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Resoconto d'Aula della Seduta n. 428 di venerdì 26 maggio 2017
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           dell'Assemblea regionale siciliana
   Presidenza del Presidente Ardizzone


                  La seduta è aperta alle ore 11.04

  (Sono presenti in Aula il Presidente della Repubblica, onorevole
                         Sergio Mattarella,
                         ed altre autorità)

        Celebrazione del 70  Anniversario della prima seduta
                  dell'Assemblea regionale siciliana

   PRESIDENTE. Dichiaro aperta la seduta.
   Onorevoli  colleghi, l'ordine del giorno della presente  seduta,
  celebrata   in  forma  solenne,  reca:   Celebrazione   del    70
  Anniversario   della   prima   seduta  dell'Assemblea   regionale
  siciliana .
   Avverto  che  del verbale della scorsa seduta sarà data  lettura
  in quella successiva.
   Invito  la Fanfara dell'Arma dei Carabinieri, presente  in  Aula
  per l'occasione, ad intonare l'Inno nazionale.

    (Durante l'esecuzione dell'Inno nazionale tutti i presenti si
                               alzano)

   PRESIDENTE. Ringrazio la Fanfara dell'Arma dei Carabinieri.
   Signor  Presidente, è per me un grande onore porgerle il  saluto
  del Parlamento siciliano.
   Saluto  i  rappresentanti del Governo e del Parlamento nazionale
  ed europeo, le autorità religiose, civili e militari presenti, il
  sindaco  di Palermo, presidente dell'Anci. Un grazie per la  loro
  presenza  ai  colleghi  presidenti  delle  Assemblee  legislative
  regionali ed a tutti voi che avete accolto l'invito a partecipare
  al 70  anniversario della prima seduta di quest'Assemblea.
   La  presenza in Aula del Capo dello Stato costituisce motivo  di
  orgoglio per quest'Assemblea che ha il vanto di rappresentare  in
  Europa il primo Parlamento che la storia ricordi.
   Le  due  date  scolpite in fondo a questa  Sala,  1130  e  1947,
  rappresentano  le  nostre origini ma, al  contempo,  ci  indicano
  l'orizzonte  verso il quale rivolgere la nostra  azione  politica
  quotidiana.   Ricordare  da  dove  veniamo  non  è  un'operazione
  nostalgia  né  costituisce un modo per  legittimare  il  presente
  sulla base di un nobile passato, ma deve essere per tutti noi uno
  sprone a cercare in quelle esperienze un nuovo idem sentire della
  comunità regionale.
      L'autonomia   quale   sinonimo  di  libertà   attraverso   il
  coinvolgimento  e,  quindi,  il riconoscimento  del  ruolo  delle
  realtà locali, dei comuni per intenderci, è stata l'esigenza  che
  si  è  protratta attraverso i secoli come un fiume  carsico  che,
  partito lentamente nel 1130, è sfociato nello Statuto del 1946.
   Le  tappe sopra sintetizzate, la rivendicazione di autonomia  da
  parte   dei  Prefetti  dopo  lo  sbarco  alleato  del  1943,   la
  straordinaria   partecipazione  popolare  alle   prime   elezioni
  regionali dell'aprile 1947, quasi l'80 per cento, e la strage  di
  matrice  mafiosa  di  Portella della  Ginestra  di  pochi  giorni
  successiva, era il 1  maggio del 1947, confermano, se ce ne fosse
  bisogno,  che l'autonomia regionale non è nata da un  compromesso
  tra lo Stato e la mafia, come da qualcuno è stato teorizzato,  ma
  da  un  patto  tra la classe dirigente regionale e nazionale  del
  tempo;  sono  stati  i Prefetti a richiederla,  avversato  quindi
  dalla  mafia,  anzi, è la dimostrazione che  la  mafia  cresce  e
  prolifera ogni qualvolta le istituzioni democratiche sono  deboli
  e  permeabili. Alla mafia non poteva non stare bene né le  libere
  elezioni vinte dal Fronte popolare né, tanto meno, l'insediamento
  della  prima  Assemblea  regionale eletta democraticamente  dalla
  quasi  totalità del popolo siciliano. Un popolo, quindi, che  per
  la   prima   volta,  si  dotava  di  un'istituzione  democratica,
  rappresentativa degli interessi generali.
