Presidenza del presidente Lo Porto
LO PORTO, presidente dell'Assemblea regionale siciliana.
L'ordine del giorno reca: Celebrazione del 55 anniversario
della prima seduta dell'Assemblea regionale siciliana.
Invito la Fanfara del 12 Battaglione Carabinieri Sicilia ad
intonare l'Inno nazionale.
(Tutti i presenti in piedi, la Fanfara dei Carabinieri intona
l'Inno nazionale)
(Applausi)
LO PORTO, presidente dell'Assemblea regionale siciliana.
Signor Presidente della Camera dei deputati, onorevole Presidente
della Regione, onorevoli deputati, la ricorrenza del 55
anniversario della prima seduta dell'Assemblea regionale
siciliana, celebrata in forma solenne alla presenza
dell'onorevole Pier Ferdinando Casini, Presidente della Camera
dei deputati, presenza che ci onora in modo particolare, ci fa
tornare alla memoria le parole pronunziate nel suo discorso di
insediamento dal neoeletto Presidente dell'Assemblea, onorevole
Cipolla.
In quella occasione Ettore Cipolla collegava la nascita
dell'Assemblea al Parlamento di Sicilia del 1848-'49, affermando:
"Abbiamo superato le difficoltà inerenti alla ripresa di una
attività sospesa nel lontano 1849" ed operando un collegamento
ideale con la tradizione parlamentare e le plurisecolari
aspirazioni autonomistiche dell'Isola, le cui radici affondano
nel regnum Siciliae di Re Ruggero del lontano 1130.
Una tradizione ed una cultura che si espressero in termini
autonomistici nel momento in cui si pervenne alla unificazione
politica del Paese, superando le antiche e spesso anacronistiche
divisioni.
Allora, con decreto del prodittatore Mordini, il 19 ottobre
1860 fu istituito il Consiglio straordinario di Stato, col
compito di redigere un progetto statutario a salvaguardia delle
peculiarità della autonomia siciliana, per conciliare - dice il
decreto - "i bisogni peculiari della Sicilia con quelli generali
dell'unità e prosperità della Nazione Italiana".
Prevalse, invece, una linea di centralizzazione e di
uniformità, mortificando le legittime aspirazioni dell'Isola che,
secondo l'acuta definizione di Giuseppe Antonio Borgese, è "men
che nazione e più che regione".
Tutto ciò spiega l'entusiasmo e le attese della società
siciliana che hanno accompagnato la nascita della Regione nella
seconda metà degli anni quaranta.
Proprio l'Autonomia, riconosciuta alla Sicilia con lo
Statuto del '46, consentì di sconfiggere il movimento
separatistico e di avviare una entusiasmante stagione politica.
La prima legislatura della Assemblea fu connotata, infatti,
da un elevato spirito etico-politico e da realizzazioni
legislative di portata storica, a cominciare dalla riforma
agraria, che ha sostanzialmente modificato il volto del paesaggio
agrario siciliano.
Pur non essendo pienamente soddisfatti dei risultati
conseguiti nel corso di questi 55 anni - sono in molti ad
evidenziare che l'istituto autonomistico avrebbe potuto essere
utilizzato in modo migliore - è altrettanto vero - ragionando
anche qui sul piano ipotetico - che potremmo porci la domanda su
quali sarebbero state le condizioni della Sicilia senza
l'Autonomia.
Bisogna, infatti, tenere conto dei vincoli e delle
difficoltà derivanti dalle secolari condizioni di arretratezza
della Sicilia in confronto ad altre aree del nostro Paese in
cui, da tempo, si erano avviati la modernizzazione e lo sviluppo.
Accennavo prima alla forza della cultura autonomista
siciliana che si esprime nella ricchezza dei contenuti dello
Statuto speciale elaborato dalla Consulta nel 1945. Vi è in esso
un chiaro disegno di autonomia regionale con venature che
anticipano l'attuale dibattito federalista: l'ampiezza dei
settori nei quali è prevista la competenza legislativa regionale,
la partecipazione del Presidente della Regione al Consiglio dei
Ministri in ordine alle questioni che interessano la Sicilia, il
decentramento giurisdizionale e la previsione dell'Alta Corte,
quale organo di giurisdizione costituzionale a composizione
paritetica, il regime finanziario caratterizzato, per un verso,
dalla separazione dei tributi riguardo alla percezione e, per
altro verso, dal Fondo di solidarietà nazionale.
