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Resoconto d'Aula della Seduta n. 205 di martedì 14 luglio 2020
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   Presidenza del Presidente Miccichè

   Presidenza del vicepresidente Foti


                   La seduta è aperta alle ore 15.27

   PRESIDENTE.  Buonasera colleghi, abbiamo ritardato qualche  minuto
  perché ci sono ancora delle Commissioni riunite.

   Avverto che il processo verbale della seduta precedente è posto  a
  disposizione  degli  onorevoli deputati  che  intendano   prenderne
  visione  ed  è considerato approvato in assenza di osservazioni  in
  contrario nella presente seduta.

   Ai  sensi dell'articolo 127, comma 9, del Regolamento interno,  do
  il  preavviso  di  trenta minuti al fine delle eventuali  votazioni
  mediante  procedimento elettronico che dovessero  avere  luogo  nel
  corso della seduta.
   Invito,  pertanto,  i deputati a munirsi per tempo  della  tessera
  personale di voto.
   Ricordo,  altresì, che anche la richiesta di verifica  del  numero
  legale  (art.  85)  ovvero la domanda di scrutinio  nominale  o  di
  scrutinio  segreto (art. 127) sono effettuate mediante procedimento
  elettronico.

            Precisazione sul congedo dell'onorevole Arancio

   PRESIDENTE.  Con  riferimento al congedo  dell'onorevole  Arancio,
  annunziato nella seduta n. 199 del 23 giugno 2020, preciso  che  il
  suddetto  congedo, come da  relativa nota a suo tempo pervenuta,  è
  da  intendersi  esteso fino al 19 luglio 2020, tenuto  anche  conto
  della   precedente  richiesta  dell'interessato,  comunicata  nella
  seduta  n. 196 del 10 giugno 2020, con la quale l'onorevole Arancio
  aveva  già chiesto congedo fino al 30 giugno 2020.

   L'Assemblea ne prende atto.

                                Congedi

   PRESIDENTE.  Comunico  che hanno chiesto congedo,  per  la  seduta
  odierna, gli onorevoli Barbagallo e Gucciardi.

   L'Assemblea ne prende atto.

                               Missioni

   PRESIDENTE. Comunico che:
   - l'onorevole Di Mauro è in missione oggi e domani;
   - l'onorevole Pullara sarà in missione dal 29 al 30 luglio 2020.

    L'Assemblea ne prende atto.

    Comunicazione di decreto di nomina di componente di Commissione

   PRESIDENTE.  Do lettura del decreto di nomina di componente  della
  IV  Commissione  legislativa  permanente   Ambiente,  territorio  e
  mobilità :

                         «Repubblica  Italiana

                             ASSEMBLEA  REGIONALE  SICILIANA


                                                   I L    P R E
                S I D E N T E                       220

   VISTE  le dimissioni, con decorrenza 8 luglio 2020, dell'onorevole
  Nunzio  Di  Paola  da  componente della IV Commissione  legislativa
  permanente  Ambiente, territorio e mobilità',  protocollate  al  n.
  28-PRE/2020 del 7 luglio 2020;

   VISTA  la  nota  del 30 giugno 2020, pervenuta in pari  data  alla
  Presidenza dell'Assemblea e protocollata al n. 4407/AulaPG  del  30
  giugno  2020,  a  firma  del  Presidente  del  Gruppo  parlamentare
   Movimento Cinque Stelle', con la quale si designava l'on.  Stefano
  Zito  a  componente  della  suddetta  Commissione  in  sostituzione
  dell'onorevole Di Paola;

   CONSIDERATO   che  l'on.  Zito  fa  parte  dello   stesso   Gruppo
  parlamentare del componente dimissionario, on. Di Paola;

   CONSIDERATO   che  occorre,  pertanto,  procedere  alla   relativa
  sostituzione;

   VISTO il Regolamento interno dell'Assemblea,

                             D E C R E T A

   l'onorevole   Stefano   ZITO  è  nominato  componente   della   IV
  Commissione   legislativa   permanente   Ambiente,   territorio   e
  mobilità',  in sostituzione dell' on.le Di Paola, dimissionario.

   Il presente decreto sarà comunicato all'Assemblea.

   Palermo, 8 luglio 2020»

                      Atti e documenti, annunzio

   PRESIDENTE.   Avverto  che  le  comunicazioni  di  rito   di   cui
  all'articolo  83  del  Regolamento interno  dell'Assemblea  saranno
  riportate nell'allegato A al resoconto dell'odierna seduta.