   Non  v'è  dubbio  che  nel  corso dei  decenni  la  mafia  si  è
  insinuata  in  questi  anni  ed  ha frequentato  questo  Palazzo,
  confondendosi  talvolta  con  una parte  della  classe  politica,
  quella  stessa  politica  che ha negato nei  decenni  l'esistenza
  della  mafia,  rendendosene nel contempo  serva  e  complice,  ma
  sarebbe  ingiusto ed ingeneroso non riconoscere che, pure  in  un
  contesto  difficile,  grazie  all'Autonomia  sono  state  attuate
  importantissime riforme, da quella agraria a quella  urbanistica,
  a  quella  sull'elezione diretta dei sindaci e alle  tante  altre
  prese ad esempio nel resto d'Italia. Se ciò è stato possibile  lo
  si deve a quella classe dirigente illuminata che ha utilizzato la
  specialità come mezzo di riscatto del popolo siciliano e non come
  fine della sua azione politica.
   Parimenti,  in questi scranni si sono seduti deputati  che,  per
  la  loro autorevolezza e il loro rigore morale, hanno pagato  con
  la  vita  l'impegno politico, come i compianti  Pio  La  Torre  e
  Piersanti Mattarella. Risuona ancora in questa Sala il coraggioso
  auspicio  a   isolare  e  a respingere i comportamenti  mafiosi ,
  formulato  38  anni  fa dal Presidente Piersanti  Mattarella,  in
  occasione della visita del Capo dello Stato Sandro Pertini.
   Ritornando  alle  origini storiche del nostro  Statuto,  v'è  da
  dire  che a fronte di una straordinaria capacità progettuale  che
  ha  trovato  la  massima espressione nella Carta  statutaria  del
  1946,  si  è  registrata  nel corso dei decenni  una  progressiva
  trasfigurazione  del fenomeno autonomistico, con  la  conseguenza
  che  l'autonomia  originariamente delineata ha assunto  sembianze
  diverse da quelle immaginate.
   Si  tratta,  in qualche misura, di un fenomeno naturale,  dovuto
  alle  inevitabili trasformazioni economiche e sociali,  al  venir
  meno  delle pulsioni separatiste che avevano giustificato  talune
  scelte statutarie e all'evoluzione culturale.
   Oggi  l'autonomia regionale e quella siciliana  in  particolare,
  si presentano con diverse facce: l'autonomia delle origini, fatta
  di   rivendicazioni  sul  piano  delle  competenze   legislative,
  amministrative e finanziarie, ha spesso ceduto il  passo  ad  una
  autonomia della nostalgia e del rimpianto di un'epoca d'oro  che,
  se c'è stata, è durata circa un decennio.
   Accanto  a  questa,  negli  ultimi anni  si  è  progressivamente
  affermata una  visione predatoria  dell'autonomia regionale,  sia
  nel  senso che una parte della classe politica regionale se ne  è
  avvalsa per deprecabili finalità privatistiche, sia nel senso che
  le   stesse  strutture  governanti  statali  hanno  visto   nelle
  autonomie e in quelle regionali in particolare, solo una fonte di
  spesa da  tagliare , spesso in maniera lineare.
   Non      intendo      certamente     sostenere      la      tesi
  dell'autoreferenzialità dell'autonomia  e  degli  enti  autonomi.
  L'autonomia che guarda solo a se stessa è pericolosa tanto quanto
  il centralismo più esasperato, anzi, per dirla tutta, sostituisce
  il  centralismo  statale con uno regionale, in cui  i  centri  di
  potere non sempre coincidono con quelli di responsabilità.
   La  scissione  del potere dalla responsabilità è oggi  causa  ed
  effetto,  per  quanto  paradossale  possa  apparire,  di   talune
  degenerazioni   che  caratterizzano,  in  modo   simmetrico,   le
  istituzioni   regionali  e  quelle  statali.  Le  prime,   quelle
  regionali,    spesso   scaricano   sul   Governo   centrale    la
  responsabilità  delle  scelte, soprattutto in  ambito  economico-
  finanziario;  le seconde, quelle statali sulla base  dei  vincoli
  imposti dall'esterno, l'Unione europea per intenderci,  riversano
  sugli enti regionali la responsabilità di decisioni che le stesse
  Regioni non sono legittimate ad assumere.
