschi, penso al dramma dell'Irlanda
del Nord, non penso soltanto al dramma terribile della Palestina.
Sarebbe certamente importante poter dire che questo Parlamento,
questo Palazzo dei Normanni è un luogo nel quale si incontrano le
ragioni del disagio in questa parte del mondo.
Tutto questo lo dico essendo consapevole che questo appello
forte credo sia utile che sia fatto pervenire al signor
ambasciatore d'Israele a Roma, ove mi recherò, invitato dallo
Stato di Israele, all'ambasciata di Israele, il giorno 17. Andrò
per testimoniare che noi siamo per il diritto del popolo
israeliano di avere lo stato israeliano, ma per testimoniare
anche che eguale diritto ha il popolo palestinese di avere lo
stato della Palestina, di avere riconosciuto uno stato che possa
dar voce a quella drammatica situazione che oggi vede quasi
contrapposti, in una cinica partita, da una parte il terrorismo
di Sharon e dall'altra parte il terrorismo disperato dei
kamikaze. Ma proviamo per un momento a non pensare né al
terrorismo del primo né al terrorismo dei secondi e proviamo per
un momento a pensare qual è la condizione di vita, lo ricordava
l'onorevole Forgione, nella striscia di Gaza, come si vive a
Ramallah, che cosa significa trascorrere ore intere al check
point per sentirti dire che "oggi no, oggi non si passa il check
point, oggi non si va a scuola, oggi non si lavora in nero, cioè
non si vive".
Ed è evidente che tutta questa condizione non ci può
lasciare insensibili. E a tutti coloro che hanno conosciuto e
conoscono come la nostra realtà ha conosciuto ed ha cercato di
dare un contributo, voglio ricordare: l'acqua è arrivata a
Khanyounis per l'intervento di una città siciliana che si è fatta
promotrice di un finanziamento di impianti di dissalazione
dell'acqua. Abbiamo impiegato 3 mesi per realizzare tre
dissalatori a Khanyounis che avrebbero dovuto servire 180 mila
palestinesi nella striscia di Gaza. Sono occorsi due anni e mezzo
per ottenere dall'autorità israeliana l'autorizzazione a prendere
l'acqua dal mare, perchè non c'era l'autorizzazione. Credo che
queste condizioni non possano persistere: non deve soltanto
ritirarsi Israele con le sue truppe dai territori palestinesi, ma
deve al tempo stesso avviarsi anche un processo che dia al popolo
palestinese la dignità che merita. Di queste cose questo
Parlamento, sono certo, si farà interprete anche per la
sensibilità dimostrata dal Presidente nel convocare questa seduta
straordinaria e d'urgenza. Fatto, quest'ultimo, sul quale non
posso che esprimere il mio apprezzamento.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Barbagallo. Ne
ha facoltà.
BARBAGALLO. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il
conflitto Israele-Palestina è complesso ed affonda le proprie
radici in una reciproca diffidenza che nel tempo ha visto fallire
già tanti piani di pace. Il livello di violenza raggiunto non è
più comunque assolutamente tollerabile. Per evitare di ripetere
gli appelli che tanti in questi giorni hanno formulato mi limito
ad alcune brevi considerazioni. L'esito dell'attuale confronto
militare è devastante per le prospettive di pace e stabilità; il
coinvolgimento di intere aree urbane sta imponendo un'inutile
sofferenza e una costrizione inaudita a centinaia di migliaia di
civili che non hanno mai chiesto di partecipare ad un conflitto o
ad una guerra. Il massacro di tanti innocenti deve indurre
Israele a cessare una occupazione che contravviene un lungo
elenco di risoluzioni delle Nazioni Unite. Sono con gli ebrei
nella condanna del terrorismo che colpisce la popolazione civile,
ma sono con i palestinesi nel chiedere il ritiro delle truppe dai
territori occupati. Ognuno dei due popoli ha diritto al proprio
territorio. L'umanità non può più restare a guardare o a lanciare
appelli inefficaci. Tutti debbono contribuire per imporre la fine
delle ostilità. Le due parti, come ha detto Ciampi di recente,
debbono sentire la pressione di tutta la comunità internazionale
e in primo luogo dell'Europa. La pace non si raggiunge con la
guerra, è stato dimostrato che il terrorismo continua.
La Sicilia deve essere amica sia degli Israeliani, sia dei
Palestinesi, sia degli altri popoli - come ha detto l'onorevole
Orlando -; è una terra tuttavia confinante, con una posizione
strategica nel Mediterraneo sul piano degli scambi economici,
culturali, ma strategica anche dal punto di vista militare.
Devono, pertanto, attivarsi le iniziative possibili di
mobilitazioni a favore della pace.
Gli scenari internazionali impongono scelte politiche ed
istituzionali di livello epocale. Un ordine del giorno, sia pure
unitario, non è sufficiente. Il Governo nazionale va incalzato
con azione determinata, deve essere costretto ad intestarsi
un'iniziativa politica straordinaria nei confronti dell'Europa,
degli Stati Uniti d'America e della stessa Lega degli Stati
arabi.
In politica estera, purtroppo, non abbiamo un disegno
strategico dal punto di vista politico. Fra l'altro, di fronte ai
drammi del mondo, l'anomalia di Berlusconi preposto ad interim al
Ministero degli Esteri non ha alcuna giustificazione
politicamente accettabile. Il tentativo di collocare gli
interessi economici al centro dell'azione diplomatica sta
producendo un discredito non facilmente rimediabile. Il mercato
non è in grado da solo di produrre una maggiore coesione e
solidarietà, anzi determina ulteriori frammentazioni e genera
meccanismi sempre più potenti di polarizzazione dei poteri della
ricchezza.
Urge una risposta globale che agisca anche localmente. La
globalizzazione non deve essere considerata in contrasto con le
diverse realtà locali, ma piuttosto come un'opportunità per le
singole comunità. Il processo di globalizzazione va comunque
governato; il ruolo della politica è indispensabile, la
globalizzazione non governata è portatrice di nuove e profonde
disuguaglianze.
Solo una visione politica sostenuta da valori universali può
valorizzare la dimensione comunitaria e, nello stesso tempo,
rispettare le singole identità. Urge una politica estera in grado
di dare un contributo significativo per la realizzazione di una
nuova qualità delle relazioni tra i popoli e le diverse nazioni.
L'idea che i paesi ricchi debbano fare di più per i paesi
poveri deve trovare risposte politicamente coordinate e
immediate. La proposta di destinare l'uno per mille del prodotto
interno lordo per aiutare i paesi in ritardo di sviluppo, che
l'onorevole Berlusconi ha lanciato ieri, qui, in Sicilia, è
insufficiente, è inadeguata perché non inserita in un quadro
programmatorio chiaro. Fino a quando l'Italia farà prevalere
soltanto una politica estera impegnata a favorire esclusivamente
gli interessi economici, non potrà dare nessun contributo per la
realizzazione di una nuova qualità delle relazioni tra i popoli e
le diverse comunità.
Il conflitto in corso in Medio Oriente non può comunque
essere considerato un fatto circoscritto o limitato, è una sfida
a tutte le nazioni e una gravissima minaccia all'ordine
internazionale. Questa guerra non sta soltanto distruggendo due
popoli, a cui tanti Siciliani sono legati, ma minaccia la
sicurezza di tante regioni, compresa la nostra. Gli appelli
accorati del Santo Padre a superare la tragica situazione in cui
versano tanti cittadini indifesi danno il senso della
drammaticità degli eventi e dei rischi ulteriori che si
potrebbero determinare.
Il 12 maggio la Margherita parteciperà alla 'Marcia della
pace' che avrà luogo ad Assisi. Gli organizzatori invitano tutti
ad un impegno in prima persona. 'Basta con gli appelli a Sharon'
- dicono -, 'cominciamo a mettere al centro le nostre
responsabilità e spendiamo le nostre energie per dire basta ai
massacri e soprattutto alle parole leggere che non si
concretizzano mai in fatti concreti e positivi'.
Gli avvenimenti di questi giorni devono far riflettere tutti
coloro che a vari livelli sono impegnati nelle istituzioni e
agiscono nelle varie forze politiche.
L'ideale di concorrere alla realizzazione di un mondo unito
non è un sogno irrealizzabile. Nella dimensione locale, come a
livello parlamentare, i rappresentanti dei vari partiti devono
superare la categoria del nemico e approfondire l'idea della
reciprocità. La fraternità universale, anche prescindendo dal
messaggio cristiano, non è stata completamente assunta solo da
menti che hanno a che fare con la storia del cattolicesimo, ma
anche da qualche spirito libero, raro.