   Discussione   della   relazione   conclusiva   della   Commissione
  parlamentare  d'inchiesta e vigilanza sul fenomeno  della  mafia  e
  della  corruzione in Sicilia sul depistaggio sulla  strage  di  via
  D'Amelio (Doc. VII)

   PRESIDENTE.  Si  passa  alla  punto  II  dell'ordine  del  giorno:
   Discussione   della   relazione   conclusiva   della   Commissione
  parlamentare  d'inchiesta e vigilanza sul fenomeno  della  mafia  e
  della  corruzione in Sicilia sul depistaggio sulla  strage  di  via
  D'Amelio (Doc. VII) .
   Ha   facoltà   di   parlare   il  Presidente   della   Commissione
  parlamentare  d'inchiesta e vigilanza sul fenomeno  della  mafia  e
  della  corruzione  in  Sicilia, onorevole  Fava,  per  svolgere  la
  relazione.

   FAVA,  presidente della Commissione e relatore. Grazie, Presidente
  e  grazie anche  di avere deciso di dedicare una seduta d'Aula  per
  illustrare  questa  relazione  della  Commissione  Antimafia,  come
  abbiamo  già  fatto con la relazione sul ciclo dei  rifiuti.  Anche
  questo è un lavoro che, come lei sa e come sanno i colleghi,  si  è
  concluso  con  un  voto  di  consenso  della  Commissione  espresso
  all'unanimità e che l'anno scorso ha concluso un lavoro  abbastanza
  lungo,  parecchie decine di audizioni, che è partito dall'audizione
  di  Fiammetta  Borsellino pochi giorni prima, 2018, che  ricorresse
  l'anniversario  della  morte del padre e  degli  agenti  della  sua
  scorta.
   Abbiamo cercato di capire quale fosse il modo più dignitoso e allo
  stesso tempo anche più utile per potere ricordare la strage di  via
  D'Amelio  evitando  il ricorso alla liturgia, alla  commemorazione,
  all'emozione diciamo degli affetti e abbiamo pensato  che  la  cosa
  opportuna  da fare fosse ascoltare Fiammetta Borsellino perché,  da
  molti  anni, la figlia di Paolo Borsellino, ad alta voce, esprimeva
  alcune domande, alcuni interrogativi, alcuni dubbi, chiedendo  alle
  sedi  istituzionali di potere provare a dare una risposta,  cioè  a
  questa  lunga  scia di opacità, di reticenza, di  silenzio  che  ha
  accompagnato le indagini sulla morte del padre ma, soprattutto, che
  ha   accompagnato  i  primi  sedici  anni  di  indagine  che  hanno
  determinato, com'è stato acclarato anche in sede giudiziaria - è in
  corso un processo su questo punto -, il più clamoroso e direi anche
  devastante  depistaggio che abbia conosciuto la storia  giudiziaria
  repubblicana.
   Per  sedici anni si è seguito un falso obiettivo, falsi colpevoli,
  una falsa traccia investigativa, un falso movente, nel frattempo si
  sono succedute sentenze anche passate in giudicato, con ergastoli a
  carico  di  gente che nulla aveva a che fare con la strage  di  via
  d'Amelio  fino  a  quando si è scoperto che  il  teste  chiave,  il
  pentito  Scarantino, in realtà, era stato costruito  e  manipolato,
  come  si  dice a Palermo era stato vestito, come un pupo,  affinché
  conducesse  le  indagini  in una via, in un percorso  completamente
  diverso e lontano dalla verità fattuale.
   Abbiamo  cominciato  con questa audizione  per  accogliere  queste
  richieste, queste sollecitazioni, queste domande e potere provare a
  dare una risposta partendo da una convinzione di cui la Commissione
  che  ho  l'onore di presiedere è fermamente convinta da  quando  ha
  cominciato  i  propri  lavori,  cioè  che  il  compito  di   questa
  Commissione   non  sia  quello  di  sovrapporsi  o  di  affiancarsi
  all'autorità  giudiziaria,  ma  di approfondire  quesiti,  domande,
  punti  oscuri,  opacità,  contraddizioni  e  controversie  che  non
  ricadono  necessariamente  nell'ambito di intervento  dell'autorità
  giudiziaria  e,  la vicenda del depistaggio Borsellino,  in  questo
  senso, è una vicenda da manuale.
   In  questo momento abbiamo in corso un processo con un funzionario
  di  polizia  e  due  sottoufficiali che sono  indagati  per  questo
  depistaggio,  ma sapevamo e sappiamo ancor di più, dopo  il  lavoro
  fatto  con  questa  relazione, che la  quantità  di  responsabilità
  penalmente   non   rilevanti,   ma  assai   rilevanti   sul   piano
  istituzionale,  sul piano giudiziario, sul piano investigativo  che