   Volendo   limitarci  ad  un  aspetto,  è  mancato,  ad  esempio,
  l'equilibrio  tra le competenze riconosciute alla  Regione  e  le
  risorse  necessarie per garantire un pieno ed effettivo esercizio
  dei  poteri, con la conseguenza che si è assistito, da  un  lato,
  alla    mancata   attuazione   delle   disposizioni    statutarie
  sull'autonomia    finanziaria   e,   dall'altro,    al    ricorso
   compensativo   alle risorse del Fondo di solidarietà.  L'effetto
   abbagliante  delle risorse conferite sulla base dell'articolo 38
  dello  Statuto  ha fatto passare in secondo piano  l'esigenza  di
   responsabilizzazione  della classe governante siciliana, sottesa
  all'attuazione degli articoli 36 e 37 dello Statuto.
   Mi    sia   consentito   aggiungere   che   quando   parlo    di
  responsabilità,  non alludo solo a quella giuridica  e  a  quella
  politica,  ma  anche  -  e soprattutto  -  a  quella  morale  nei
  confronti  dei cittadini, che dovrebbe caratterizzare l'agire  di
  chi  fa  politica  e che costituisce l'essenza stessa  dell'etica
  pubblica.  Diffido  della classe dirigente dalla  doppia  morale,
  diffido  in  altre  parole di chi pensa che vi possa  essere  una
  morale  pubblica ed una privata. Chi ha responsabilità  pubbliche
  non  deve solo apparire, ma deve essere in sintonia con la gente,
  che chiede sempre più giustizia sociale e sobrietà.
   Per   queste   ragioni,  Signor  Presidente,  mi   permetto   di
  rivendicare   la   dignità  di  un'autonomia   responsabile,   da
  intendersi come rispetto e salvaguardia delle istanze di  libertà
  e  di  autodeterminazione che sono ad essa sottese, ma anche come
  capacità di assunzione delle relative responsabilità.
   Una   dignità  che  -  come  lei  ha  ricordato,  sia  pure  con
  riferimento a ben altre questioni -  non si acquista per meriti e
  non si perde per demeriti . Oggi, invece, non è raro assistere  a
  veri  e  propri   processi di massa , soprattutto  mediatici,  al
  sistema  autonomistico, considerato alla stregua di una fonte  di
  malcostume,  di  corruzione,  oltre  che  di  spreco  di  risorse
  pubbliche.
   In   questa  prospettiva  la  sottolineatura  del  valore  delle
  autonomie   viene   spesso   spacciata   per   un'operazione   di
  retroguardia,  un  comportamento  quasi  reazionario.  Tutto  ciò
  richiede di ripensare all'autonomia regionale in termini nuovi. A
  prescindere  dalle sue declinazioni, ordinaria e  speciale,  deve
  essere oggi ricostruito un nuovo patto con lo Stato che depuri il
  modello regionale vigente dai tratti più discutibili e da  quelli
  palesemente  anacronistici.  Da  questo  punto  di  vista  e  con
  specifico  riguardo alla Regione siciliana, mi appare francamente
  incomprensibile  la  ragione del mantenimento  di  taluni  organi
  giurisdizionali  decentrati. D'altra parte,  lei  stesso,  Signor
  Presidente, nelle vesti di giudice costituzionale, ha redatto una
  storica  decisione  sul  meccanismo di impugnazione  delle  leggi
  siciliane,  con  la quale è stato superato un malinteso  modo  di
  intendere l'autonomia regionale.
   Per  tali  ragioni,  ritengo ormai non più  procrastinabile  una
  revisione  dello  Statuto speciale, che, oltre a  sfrondarlo  dei
  profili  di  difficile se non impossibile attuazione,  ne  adegui
  forma  e  contenuto  alla  mutata  realtà  sociale,  economica  e
  giuridica. Ciò deve concretamente tradursi, a mio avviso,  in  un
  percorso  riformatore,  concordato con lo Stato  e  possibilmente
  comune  a  tutte le autonomie speciali che  attualizzi  le  Carte
  statutarie.   Questa   è,   peraltro,  la   direzione   tracciata
  recentemente  dalla  Commissione  bicamerale  per  le   questioni
  regionali,  la  quale, all'esito di un'indagine  conoscitiva,  ha
  sottolineato la necessità di un processo che, sulla falsariga  di
  quanto  avvenuto  per la revisione della forma di  governo  delle