Diceva Gandhi: 'La regola d'oro è di essere amici del mondo
e considerare una tutta la famiglia umana, chi distingue tra i
fedeli della propria religione e quelli di un'altra diseduca i
membri della propria ed apre la via al rifiuto e alle
irreligioni".
Il Cristianesimo poi ha compiuto un'autentica rivoluzione
esistenziale, culturale e politica, introducendo l'idea
dell'umanità come famiglia, con ciò abbattendo le mura che
separano gli uguali dai diversi, gli amici dai nemici, che
isolano una città dall'altra. Quanto poi sia centrale per la
politica la scoperta della fraternità lo dice anche
quell'importante evento storico che costituisce uno spartiacque
fra due epoche; Chiara Lubih, nel suo intervento alla conferenza
dei sindaci europei, ha dichiarato: "La rivoluzione francese nel
suo motto libertà, uguaglianza e fraternità sintetizza il grande
progetto politico della modernità", anche se essa stessa ha
inteso i tre principi in un modo molto riduttivo.
Se numerosi paesi, arrivando a costruire regimi democratici,
sono riusciti in qualche modo a dare una certa realizzazione alla
libertà e all'uguaglianza, la fraternità invece è stata più
annunciata che vissuta. La rivoluzione francese, nonostante le
sue contraddizioni, aveva intuito ciò che l'esperienza successiva
ha dimostrato: i tre principi stanno o cadono insieme, solo il
fratello può riconoscere piena libertà e uguaglianza al fratello,
non si può dunque guardare alla fraternità come a qualcosa di
ingenuo o di superfluo o che si aggiunge alla politica
dall'esterno; per realizzare un mondo unito, vivere la
fraternità, è necessario, anche se difficile, un mondo unito.
Specie in queste ore, può sembrare un'utopia, eppure la Chiesa,
parlando di un nuovo ordine mondiale, di un nuovo ordine
economico, di globalizzare la solidarietà, fa capire che questi
ideali non sono soltanto opzioni facoltative ma qualcosa che
riguarda il cammino dell'uomo sulla terra.
La politica deve avere un respiro valoriale che la animi e
la sostenga nel fare incontrare i bisogni con le risorse, le
domande con le risposte, aiutando tutti ad avere fiducia, anche
nei momenti più brutti.
Noi sappiamo che anche oggi ci sono cittadini per i quali la
città è estranea, è come se non esistesse, cittadini per i cui
problemi le istituzioni cercano con difficoltà le risposte; c'è
anche chi si sente escluso dal tessuto sociale, e separato dal
corpo politico a causa della mancanza di lavoro o della
possibilità di curarsi adeguatamente. La politica, per potere
intervenire efficacemente, ha bisogno anche in Sicilia di creare
le condizioni per un dialogo tra maggioranza ed opposizione. Solo
dall'incontro tra esperienze diverse può nascere l'unità e
possono essere realizzati interventi per il bene di tutti.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Ortisi. Ne ha
facoltà.
ORTISI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che, al
di là delle increspature, tutto ruoti attorno ad un fatto che può
sembrare nominalista, ma che non lo è, cioè alla retrocessione
del termine 'Terra Santa' in 'Terra Sacra', perché è sacro tutto
quello che ognuno di noi sente personalmente, individualmente
come tale; è santo tutto quello che invece viene riconosciuto
come sacro da una comunità, dalle sue leggi, dalle norme
comportamentali, dalle abitudini.
Credo che quello che sta avvenendo, se vogliamo andare a
fondo rispetto a posizioni che ognuno di noi, per militanza, può
esprimere, difendere, argomentare, sia una retrocessione da un
codice civilizzato a un codice ancestrale, cioè da una forma di
convivenza, di riconoscimenti reciproci, di valori alla barbarie
di quello che avveniva migliaia di anni fa.
L'uomo è convinto che sta progredendo, perchè ogni famiglia
nell'occidente è ricca, ha diversi televisori, diversi freezer,
diverse macchine, ma, in effetti, sta retrocedendo in maniera
terribile e irreversibile verso il nulla. Questo spiega le forme
di fanatismo che si diffondono nel mondo, le forme di fanatismo
che oggi nella terra della Palestina hanno l'acme della
riconoscibilità e di cui ci stiamo interessando. Ci stiamo
interessando con la presunzione della cultura occidentale di
giudicare i fatti che avvengono in altre culture con i parametri
della cultura occidentale medesimi, che sono fondamentalmente
razionali, laici, che obbediscono a tutta una storia ormai
consolidata, da questo punto di vista, e che, però, si vorrebbero
imporre nel giudizio e nelle conseguenze comportamentali ad un
mondo che riconosce come propri, invece, soprattutto parametri
mistici e statici, che poi giustificano nei comportamenti anche
la decisione di giovinette di sedici anni di imbottirsi di
esplosivo e di farsi esplodere.
Il Presidente diceva, in apertura di seduta: deve esserci
una ragione perchè quattro documenti delle Nazioni Unite sono
stati disattesi. Signor Presidente, questo avviene perchè la
dimensione del Sacro prevale sulla dimensione del Santo. Capisco
che è preferibile cercare di realizzare un documento pieno di
buone intenzioni, ma credo che un Parlamento debba essere anche
l'Aula nella quale si riflette e si riflette sui fenomeni di
fondo, dai quali poi derivano i comportamenti contingenti
pragmatici.
Signor Presidente, questo avviene perchè prevale ormai
sempre più la betise, cioè la stupidità che è ammantata di
intelligenze, di furberie, di praticità; in effetti guida la
storia del mondo. E questo avviene oggi, ancor più e ancor
peggio, perchè si è perso il rapporto tra fas et jus , perchè,
quando l'amico e collega Forgione implora da questo Parlamento
che si faccia giustizia perchè senza giustizia non c'è pace,
perde un anello fondamentale nel discorso, che è quello per il
quale giustizia è un concetto storico, che abbisogna di
riferimenti trascendenti, perchè lo jus è la traduzione, nel
mondo delle relazioni sociali, di quello che si ritiene fas, cioè
lecito. E oggi lecito si ritiene tutto; e se tutto si ritiene
lecito non ci può mai essere giustizia, di conseguenza non ci può
mai esser pace.
Non si tratta, quindi, di schierarsi con Sharon o con
Arafat, non si tratta di schierarsi con la Fallaci o con Tiziano
Terzani, si tratta invece di riflettere a fondo sull'ipotesi che
si possa lanciare una sfida vera e rivoluzionaria, che è la rete
globale dei sentimenti, contrapposta alla rete globale
dell'economia e degli interessi. Questo è utopia Ma è l'utopia
che muove la storia, tutto il resto è furberia, è interesse
contingente.
E, allora, tale utopia non può che partire dal Parlamento
siciliano, perché il Parlamento siciliano rappresenta e condensa
in sé la storia di un popolo che da una parte ha sempre subito
violenza, ha sedimentato il concetto, il sentimento di violenza
subita; non c'é nella storia del mondo un popolo e una storia
di un popolo che più e peggio dei siciliani hanno subito violenza
a casa propria - tutto l'elenco storico ve lo risparmio perché
ognuno di voi è più preparato di me su questo argomento - e,
contemporaneamente, il Parlamento siciliano rappresenta anche la
storia di un popolo che, forse perché martoriato, più e meglio
degli altri, non solo come cittadini e come persone, ma anche
come classe dirigente, ha espresso e meglio realizzato il
concetto di tolleranza.
Non sto qui, ancora una volta, a ricordare quello che 900
anni fa accadeva nella nostra terra, dove gli arabi, i greci, i
romani, i siciliani convivevano non solo nei comportamenti
quotidiani ma anche nelle decisioni della classe dirigente. L'ho
detto in altre occasioni, Ruggero D'Antiochia, 900 anni fa,
Ministro Plenipotenziario di Ruggero II, coniava una moneta con
iscrizione trilingue, in arabo, in greco, in latino, per
consentire contemporaneamente ad ogni popolo che conviveva nella
nostra martoriata terra di leggere, di capire, di vivere secondo
la propria lingua, secondo le proprie costumanze, di conseguenza
quella che era la realtà, non solo commerciale, della terra nella
quale viveva.
