dell'Assemblea regionale siciliana
Presidenza del Presidente Ardizzone
La seduta è aperta alle ore 11.04
(Sono presenti in Aula il Presidente della Repubblica, onorevole
Sergio Mattarella,
ed altre autorità)
Celebrazione del 70 Anniversario della prima seduta
dell'Assemblea regionale siciliana
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.
Onorevoli colleghi, l'ordine del giorno della presente seduta,
celebrata in forma solenne, reca: Celebrazione del 70
Anniversario della prima seduta dell'Assemblea regionale
siciliana .
Avverto che del verbale della scorsa seduta sarà data lettura
in quella successiva.
Invito la Fanfara dell'Arma dei Carabinieri, presente in Aula
per l'occasione, ad intonare l'Inno nazionale.
(Durante l'esecuzione dell'Inno nazionale tutti i presenti si
alzano)
PRESIDENTE. Ringrazio la Fanfara dell'Arma dei Carabinieri.
Signor Presidente, è per me un grande onore porgerle il saluto
del Parlamento siciliano.
Saluto i rappresentanti del Governo e del Parlamento nazionale
ed europeo, le autorità religiose, civili e militari presenti, il
sindaco di Palermo, presidente dell'Anci. Un grazie per la loro
presenza ai colleghi presidenti delle Assemblee legislative
regionali ed a tutti voi che avete accolto l'invito a partecipare
al 70 anniversario della prima seduta di quest'Assemblea.
La presenza in Aula del Capo dello Stato costituisce motivo di
orgoglio per quest'Assemblea che ha il vanto di rappresentare in
Europa il primo Parlamento che la storia ricordi.
Le due date scolpite in fondo a questa Sala, 1130 e 1947,
rappresentano le nostre origini ma, al contempo, ci indicano
l'orizzonte verso il quale rivolgere la nostra azione politica
quotidiana. Ricordare da dove veniamo non è un'operazione
nostalgia né costituisce un modo per legittimare il presente
sulla base di un nobile passato, ma deve essere per tutti noi uno
sprone a cercare in quelle esperienze un nuovo idem sentire della
comunità regionale.
L'autonomia quale sinonimo di libertà attraverso il
coinvolgimento e, quindi, il riconoscimento del ruolo delle
realtà locali, dei comuni per intenderci, è stata l'esigenza che
si è protratta attraverso i secoli come un fiume carsico che,
partito lentamente nel 1130, è sfociato nello Statuto del 1946.
Le tappe sopra sintetizzate, la rivendicazione di autonomia da
parte dei Prefetti dopo lo sbarco alleato del 1943, la
straordinaria partecipazione popolare alle prime elezioni
regionali dell'aprile 1947, quasi l'80 per cento, e la strage di
matrice mafiosa di Portella della Ginestra di pochi giorni
successiva, era il 1 maggio del 1947, confermano, se ce ne fosse
bisogno, che l'autonomia regionale non è nata da un compromesso
tra lo Stato e la mafia, come da qualcuno è stato teorizzato, ma
da un patto tra la classe dirigente regionale e nazionale del
tempo; sono stati i Prefetti a richiederla, avversato quindi
dalla mafia, anzi, è la dimostrazione che la mafia cresce e
prolifera ogni qualvolta le istituzioni democratiche sono deboli
e permeabili. Alla mafia non poteva non stare bene né le libere
elezioni vinte dal Fronte popolare né, tanto meno, l'insediamento
della prima Assemblea regionale eletta democraticamente dalla
quasi totalità del popolo siciliano. Un popolo, quindi, che per
la prima volta, si dotava di un'istituzione democratica,
rappresentativa degli interessi generali.
Non v'è dubbio che nel corso dei decenni la mafia si è
insinuata in questi anni ed ha frequentato questo Palazzo,
confondendosi talvolta con una parte della classe politica,
quella stessa politica che ha negato nei decenni l'esistenza
della mafia, rendendosene nel contempo serva e complice, ma
sarebbe ingiusto ed ingeneroso non riconoscere che, pure in un
contesto difficile, grazie all'Autonomia sono state attuate
importantissime riforme, da quella agraria a quella urbanistica,
a quella sull'elezione diretta dei sindaci e alle tante altre
prese ad esempio nel resto d'Italia. Se ciò è stato possibile lo
si deve a quella classe dirigente illuminata che ha utilizzato la
specialità come mezzo di riscatto del popolo siciliano e non come
fine della sua azione politica.