  Regioni  speciali,  accomuni  tutte le  autonomie  differenziate,
  evitando quindi che possano accrescersi le differenze tra  queste
  ultime  e  agevolando  il raggiungimento di soluzioni  largamente
  condivise.
   L'attualizzazione dello Statuto speciale deve passare  non  solo
  dalla  revisione  dei contenuti, ma anche dal ripensamento  delle
  modalità  per la sua modifica. Da questo punto di vista,  occorre
  valorizzare  al  massimo delle sue potenzialità il  principio  di
  leale  collaborazione, rendendo possibile una revisione di alcune
  parti attraverso il meccanismo dell'intesa con lo Stato, come già
  praticato con successo da altre Regioni speciali.
   La  natura costituzionale degli Statuti speciali, concepita come
  elemento di garanzia e di rafforzamento dell'autonomia regionale,
  si  è  rivelata, nella sostanza, una formidabile  gabbia dorata ,
  dentro la quale le forme e gli istituti dell'autonomia sono  così
  ben  protetti  da non poter essere modificati senza ricorrere  ad
  una legge costituzionale.
   Da  questo  punto di vista, si appalesa in tutta la sua  portata
  il  senso  di un'apparente contraddizione, in virtù della  quale,
  mentre  in alcune Regioni ordinarie prende avvio il percorso  del
  cosiddetto  regionalismo differenziato  di cui all'articolo  116,
  terzo  comma,  della Costituzione, in altre, come la  nostra,  la
  specialità regionale sembra essere un modello da superare.
   A  me  pare, invece, che il regionalismo speciale, fondato sulla
  leale  collaborazione con lo Stato, vada riproposto su basi nuove
  e  non  messo  in discussione, almeno per due ordini di  ragioni:
  innanzitutto,  un  regionalismo dell'uniformità  costituisce  una
  contraddizione in termini, fondandosi sull'idea di poter trattare
  in modo eguale territori che presentano marcate specificità e che
  proprio  per  questa  ragione godono di una  sfera  di  autonomia
  politica e organizzativa; in secondo luogo, com'è stato rilevato,
  il regionalismo o è cooperativo o non  è.
   In  questa  prospettiva occorre avere la capacità  di  ripensare
  l'autonomia speciale alla luce del contesto sociale, economico  e
  culturale,  con  particolare  riguardo,  quindi,  alle  dinamiche
  legate  all'appartenenza dell'Italia all'Unione  europea  e  alla
  particolare posizione geografica della nostra Regione,  posta  al
  crocevia di flussi migratori di portata epocale.
   La  specialità  siciliana può costituire il laboratorio  in  cui
  sperimentare  il senso della differenziazione territoriale  e  le
  soluzioni   ai   problemi  posti  da  una  società   sempre   più
  multiculturale.   Da   questo  punto  di  vista,   è   necessario
  confrontarsi  con  gli  scenari  prefigurati  anche  di   recente
  dall'Istat, che immagina una diminuzione dei cittadini  siciliani
  di  quasi un milione nei prossimi cinquant'anni, sia per  effetto
  del  calo demografico sia a causa di un significativo spostamento
  dal Sud al Centro-Nord.
   Si  tratta  di  fenomeni  che possono  apparire  distanti  dalla
  realtà  odierna, quasi al limite della fantascienza politica,  ma
  forse lo stesso sarebbe stato detto se qualcuno cinquant'anni  fa
  avesse  prefigurato gli odierni scenari di migrazione dall'Africa
  verso  il  continente europeo. Di tutto questo la classe politica
  di oggi e quella che verrà deve necessariamente farsi carico, non
  trincerandosi  dietro  una  sterile  difesa  dell'esistente,   ma
  provando  ad immaginare soluzioni anche dal punto di vista  della
  mera  integrazione culturale. Liquidare i fenomeni in  atto  come
  questioni di ordine pubblico o di carattere economico equivale  a
  non  vedere  le trasformazioni in corso e a rischiare  di  essere
  superati dagli eventi.
   La  Sicilia deve candidarsi a diventare non tanto un laboratorio
  politico,  come  in alcune fasi lo è stato, ma  soprattutto  come