E, allora, in nome di questo, in nome di una storia di
violenza subita e in nome di una storia di tolleranza espressa,
il nostro Parlamento deve prendere quella decisione che suggeriva
l'onorevole Orlando, di farsi promotore di una serie di
iniziative che, però, non si fermino al colloquio a prova di TV
fra rappresentanti di diverse realtà culturali, ma che
rappresenti di fatto l'inizio di una guerra - questa volta, si,
santa, cioé riconosciuta come sacra - di contrapposizione. Qui,
noi ne abbiamo molte volte parlato informalmente fra una
dimensione dello spirito, che si è perduta in mezzo a tanto
chiacchiericcio, e una dimensione degli interessi economici e del
nulla verso il quale ci stiamo trasferendo un po' tutti e,
soprattutto, stiamo trasferendo i nostri figli, con il loro
futuro e allora ha un senso l'intervento di un Parlamento;
altrimenti, ricadiamo dove spesso siamo ricaduti per tanti anni,
cioé alla dimensione dell'apparenza, dell'increspatura, del
superficiale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Pistorio. Ne ha
facoltà.
PISTORIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, non ripeterò
moltissime delle cose, ampiamente condivisibili, che sono state
già dette e che, ovviamente, definiscono un quadro drammatico di
questa crisi cronica e sempre più aspra, che contraddistingue un
territorio e un ambiente nel quale anche la nostra Regione ha
vocazioni, impegni, aspirazioni a recitare un ruolo importante,
per le tante cose dette sul Mediterraneo, sul partneriato, sulla
possibilità di essere crocevia dello sviluppo, e quindi
certamente non siamo non soltanto indifferenti, siamo
drammaticamente coinvolti in questa crisi delicatissima.
Però vorrei che noi tutti mantenessimo salda la capacità di
analisi di questa crisi. Certamente non avrò l'ardire di
produrre un'analisi di questa vicenda: in questi giorni abbiamo
avuto modo di osservarne anche dottissime e qualificatissime;
ieri ce ne era una sul 'Corriere della Sera', per larghe parti
condivisibile, dell'ambasciatore Romano, personaggio che
certamente vanta titoli e competenze superiori alla gran parte di
noi, anche se ovviamente poi ha valutazioni che sono personali e
politiche, ma obiettivamente questa crisi rischia per la
drammatica contingenza del momento di far pendere il nostro punto
di osservazione, il nostro punto di vista soltanto da una parte.
Ed è un pericolo, perché rischiamo, se non siamo avvertiti e
cauti, di non cogliere appieno il problema e involontariamente,
come già sta accadendo, di creare terreno facile per il
reinsediarsi anche nel nostro Paese di sentimenti antichi, non
del tutto estirpati. E vi dico, per ragioni personali, avendo
avuto ripetute occasioni di confronti, anche intimi, anche
familiari su questo tema, come è facilissimo lo scivolamento,
rispetto all'analisi storico-politica, dentro i pregiudizi
antichi che trovano in un antisemitismo inconscio un humus
pericolosissimo.
E' molto banale, ma per questo ancora più pericoloso, perché
la banalità nasconde fondamenta e sedimenti pericolosi, scivolare
in un acritico giudizio antiebraico rispetto alle asprezze di
questa operazione di repressione del terrorismo, che forse può
essere definita ancora più duramente che repressione
antiterroristica.
E probabilmente è questo l'errore più grande che il Governo
israeliano di Sharon sta commettendo, perché con l'asprezza di
questa reazione - perché di reazione si tratta - sta consentendo
in pezzi significativi della comunità internazionale, ma
soprattutto negli umori viscerali di tanti popoli, anche europei,
il reinsediamento di questi sentimenti, dai quali dobbiamo, non
solo rifuggire, ma che dobbiamo combattere, e che anche nel
nostro Paese hanno conosciuto un momento politicamente
delicatissimo. Esprimo, per quello che può valere, il mio
apprezzamento per il comportamento della sinistra storica e dei
sindacati, che sono sfuggiti al pericolo di essere
involontariamente coinvolti in un'operazione di falsificazione e
di violenza della storia.
Però una cosa vorrei che tutti tenessimo a mente: che quello
che accade in questi giorni è il frutto avvelenato di tanti
errori, ma certamente anche del livello della crescita
drammatica, esponenziale di un attacco terroristico al cuore del
popolo israeliano.
Non dobbiamo dimenticare che il popolo israeliano, per
errori che sono stati commessi, è oggetto da molti mesi di un
livello di attacco terroristico che è assolutamente
intollerabile. E il fatto che l'attacco terroristico venga per
mano di giovani disperati che si fanno kamikaze, che sacrificano
la propria vita, non deve in qualche modo rendere a noi più
semplice o più comoda la giustificazione, ma deve farci avvertire
ancora di più il livello di pericolosità e di alterazione della
capacità di dialogo. Perché, ricordatevi che sono stati kamikaze
anche gli uomini di Osama Bin Laden l'11 settembre, anch'essi
erano dei kamikaze, eppure la comunità internazionale non ha
avuto alcun dubbio nel condannare aspramente quell'attacco e
nell'autorizzare con grande solidarietà il popolo americano,
perchè di popolo si tratta, perchè attorno a
quell'amministrazione, per una parte anche fortemente contrastata
al proprio interno, per qualche verso anche non pienamente
legittimata dalla sua 'intelligentia', eppure tutto il popolo
americano ha chiesto la reazione e la comunità internazionale,
tutta insieme, lo ha accompagnato.
Non si tratta della medesima questione, so perfettamente, ma
noi dobbiamo cogliere in questo un dato allarmante: primo, che
alcune regole nella comunità internazionale devono valere per
tutti e che il terrorismo è un male da estirpare, certamente con
interventi politici oltre che militari, ma non possiamo e non
dobbiamo ridurre il giudizio sull'azione israeliana come
un'operazione di rastrellamento fatta da una sorta di S.S., non è
questo e non deve essere questo il nostro giudizio. Anche in
questa vicenda stiamo cogliendo l'inadeguatezza del ruolo
europeo, ma l'inadeguatezza del ruolo europeo nasce
dall'inadeguatezza delle istituzioni europee e dallo scarso grado
di politicità di queste istituzioni.
L'Unione Europea è una straordinaria force, un forte
meccanismo economico, ma certamente ha un deficit di politica e
forse anche di democrazia nel sistema di assunzione delle
decisioni politiche che, ovviamente, la rendono un nano quando le
crisi e i fatti investono per intero la capacità di essere
istituzione politica. Quindi non possiamo invocarla, consapevoli
della sua debolezza, però abbiamo noi un'Istituzione da tutti
riconosciuta, che è la sede per dirimere i conflitti
internazionali, cioè l'ONU. Il richiamo alle risoluzioni dell'ONU
è certamente il migliore aggancio giuridico a cui agganciare le
azioni della politica e certamente da lì bisogna partire, insieme
ad una fortissima capacità di pressione, di impegno, di
sollecitazione perchè il Governo israeliano abbandoni questa
strada senza ritorno dell'escalation militare in reazione al
fenomeno terroristico.
E però una cosa va detta, cari amici, anche della sinistra,
forse più attenti ai temi e alla sensibilità dei palestinesi: non
possiamo e non dobbiamo commettere l'errore di giudicare soltanto
gli errori dello Stato israeliano e della leadership ebraica,
perchè l'idea di far salvo sempre, in quanto in qualche modo
soccombente, il leader palestinese Arafat è un gravissimo errore.
Anche in questo caso sono stati commessi errori drammatici,
avere detto di no ad un'ipotesi di accordo, anche debole ma
certamente che faceva avanzare lo spazio per l'intesa, con il
governo Barak sui territori è stato un gravissimo errore ed avere
puntato da un canto sull'Intifada e dall'altro avere coperto,
forse, più di un occhio sull'escalation terroristica dei gruppi
estremistici di Hamas e di Jihad, oggi si rivela un errore
drammatico anche per quella leadership.
Le colpe, come sempre, non stanno mai da una sola parte e se
questa Assemblea avrà la sensibilità di costruire un documento,
un ordine del giorno che, nella condanna di questa escalation
militare israeliana per reagire agli attacchi terroristici -
perchè di questo si tratta -, riuscirà a dare il senso pieno, non
solo della complessità ma delle iniziative opportune per dire la
nostra parola, sebbene piccola, su questa crisi, il Gruppo dei
Cristiano democratici voterà quel documento.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Virzì. Ne ha
facoltà.
VIRZI'. Signor Presidente, onorevoli colleghi, io credo che,
anche col retropensiero che possiamo avere un po' tutti, che
forse ci sarebbe stato più gradito essere chiamati a pronunciarci
su cose più vicine, premesso ciò, credo che abbiamo il dovere di
prenderci assolutamente sul serio, nel momento in cui siamo non
soltanto il più antico Parlamento d'Europa ma il più antico
Parlamento d'Europa che nasce in una Regione centrale nel
Mediterraneo e che è stato crocevia, punto di incontro fecondo,
fra diverse civiltà. Laddove io credo che dobbiamo tutti insieme
rifuggire da un certo tipo di oleografia buonistica che riguarda
la storia.