  hanno determinato e accompagnato questo depistaggio, va ben oltre i
  tre  imputati  che, oggi, rispondono di questo reato  davanti  alla
  Corte  d'Assise  di  Caltanissetta e, quindi,  abbiamo  cercato  di
  mettere  insieme,  attraverso  le  molte  deposizioni  e  gli  atti
  acquisiti,  i documenti ricevuti, quale fosse stata la dinamica  di
  questo depistaggio partendo anche dalle intenzioni.
   Qual  è  il  movente?  Perché depistare  in  modo  così  clamoroso
  l'indagine  sulla  più grande strage di mafia che abbia  conosciuto
  questo  Paese, su quella che ha diciamo sfidato definitivamente  le
  istituzioni repubblicane e che ha colpito al cuore questo Paese? La
  risposta che si siamo dati è che questo depistaggio serviva  a  due
  necessità immediate: la prima, quella di coprire i veri mandanti  e
  veri  autori della strage, mandanti e autori è una condizione nella
  quale si sono mescolati molti livelli di responsabilità, alcuni che
  richiamano direttamente responsabilità di Cosa Nostra e  la  mafia,
  altri  che  richiamano anche responsabilità collusive  e  di  pezzi
  delle  istituzioni;  l'altra funzione era quella  di  proporre  una
  lettura molto al ribasso della strage di via d'Amelio.
   Cosa dice Scarantino? Scarantino dice che Paolo Borsellino è stato
  ammazzato per vendetta. Cosa Nostra ha deciso di vendicarsi  ed  ha
  deciso di vendicarsi nel luglio del 1992, dopo la strage di Capaci,
  ha  deciso  di vendicarsi nonostante questa seconda strage  avrebbe
  determinato,  come ha determinato, una reazione frontale  durissima
  da  parte  dello Stato, ha deciso di vendicarsi contro  il  proprio
  interesse;  lei ricorderà, Presidente, che in quelle settimane  era
  in attesa di discussione di voto alla Camera un decreto del Governo
  che prevedeva il 41 bis, il carcere duro, e la scadenza dei termini
  perché questo decreto potesse essere convertito in legge era  il  6
  agosto  del  1992. Noi sappiamo con certezza che il 19  luglio  del
  1992   questo  decreto  era  già  morto  perché  era  assolutamente
  improbabile che entro il 6 agosto il Parlamento avrebbe  deciso  di
  fare  quello che non era stato emotivamente in condizione  di  fare
  dopo la strage di Capaci. Dopo la strage di via D'Amelio il decreto
  viene  approvato; il 41bis diventa una parziale pietra tombale  sui
  desideri di impunità e sopravvivenza della cupola di Cosa Nostra.
   Per  cui  per quale motivo Cosa Nostra doveva vendicarsi  in  quel
  modo   e  in  quel  tempo,  cioè  nelle  forme  assolutamente  meno
  favorevoli alle sue intenzioni che sono quelle molto pragmatiche di
  garantirsi impunità e prosperità economica, però questa era la tesi
  che  per 16 anni ha sovraordinato le indagini sulla morte di  Paolo
  Borsellino.
   La  Mafia  voleva vendicarsi, solo la mafia nessun'altra  presenza
  esterna,    nessun   altro   interesse,   nessun'altra   necessità,
  nessun'altra preoccupazione nei confronti del giudice Borsellino se
  non quella che era stata manifestata da Cosa Nostra.
   Sedici anni e durante questi sedici anni è stato messo in piedi un
  depistaggio che non definirei da manuale, i depistaggi  da  manuale
  sono  quelli  collaudati,  a  prova  di  verifica,  che  dovrebbero
  resistere ad ogni sguardo sospettoso. In realtà, il depistaggio che
  prende  forma  subito  dopo la strage di via D'Amelio  è  una  cosa
  piuttosto  imbarazzante nelle forme, nei tempi,  nelle  parole  che
  vengono  usate  per darvi corpo e che immediatamente racconta  come
  sulla  morte  di  Borsellino si sommino  molte  preoccupazioni  che
  vogliono  cercare  di  spostare  lo sguardo  e  l'attenzione  delle
  investigazioni  lontano  dalla  verità.  Intanto  la  presenza  dei
  servizi  segreti sullo sfondo di questa indagine e sullo sfondo  di
  questa strage.
   I  servizi segreti compaiono nel contesto, nel teatro della strage
  di  via  D'Amelio centrotrenta secondi dopo lo scoppio della bomba,
  quando il primo agente che interviene alla guida di una volante che
  riceve  la  chiamata si fa strada tra i fumi che  si  sollevano  da
  terra scavalcando la cerchia di corpi umani con la pistola in pugno
  perché non sa che cosa sia accaduto, e racconterà molti anni  dopo,
  quando per la prima volta verrà ascoltato:  mi vidi venire incontro