   laboratorio  di  civiltà ,  in cui l'esperienza  di  emigrazione
  vissuta  dai nostri conterranei non può essere tralasciata  nella
  elaborazione   delle   politiche  volte  a  fronteggiare   questi
  fenomeni.  Così  come,  peraltro, avviene   nel  contrasto   alla
  mafia,  combattuta  non  solo in chiave di  ordine  pubblico,  ma
  soprattutto  come  cambiamento   sociale  e  culturale.  Non   si
  spiegherebbe altrimenti la partecipazione corale di  migliaia  di
  giovani  provenienti da tutta Italia che si sono ritrovati,  solo
  tre  giorni  fa,  sotto l'albero di Falcone. Il sacrificio  delle
  centinaia   di vittime di mafia ha costituito - e deve continuare
  a  costituire  -  il presupposto morale su cui fondare  un  nuovo
  modello di società.
   La  grande scommessa da vincere è, dunque, quella di fare  della
  Sicilia  un   laboratorio di civiltà.  Ci sono le condizioni  per
  fare  tutto questo, in particolare, in questo preciso momento  in
  cui  la  credibilità è fortemente compromessa da scandali vecchi,
  recenti e recentissimi?
   Noi  abbiamo il dovere di farlo, Presidente, senza  se  e  senza
  ma,  perché  in primo luogo ce lo chiede la nostra  coscienza  di
  uomini liberi e forti. E' questo il richiamo all'etica di chi  ha
  responsabilità pubbliche. Non è girandosi dall'altra parte,  come
  è  stato  fatto  per  tanti lunghi anni  con  la  mafia,  che  si
  sconfigge una nuova mafia, quella della corruzione. Gli uomini di
  buona volontà, i colleghi parlamentari, e sono in tanti, hanno il
  compito  complesso  ma  esaltante  di  ridare  credibilità   alle
  istituzioni, con la sobrietà nei comportamenti e con l'affrontare
  tutte  le  questioni amministrative e legislative con la  purezza
  delle  colombe,  ma  soprattutto con la  prudenza  dei  serpenti.
  Prudenza,  sì, Presidente, è questo quello che spesso  è  mancato
  nell'agire amministrativo e legislativo: la prudenza dei serpenti
  di evangelica memoria.
   Signor   Presidente,   mi   sia,  da  ultimo,   consentita   una
  riflessione  su  un  tema  a  lei  caro.  In  occasione  del  suo
  tradizionale saluto di fine anno, lei ha posto l'attenzione su un
   insidioso   nemico  della  convivenza,  quello  dell'odio   come
  strumento  di  lotta  politica . Riprendo e  faccio  mie  le  sue
  parole:   Una società divisa, rissosa e in preda al risentimento,
  smarrisce  il  senso  di comune appartenenza,  distrugge  legami,
  minaccia la sua stessa sopravvivenza .
   E'  evidente  che  oggigiorno sia più semplice cavalcare  l'onda
  dello scontro con l'altro, con chi semplicemente la pensa in modo
  diverso.   E'  compito  della politica, invece,   ricostruire  un
  comune  senso  di appartenenza che dall'ente locale  più  piccolo
  arrivi  fino allo Stato e all'Unione europea, passando  dall'ente
  Regione.  Siamo,  quindi, tutti chiamati a farci  costruttori  di
  ponti;  in primo luogo, la classe politica è chiamata a  unire  e
  non a speculare su questa tendenza in atto.
   Chiudo,    richiamando   ancora   le   sue    parole:     Tutti,
  particolarmente  chi  ha  più responsabilità,  devono  opporsi  a
  questa  deriva .  Mi  permetto  di  aggiungere  che  chi  ha  più
  responsabilità dovrebbe costituire un modello di riferimento  per
  gli  altri.  Paolo VI diceva:  l'uomo contemporaneo  ascolta  più
  volentieri  i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri  lo
  fa  perché  sono  testimoni .  Oggi  c'è  un  grande  bisogno  di
  ascoltare  autentici maestri che, non necessariamente, coincidono
  con coloro che sono prodighi di parole.
   In  un'epoca in cui siamo sommersi dalle informazioni, spesso  -
  come lei ci insegna - è più efficace un'attività  discreta ma non
  silente .
   Signor  Presidente,  le  rinnovo,  anche  a  nome  dei  colleghi
  deputati, la profonda gratitudine per averci onorato con  la  sua
  presenza.
   Viva la Sicilia  Viva l'Italia