Questo Statuto speciale ha retto la vita istituzionale della
Regione per un cinquantennio senza sostanziali modifiche.
Soltanto nel 2001 l'avvertita esigenza di avviare un processo di
riforma ha fatto un primo passo con l'approvazione, a seguito di
una iniziativa partita dalla stessa Assemblea regionale, della
legge costituzionale numero 2.
Con la predetta legge si è introdotto un decisivo
cambiamento della forma di governo, prevedendo l'elezione diretta
a suffragio universale del Presidente della Regione.
Il disegno riformatore, tuttavia, appare incompleto.
Emerge, infatti, l'esigenza di una revisione organica e
complessiva dello stesso Statuto; e, peraltro, la recente legge
costituzionale numero 3 che ha fortemente accentuato i connotati
autonomistici del Governo regionale e degli Enti locali, postula
un'adeguata risposta da parte dell'Assemblea regionale siciliana.
La legge numero 3 ha, infatti, configurato quella che i
costituzionalisti chiamano "piccola specialità", riferendosi al
processo di rafforzamento e valorizzazione di tutte le regioni,
in primo luogo quelle ordinarie; questo, però, non deve
comportare un livellamento delle competenze di tutte le realtà
regionali.
Su questa linea la Commissione dell'Assemblea per la
revisione dello Statuto si sta muovendo, insistendo sia per il
mantenimento e l'aggiornamento di quelle competenze materiali
ulteriori rispetto all'ordinamento generale, sia sugli aspetti
finanziari, riguardo ai quali va precisato che la partecipazione
della Regione al Fondo perequativo di cui all'articolo 119 della
Costituzione (che serve per lo svolgimento delle funzioni
normali), è parallela e non alternativa, al Fondo di solidarietà
nazionale dell'articolo 38 dello Statuto, che ha origini e
funzioni completamente diverse, essendo da inquadrare in una
logica pattizia e riparatoria.
Ci preoccupa, infatti, la persistenza delle ragioni storiche
che sono state alla base della scelta solidarista: è ancora
drammaticamente presente, infatti, il divario fra parti più
ricche e parti più povere del Paese (il Mezzogiorno e le Isole),
nonostante i pur flebili segnali di crescita registrati
dall'ultimo rapporto Svimez.
A questo proposito mi preme sottolineare che la
valorizzazione dell'assetto civile, economico e sociale del
Mezzogiorno e delle Isole, di cui al vecchio testo dell'articolo
119 della Costituzione, deve costituire ancora una finalità
primaria del nuovo Stato unitario e federale.
E' bene, infatti, ricordare che, proprio negli Stati
federali, più ancora che negli Stati accentrati, l'attuazione dei
valori di solidarietà ed unità nazionale è affidata all'impegno
di risorse comuni a sostegno dello sviluppo delle Regioni in
ritardo o in crisi.
E' innegabile che il processo federalista, ormai in atto,
possa arrecare pericoli nei confronti delle regioni più
svantaggiate come la nostra, ma oltre ai pericoli vi sono
opportunità che non vanno sottovalutate.
Se la Sicilia saprà cogliere l'opportunità che le viene
dalla sua specialità, saprà buttare via le stampelle
dell'assistenzialismo recuperando e valorizzando le proprie
risorse, allora un futuro più roseo si presenterà ai siciliani.
Ma occorre un'azione sinergica, con la deputazione siciliana
di Camera e Senato quando in tali occasioni sono in gioco gli
interessi della Regione.
Non può che confortarci, pertanto, la presenza a Palermo, in
questa importante circostanza, del Presidente della Camera dei
Deputati, un Presidente che, di fronte a fughe in avanti di
alcune regioni le quali propugnano un federalismo spinto, si pone
- mi sento di dirlo con convinzione - come organo istituzionale
equilibrato, che interpreta le istanze federaliste, come
occasione per l'affermazione di un nuovo solidarismo che
coinvolga l'intera comunità nazionale.
E' un segnale - così mi piace ritenerlo - dell'attenzione
dello Stato rispetto alle esigenze dell'Isola, una terra che
soffre ancora per le ricadute negative della presenza soffocante
della 'malapianta' mafiosa, contro la quale si sono impegnate le
migliori risorse umane pagando pesanti tributi.