La sintesi si è fatta ma si è fatta con la forza, ha
prevalso nel nome e nel segno delle armi, la civiltà occidentale
contro gli arabi in Sicilia nulla nella storia del mondo moderno
è accaduto per le vie lunghe e meditabonde del pensiero, degli
incontri e delle preghiere.
Tutta la storia del mondo moderno è storia di conflitti come
avviene anche socialmente, non ci sono soltanto i conflitti di
classe individuati da Carlo Marx.
Io credo giustamente nel momento in cui si analizza un certo
tipo di società dell'Ottocento, ci sono e riemergono frontalmente
altre cose che agitano il mondo al di là dell'economia.
Ci sono le grandi religioni, ci sono i grandi filoni di
pensiero, ci sono tutte quelle cose invisibili che fanno una
comunità, ci sono tutte quelle cose che con tutti i loro errori
ed orrori debbono comunque comportare il loro rispetto perchè
nascono da sentimenti altrettanto sinceri dei nostri.
Allora è utile l'appello del Presidente Lo Porto a un
dibattito che non si prestasse ai facili fumi del pacifismo
unilaterale in kefiah e magari con qualche bomba nascosta sotto
la giacca.
Non utile un certo tipo di terminologia corrente perchè
francamente dobbiamo ricordarci che i kamikaze della seconda
guerra mondiale camminavano con la bandiera della propria nazione
sulla fusoliera e colpivano obiettivi militari.
Non si abbattevano su civili facevano sacrificio nel nome e
nel segno di tutto ciò che possiamo noi con la nostra mentalità
definire patria e che per i giapponesi era anche religione. Ma
nel nome del combattimento fra militari.
Noi oggi assistiamo a una assoluta <plebeizzazione> del
conflitto che mette in prima linea perfino gli innocenti.
E' una barbarie che era iniziata già un po' prima della
seconda guerra mondiale con i bombardamenti terroristici a
tappeto su obiettivi civili e che oggi credo che conosca il suo
momento apicale anche se credo che il futuro ci dirà che ci
eravamo sbagliati perchè il peggio lo vedremo ancora.
Io credo quindi che se come Parlamento noi ci diciamo che ci
riconosciamo il diritto di produrre un documento politico su una
materia così esplosiva è il caso di dirlo io credo che dobbiamo
produrre un documento equilibrato, all'altezza della nostra
funzione non di consiglio regionale ma di Parlamento insediato
nel cuore del Mediterraneo senza unilateralismi, senza slogan,
senza pacifismi a senso unico e siccome non avrà accesso al
documento finale, almeno lo voglio sperare io mi permetto qui di
dissentire anche nelle forme semantiche dall'approccio
dell'onorevole Orlando.
Non si può parlare di terrorismo a proposito di uno stato
mobilitato non soltanto per la difesa dei propri confini ma per
la difesa delle parti più interne del proprio territorio.
Io credo che sia giuridicamente inconcepibile equiparare il
terrorismo alla mobilitazione per l'autodifesa da parte di uno
stato in cui sono avvenute fra l'altro elezioni democratiche.
Io ricordo che ragazzino dubitoso mi spiegavano che la
democrazia nasce in piazza dall'esibizione di un coccio d'argilla
che si chiamava 'ostrakon'.
Io credo che oggi certi rappresentanti che vengono
riconosciuti anche a livello internazionale più che con gli
'ostrakon' siano stati eletti con le pallottole.
Chi li ha posti, che investitura popolare hanno in nome di
che cosa, se non in nome di una speranza futura rivendicano la
legittimità a trattare come uno stato?
Io credo che noi altrettanto serenamente dovremmo
riconoscere che se un fermo richiamo nel nome e nel sentimento
della pace noi abbiamo il diritto e il dovere di lanciare verso
Israele ma le stesse cose le dobbiamo a dire, cari amici , a
Siria e Giordania perchè non è pensabile che in questi stati
avvengano delle parate paramilitari in cui kamikaze si esibiscono
in pubblico, che vengano montate intere batterie di missili
katiuscia ai confini con lo Stato d'Israele e che gli eserciti
nazionali di questi stati sovrani rappresentati all'Onu di nulla
si accorgano? C'è un occhio di tolleranza, di riguardo verso la
Jihad, verso gli Hezbollah, verso Hamas da parte di Siria e
Giordania. C'è una sintonia spirituale perfino nei paesi che noi
definiamo moderati e che poi invece sono più fondamentalisti.
Noi abbiamo per moderati i rappresentanti feudali della monarchia
ereditaria ed assoluta dell'Arabia Saudita che rappresentano un
pezzo di Medioevo trapiantato nel mondo moderno, e li chiamiamo
moderni perché fanno commerci con gli Stati Uniti d'America ed
hanno a che fare con i petrolieri del Texas, con le
multinazionali, ma non sono affatto moderati, sono addirittura
Wahabiti, cioè coloro i quali rifuggono dalla civiltà
occidentale.
Ed allora gli inviti alla pace, per essere seri, per essere
congruenti, per essere conducenti, non devono essere fatti nel
nome e nel segno di storiche simpatie ideologiche, perché è
indubbio che in un certo momento il mondo arabo divenne strumento
del blocco dell'Est in funzione antiamericana, quindi vecchie
nostalgie storiche di un mondo che non c'è più.
Allora io credo da nazionalista, perché mi sento di poterlo
dire in quest'Aula, da nazionalista sento di portare il mio
rispetto a tutti coloro che difendono la Terra in cui è sepolto
il Padre, la Terra che viene lavorata e in cui verrà sepolto. Mi
sento col cuore accanto agli uomini che difendono la loro
religione, la loro tradizione, anche nel nome e nel segno di
bandiere e simboli diversi. Quindi, credo che alto e forte
dobbiamo dire insieme alla parte più ragionevole del mondo, che
tassativamente deve essere senza retropensieri, riconosciuto il
diritto all'esistenza dello stato d'Israele, che nessuno stato
arabo deve giocare a strizzare un occhio al terrorismo arabo e
dobbiamo dire, altrettanto chiaro e forte, che i Palestinesi
hanno diritto ad una loro patria e ad un loro stato, con
equilibrio, come si conviene ad un parlamento che deve licenziare
un documento di cui non si conosce la fortuna ma che viene
affidato al 'torrentello' della storia, per quello che può
valere. Noi siamo stati questo, noi non ci siamo lasciati
trascinare dalle nostre passioni, abbiamo messo in campo un
sentimento comune, io credo, al di là delle bandiere, delle
storie personali e dell'ideologia. Il desiderio oggettivo e
l'utilità oggettiva della pace nel Mediterraneo, da cui può
provenire soltanto benessere e sviluppo per tutti i popoli che
insistono su questo mare, mare che ha visto la nascita della
civiltà. Ed allora, i nostri sentimenti, rispettabili quelli di
tutti, debbono esprimersi con parole caute, con parole sagge,
senza unilateralismi, senza esibizioni di muscoli, senza pietismo
e senza buonismo a senso unico. Credo che tutti insieme siamo
nelle condizioni di farlo, dando un buon esempio al resto
dell'Europa.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Speziale. Ne ha
facoltà.
SPEZIALE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la ringrazio
per la sensibilità che ha dimostrato nel permettere che il
Parlamento regionale potesse discutere una questione così
delicata che sta sconvolgendo le coscienze di milioni e milioni
di uomini.
Accolgo l'invito di chi sostiene che dobbiamo affrontare la
questione con la pacatezza e l'equilibrio che competono ad un
Parlamento.
Tuttavia dobbiamo sapere introdurre dei distinguo, capire
fino in fondo qual è, in questo contesto, il ruolo che noi
ricopriamo, e capire che, in questo momento, si sta consumando
una tragedia che rischia di riprodurre nel mondo sentimenti
anti-religiosi, sentimenti anti-islamici, sentimenti anti-semiti
e che, quindi, c'è il nocciolo di una questione mondiale, del
rischio di un coinvolgimento, di una espansione; ed è la ragione
primaria per cui noi dobbiamo, in tutti i modi, cercare di
circoscrivere la questione mediorientale ed impedire che questa
abbia uno sconfinamento; e per fare questo noi dobbiamo partire
da un elemento che deve farci riflettere e che deve far
riflettere tutti, in particolare il nostro Parlamento.