                             (Applausi)

   Do  la  parola al Presidente della Regione siciliana,  onorevole
  Rosario Crocetta.

   CROCETTA,  presidente  della Regione.  Signor  Presidente  della
  Repubblica,  è sicuramente un grande onore per il Governo  ed  il
  Parlamento   siciliano  celebrare  alla  sua  presenza   il    70
  anniversario    dell'insediamento    dell'Assemblea     regionale
  siciliana,   il  Parlamento  dei  siciliani,  all'interno  di  un
  Palazzo  che già ospitò la prima Assise legislativa del Regno  di
  Sicilia, la prima Assise europea di un Parlamento con il  sovrano
  normanno Ruggero II di Sicilia.
   Il    Parlamento   siciliano,   nato   con   il   riconoscimento
  costituzionale   dello  Statuto  della  Regione  siciliana,   può
  costituire,  ancora  oggi,  uno  strumento  eccezionale  per   la
  crescita  sociale e lo sviluppo dell'isola, attraverso l'adozione
  di  provvedimenti vicini alle istanze dei cittadini  ed  ai  loro
  bisogni.
   Il  riconoscimento dell'autonomia ha impedito, all'indomani  del
  dopoguerra,  che  la richiesta autonomistica si saldasse  con  le
  aspirazioni  indipendentiste che ne rivendicavano la  separazione
  della regione dal resto del Paese.
   La  scelta  autonomistica  di  uomini  illuminati  come  Alessi,
  Aldisio   e  Li  Causi,  impedì  il  perseguimento  del   disegno
  separatista,  togliendo  forza a spinte  che  venivano  anche  da
  settori di criminalità mafiosa e che perseguivano altre finalità.
   Con  l'autonomia  è  stato  possibile  determinare  un  corretto
  svolgimento della politica democratica dell'isola, all'interno di
  una visione unitaria dello Stato e della Patria,  unitaria, unica
  ed indivisibile.
   Le  vicende  politiche siciliane non sempre  hanno  dato,  negli
  anni,  una  rappresentazione corretta dell'isola e non  sempre  i
  Governi  nazionali  hanno operato nel rispetto  delle  competenze
  dello Statuto.
   L'appartenenza  allo  Stato italiano  ha,  però,  permesso  alla
  Sicilia  di crescere e progredire; basti pensare al ruolo  svolto
  dalla  Magistratura e dalle Forze dell'ordine nel quadro  di  una
  legislazione antimafia che è la più avanzata del mondo che  abbia
  potuto  contrastare con efficacia le organizzazioni  criminali  e
  mafiose.
   La  convinta adesione al sistema Paese ed il leale rispetto  del
  ruolo   unitario  dello  Stato  italiano  non  ci   esimono   dal
  considerare l'autonomia come un bene prezioso da difendere contro
  i  tentativi  continui di eliminarla, che una parte  del  sistema
  politico  ha  portato  avanti negli anni e  continua  tutt'ora  a
  perseguire.
   Noi  siciliani  sappiamo  bene che l'autonomia  è  soltanto  una
  possibilità  di  operare o nel bene o nel  male.  L'autonomia  ci
  responsabilizza, ci rende protagonisti delle nostre scelte. Sta a
  noi eletti dal popolo siciliano utilizzarla al meglio possibile.
   Per  quel  che  ci  riguarda,  signor  Presidente,  siamo  stati
  impegnati  e  tutt'ora lo siamo in questi anni  a  sviluppare  un
  processo di crescita dell'Isola. In questi quattro anni e  mezzo,
  grazie al lavoro consunto del Parlamento e del Governo siciliani,