Parimenti, in questi scranni si sono seduti deputati che, per
la loro autorevolezza e il loro rigore morale, hanno pagato con
la vita l'impegno politico, come i compianti Pio La Torre e
Piersanti Mattarella. Risuona ancora in questa Sala il coraggioso
auspicio a isolare e a respingere i comportamenti mafiosi ,
formulato 38 anni fa dal Presidente Piersanti Mattarella, in
occasione della visita del Capo dello Stato Sandro Pertini.
Ritornando alle origini storiche del nostro Statuto, v'è da
dire che a fronte di una straordinaria capacità progettuale che
ha trovato la massima espressione nella Carta statutaria del
1946, si è registrata nel corso dei decenni una progressiva
trasfigurazione del fenomeno autonomistico, con la conseguenza
che l'autonomia originariamente delineata ha assunto sembianze
diverse da quelle immaginate.
Si tratta, in qualche misura, di un fenomeno naturale, dovuto
alle inevitabili trasformazioni economiche e sociali, al venir
meno delle pulsioni separatiste che avevano giustificato talune
scelte statutarie e all'evoluzione culturale.
Oggi l'autonomia regionale e quella siciliana in particolare,
si presentano con diverse facce: l'autonomia delle origini, fatta
di rivendicazioni sul piano delle competenze legislative,
amministrative e finanziarie, ha spesso ceduto il passo ad una
autonomia della nostalgia e del rimpianto di un'epoca d'oro che,
se c'è stata, è durata circa un decennio.
Accanto a questa, negli ultimi anni si è progressivamente
affermata una visione predatoria dell'autonomia regionale, sia
nel senso che una parte della classe politica regionale se ne è
avvalsa per deprecabili finalità privatistiche, sia nel senso che
le stesse strutture governanti statali hanno visto nelle
autonomie e in quelle regionali in particolare, solo una fonte di
spesa da tagliare , spesso in maniera lineare.
Non intendo certamente sostenere la tesi
dell'autoreferenzialità dell'autonomia e degli enti autonomi.
L'autonomia che guarda solo a se stessa è pericolosa tanto quanto
il centralismo più esasperato, anzi, per dirla tutta, sostituisce
il centralismo statale con uno regionale, in cui i centri di
potere non sempre coincidono con quelli di responsabilità.
La scissione del potere dalla responsabilità è oggi causa ed
effetto, per quanto paradossale possa apparire, di talune
degenerazioni che caratterizzano, in modo simmetrico, le
istituzioni regionali e quelle statali. Le prime, quelle
regionali, spesso scaricano sul Governo centrale la
responsabilità delle scelte, soprattutto in ambito economico-
finanziario; le seconde, quelle statali sulla base dei vincoli
imposti dall'esterno, l'Unione europea per intenderci, riversano
sugli enti regionali la responsabilità di decisioni che le stesse
Regioni non sono legittimate ad assumere.
Volendo limitarci ad un aspetto, è mancato, ad esempio,
l'equilibrio tra le competenze riconosciute alla Regione e le
risorse necessarie per garantire un pieno ed effettivo esercizio
dei poteri, con la conseguenza che si è assistito, da un lato,
alla mancata attuazione delle disposizioni statutarie
sull'autonomia finanziaria e, dall'altro, al ricorso
compensativo alle risorse del Fondo di solidarietà. L'effetto
abbagliante delle risorse conferite sulla base dell'articolo 38
dello Statuto ha fatto passare in secondo piano l'esigenza di
responsabilizzazione della classe governante siciliana, sottesa
all'attuazione degli articoli 36 e 37 dello Statuto.