C'è, all'origine della questione palestinese, una grande
questione mondiale, questa grande questione mondiale si chiama
ingiustizia e disuguaglianza tra le zone povere del mondo e
quelle ricche che poi vengono, in qualche modo, trasmesse
attraverso altri canali.
C'è un modo, quindi, per aggredire le ingiustizie e lo
squilibrio che sono fonti esse stesse di rischi di guerra nel
mondo? E' possibile intervenire e capire qual è il sentimento di
una giovane o di un giovane palestinese che vivono in un ghetto
senza strade, acqua, luce, fogne, senza una prospettiva, senza
che possa vedere che quella Terra possa diventare comunità e
Stato, possiamo ridare a questi popoli una speranza? Perché lì è
l'origine.
Per cui io non condivido chi pensa che i kamikaze
palestinesi siano la stessa cosa di Bin Laden; una cosa è l'uso
del terrorismo mondiale per scardinare un ordine e per creare
condizione di guerra, altra cosa è, invece, la condizione
disperata di giovane e di giovani che vivono in condizioni
disperate.
Allora la prima questione che si pone è come noi possiamo
contribuire a ricostruire un nuovo ordine mondiale e in che modo,
questo nuovo ordine mondiale, deve tenere conto della necessità
di una contaminazione tra culture diverse e in che modo si
aggrediscono le disuguaglianze e gli squilibri territoriali e
geografici.
E' questa la prima questione e la prima debolezza che oggi
viene manifestata.
La vicenda palestinese sta dimostrando, tutta intera, la
debolezza della comunità internazionale e la debolezza
dell'unione europea; non c'è appello che tenga, non c'è ragione
che tenga, che fa recedere, soprattutto in questo caso, gli
inviti pressanti che vengono fatti nei confronti dello Stato
d'Israele, perché, immediatamente, possa ritirare le truppe
dall'occupazione degli Stati palestinesi e qui c'è, tutta intera,
una debolezza di un ordine che dimostra tutta la propria
precarietà, un ordine mondiale che noi riteniamo vada rafforzato
e ricostruito, che in lui vengano ripristinate autorità che oggi,
pur esistendo, non hanno nessuna funzione e nessun compito ed è
per questo che io penso, onorevole Presidente dell'Assemblea, che
noi dobbiamo augurarci che le risoluzioni dell'ONU vengano
rispettate.
Oggi l'unico luogo dove si può dibattere sulle questioni
internazionali, dove gli Stati possono dibattere, è l'ONU, e noi
dobbiamo insistere, con forza, che l'ONU sia il luogo dove si
ripristini l'autorità mondiale, attraverso la possibilità che
vengano dati nuovi strumenti all'ONU di intervenire.
Ora, come è possibile non ricondurre a questa questione il
fatto che lì, l'ONU, più di una volta, in diverse risoluzioni, ha
chiesto tutto il rispetto per lo Stato di Israele, ma nello
stesso tempo ha chiesto di ritirare le truppe e Israele si
rifiuta, non permette neanche l'ingresso di osservatori dell'ONU?
Qual è la ragione di questo rifiuto che sta nella tracotanza
di un atteggiamento, in questo caso del Governo israeliano, e
nella debolezza di intervento da parte dell'ONU che determina
condizione di incertezza, di insicurezza e che potrebbe
determinare condizioni di espansione della guerra?
Ed è questa una questione, non sollevata da altri, che
intendo porre alla valutazione dei colleghi parlamentari; in
primo luogo si rispettino le risoluzioni dell'ONU e noi che
abbiamo una visione parziale delle questioni che sono state
sollevate all'interno del rapporto nei Paesi mediorientale,
dobbiamo, in qualche modo, rifarci a quella autorità; il
Parlamento regionale, nel dispositivo che da' per approvare, deve
riconoscere e deve invitare lo stato d'Israele al rispetto totale
delle risoluzioni che sono state prese dall'ONU per la vicenda
mediorientale, che si muovono sostanzialmente su due
questioni: la prima, imprescindibile, il riconoscimento dello
stato di Israele, lo dicevo inizialmente, anch'io avverto il
rischio che possa risollevarsi nel mondo una cultura antisemita
per responsabilità primaria dello stesso Sharon, per i
comportamenti dello stesso Sharon che finiscono col rappresentare
lo stato di Israele e gli israeliani, che sono state vittime nel
corso della storia, come quelli che voglio utilizzare gli stessi
strumenti per reprimere e scardinare un intero popolo che è lì da
oltre due mila anni.
Noi dobbiamo rifuggire da qualsiasi sentimento antisemita
che può pervadere le coscienze del mondo. Nello stesso tempo noi
dobbiamo dire che vogliamo il riconoscimento senza indugi del
diritto dello stato di Israele a poter avere un proprio stato, a
vivere in sicurezza e contemporaneamente questo vale per l'altro
stato, lo stato palestinese. E uno Stato è Stato quando la
comunità riesce ad avere regole certe, comportamenti certi.
Quando un ragazzo si alza la mattina e sa che può andare a
scuola, quando un ammalato sa di potere ricorrere ad una
struttura sanitaria, sa che c'è un riferimento ad un sentimento
comune che viene definito nella coscienza generale "patria"
un'identità nazionale che oggi viene fortemente messa in
discussione attraverso le diseguaglianze e la mancanza di una
prospettiva, di una certezza.
Questa è la grande difficoltà Al di là dello schierarsi
dall'una e dall'altra parte, il compito primario è di insistere
affinchè non ci sia un terreno di guerra che risolva queste
questioni drammatiche. Non è il terreno della repressione che
risolve le questioni drammatiche poste dal Medio-oriente, bensì
un terreno possibile che è quello della pace, della trattativa
che restituisca alla politica e al governo mondiale le grandi
questioni che sono oggi di fronte la nostra attenzione. Guai
pensare che la scorciatoia del ricorso alle armi, anche in
condizioni drammatiche e difficili, possa determinare equilibri e
pace. Guai a pensarlo, perchè quello che sta avvenendo nel mondo
è invece l'alimentazione di altri focolai di guerra che possono
coinvolgere in primo luogo, visto che sono qui vicino, anche la
nostra regione. Vengono interrotti i processi avviati, lo dice
l'onorevole Orlando, il libero mercato che avremmo nel 2010 viene
minato dal rischio di un'espansione di una guerra dietro di noi a
qualche centinaio di chilometri dalla nostra regione. Ecco
perchè io penso che la risoluzione e l'impegno nostro debba
essere affinchè si arrivi alla trattativa e alla pace, sapendo
bene che ci sono due direttrici fondamentali: la prima il
riconoscimento di un popolo che ha subito la repressione, il
popolo israeliano, che ha diritto al proprio stato e,
contemporaneamente, l'esistenza di un altro stato, di un'altra
comunità, che abbia propri valori di riferimento che rispettiamo
e che dobbiamo sostenere a diventare stato. Perchè se non
interveniamo in Palestina, se non permettiamo al ragazzo di
andare a scuola, all'ammalato di poter andare in ospedale, di
potere avere la certezza di lavorare ogni giorno, che si vivano
le relazioni sociali, è chiaro che, come dice l'onorevole
Andreotti, tanti possono diventare kamikaze, anche tuo figlio
onorevole Pistorio, anche mio figlio, in quelle condizioni in cui
vedono nebulosa la prospettiva per se stessi e allora non possono
che ricorrere ad atti estremi. Sono però le ingiustizie in quei
luoghi le cause degli atti estremi, ed è dovere fondamentale del
nostro Parlamento fare appello affinchè si guardi a quei popoli e
si possa intervenire, ad esempio, come diceva il Papa,
cancellando i debiti che hanno con i Paesi.
Infatti, non c'è solo il problema del Medio-oriente, ma il
problema degli squilibri nel mondo che possono costituire
condizione di rischi e di guerra.
Concludo, dicendo che dobbiamo il più possibile rafforzare
linee strategiche: restituire autorità all'ONU; fare in modo che
il processo avviato in Europa possa vedere nell'Unione europea
non solo il luogo dove si è affermata la nuova moneta, ma dove si
afferma una nuova strategia che abbia la forza, l'autorità, il
prestigio per potere intervenire in situazioni del mondo ed
affermare un semplice concetto: la pace e la trattativa come
unici strumenti per potere risolvere le questioni mondiali.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Spampinato. Ne
ha facoltà.
SPAMPINATO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio
il Presidente dell'Assemblea regionale per la sensibilità e la
celerità con la quale ha fatto suo l'invito venuto da più gruppi
parlamentari affinché si affrontasse in questa Aula un tema così
gravoso, così importante.