  due  signori vestiti come noi oggi, senza una goccia di sudore,  in
  giacca  e  cravatta mi mostrano un distintivo   e quando lui  dice:
   chi  siete? ,    spiegando Sisde servizi di sicurezza .  Forse  le
  stesse   presenze  che  si  occupano,  nei  minuti   immediatamente
  successivi alla morte di Paolo Borsellino, di visitare e bonificare
  la casa di campagna e l'ufficio al Palazzo di giustizia. Ma diciamo
  l'ingresso a pieno titolo dei servizi in questa indagine avviene la
  sera del 19 luglio.
   Il Procuratore di Caltanissetta Tinebra che per quasi due mesi non
  aveva trovato il tempo per ascoltare il dottor Borsellino che aveva
  chiesto,  ripetutamente, di essere interrogato per potere  dare  il
  suo  contributo non tanto di intuito quanto di conoscenza specifica
  di  alcuni  fatti  sulla strage di Capaci per due  mesi  non  verrà
  ascoltato,  per  due mesi si deciderà che il contributo  che  Paolo
  Borsellino  può  offrire sull'indagine di Capaci, sulla  strage  di
  Capaci, sia del tutto irrilevante. Ma la stessa sera del 19 luglio,
  con  una  prontezza  che  in  altre circostanze  la  Procura  della
  Repubblica  di Caltanissetta non ha mai manifestato, il procuratore
  Tinebra  chiama  il  capo centro del Sisde, del responsabile  della
  Sicilia, il dottor Bruno Contrada, e gli chiede di occuparsi  della
  direzione delle indagini sulla strage di via D'Amelio compiendo una
  violazione delle norme e delle regole del gioco consacrate in legge
  dello Stato manifeste.
   Come saprà, Presidente, le leggi sovraordinano la vita dei servizi
  di  intelligence  del  nostro Paese prevedono  e  prevedono  che  i
  servizi  di  sicurezza  e,  quindi, i  funzionari  dei  servizi  di
  sicurezza  non possano e non debbano mai avere funzioni di  Polizia
  giudiziaria,  altrimenti  avremo un corpo alle  dirette  dipendenze
  dell'esecutivo che si occupa di Polizia giudiziaria, viene meno  la
  divisione  dei  poteri,  né possono avere  alcun  rapporto  con  la
  Magistratura inquirente.
   Bene,  nonostante  questo sia consacrato da leggi,  per  la  prima
  volta nella storia della Repubblica e per l'ultima, immaginiamo per
  quanto  ci  è dato da sapere, la notte stessa delle stragi  un  fax
  arriva all'indirizzo del Sisde, un fax col quale il Procuratore  di
  Caltanissetta chiede al capocentro Contrada di essere loro Sisde  a
  dirigere le indagini. Il dottor Bruno Contrada giustamente obietta:
   Signor Procuratore la legge me lo impedisce, sono in condizioni di
  potere  accogliere il vostro invito soltanto se su  questo  c'è  il
  consenso di tutta la linea di comando del Sisde ; il giorno dopo  a
  Caltanissetta si presenta l'intera linea di comando del Sisde,  dal
  direttore  dell'agenzia di Roma fino al dottor Contrada  con  ampia
  consapevolezza  perché  il  Sisde  una  decisione  di  questo  tipo
  certamente  non  la può assumere in autonomia anche  del  Ministero
  dell'Interno,  dell'Arma dei Carabinieri  e  della  Presidenza  del
  Consiglio dei Ministri, i quali sanno che i servizi di intelligence
  da   quel  giorno  dirigono  le  indagini  sulla  morte  di   Paolo
  Borsellino.
   Prima  cosa  piuttosto insolita che viene fuori  nel  corso  delle
  nostre  audizioni,  della nostra indagine e questo  è  l'inizio  di
  quella  somma di responsabilità convergenti per ansia di  successo,
  per  la  necessità  di arrivare finalmente ad  una  risoluzione  di
  questa indagine, per come dire distrazione, per dabbenaggine, tutti
  i magistrati del pool antimafia della Procura di Caltanissetta sono
  perfettamente  consapevoli che si sta violando la legge  ma,  tutti
  insieme,  decidono  di tacere, tutti, alcuni di questi  li  abbiamo
  ascoltati,  pochi  per la verità hanno avuto la  disponibilità,  la
  benevolenza  di farsi ascoltare, di venire a farsi ascoltare  dalla
  nostra  Commissione  e  hanno ribadito quello  che  emergeva  dalle
  carte.
   In effetti, noi sapevamo che i servizi di intelligence conducevano
  queste  indagini,  ci fu perfino una riunione che  si  fece  in  un
  albergo  di  Caltanissetta alla quale partecipò tutta la governance
  del  Sisde assieme a tutto il pool antimafia e noi abbiamo chiesto:
   Scusate, ma a nessuno di voi è venuto in mente di alzare la mano e
  dire  signor  Procuratore noi stiamo agendo  contro  la  legge,  le
  indagini  sulla  morte dei Paolo Borsellino devono essere  condotte
  dalla Polizia giudiziaria  che, peraltro, in Sicilia ha efficienza,
  efficacia, tradizione di straordinaria qualità,  per quale  ragione
  ci  rivolgiamo ai servizi di intelligence , questa domanda  non  fu
  fatta, comincia il lavoro di questi servizi il cui primo prodotto è
  Scarantino.
   Quando   viene   arrestato  questo  giovanotto  il  profiling   di
  Scarantino  che  lo  dipinge  come un notabile  mafioso,  cioè  una
  persona  assai  inserita in un contesto mafioso,  parente  di  boss
  mafiosi,  certamente in condizione di stare dentro le dinamiche  di
  Cosa  Nostra è il profiling che viene fornito dal Sisde.  Ed  è  la
  prima cosa abbastanza incongruente che poi ci accorgeremo nel corso
  degli  anni come determinerà attraverso questa prima forzatura  che
  su Scarantino si costruisca un teorema folle.
   La seconda forzatura è il fatto che nel momento in cui Contrada  a
  Caltanissetta ha il compito di dirigere le indagini sulla strage di
  Via  d'Amelio,  a Palermo, è indagato per concorso in  associazione
  mafiosa  e  lei capisce, Presidente, come sia difficile comprendere
  come due Procure della Repubblica, nello stesso tempo, nello stesso
  periodo  e  in  un momento di estrema sensibilità istituzionale  si
  trovino  l'una  ad  affidare a Contrada l'indagine  più  importante
  nella  storia  della  Repubblica  italiana,  l'altra  ad  indagarlo
  considerandolo  un colluso con Cosa Nostra; la stessa  persona,  lo
  stesso tempo, lo stesso contesto, due Procure a settanta chilometri
  l'una dall'altra.
   A quel punto Scarantino comincia produrre i suoi effetti. Vado per
  titoli,  perché  la  relazione  su  questo  ha  cercato  di  essere
  estremamente  puntuale: 1994, dal 4 al 13 luglio del  1994  vengono
  autorizzate   dalla   Procura  della  Repubblica   dieci   colloqui
  investigativi;  i  colloqui investigativi nel  momento  in  cui  un
  soggetto ha deciso di collaborare non possono essere più fatti  dai
  magistrati  che hanno raccolto la sua disponibilità  e,  invece,  a
  Pianosa  per  dieci  giorni  consecutivi  i  magistrati  che  hanno
  convinto Scarantino a collaborare continuano a costruire attorno  a
  Scarantino il teorema della sua complicità e della sua colpevolezza
  che  lo  porterà,  ne  dico una per tutte, a  raccontare  di  avere
  assistito personalmente alla riunione, del summit mafioso in cui si
  decide  l'eliminazione di Borsellino e spiegherà Scarantino  -  che
  accompagnava  lo zio che era un capo mafia che partecipava  a  quel
  summit  - che lui aspettava fuori dalla sala in cui si riunivano  i
  notabili di Cosa Nostra e che, ad un certo punto, era luglio, c'era
  caldo, aveva sete, entra nella stanza dove c'era il frigorifero con
  l'acqua  minerale,  si  prende  una bottiglia  d'acqua  minerale  e
  portandosela  fuori  sente Totò Riina che dice:  Adesso  ammazziamo
  Paolo  Borsellino .  E'  una sceneggiatura  di  un  film  di  terza
  categoria.
    E'  quello che viene raccontato agli atti:  Io c'ero e ho sentito
  Totò  Riina  che  diceva  adesso ammazziamo Paolo Borsellino' .  Lo
  diceva questo giovanotto, che veniva raccontato dai giornalisti con
  cui abbiamo parlato, che abbiamo ascoltato e che lo conoscevano  da
  tempo,  come  un  caruso di borgata, uno conosciuto  alla  Guadagna
  perché  la  mattina metteva un banchetto di cartone  per  strada  e
  vendeva sigarette di contrabbando.
    Eppure,   nonostante  questa  evidenza  dei  fatti,  i   colloqui
  investigativi, viene costituito ad hoc un gruppo d'indagine Falcone-
  Borsellino  affidato alle cure e agli ordini del dottor La  Barbera
  che  era  capo  della squadra mobile di Palermo. Anche  qui  ci  si
  chiede  per quale ragione costituire un gruppo d'indagine specifico
  tra  La  Barbera  e  il  Procuratore  di  Caltanissetta  avendo   a
  disposizione fior fiore di investigatori collaudati su indagini  di
  questo tipo da anni ed anni.
    Scarantino  nel luglio del 1994 viene prelevato dagli uomini  del