Da questa Assemblea deve partire, al riguardo, un'azione
forte, sia in termini legislativi che comportamentali, in
direzione del risanamento morale della Sicilia, oggi che più di
una voce si leva preoccupata su ipotesi di calo di tensione.
Una storia plurimillenaria che ha portato la Sicilia ad
essere un crogiolo di razze e di popoli, terra dove hanno
pacificamente convissuto arabi, bizantini, ebrei, greci, romani e
normanni, realizzando significativi esempi di sincretismo
culturale, fa inoltre della nostra Isola una Regione che può e
deve giocare un ruolo di primo piano sia sul piano nazionale che
su quello - a noi particolarmente caro - della politica del
Mediterraneo.
Se la Sicilia deve, infatti, guardare all'Europa, alla quale
è stata sempre legata da sensibilità culturali, l'Europa deve, a
sua volta, guardare alla Sicilia come piattaforma per un dialogo
proficuo, e direi indispensabile per il bacino del Mediterraneo.
Mi piace a questo proposito ricordare una frase di Braudel
che definiva il Mediterraneo 'il luogo in cui tutto nasce e tutto
si fonde in unità originali'.
In relazione a tale prospettiva, appare, a mio avviso,
condivisibile la tesi di chi suggerisce di ampliare i contenuti
del cosiddetto potere estero della Regione, attribuendole la
possibilità di dialogare direttamente con gli organismi
comunitari, nonché con gli Stati dell'area del Mediterraneo.
Se è vero, infatti, che il nuovo articolo 114 della
Costituzione accentua l'importanza di tutti gli enti territoriali
e perciò delle autonomie locali, oltre che delle Regioni, con un
impianto istituzionale di tipo 'orizzontale', è altrettanto vero
che alla importanza attribuita ai Comuni ed alle Città
metropolitane, alla cosiddetta 'Italia dei comuni', può
aggiungersi l'Europa delle Regioni, consesso virtuale, ma anche
reale, nel quale la Sicilia può e deve avere un posto di
prim'ordine.
Signor Presidente della Camera, signor Presidente della
Regione, onorevoli colleghi, la giornata odierna non deve essere
annoverata tra le occasioni rituali, ma deve divenire un
passaggio essenziale per un rinnovato impegno autonomistico che
fa carico a tutti noi e di cui vogliamo orgogliosamente essere
protagonisti.
(Applausi)
LO PORTO, presidente dell'Assemblea regionale siciliana. Ha
facoltà di parlare il Presidente della Regione, onorevole
Cuffaro.
CUFFARO, presidente della Regione. Signor Presidente
dell'Assemblea, onorevoli colleghi, è per me un grande piacere ed
un onore particolare porgere oggi, in quest'Aula storica, il mio
più cordiale saluto al Presidente della Camera dei Deputati,
onorevole Pier Ferdinando Casini.
Con la Sua presenza egli conferisce, infatti, un prestigio
unico alla ricorrenza del cinquantacinquesimo anniversario della
prima seduta di questo Parlamento regionale, sottolineando il
rilievo istituzionale delle assemblee elettive.
Ricordare la prima seduta del Parlamento siciliano, come fu
chiamato fin dall'inizio, riconoscendogli un valore particolare e
specifico, vuol dire ritornare ad un evento storico che mantiene
tutta la sua attualità e prospettiva.
L'apertura dei lavori dell'Assemblea regionale siciliana fu
il primo atto conseguente e coerente a quell'altra straordinaria
conquista dei siciliani costituita dalla nascita dello Statuto
autonomistico, che avvenne solo un anno prima, il 15 maggio del
1946.
Sotto questo profilo, credo di poter dire, perciò, che la
Sua presenza, Presidente Casini, stia a significare l'elevato
livello di attenzione nei confronti della Sicilia e delle sue
istituzioni e la qualità dei rapporti tra lo Stato e la nostra
Regione che, anche nei tempi drammatici che precedettero
l'approvazione dello Statuto, non si sottrassero mai al principio
di leale cooperazione.
Oggi, ad oltre cinquant'anni da quel 25 maggio, occorre
riaffermare, tuttavia, che la prima riunione dell'Assemblea
regionale siciliana non segnò soltanto la chiusura di una pagina
scomoda e controversa dei rapporti tra siciliani e Stato: fu,
invece, l'inizio di un nuovo e costruttivo cammino.