Lo ringrazio anche per le indicazioni che all'inizio della
seduta ci ha dato nel chiederci di fare interventi che non
riproponessero temi propagandistici, ma temi costruttivi
documentati che potessero dare un reale contributo a questo
delicato tema.
Ecco perché nel mio breve intervento volevo riportare un
documento, che ritengo importante per questo dibattito. Un
documento che è stato pubblicato qualche giorno fa in un
quotidiano nazionale da un ufficiale riservista israeliano,
che oggi è in una prigione israeliana perché ha rifiutato di
tornare a combattere una guerra che non ritiene sua.
Permettetemi di leggere brevemente alcuni passi di questa
lettera. E' una lettera che è inviata al ministro competente
israeliano e dice: 'Io mi rifiuto di servire solo nei territori
occupati palestinesi, come ho fatto negli ultimi quindici anni.
Io rifiuto di servire l'esercito israeliano in ogni forma. Sin
dal 29 settembre del 2000 l'esercito israeliano ha condotto una -
qua viene qualificata guerra, ma io appunto per cercare di non
cadere nella faziosità evito la qualificazione del sostantivo
guerra - contro l'autorità palestinese. Questa guerra include
esecuzioni extragiudiziali, omicidi di donne e bambini,
distruzione di infrastrutture della popolazione palestinese. Voi
avete seminato terrore e disperazione ma non siete riusciti a
raggiungere il vostro obiettivo fondamentale. Il Popolo
Palestinese non ha rinunciato ai sogni della sovranità e
dell'indipendenza. Anche gli Israeliani sono vittime di questa
guerra, vittime della scellerata ed errata aggressione
dell'esercito di cui lei è responsabile. Anche quando lei
intraprese i più terribili attacchi contro il popolo Palestinese
non ha compiuto il suo dovere.
Come ebreo io mi ribello ai crimini che questa milizia
commette contro il popolo Palestinese. E' mio dovere come ebreo e
come essere umano rifiutarmi di avere in ruolo in questo
esercito. Come figlio di persone vittime dell'olocausto non posso
avere un ruolo nella vostra politica insana. Come essere umano è
mio dovere no partecipare a qualsiasi istituzione che commette
crimini contro l'umanità.'
Credo che questo testimonia in maniera chiara ed
inequivocabile quello che diceva nel suo intervento l'onorevole
Orlando. La prima vittima di questa politica, della politica di
aggressione del Governo israeliano è proprio il popolo
Israeliano.
Si deve ribadire con forza il concetto: due popoli, due
nazioni. E' questo che noi necessariamente dobbiamo tendere ad
ottenere.
Risulta evidente che la guerra non è lo strumento idoneo
alla risoluzione del conflitto.
L'occupazione israeliana sicuramente non contribuisce alla
lotta al terrorismo, terrorismo che noi condanniamo con forza.
Noi abbiamo un obbligo da questa Aula, piccolo rispetto alla
grandezza del problema, di dare il nostro contributo, il nostro
aiuto a tutti gli uomini e alle donne che con forza e fermezza si
oppongono a questa barbarie e promuovono il dialogo fra le forze
democratiche delle parti. Ecco perché, così come hanno fatto
tanti altri colleghi prima di me, credo che il documento, che mi
auguro andremo a votare in maniera unitaria tutto il Parlamento,
preveda innanzitutto, ancora una volta, il rispetto delle
risoluzione dell'ONU, occorrerà prevedere il ritiro necessario,
preventivo dell'esercito israeliano per poter dare vita in queste
condizioni, senza nessuna oppressione ad un vero e proprio
negoziato per la pace.
Ritengo che non sia da sottovalutare, anzi da risottolineare
e riproporre l'invito fatto ancora una volta dall'onorevole
Orlando, rivolto a lei, Presidente dell'Assemblea, e a lei
Presidente della Regione, affinché vi facciate portavoce di una
richiesta di questa Aula, che possa diventare il Parlamento
siciliano un luogo di trattativa, di mediazione e di pace
Dobbiamo dare un segnale del dibattito di oggi, credo sia
necessario verificare la possibilità di ipotizzare una
delegazione dell'Assemblea che possa andare in questi luoghi
oggetto di questa guerra. Se ciò si verificasse, io le chiederei
di far parte di questa eventuale delegazione.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Croce. Ne ha
facoltà.
CROCE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la politica
estera non è mai stata il mio punto di forza ma credo oggi
intervenire sia un preciso dovere; intervengo con partecipazione
personale ma rappresentando il gruppo di Forza Italia.
Mai come in questi ultimi giorni, il Medio oriente è stato
così in fiamme; per quello che mi ricordo nemmeno alla fine
degli anni sessanta, erano i tempi di Nasser, i tempi della
chiusura del canale di Suez, si registrò una escalation militare
così drammatica. Le notizie che continuano ad arrivare dalla
Palestina testimoniano il continuo avviarsi di una grande
tragedia per certi aspetti epocale. Una guerra che non potrà che
avere solo sconfitti e nessun vincitore.
E' difficile commentare uno scenario umano e politico così
drammatico e così complesso, non è facile e forse non è nemmeno
corretto distribuire torti e ragioni. Siamo di fronte alla
tragedia di due popoli alla disperata ricerca delle condizioni,
della loro dignità e della loro sopravvivenza.
Il nostro compito è affermare la volontà di tutto il mondo
per la pace e la convivenza di questi due popoli: gli ebrei ed i
palestinesi, entrambi legittimati a vivere in quei territori,
liberamente ognuno con un proprio stato autonomo.
Ringrazio l'onorevole Forgione per avere affrontato questo
aspetto quando lui riferisce: due stati per due popoli, la
centralità della vita democratica di due popoli.
Come un'altra affermazione molto puntuale, precisa, corretta
che richiama il futuro di questa nostra terra, e l'ha fatta
l'onorevole Orlando.
Direi, non soltanto di questa Sicilia dobbiamo parlare ma,
in questo momento, di tutti i cittadini del mondo, tutti i
cittadini del mondo come uomini liberi e quindi per affermare la
dignità umana che non può essere offerta allorquando in questo
momento, mentre noi stiamo parlando, uomini, donne e bambini
vengono uccisi; quindi i temi centrali del dibattito che oggi si
sta svolgendo in questa Aula, i temi centrali che debbono vedere
il Parlamento rispondere in maniera unanime su un argomento che è
stato di per sé sottolineato con forza dal Presidente
dell'Assemblea regionale, onorevole Lo Porto, nella sua
introduzione ai lavori.
Quindi un documento ragionato, un documento equilibrato, un
documento che rappresenta la realtà del momento politico che
stiamo vivendo. E quindi, quando affrontiamo questi temi non
possiamo dividerci, come non è possibile rinviare ancora
l'argomento.
La questione va affrontata come è stata affrontata, debbo
dire, in maniera precisa e con grande forza. L'onorevole
Forgione richiamava un passaggio fondamentale, che ieri il
Presidente del Consiglio de Ministri, onorevole Berlusconi, ebbe
a dire alla Conferenza internazionale E-Government, allorquando
affrontava questo problema come un problema mondiale.
E quindi le conseguenze di una situazione che se non è posta
in termini immediati, urgenti dal punto di vista di una
riapertura del negoziato, e quindi la possibilità di un ritiro di
Sharon dai territori occupati e quindi l'avvio, ripeto, senza
preclusione, l'avvio con grandi iniziative tendenti a sviluppare
un ragionamento di pace, quindi per dare a questi popoli quello
che dicevamo prima.
Ecco perchè siamo qui oggi a dibattere questo problema,
grazie al Presidente dell'Assemblea, grazie ad altri colleghi
che hanno fatto richiesta con delle motivazioni che stanno tutte
dentro le cose che ci stiamo dicendo qui in quest'Aula.
D'altronde, questo Parlamento non ha mai mancato un appuntamento
importante nella sua storia, e credo che non lo mancherà neanche
oggi allorquando sentiremo anche le parole del Presidente della
Regione, che sicuramente si collocherà nell'ambito di questa
risoluzione che già è nell'Aula.
Si sente che questo Parlamento chiede con forza il
ripristino della legalità e quindi l'abbandono della violenza e
del terrorismo. E allora questo mi pare il senso delle cose che
io, per la mia parte politica, sto cercando di rappresentare a
questo Parlamento.
Quindi, caro Presidente, bisogna fare le dovute pressioni
politiche e diplomatiche sia sulle autorità palestinesi che a
quelle israeliane perchè sconfessino e blocchino i terroristi, ed
è importante che attorno a questa prospettiva di pace questo
Parlamento individui parole equilibrate e di sostegno per la
ricerca della pace nel rispetto delle ragioni di ciascuna delle
due parti.