  abbiamo    ridotto   l'indebitamento,   risanato   il   bilancio,
  incrementato il PIL e avuto i  primi significativi incrementi del
  numero  degli  occupati  eliminando  processi  negativi  che   si
  trascinavano da lunghi anni.
   La  lotta  contro gli sprechi e il parassitismo per una maggiore
  trasparenza  è  stata  al  centro  dell'azione  amministrativa  e
  legislativa della presente legislatura.
   Dobbiamo   raggiungere  nuovi  traguardi  soprattutto  dedicando
  maggiore attenzione alle povertà, ai giovani, alle donne, ai  più
  deboli, alle piccole e medie imprese, alle persone con disabilità
  sapendo  che tutto ciò è anche il frutto della collaborazione,  è
  necessaria una più intensa collaborazione fra Stato e Regione.
   Sono  orgoglioso, signor Presidente, di dirle che  grazie  anche
  al  suo sollecito, il nostro Parlamento e il nostro Governo,  con
  l'ultima  finanziaria,  hanno  stanziato  risorse  importanti   a
  sostegno  delle persone con disabilità portando a trecentomilioni
  di  euro gli interventi socio-sanitari gestiti dalle ASP a favore
  di  tali categorie e a ben duecentoquarantamilioni di euro l'anno
  il fondo per l'assistenza socio-assistenziale.
   Stiamo  lavorando adesso per rendere efficace e  operative  tali
  risorse. Orgoglioso del fatto che finalmente nei prossimi  giorni
  millesettecentocinquanta  soggetti  con   disabilità   gravissima
  potranno  ricevere un assegno assistenziale di diciottomila  euro
  l'anno  ciascuno  che in assoluto è il più alto concesso  da  una
  regione italiana.
   Signor Presidente, grazie per la sua presenza, che per noi  oggi
  deve  essere  di  incentivo a fare di  più,  ad  operare  meglio,
  sapendo  che  al di là dei contesti politici e delle  espressioni
  diverse  del  Parlamento,  si  debba  operare  nella  logica   di
  migliorare le condizioni di vita del popolo siciliano e dare  una
  forte accelerazione ai processi di sviluppo della nostra Regione.
   La  Sicilia  è  una delle regioni più belle del mondo.  Crediamo
  anche  che  debba divenire una delle più ricche e laboriose,  non
  attraverso  politiche parassitarie e clientelari ma  mediante  un
  nuovo  processo  di crescita e un nuovo modello di  sviluppo  che
  metta  soprattutto  al centro la responsabilità  e  l'impegno  di
  tutti,  nel  rispetto,  nel  perseguimento  delle  politiche   di
  legalità e di trasparenza.
   Grazie, signor Presidente. Viva la Sicilia  Viva l'Italia

                             (Applausi)

   PRESIDENTE.  Ringrazio,  a  nome dei parlamentari  tutti  e  del
  popolo  siciliano,  il  Presidente della Repubblica  per  la  sua
  presenza in quest'Aula.


   Presidenza del Presidente Ardizzone


   Onorevoli  colleghi, la seduta è rinviata a mercoledì 14  giugno
  2017,  alle  ore  16.00, con l'ordine del giorno  già  comunicato
  nella precedente seduta d'Aula n. 427 del 18 maggio 2017.

                  La seduta è tolta alle ore 11.35

                    DAL  SERVIZIO LAVORI  D'AULA
                            Il Direttore
                        dott. Mario Di Piazza

              Il  Consigliere parlamentare responsabile
                dott.ssa  Maria Cristina Pensovecchio