Mi sia consentito aggiungere che quando parlo di
responsabilità, non alludo solo a quella giuridica e a quella
politica, ma anche - e soprattutto - a quella morale nei
confronti dei cittadini, che dovrebbe caratterizzare l'agire di
chi fa politica e che costituisce l'essenza stessa dell'etica
pubblica. Diffido della classe dirigente dalla doppia morale,
diffido in altre parole di chi pensa che vi possa essere una
morale pubblica ed una privata. Chi ha responsabilità pubbliche
non deve solo apparire, ma deve essere in sintonia con la gente,
che chiede sempre più giustizia sociale e sobrietà.
Per queste ragioni, Signor Presidente, mi permetto di
rivendicare la dignità di un'autonomia responsabile, da
intendersi come rispetto e salvaguardia delle istanze di libertà
e di autodeterminazione che sono ad essa sottese, ma anche come
capacità di assunzione delle relative responsabilità.
Una dignità che - come lei ha ricordato, sia pure con
riferimento a ben altre questioni - non si acquista per meriti e
non si perde per demeriti . Oggi, invece, non è raro assistere a
veri e propri processi di massa , soprattutto mediatici, al
sistema autonomistico, considerato alla stregua di una fonte di
malcostume, di corruzione, oltre che di spreco di risorse
pubbliche.
In questa prospettiva la sottolineatura del valore delle
autonomie viene spesso spacciata per un'operazione di
retroguardia, un comportamento quasi reazionario. Tutto ciò
richiede di ripensare all'autonomia regionale in termini nuovi. A
prescindere dalle sue declinazioni, ordinaria e speciale, deve
essere oggi ricostruito un nuovo patto con lo Stato che depuri il
modello regionale vigente dai tratti più discutibili e da quelli
palesemente anacronistici. Da questo punto di vista e con
specifico riguardo alla Regione siciliana, mi appare francamente
incomprensibile la ragione del mantenimento di taluni organi
giurisdizionali decentrati. D'altra parte, lei stesso, Signor
Presidente, nelle vesti di giudice costituzionale, ha redatto una
storica decisione sul meccanismo di impugnazione delle leggi
siciliane, con la quale è stato superato un malinteso modo di
intendere l'autonomia regionale.
Per tali ragioni, ritengo ormai non più procrastinabile una
revisione dello Statuto speciale, che, oltre a sfrondarlo dei
profili di difficile se non impossibile attuazione, ne adegui
forma e contenuto alla mutata realtà sociale, economica e
giuridica. Ciò deve concretamente tradursi, a mio avviso, in un
percorso riformatore, concordato con lo Stato e possibilmente
comune a tutte le autonomie speciali che attualizzi le Carte
statutarie. Questa è, peraltro, la direzione tracciata
recentemente dalla Commissione bicamerale per le questioni
regionali, la quale, all'esito di un'indagine conoscitiva, ha
sottolineato la necessità di un processo che, sulla falsariga di
quanto avvenuto per la revisione della forma di governo delle
Regioni speciali, accomuni tutte le autonomie differenziate,
evitando quindi che possano accrescersi le differenze tra queste
ultime e agevolando il raggiungimento di soluzioni largamente
condivise.
L'attualizzazione dello Statuto speciale deve passare non solo
dalla revisione dei contenuti, ma anche dal ripensamento delle
modalità per la sua modifica. Da questo punto di vista, occorre
valorizzare al massimo delle sue potenzialità il principio di
leale collaborazione, rendendo possibile una revisione di alcune
parti attraverso il meccanismo dell'intesa con lo Stato, come già
praticato con successo da altre Regioni speciali.
La natura costituzionale degli Statuti speciali, concepita come
elemento di garanzia e di rafforzamento dell'autonomia regionale,
si è rivelata, nella sostanza, una formidabile gabbia dorata ,
dentro la quale le forme e gli istituti dell'autonomia sono così
ben protetti da non poter essere modificati senza ricorrere ad
una legge costituzionale.
Da questo punto di vista, si appalesa in tutta la sua portata
il senso di un'apparente contraddizione, in virtù della quale,
mentre in alcune Regioni ordinarie prende avvio il percorso del
cosiddetto regionalismo differenziato di cui all'articolo 116,
terzo comma, della Costituzione, in altre, come la nostra, la
specialità regionale sembra essere un modello da superare.