Mi pare che abbiamo ascoltato un po' tutti colleghi quando
si riferivano alle risoluzioni dell'ONU e quindi anche il
compito in questo momento difficile ma determinante che sta
avendo il Segretario generale Colin Powell che è una missione
difficile ma nella quale si riconoscono anche le segreterie
generali dell'ONU, l'Unione europea e la Russia.
Ecco, questo è il vero tema. E quindi noi adesso dobbiamo
approvare una risoluzione che attraverso un ordine del giorno
possa così contribuire alla pace nel mondo.
PRESIDENTE. Prima di dare la parola al Presidente della
Regione, vorrei pronunciare un brevissimo apprezzamento per
quello che è accaduto questa mattina all'Assemblea regionale
siciliana. Molti lo avete sottolineato, io non posso che
associarmi a questa valutazione, di un momento essenziale,
partecipativo che qualifica l'intero Parlamento. Qualcuno ha
aggiunto che è piccola cosa rispetto alla enormità del problema.
Questo è vero ma i venti della storia sono molti. Il nostro
piccolo zefiro, probabilmente, contribuirà ad alimentare questo
vento di pace che vogliamo diretto in Medio Oriente.
CUFFARO, presidente della Regione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
Cuffaro, presidente della Regione, grazie Signor Presidente e
un grazie il Governo vuole esprimere all'intero Parlamento
associandomi al suo apprezzamento e alla sensibilità dell'intero
Parlamento, quindi del Governo, per la pacatezza, ma non
soltanto, anche per la determinazione con cui ha voluto
affrontare questo tema; per la sensibilità e l'alto livello del
dibattito che stamattina abbiamo svolto.
Credo che i Parlamenti abbiano tanti compiti; il nostro, in
particolare, ha tanti compiti ma, stamattina, ne ha assolto uno
ritengo con grande dignità, rilanciando questo nostro Parlamento
e motivando la scelta che oggi noi abbiamo fatto di un dibattito
forte - credo di potere in questo rappresentare le istanze di
tutti - rappresentando una serietà di comportamento, una scelta
politica che non può che essere da parte del Governo quella che
è.
Lo stesso Governo ha voluto ascoltare ed oggi è venuto fuori
come linea dagli interventi di quasi tutti i deputati. Quindi,
non è impresa difficile, Signor Presidente, tentare di
raccogliere quelle che sono state, non soltanto le istanze, ma
anche i propositi, le scelte, alcune stesse linee che negli
interventi di molti parlamentari stamattina ho avuto modo di
ascoltare.
Ho tentato di fare una sintesi di tali interventi e mi scuso
se non ho potuto ricomprendere tutto, tralasciando tutta una
serie di giustissime osservazioni che ho ascoltato e tentando di
limitarmi a focalizzare sulla questione politica più importante
quelli che possono essere i brevi suggerimenti che come
Presidente dei siciliani intendo rassegnare a questo Parlamento.
Mi accingo, quindi, a concludere questo dibattito di oggi sulla
gravissima situazione certo anche con il cuore gonfio di
tristezza per una situazione a noi così vicina e così cara, per
tantissimi motivi, che ci interroga prima ancora, credo, che come
politici o cittadini soprattutto come uomini.
Le immagini di morte e di disperazione che vengono diffuse
dai media con grande dovizia di particolari, credo, ci turbano
profondamente soprattutto per la spirale di violenza che indicano
e per la conclusione purtroppo cui tali immagini rischiano di
farci giungere: si è superato ogni limite e ciò che ormai é in
gioco è il futuro di pace dell'intera area.
Siamo testimoni di una tragedia che la politica, purtroppo,
non é riuscita ad evitare e alla quale certamente non avremmo mai
pensato di dovere assistere. Una tragedia che le diverse
iniziative di pace e i numerosi appelli che si sono levati da più
parti del mondo purtroppo non sono riusciti ad arrestare. Una
tragedia che non si è fermata nemmeno - come dal dibattito
abbiamo voluto rilevare - davanti ai luoghi sacri che il diritto
internazionale e le Nazioni unite considerano patrimonio ideale e
materiale dell'intera umanità. Anche in tempo di guerra ci sono,
infatti, principi e valori che vanno rispettati e che nessuno,
proprio nessuno, ha il diritto di calpestare.
La gravità e complessità della situazione è tale che sembra
ormai impossibile venirne a capo. L'inevitabile dovizia di
dibattiti che quotidianamente cercano di aiutarci a capire,
spesse volte raggiungono un obiettivo, un effetto opposto,
soprattutto fra quanti, meno attrezzati culturalmente, vorrebbero
conoscere da che parte sta la giustizia e la verità.
Questa volta, ancora più che per altre, occorre resistere a
questa pur legittima richiesta.
Anche le recenti manifestazioni a sostegno di una parte
piuttosto che l'altra evidenziano quanto sia complesso il
tentativo di individuare chi siano i buoni e chi siano i cattivi,
come spesso purtroppo siamo abituati a fare.
Non basta nemmeno tentare l'individuazione di una posizione
di neutralità, poiché di fronte ad una guerra di tali drammatiche
connotazioni, non basta scegliere di non stare con alcuno. In
ogni caso, poi a noi politici è chiesta una iniziativa che in
ogni caso deve fare i conti con le posizioni in campo.
Le posizioni del Governo della Regione che ha condannato
senza appello gli attacchi suicidi che non possono avere
giustificazione alcuna, è tanto chiara quanto nota. Il
terrorismo, quali ne siano le forme e le manifestazioni, non può
essere accettato e non può mai rappresentare un mezzo per
condurre battaglie politiche.
Da lungo tempo l'Italia e l'Unione europea hanno compiuto la
loro scelta irreversibile a favore della soluzione politica,
dell'opzione negoziale, sulla base delle risoluzioni del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite nn. 242 e 338 e dei
principi della Conferenza di Madrid del 1991, come giustamente
illustrato dal presidente Lo Porto introducendo il dibattito
odierno, segnatamente il principio della 'land for peace', il
principio cioè del territorio in cambio della pace.
Restiamo coerenti con quella scelta e ribadiamo che il
terrorismo deve essere assolutamente combattuto e sradicato.
Non riteniamo però che l'offensiva militare 'Scudo
difensivo', dal premier israeliano con rioccupazione armata delle
città e dei territori autonomi e con l'assedio posto al quartier
generale dell'autorità nazionale palestinese a Ramallah e al suo
presidente Arafat sia il miglior modo per farlo.
E' giunto il momento per l'Europa di accantonare certe sue
timidezze e di mostrare di essere in grado di svolgere un ruolo
concreto nella crisi mediorientale. La drammaticità della
situazione condanna ad un inesorabile fallimento ogni mossa
puramente declaratoria.
Siamo convinti che Israele debba ritirare senza indugio le
proprie forze armate dai territori e consentire il ripristino
dell'autorità palestinese. Mi convince, sono assolutamente
d'accordo quello che è stato detto poc'anzi: due popoli, due
Stati, e come molti di voi hanno ribadito. Credo sia questa la
necessaria premessa di ogni tentativo di normalizzazione della
situazione.
Al tempo stesso, credo, il presidente Arafat, in quanto
legittimo rappresentante del popolo palestinese, lo ripeto, in
quanto legittimo rappresentante del popolo palestinese, non deve
sfuggire alle precise responsabilità che incombono su di lui al
fine di far cessare il terrorismo e il drammatico sacrificio di
vite umane che esso comporta.
La comunità internazionale dovrà accompagnare questi
sviluppi garantendo il rispetto e l'attuazione degli impegni
assunti dalle parti, fornendo un sostegno concreto a tutte le
fasi di questo processo e mettendo in opera anche un efficace
dispositivo di sicurezza. La fornitura degli aiuti umanitari e di
emergenza dovrà poi lasciare spazio nel futuro ad un programma di
ricostruzione a medio e lungo termine, così come a Barcellona si
è voluto in qualche modo concordare.
Noi, per parte nostra, onorevole Orlando, onorevole
Forgione, credo che dovremo fare per intero la nostra parte,
anche se pur piccola.
Mi convince e sono d'accordo sulla proposta fatta
dall'onorevole Forgione di intervenire, e troveremo il modo e le
condizioni idonee per farlo, anche per venire incontro alla
richiesta dei francescani perché possa in qualche modo essere
ridata loro la possibilità di continuare il loro lavoro di
messaggeri di pace in Palestina.