Ancora oggi occorre richiamare alla nostra memoria come
questa Regione abbia trovato il suo atto di nascita nel rifiuto
deciso di qualsiasi velleità secessionistica e una solenne
riaffermazione della capacità di autogoverno del popolo siciliano
nel quadro della comunità nazionale.
Molto si è detto e scritto da quegli anni ad oggi sulle
ragioni di tale scelta e sulla sua validità ed opportunità,
soprattutto quando, dopo oltre 25 anni, anche altre regioni
italiane hanno avuto la possibilità di dotarsi di propri governi.
In anni abbastanza recenti si giunse a definirlo 'ostacolo e
fattore di isolamento e marginalità', fino ad ipotizzare che
'senza Statuto speciale la Sicilia avrà tutto da guadagnare',
soprattutto in vista di quelle riforme istituzionali, allora
ipotizzate, oggi realizzate, che hanno dati ampi poteri a tutte
le regioni.
Oggi, però, siamo nelle condizioni di riconoscere al nostro
Statuto ed alle istituzioni da esso contemplate rinnovato
slancio.
In questi anni la situazione socio-economica della Sicilia
ha vissuto il suo percorso evolutivo ed oggi l'intuizione
sinceramente federalista del nostro Statuto ci colloca nel cuore
del dibattito che ha preso corpo da tempo a livello nazionale.
All'elaborazione dell'idea federalista siciliana si lega
l'operato di pensatori laici e cattolici che seppero dare dignità
culturale e giuridica ad una esigenza largamente avvertita.
Non a caso, quindi, ma in una linea di assoluta continuità,
la Sicilia è stata l'antesignana di quello Stato regionale che
negli ultimi decenni, pur fra le contraddizioni e le ambiguità
proprie di una cultura centralista dura a morire, attende oggi il
compimento maturo del suo percorso in chiave federalista.
In questo scenario di grandi trasformazioni va dato
particolare rilievo ed importanza ai rapporti con le nuove
generazioni.
Ai giovani dobbiamo saper consegnare un testimone di storia,
ma anche di responsabilità e di impegno. Una prospettiva di
azione politica e sociale nella quale le nostre prerogative
autonomistiche siano risorse e strumento e non appaiano, come
qualche denigratore indefesso continua ad affermare, un vincolo
ed un appesantimento.
Quando poco più di un mese fa ho voluto incontrare, in
occasione della festa dell'Autonomia siciliana, circa duemila
studenti delle scuole medie siciliane, sono rimasto colpito dal
livello di attenzione che hanno saputo esprimere.
Solo una quindicina di loro hanno potuto prendere la parola,
a fronte delle oltre trecentocinquanta richieste pervenute in
pochissimi giorni. Ma tali richieste mostravano un lavoro e un
impegno condotto, seppur in poco tempo, con i loro insegnanti,
per ricomprendere le ragioni della nostra particolarità
autonomistica, alla luce dei nuovi fenomeni di globalizzazione
che tendono ad unificare tutto e tutti.
A dispetto di ogni generica conclusione sulla disaffezione
dei giovani verso la politica e le istituzioni, ciò sta ad
indicare il valore che ad esse viene, invece, ancora oggi
riconosciuto.
La nostra azione di Governo sente tutta intera questa grande
attesa di cambiamento che specie dalle giovani generazioni oggi
proviene. Essa intende perciò attingere ad una tradizione tanto
ricca come quella siciliana, per rendersi protagonista di un
"federalismo solidale", nel quale la cultura della solidarietà
possa concretizzarsi in una piena e comune assunzione di
responsabilità della società e delle istituzioni siciliane di
fronte all'Italia ed all'Europa per quel che attiene allo
sviluppo ed al futuro di questa nostra Sicilia.
Intendiamo lavorare per un "federalismo solidale" in cui la
dimensione solidaristica, assolutamente necessaria, passa e si
afferma innanzi tutto attraverso una piena assunzione di
responsabilità, da parte di noi siciliani, circa il futuro
dell'Isola nel panorama nazionale ed europeo.
Non potremo mai chiedere ad altri un livello di attenzione e
di sostegno maggiore di quello che noi stessi saremo stati in
grado di esprimere rispetto al destino della nostra terra.
Proprio per questo l'Autonomia regionale segna, per quel che
attiene al profilo istituzionale, il primo e più efficace
strumento di questo impegno cui siamo chiamati.