  gruppo Falcone-Borsellino e viene gestito da loro fino al processo,
  estromettendo  come invece pretende la legge, il servizio  centrale
  di  protezione,  cioè  c'è un collaboratore di  giustizia  che  non
  dovrebbe  incontrare i magistrati e li incontra per dieci  colloqui
  consecutivi nell'isola di Pianosa, che dovrebbe essere affidato  al
  servizio  di  protezione  centrale dello Stato  e  che  viene  dato
  direttamente ad agenti che hanno indagato su di lui.
    E'  chiaro che si presume che tutto questo sia servito, come  poi
  si  riscontrerà  in  appunti vergati  a  mano  nei  testi  del  suo
  interrogatorio,  a  preparare  il  suo  interrogatorio  durante  il
  dibattimento.
    La  domanda  che  ci  siamo più volte posti di  fronte  a  queste
  stravaganze  investigative:  Ma possibile  che  se  ne  accorga  la
  Commissione   Antimafia' ventotto anni  dopo  e  non  se  ne  siano
  accorti gli investigatori, i magistrati, tutti i colori di fronte i
  quali sfilava questa collezione di atti irrituali, di forzature, di
  fughe in avanti, di violazione delle norme e del buon senso? , fino
  al  momento, come dire, definitivo nello smascheramento  di  questo
  finto  teorema  che è il momento in cui Scarantino  viene  messo  a
  confronto  con  tre  pentiti,  quelli veri,  tre  collaboratori  di
  giustizia, quelli solidi, quelli che sanno e che hanno raccontato.
    Siamo  nel  gennaio del 1995: Scarantino è messo a confronto  con
  Cangemi,  Di Matteo e La Barbera, i quali dicono:  Signor  giudice,
  ma  questo chi è? . E lo dicono con cognizione di causa,  non  solo
  perché  non  lo  conoscono,  ma  perché  anche  con  l'intelligenza
  materiale,  elementare e spregiudicata di cui sono capaci  anche  i
  mafiosi, lo mettono alla prova e scoprono che lui non sa nulla, per
  cui  lo  dicono a verbale, Cangemi, Di Matteo, La Barbera:   Questo
  signore con Cosa Nostra non c'entra nulla, figuriamoci se può avere
  a  che fare con la strage di Via d'Amelio . Lo mettono a verbale. I
  verbali scompaiono, signor Presidente.
    Siamo  nel  gennaio  del  1995. E' in  corso  il  primo  processo
  Borsellino,  stanno partendo gli altri, non c'è una sola  sentenza,
  si  è  in  condizione di poter intervenire, si è in  condizione  di
  poter  dire  alle  parti  della difesa  e  ai  pubblici  ministeri:
   Attenzione, siamo di fronte ad un'evidenza sulla poca concretezza,
  sulla   poca   affidabilità,  del  testimone  centrale  dell'intera
  accusa .
    Questi   verbali  scompaiono  e  ricompaiono  nelle  mani   degli
  avvocati  dei  difensori nell'agosto di due anni  dopo,  cioè  sono
  passati  due  anni e mezzo senza che verbali in cui alcuni  pentiti
  dicono:  Scarantino è un millantatore  venissero messi a conoscenza
  delle parti.
    Arriviamo  all'intervista di Scarantino nel luglio del  1995  che
  ritratta.  Lo  intervista  uno che lo conosce,  questo  giornalista
  Mangano,  abbiamo ascoltato, uno che viveva alla Guadagna,  che  lo
  incontrava  ogni mattina con le sigarette di contrabbando,  sa  che
  vuole  parlare  con  qualcuno, si rende disponibile,  intervista  e
  nell'intervista  dice:  sono stato costretto, mi hanno  minacciato,
  mi  hanno picchiato, hanno fatto cose indicibili . Scarantino è  un
  minus habens, non è strutturato sul piano né emotivo, né culturale,
  è  facile  manipolarlo.  Ed  è stato manipolato.  In  qualche  modo
  candidamente lo confessa:  mi hanno promesso, mi hanno  minacciato,
  mi  hanno  dato,  ho  paura  ma io non c'entro  nulla .  Intervista
  rilasciata, registrata, montata, mandata agli studi di Italia 1 per
  conto   di   quali  lavorava  all'epoca  il  giornalista   Mangano.
  Improvvisamente  arriva un decreto del Tribunale di  Caltanissetta,
  della Procura di Caltanissetta, che ha appreso, attraverso un gioco
  di intercettazioni telefoniche, che c'è stata questa ritrattazione.
  Si  presenta  un  ufficiale  giudiziario  agli  studi  di  Mediaset
  chiedendo:  a) che non venga mandata l'intervista; b)  che  vengano
  recuperate,  quindi,  sequestrate le cassette;  c)  che  di  questa
  intervista  non  resti traccia nemmeno nel server, in  un'epoca  in
  cui,  se  tu  cancelli  dal  server le immagini  o  interviste,  le