A me pare, invece, che il regionalismo speciale, fondato sulla
leale collaborazione con lo Stato, vada riproposto su basi nuove
e non messo in discussione, almeno per due ordini di ragioni:
innanzitutto, un regionalismo dell'uniformità costituisce una
contraddizione in termini, fondandosi sull'idea di poter trattare
in modo eguale territori che presentano marcate specificità e che
proprio per questa ragione godono di una sfera di autonomia
politica e organizzativa; in secondo luogo, com'è stato rilevato,
il regionalismo o è cooperativo o non è.
In questa prospettiva occorre avere la capacità di ripensare
l'autonomia speciale alla luce del contesto sociale, economico e
culturale, con particolare riguardo, quindi, alle dinamiche
legate all'appartenenza dell'Italia all'Unione europea e alla
particolare posizione geografica della nostra Regione, posta al
crocevia di flussi migratori di portata epocale.
La specialità siciliana può costituire il laboratorio in cui
sperimentare il senso della differenziazione territoriale e le
soluzioni ai problemi posti da una società sempre più
multiculturale. Da questo punto di vista, è necessario
confrontarsi con gli scenari prefigurati anche di recente
dall'Istat, che immagina una diminuzione dei cittadini siciliani
di quasi un milione nei prossimi cinquant'anni, sia per effetto
del calo demografico sia a causa di un significativo spostamento
dal Sud al Centro-Nord.
Si tratta di fenomeni che possono apparire distanti dalla
realtà odierna, quasi al limite della fantascienza politica, ma
forse lo stesso sarebbe stato detto se qualcuno cinquant'anni fa
avesse prefigurato gli odierni scenari di migrazione dall'Africa
verso il continente europeo. Di tutto questo la classe politica
di oggi e quella che verrà deve necessariamente farsi carico, non
trincerandosi dietro una sterile difesa dell'esistente, ma
provando ad immaginare soluzioni anche dal punto di vista della
mera integrazione culturale. Liquidare i fenomeni in atto come
questioni di ordine pubblico o di carattere economico equivale a
non vedere le trasformazioni in corso e a rischiare di essere
superati dagli eventi.
La Sicilia deve candidarsi a diventare non tanto un laboratorio
politico, come in alcune fasi lo è stato, ma soprattutto come
laboratorio di civiltà , in cui l'esperienza di emigrazione
vissuta dai nostri conterranei non può essere tralasciata nella
elaborazione delle politiche volte a fronteggiare questi
fenomeni. Così come, peraltro, avviene nel contrasto alla
mafia, combattuta non solo in chiave di ordine pubblico, ma
soprattutto come cambiamento sociale e culturale. Non si
spiegherebbe altrimenti la partecipazione corale di migliaia di
giovani provenienti da tutta Italia che si sono ritrovati, solo
tre giorni fa, sotto l'albero di Falcone. Il sacrificio delle
centinaia di vittime di mafia ha costituito - e deve continuare
a costituire - il presupposto morale su cui fondare un nuovo
modello di società.
La grande scommessa da vincere è, dunque, quella di fare della
Sicilia un laboratorio di civiltà. Ci sono le condizioni per
fare tutto questo, in particolare, in questo preciso momento in
cui la credibilità è fortemente compromessa da scandali vecchi,
recenti e recentissimi?
Noi abbiamo il dovere di farlo, Presidente, senza se e senza
ma, perché in primo luogo ce lo chiede la nostra coscienza di
uomini liberi e forti. E' questo il richiamo all'etica di chi ha
responsabilità pubbliche. Non è girandosi dall'altra parte, come
è stato fatto per tanti lunghi anni con la mafia, che si
sconfigge una nuova mafia, quella della corruzione. Gli uomini di
buona volontà, i colleghi parlamentari, e sono in tanti, hanno il
compito complesso ma esaltante di ridare credibilità alle
istituzioni, con la sobrietà nei comportamenti e con l'affrontare
tutte le questioni amministrative e legislative con la purezza
delle colombe, ma soprattutto con la prudenza dei serpenti.