Possiamo, ancora oggi, guardare con estrema convinzione
all'Autonomia regionale come ad un'esperienza istituzionale in
grado di favorire questa assunzione di responsabilità, non solo
nei confronti dell'Italia ma di tutti i Paesi che si affacciano
nel Mediterraneo e che guardano al rapporto con la Sicilia, alla
sua storia di dialogo e di pacifica convivenza, come fattore
strategico per il loro sviluppo economico e tecnologico.
Questo impegno e questa responsabilità attiene anche alla
nostra Assemblea legislativa, che tanto ha fatto e tanto può fare
in questo cammino.
Essa è chiamata a svolgere il suo ruolo e ad incarnare il
suo "protagonismo" istituzionale nell'ambito di quelle competenze
che le sono proprie: in primo luogo quella di fare le leggi,
senza rimpiangere modelli e prassi di cogestione tra potere
esecutivo e potere legislativo, che la riforma sull'elezione
diretta del Presidente della Regione ha inteso radicalmente
superare e dalla cui ricorrente suggestione occorre mantenersi
immuni.
Per quanto riguarda l'immediato futuro, va ricordato che
l'Assemblea regionale ha istituito un'apposita commissione per la
riforma dello Statuto, a cui si intesta il compito oneroso e
prestigioso di riscrivere le regole che presiederanno alla vita
della comunità regionale nei prossimi anni.
Le regioni hanno assunto, infatti, progressivo rilievo
particolarmente sul piano delle relazioni con l'Unione europea ed
è anche questa circostanza a renderci pienamente persuasi della
necessità di dotare l'Istituzione regionale di quel dinamismo e
di quella stabilità nella formazione e nell'attuazione degli
indirizzi politici e di programmazione realizzabili, proprio,
attraverso l'aggiornamento di alcune parti dello Statuto.
Altro importante elemento di riflessione è costituito
dall'approfondimento in corso sulle modifiche del Titolo V della
Costituzione.
Abbiamo offerto il nostro contributo al dibattito apertosi
nelle autorevoli sedi istituzionali e intendiamo sostenere
l'impegno che il Governo nazionale si è assunto nel predisporre
un testo legislativo che dia chiarezza ed eviti di ingolfare
l'attività della Corte Costituzionale.
In conclusione, la stagione autonomistica mantiene ancora
intatto in se stessa l'insegnamento più alto: un popolo
desideroso di rendersi protagonista del proprio destino.
Su questi pilastri dovrà svilupparsi l'azione del Governo e
dell'Assemblea regionale, che ci vedrà impegnati ad affrontare
vecchi problemi irrisolti e nuove questioni di frontiera.
Quelli sin qui indicati costituiscono passaggi
necessariamente sintetici, ma dalla loro concretizzazione dipende
la possibilità che la Sicilia partecipi, con le carte in regola,
a quel processo innovativo che si fa strada in Italia: un
cambiamento in forza del quale la dimensione della solidarietà
tra parti più ricche e meno ricche del Paese non potrà essere più
scissa da una forte assunzione di responsabilità, da parte di
ciascuno, rispetto ai nodi centrali per la propria crescita e il
proprio sviluppo. Primo fra tutti, per quel che ci riguarda, sarà
quello della lotta alla mafia e della piena riaffermazione di
condizioni di legalità, trasparenza ed efficienza
dell'amministrazione pubblica.
Su questo terreno credo che la Sicilia possa e debba contare
su un amico ed un alleato d'eccezione come Lei, signor Presidente
della Camera, ed è per questo che al termine di questo mio
intervento voglio, ancora una volta, ringraziarLa della Sua
presenza tra di noi.
(Applausi)
LO PORTO, presidente dell'Assemblea regionale siciliana.
Prende la parola il Presidente della Camera, onorevole Pier
Ferdinando Casini.
CASINI, presidente della Camera dei Deputati. Signor
Presidente, saluto le Autorità presenti, il rappresentante del
Governo nazionale, senatore D,Alì, il sindaco di Palermo,
Cammarata, il presidente della Provincia, onorevole Musotto, le
autorità religiose, in particolare Sua Eccellenza l'Arcivescovo
di Palermo De Giorgi e tutti voi.
Ringrazio il Presidente Lo Porto per avere invitato il
Presidente della Camera a celebrare i cinquantacinque anni di
vita istituzionale dell'Assemblea regionale siciliana.