  cancelli per sempre perché non c'è memoria elettronica che tenga. E
  questa  intervista  si salva soltanto perché  uno  dei  tecnici  di
  Mediaset,  palermitano, capisce che, forse, questa cancellazione  è
  qualcosa  di irrituale e decide di fare una copia pirata che,  poi,
  verrà trasmessa con la ritrattazione di Scarantino.
   Arriviamo  alle lettere della dottoressa Bocassini  che  ha  fatto
  parte  del  pool investigativo e che, andando via da Caltanissetta,
  scrive ai colleghi dicendo:  Cari colleghi, forse abbiamo sbagliato
  tutto.  Io,  che faccio parte di questo pool vi dico che Scarantino
  non  è  credibile. Dobbiamo fermarci, dobbiamo fare in modo di  non
  andare a condannare degli innocenti .
   Mai  trovate  queste lettere, signor Presidente, mai esibite,  mai
  oggetto di un momento di discussione.
   Lo  abbiamo  chiesto al Procuratore aggiunto Giordano,  al  dottor
  Petralia:   Com'è possibile che, di fronte ad una  lettera  di  una
  vostra  collega,  che  mette per iscritto   di  Scarantino  non  ci
  possiamo più fidare , voi non decidete di fermarvi un attimo  e  di
  dire   attenzione, dove stiamo andando? Stiamo facendo il gioco  di
  chi?  A chi serve questo colpevole e questo gruppo di imputati  che
  nulla  hanno a che fare con la strage di via D'Amelio? A chi  serve
  far  pensare  che il giudice sia stato ammazzato soltanto  per  una
  vendetta mafiosa?  .
   Nessuno se le fa questa domanda, anzi, quando l'abbiamo fatta,  il
  Procuratore   aggiunto   Giordano   ha   candidamente   confessato:
   Presidente,  in quel momento era questa la tesi.  Quelli  erano  i
  colpevoli, quella la strada da seguire, non ce la siamo sentita  di
  fermare i processi . Per sedici anni, fino a quando appare un nuovo
  collaboratore  di  giustizia e dice:  adesso vi  spiego  come  sono
  andate le cose . E sappiamo come si è conclusa.
   Io, credo, Presidente - e lo crediamo tutti, i miei colleghi della
  Commissione   Antimafia' - che la vicenda del  depistaggio  di  via
  D'Amelio  è  una  vicenda grave non tanto per  una  sottrazione  di
  verità,  non tanto per un furto di tempo e di vite; io penso  anche
  ai   familiari   di   Paolo  Borsellino,  penso   alla   coscienza,
  all'opinione pubblica di questo Paese nutrita di false informazioni
  e  false  verità per sedici anni e che si trova di  fronte  ad  una
  verità  incontestabile,  cioè che dietro la  morte  di  Borsellino,
  dietro  la  morte  dei  cinque agenti della sua  scorta,  ci  siano
  intenzioni omicide che non sono soltanto quelle di Cosa Nostra ed a
  tutto questo ci si arriva colpevolmente dopo sedici anni di doloso,
  cosciente depistaggio.
   Credo  che  tutto  questo non possa passare attraverso  le  maglie
  strettissime  di  un  processo, di un giudicato  perché  il  codice
  penale  non  prevede  che  possa essere sanzionata  ogni  ansia  di
  carriera, ogni furbo silenzio, ogni distrazione dal punto di  vista
  professionale,  dal punto di vista processuale,  però,  abbiamo  il
  dovere  di  raccontare che, se tutto questo è accaduto, è  accaduto
  per una somma di responsabilità che non possono soltanto ritrovarsi
  in capo ai tre imputati oggi a processo a Caltanissetta.
   E   la   conclusione  -  l'abbiamo  scritto,  e  concludo,  signor
  Presidente  -  che  mai  una  sola  investigazione  giudiziaria   e
  processuale  ha raccolto tante anomalie, ritualità e forzature  sul
  piano procedurale e sostanziale come questa.
   Mai alla realizzazione di un depistaggio concorsero tante volontà,
  tante azioni, tante omissioni.
   Noi  non  abbiamo,  ovviamente, una  verità  che  ci  permetta  di
  comprendere  perché  tutto questo è accaduto  ma  il  dovere  è  di
  costruire almeno la somma delle responsabilità che tutto questo  lo
  hanno  reso possibile, credo che lo dobbiamo, non soltanto a questo
  Paese,  ma anche ai familiari di Paolo Borsellino, da cui è partita
  questa  indagine, ascoltando Fiammetta Borsellino e  assumendo  con
  lei  non  tanto il dovere e la promessa di una preghiera in memoria
  del padre, ma di fare le domande che andavano fatte e che aveva  il
  dovere  di  dare  una risposta. Le risposte che la  Commissione  ha
  ricevuto sono quelle che trovate in questa relazione.