Prudenza, sì, Presidente, è questo quello che spesso è mancato
nell'agire amministrativo e legislativo: la prudenza dei serpenti
di evangelica memoria.
Signor Presidente, mi sia, da ultimo, consentita una
riflessione su un tema a lei caro. In occasione del suo
tradizionale saluto di fine anno, lei ha posto l'attenzione su un
insidioso nemico della convivenza, quello dell'odio come
strumento di lotta politica . Riprendo e faccio mie le sue
parole: Una società divisa, rissosa e in preda al risentimento,
smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge legami,
minaccia la sua stessa sopravvivenza .
E' evidente che oggigiorno sia più semplice cavalcare l'onda
dello scontro con l'altro, con chi semplicemente la pensa in modo
diverso. E' compito della politica, invece, ricostruire un
comune senso di appartenenza che dall'ente locale più piccolo
arrivi fino allo Stato e all'Unione europea, passando dall'ente
Regione. Siamo, quindi, tutti chiamati a farci costruttori di
ponti; in primo luogo, la classe politica è chiamata a unire e
non a speculare su questa tendenza in atto.
Chiudo, richiamando ancora le sue parole: Tutti,
particolarmente chi ha più responsabilità, devono opporsi a
questa deriva . Mi permetto di aggiungere che chi ha più
responsabilità dovrebbe costituire un modello di riferimento per
gli altri. Paolo VI diceva: l'uomo contemporaneo ascolta più
volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo
fa perché sono testimoni . Oggi c'è un grande bisogno di
ascoltare autentici maestri che, non necessariamente, coincidono
con coloro che sono prodighi di parole.
In un'epoca in cui siamo sommersi dalle informazioni, spesso -
come lei ci insegna - è più efficace un'attività discreta ma non
silente .
Signor Presidente, le rinnovo, anche a nome dei colleghi
deputati, la profonda gratitudine per averci onorato con la sua
presenza.
Viva la Sicilia Viva l'Italia
(Applausi)
Do la parola al Presidente della Regione siciliana, onorevole
Rosario Crocetta.
CROCETTA, presidente della Regione. Signor Presidente della
Repubblica, è sicuramente un grande onore per il Governo ed il
Parlamento siciliano celebrare alla sua presenza il 70
anniversario dell'insediamento dell'Assemblea regionale
siciliana, il Parlamento dei siciliani, all'interno di un
Palazzo che già ospitò la prima Assise legislativa del Regno di
Sicilia, la prima Assise europea di un Parlamento con il sovrano
normanno Ruggero II di Sicilia.
Il Parlamento siciliano, nato con il riconoscimento
costituzionale dello Statuto della Regione siciliana, può
costituire, ancora oggi, uno strumento eccezionale per la
crescita sociale e lo sviluppo dell'isola, attraverso l'adozione
di provvedimenti vicini alle istanze dei cittadini ed ai loro
bisogni.
Il riconoscimento dell'autonomia ha impedito, all'indomani del
dopoguerra, che la richiesta autonomistica si saldasse con le
aspirazioni indipendentiste che ne rivendicavano la separazione
della regione dal resto del Paese.
La scelta autonomistica di uomini illuminati come Alessi,
Aldisio e Li Causi, impedì il perseguimento del disegno
separatista, togliendo forza a spinte che venivano anche da
settori di criminalità mafiosa e che perseguivano altre finalità.
Con l'autonomia è stato possibile determinare un corretto
svolgimento della politica democratica dell'isola, all'interno di
una visione unitaria dello Stato e della Patria, unitaria, unica
ed indivisibile.
Le vicende politiche siciliane non sempre hanno dato, negli
anni, una rappresentazione corretta dell'isola e non sempre i
Governi nazionali hanno operato nel rispetto delle competenze
dello Statuto.
L'appartenenza allo Stato italiano ha, però, permesso alla
Sicilia di crescere e progredire; basti pensare al ruolo svolto
dalla Magistratura e dalle Forze dell'ordine nel quadro di una
legislazione antimafia che è la più avanzata del mondo che abbia
potuto contrastare con efficacia le organizzazioni criminali e
mafiose.