E' un segno dei profondi legami che, sin dall'inizio, si
sono instaurati fra le nostre due Assemblee e che si sono andati
rafforzando soprattutto negli ultimi anni. Ed è per me una
importante occasione di riflessione su uno dei nodi cruciali
della storia costituzionale italiana e sulla svolta che è da
alcuni anni in corso nei rapporti tra Stato e autonomie
regionali, come documentato dall'intervento, che ho appena
sentito, del presidente della Regione, Cuffaro.
Ma vorrei iniziare questo mio intervento con un doveroso
omaggio alla terra di Sicilia, cui mi sento legato da un affetto
profondo; la Sicilia delle grandi tradizioni culturali e del
riscatto civile contro la criminalità mafiosa; la Sicilia che ha
espresso, negli anni della Repubblica, grandi personalità
politiche. Penso, fra i tanti, a Mario Scelba, che, anche nella
dimensione pienamente nazionale ed europea del suo impegno
politico, seppe mantenere saldo e profondo il legame con la sua
terra siciliana.
Saluto, a questo proposito, con affetto Giuseppe Alessi,
straordinario animatore del dibattito politico e sociale in
Sicilia, già negli anni dell'immediato dopoguerra, ed
indimenticabile Presidente dell'Assemblea regionale siciliana.
(Applausi)
Ma il mio pensiero va in questo solenne momento al
Presidente Piersanti Mattarella, a Pio La Torre ...
(Applausi)
... uccisi dalla mafia per il loro impegno rigoroso a favore
della legalità ed accomuno nel loro ricordo tutti i servitori
dello Stato colpiti dalla mafia, dalle figure simbolo di
Falcone, Borsellino, del Generale Dalla Chiesa a tutti i
magistrati, agli uomini delle forze dell'ordine, che sono caduti
per affrancare la Sicilia da un giogo mafioso, purtroppo ancora
in grado di avvelenare la vita di questa Regione.
La ricorrenza istituzionale di oggi ci chiama a fare il
punto sul senso e sul futuro delle istituzioni dell'autonomia
regionale.
Qui, ove esse hanno il massimo grado di radicamento storico
e politico, qui, in quest'Aula, questo discorso tocca le sue
corde più profonde.
Qui c'è il massimo di autonomia, qui c'è il massimo di
unità.
L'Unità nel nostro Paese si è sempre giocata nel rapporto
fra Nord e Sud. Nel Sud la Sicilia è all'origine dell'Unità
nazionale e, in tutto il suo percorso, ne è anche sempre stata la
coscienza più critica e la più vicina alla realtà, bella o brutta
che sia.
L'Assemblea regionale siciliana custodisce un grandissimo
patrimonio di cultura politica.
E' una tradizione - lo ha ricordato il Presidente Lo Porto -
che viene da lontano. Nel 1848, mentre in tutti gli altri stati
italiani fiorivano le costituzioni concesse dai sovrani
dall'alto, il General Parlamento Siciliano fu l'unico ad
elaborare, liberamente ed in modo autonomo, la nuova
Costituzione. E lo fece con forme estremamente avanzate e
originali. In un bell'intervento, in quell'assemblea, Giovanni
Interdonato ammoniva che la reverenza verso il grande passato
della Sicilia non poteva tradursi in pastoia che potesse
inceppare i movimenti del popolo siciliano verso l'avvenire; la
nuova costituzione, votata dal Parlamento, doveva quindi
rappresentare - cito testualmente - "un esempio a seguire per
l'intera nazione".
Sono certo che questo patrimonio e questa motivazione ideale
potranno essere messi a frutto anche oggi per trovare le
soluzioni originali necessarie per far funzionare al meglio la
nuova forma di governo regionale.
Ci rivolgiamo perciò alla Sicilia con sollecitudine e con
attesa in una fase che è, forse, la più complessa e critica
dall'inizio della nostra storia costituzionale nei rapporti fra
unità e autonomia. Ma è nei momenti difficili che la Sicilia dà
il meglio di sé.
Riforme costituzionali di grande portata hanno investito
l'intero impianto dei rapporti fra Stato e Autonomia e
l'organizzazione interna delle regioni, anche con riferimento
agli statuti delle regioni ad autonomia speciale. Non sono
mancati i contrasti fra le forze politiche, ma il Parlamento è
riuscito a portare a termine tutte queste riforme sempre sulla
base di un procedimento di sostanziale codecisione con le regioni
interessate.