In questi giorni sono risuonate anche frasi come questa: 'La
tragedia di fronte alla quale siamo tutti noi ci arreca un senso
di impotenza. Il senso di impotenza si sposa anche con un senso
di limite'. Dobbiamo innanzitutto superare questo senso del
limite, che nella sua inevitabile concretezza non deve condurre
all'impotenza.
La pace è un bene così prezioso e connaturato alla natura
dell'uomo che va perseguito anche nelle condizioni più disperate.
Se talora o in qualche zona del mondo non è diffusa, non vuol
dire che non esiste o non è perseguibile per tutti. O la pace è
per tutti o non è per nessuno, nemmeno per noi.
Per questo, condivido la possibilità che il nostro
Parlamento, che l'intera Sicilia possano tentare di svolgere un
ruolo di mediazione e di proposizione, nella veste di piccolo
messaggero di pace.
Credo infatti che qualsiasi messaggio di pace in questo
momento così drammatico non può che aiutare a far ricominciare il
dialogo fra due popoli e certamente a darci, o a tentare di dare
un ruolo, perchè la pace diventi un fatto concreto.
Credo che la proposta dell'onorevole Orlando, così come poi
ribadiva l'onorevole Spampinato, di tentare di proporci non solo
come luogo di trattativa e far tornare ad essere, perchè no,
questo Parlamento riferimento non soltanto di una Sicilia
geografica ma di una Sicilia pezzo di storia, di cultura e
soprattutto la faccia tornare ad essere - come già nel passato è
stato - una terra dove convivenze, etnie, religioni diverse sono
riuscite a convivere dando grandi messaggi di presenze e grandi
messaggi di pace.
Noi oggi, così come ho voluto ricordare ieri nel mio breve
intervento in occasione del Congresso internazionale
sull'E-Government, in questo Parlamento, e quando mi riferisco ad
esso mi riferisco all'intera Sicilia e ai siciliani, possiamo
tentare di riconquistare tale ruolo, sapendo che se riuscissimo a
fare ciò avremo assegnato certamente un grande ruolo al
Parlamento e alla Sicilia e avremo riconquistato quella posizione
che già nel passato la Sicilia ha avuto.
Accolgo di buon grado, quindi, questa proposta ed il Governo
si impegna a mettere in atto quanto è nelle sue possibilità
perchè questo possa in qualche modo avverarsi, poichè la pace si
diffonde e non si impone. Ciascuno ha questo compito, soprattutto
un Parlamento, soprattutto il Parlamento più antico del mondo:
diffondere la cultura e garantirne le condizioni. Questo impegno
non è solo per i governanti ma per ciascuno di noi. Guai a
sostenere che lì vi sia una situazione di non ritorno.
In un intervento, che ho letto in questi giorni, di Domenico
Rosati, lo stesso così scriveva: "Tutte le guerre, ormai, sono
guerre civili. Così un filo neppure sottile di disperazione lega
eventi e situazioni e attesta, con l'evidenza dei fatti, che la
pace non è possibile e che all'insegna della 'pace perpetua' di
kantiana memoria non resta che l'alternativa di figurare
indifferentemente, come il filosofo scrisse, o sulla porta di
un'osteria o sull'ingresso di un cimitero".
Rosati non è uomo privo di speranza, eppure indica un
rischio che può inoculare, come ho avuto modo di affermare ieri
nell'indirizzo di saluto dato al Congresso sull'E-government, il
germe della disperazione.
Rosati suggerisce che 'se l'opinione pubblica ha un influsso
effettivo sugli orientamenti che investono le questioni della
guerra e della pace, vale la pena di lavorare per fare in modo
che tale influsso non sia un'estemporanea reazione emotiva ad
un'emergenza insostenibile'.
Tra mille analisi parziali e inefficaci il Papa sostiene
l'unica posizione realistica ed impegnativa richiamando le parti
in lotta a ritrovare il motivo della propria esistenza come
persone e come popoli.
Questo mi pare debba essere il punto di partenza. E da
questo possiamo partire tutti, ciascuno con le proprie
responsabilità e lì ove si trova.
Occorre aiutare tutti i fratelli che abitano nel Medio
Oriente a ritrovare le ragioni della loro esistenza e soprattutto
del loro essere popolo, soprattutto se si tien conto che ci
troviamo di fronte a popoli di lunghissima tradizione storica e
politica.
Qualunque situazione anche la più giusta, non può essere
imposta come accadde nel dopoguerra per la nascita dello Stato di
Israele, o certo per analoghe situazioni.
La condivisione del progetto da parte dei popoli interessati
è oggi indispensabile e per far ciò da subito bisogna sostenere
l'impegno politico internazionale con eguale sforzo dal basso
volto a riportare quei popoli a quei livelli di convivenza
pacifica che avevano raggiunto meno di due anni fa.
La Sicilia e i siciliani possono dare il proprio contributo
che è quello di sempre: far sperimentare a quanti si trovano da
noi per vari motivi che è possibile la convivenza tra i popoli,
anche fra arabi e ebrei presenti nel nostro territorio.
In Sicilia pure in questo difficile momento occorre
sostenere esperienze di convivenza civile fra questi due popoli e
fra tutti i popoli. Non fermiamoci alle manifestazioni di
sostegno politico neanche se sono ben equilibrate nel non
prendere posizione per nessuno dei contendenti.
Il Governo siciliano sosterrà ogni iniziativa politica sia
nei confronti di quello nazionale sia nei confronti dei governi
delle nazioni mediterranee comunque coinvolte e si offre per
sostenere ogni eventuale iniziativa che le comunità
internazionali decidessero di intraprendere.
Il Governo siciliano intende sostenere le iniziative
sollecitate da alcuni deputati quindi che mi hanno preceduto
volte a far tornare la nostra Regione luogo di confronto e di
dibattito, con alcune significative iniziative di alto profilo
politico e culturale.
Il Governo siciliano è solidale con le preoccupazioni della
Santa Sede sulla sorte dei luoghi santi perchè espressione della
tradizione cristiana della gran parte dei siciliani e perchè
luogo emblematico della integrazione culturale e politica dei tre
popoli monoteisti che hanno fatto la storia del Mediterraneo per
secoli.
Signor Presidente, alla fine di questo dibattito di
altissimo profilo, il Governo chiede a questo Parlamento che
possa essere votato ed approvato un documento unitario che
dimostri in modo forte ed incisivo che questo Parlamento
all'unanimità vuole portare avanti insieme un processo di pace.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Presidente della Regione.
Comunico che è stato presentato l'ordine del giorno n. 78
"Iniziative per la riapertura delle trattative per la soluzione
della questione israelo-palestinese", degli onorevoli Orlando,
Ferro, Speziale, Pistorio, Miccichè, Mercadante, Ortisi, Infurna,
Forgione, Spampinato, Raiti, Croce, Acierno e Barbagallo.
Ne do lettura:
" L'Assemblea regionale siciliana
facendosi interprete dei sentimenti della popolazione
siciliana e dopo un dibattito in cui sono emersi toni accorati
circa le sorti della pace nel Medio Oriente;
condanna il protrarsi dell'intervento militare israeliano
nei territori palestinesi e l'occupazione militare e respinge
l'idea che la repressione militare possa essere considerata dagli
Stati come strumento efficace risolutivo dei conflitti fra i
popoli;
condanna ogni forma di terrorismo e assume come punto di
riferimento le risoluzioni dell'ONU, individuando nella proposta
avanzata dai Paesi arabi un terreno possibile per assicurare il
riconoscimento dei diritti alla sicurezza e all'organizzazione in
forma di Stato sia di Israele che del popolo palestinese,
IMPEGNA IL GOVERNO DELLA REGIONE
a esperire tutti i passi utili per indurre il Governo d'Israele
al rispetto delle risoluzioni dell'ONU, accogliendo senza indugi
l'invito della comunità internazionale all'immediato ritiro dai
territori palestinesi e il ripristino delle condizioni necessarie
alla riapertura delle trattative, con la piena libertà del
presidente Yasser Arafat;
a mettere in campo la disponibilità della Sicilia ad ospitare
tutte le iniziative utili alla pace nel Medio Oriente e nel
Mediterraneo, anche attraverso il sostegno, a partire da
Betlemme, alla comunità palestinese sino alla creazione di un
proprio Stato,
INVITA IL PRESIDENTE DELL'ASSEMBLEA
ad esprimere tale sostegno anche con la presenza di
parlamentari siciliani nei territori occupati".
Lo pongo in votazione.
Chi è favorevole resti seduto; chi è contrario si alzi.
(E' approvato all'unanimità)
La seduta è tolta alle ore 13.25.