La convinta adesione al sistema Paese ed il leale rispetto del
ruolo unitario dello Stato italiano non ci esimono dal
considerare l'autonomia come un bene prezioso da difendere contro
i tentativi continui di eliminarla, che una parte del sistema
politico ha portato avanti negli anni e continua tutt'ora a
perseguire.
Noi siciliani sappiamo bene che l'autonomia è soltanto una
possibilità di operare o nel bene o nel male. L'autonomia ci
responsabilizza, ci rende protagonisti delle nostre scelte. Sta a
noi eletti dal popolo siciliano utilizzarla al meglio possibile.
Per quel che ci riguarda, signor Presidente, siamo stati
impegnati e tutt'ora lo siamo in questi anni a sviluppare un
processo di crescita dell'Isola. In questi quattro anni e mezzo,
grazie al lavoro consunto del Parlamento e del Governo siciliani,
abbiamo ridotto l'indebitamento, risanato il bilancio,
incrementato il PIL e avuto i primi significativi incrementi del
numero degli occupati eliminando processi negativi che si
trascinavano da lunghi anni.
La lotta contro gli sprechi e il parassitismo per una maggiore
trasparenza è stata al centro dell'azione amministrativa e
legislativa della presente legislatura.
Dobbiamo raggiungere nuovi traguardi soprattutto dedicando
maggiore attenzione alle povertà, ai giovani, alle donne, ai più
deboli, alle piccole e medie imprese, alle persone con disabilità
sapendo che tutto ciò è anche il frutto della collaborazione, è
necessaria una più intensa collaborazione fra Stato e Regione.
Sono orgoglioso, signor Presidente, di dirle che grazie anche
al suo sollecito, il nostro Parlamento e il nostro Governo, con
l'ultima finanziaria, hanno stanziato risorse importanti a
sostegno delle persone con disabilità portando a trecentomilioni
di euro gli interventi socio-sanitari gestiti dalle ASP a favore
di tali categorie e a ben duecentoquarantamilioni di euro l'anno
il fondo per l'assistenza socio-assistenziale.
Stiamo lavorando adesso per rendere efficace e operative tali
risorse. Orgoglioso del fatto che finalmente nei prossimi giorni
millesettecentocinquanta soggetti con disabilità gravissima
potranno ricevere un assegno assistenziale di diciottomila euro
l'anno ciascuno che in assoluto è il più alto concesso da una
regione italiana.
Signor Presidente, grazie per la sua presenza, che per noi oggi
deve essere di incentivo a fare di più, ad operare meglio,
sapendo che al di là dei contesti politici e delle espressioni
diverse del Parlamento, si debba operare nella logica di
migliorare le condizioni di vita del popolo siciliano e dare una
forte accelerazione ai processi di sviluppo della nostra Regione.
La Sicilia è una delle regioni più belle del mondo. Crediamo
anche che debba divenire una delle più ricche e laboriose, non
attraverso politiche parassitarie e clientelari ma mediante un
nuovo processo di crescita e un nuovo modello di sviluppo che
metta soprattutto al centro la responsabilità e l'impegno di
tutti, nel rispetto, nel perseguimento delle politiche di
legalità e di trasparenza.
Grazie, signor Presidente. Viva la Sicilia Viva l'Italia
(Applausi)
PRESIDENTE. Ringrazio, a nome dei parlamentari tutti e del
popolo siciliano, il Presidente della Repubblica per la sua
presenza in quest'Aula.
Presidenza del Presidente Ardizzone
Onorevoli colleghi, la seduta è rinviata a mercoledì 14 giugno
2017, alle ore 16.00, con l'ordine del giorno già comunicato
nella precedente seduta d'Aula n. 427 del 18 maggio 2017.
La seduta è tolta alle ore 11.35
DAL SERVIZIO LAVORI D'AULA
Il Direttore
dott. Mario Di Piazza
Il Consigliere parlamentare responsabile
dott.ssa Maria Cristina Pensovecchio