Allo stesso modo, insieme, Parlamento, Governo, regioni,
autonomie locali sono ora impegnate nella non meno difficile
impresa di portare saldamente con i piedi per terra il processo
di riforma.
Dopo il dibattito, forse estremamente ed eccessivamente
ideologico che ha accompagnato nella scorsa legislatura
l'approvazione della riforma, ci stiamo tutti accorgendo di
quanto sia difficile far funzionare un sistema che si sta
avvicinando ad un assetto di tipo federale.
Ho ascoltato con attenzione il discorso del mio collega,
onorevole Lo Porto e naturalmente quello del Presidente della
Regione siciliana Cuffaro.
Per parte mia, con semplicità ma con forza, richiamo al
federalismo solidale: il Mezzogiorno non può essere mortificato
dal nuovo assetto istituzionale,
(Applausi)
lo Stato deve fare la sua parte per la Questione meridionale
che non può essere superficialmente liquidata come un reperto
archeologico; le forme sono diverse, i tempi cambiano, gli esami
critici e autocritici sono stati fatti ed è giusto che vengano
anche approfonditi, ma non c'è dubbio che il federalismo non può
essere inteso come una forma di autogoverno moderno delle
comunità locali che non abbia un' attenzione compensativa
solidale.
Man mano che ci si addentra per davvero nel nuovo sistema è
inevitabile che le difficoltà si facciano più concrete e con esse
la necessità di individuare accordi e compromessi fra i diversi
livelli di governo.
Di fronte a queste difficoltà emergono anche reazioni di
rigetto e comunque si avverte il rischio di un netto cambiamento
nell'atteggiamento di favore che la classe politica e l'opinione
pubblica hanno fino ad ora espresso verso lo sviluppo delle
autonomie in senso federale. Da parte di qualificati organi di
informazione e di centri dell'economia nazionale emergono
tentazioni a mettere indiscriminatamente sotto accusa l'intero
sistema delle Autonomie regionali locali, accusato di
inefficienza, di irresponsabilità finanziaria, di immobilismo
politico.
Queste polemiche hanno interessato anche le regioni ad
autonomia rafforzata, mettendo in discussione il perdurare della
ragioni della specialità statutaria.
Sono prese di posizione da non sottovalutare. Il modo
migliore per rispondere a questa critica è di mostrare che le
forme più avanzate di autonomia, come quella garantita dallo
Statuto siciliano, possono rendere grandi benefici alle comunità
regionali ed all'intero Paese e, cioè, fornire servizi pubblici
migliori ai cittadini e rafforzare la responsabilità di governo
rapportandola alle esigenze specifiche del territorio ed
avvicinandola alle comunità amministrate.
La riforma dello Statuto mette fine all'instabilità dei
governi regionali, che è stato fino ad ora il più grave handicap
dell'Autonomia regionale siciliana.
Sarebbe assurdo che questa importante innovazione sortisca
l'effetto di ingessare la forma di governo regionale su equilibri
di funzionamento al minimo.
L'esperienza di altre regioni insegna che non basta
l'elezione diretta del Presidente della Regione. Anzi vi è il
rischio di restare a metà del guado e di relegare le regioni in
una sorta di limbo istituzionale dove non funziona nè la forma
parlamentare nè quella presidenziale.
Bisogna, dunque, completare la riforma arricchendola,
adeguandola, arricchendola nelle procedure, in primo luogo quelle
parlamentari, in modo da realizzare una situazione di chiarezza e
di reciproco stimolo nei rapporti - giustamente richiamati,
perchè questa è una delle grandi questioni che abbiamo a Roma
come a Palermo - un reciproco stimolo nei rapporti tra esecutivo
ed Assemblea.
Sul piano nazionale, per la prima volta dal momento
dell'adozione delle nuove leggi elettorali, il Governo può
contare, in questa legislatura, su una solida maggioranza in
entrambi i rami del Parlamento. Il Governo ha, come suo diritto,
tradotto il proprio programma elettorale in iniziative
legislative al Parlamento, molte delle quali sono divenute leggi.
Tutto questo non si è affatto tradotto - a mio parere - in
appiattimento del Parlamento. Le nuove procedure introdotte nei
regolamenti parlamentari si sono dimostrate capaci di valorizzare
sia il ruolo della maggioranza sia i diritti di critica e
controproposta delle opposizioni. Il Parlamento, nel complesso,
non è risultato assolutamente 'svuotato' ma, piuttosto, riempito
di politica, dimostrando una forte capacità di sostegno al
Governo ma anche di confronto critico verso l'esecutivo.
Siamo tutti posti di fronte al nuovo modo di fare politica e
di interpretare l'antica funzione della rappresentanza.
Parlamento nazionale, assemblee regionali hanno un grande bisogno
di confrontare le strategie di innovazione istituzionale. Tocca
alla Sicilia, la prima regione per epoca di istituzione, fare
oggi un passo in avanti ed affermare un'efficace capacità di
governo nel quadro della sua speciale Autonomia.
Nell'esperienza del nostro Paese le forme rafforzate di
autonomia non sono mai state concepite come ordinamenti separati
ed autarchici ma, al contrario, riguardano le aree del nostro
Paese più esposte a collegare mondi culturali, sociali ed
economici che sono vicini e rischiano di essere separati.
E qui vorrei fare un'ultima osservazione, un'osservazione
politica che non a caso - non è un caso, non poteva essere un
caso - ho sentito nell'intervento dei Presidenti che mi hanno
preceduto, perchè so che su questo punto la sensibilità vostra,
la capacità di attenzione della Sicilia è, forse, molto più forte
di quella dell'intera comunità nazionale.
La specialità dello Statuto siciliano va ripensata e messa a
frutto nel quadro in trasformazione del Mediterraneo. Lo sviluppo
della politica euromediterranea, l'allargamento dell'Unione
europea a Cipro e Malta rivestono una grandissima rilevanza per
l'Italia e rappresentano un fattore decisivo per modificare in
direzione Sud gli equilibri generali all'interno dell'Unione.
L'allargamento in questa direzione rappresenta, dunque, una
grande opportunità per l'Italia e per la Sicilia, da utilizzare e
da valorizzare nei tanti segni positivi. Esso non dovrà,
comunque, far venire meno interventi di sostegno essenziali per
il nostro Mezzogiorno, e la Sicilia in particolare sa che il
Governo è risolutamente impegnato per mantenere il sostegno alle
aree meno sviluppate del nostro Mezzogiorno nell'Obiettivo 1).
L'Italia svolge necessariamente il ruolo di guida nello
sviluppo di una politica europea verso il Sud. La politica
euromediterranea deve divenire un asse centrale nella strategia
dell'Unione dal momento che vi rientrano le possibile vie per
far fronte in modo umano, solidale e pacifico alle questioni
vitali per il destino dei nostri paesi: immigrazione, sicurezza e
sviluppo.
In questa più ampia prospettiva diviene evidente come
l'autonomia siciliana, lungi dall'essere un anacronistico
privilegio, rappresenti una risorsa strategica per l'Italia e per
l'Unione europea. Ho spesso ricordato il pensiero di Monnet
secondo il quale l'Europa unita non unisce nazioni, ma
innanzitutto popoli ed esseri umani. E', dunque, proprio l'Unione
Europea che oggi ha il maggior bisogno di fare agire
positivamente e attivamente una grande comunità come quella
siciliana per coprire il suo confine più vasto, più aperto e più
strategico per il futuro.
Naturalmente, per rendere credibile questa visione è
necessario pensare in grande. So per esperienza storica e anche
per la piccola mia esperienza personale che non è questo che
manca alla politica siciliana.
Perciò, l'appello che in nome della carica istituzionale che
ricopro mi sento di rivolgere a tutte le forze politiche
siciliane è quello di saper ritrovare, in questo anniversario,
l'unità dei momenti più alti della loro storia per affrontare
insieme due grandi sfide di ordine istituzionale: il
completamento della nuova forma di governo regionale e il nuovo
ruolo della Sicilia nel bacino del Mediterraneo.
Se questa strada sarà seguita, nel rispetto dei reciproci
ruoli, si aprirà una stagione nuova per le giovani generazioni
siciliane che sono risorsa fondamentale e primaria per l'intera
Comunità nazionale.
(Vivi e prolungati applausi)
LO PORTO, presidente dell'Assemblea regionale siciliana.
Dichiaro chiusa la seduta.
La seduta è tolta alle ore 12.23