                 Presidenza della Vicepresidente FOTI

   PRESIDENTE.  Grazie,  onorevole Fava.  Si  è  iscritto  a  parlare
  l'onorevole Miccichè. Ne ha facoltà.
   MICCICHE',  presidente dell'Assemblea. Non  so  se  sia  una  cosa
  normale,  ma  io  faccio  tutto quello che  ritengo  sia  giusto  e
  corretto: ho chiesto all'onorevole Foti di sostituirmi perché avevo
  due curiosità.
   Intanto,  grazie  per  l'esposizione  e  per  la  relazione  della
  Commissione,  per questa relazione e anche per le  altre  che  sono
  state  fatte.Ma soltanto una curiosità, onorevole Fava, quando  lei
  dice:   Scarantino dice mi hanno minacciato, mi hanno  costretto  ,
  quando  alla  Fininvest dicono:  Ci hanno costretti a cancellare  .
  Chi? Perché manca il chi?
   In  quel momento, a Palermo, c'era un mitico Procuratore Capo, che
  si  chiamava Giancarlo Caselli, che non credo che fosse uno che  si
  facesse  scavalcare da nessuno, onestamente, per cui  tutto  questo
  avviene  nell'inconsapevolezza, nel silenzio, nella complicità  che
  vorrei escludere e comunque nell'indifferenza del Procuratore  Capo
  Caselli?
   Soltanto  questo. Posso ritornare al mio posto, ma volevo  evitare
  di  dire queste cose da Presidente dell'Assemblea, volevo dirle  da
  semplice  deputato;  però, sono curiosità che, per  un  palermitano
  specialmente, come dire, sono curiosità importanti da chiarire.

   FAVA,  presidente  della Commissione e relatore.  Le  risposte  mi
  sembrano dovute. Il Procuratore Caselli arriva nel gennaio del '93;
  il  profiling criminale di Scarantino viene imbastito nei sei  mesi
  che precedono, ma il problema che lei pone è un problema reale: tra
  la  Procura  della Repubblica di Caltanissetta e la  Procura  della
  Repubblica  di  Palermo si determina, in quel periodo,  chiamiamolo
  eufemisticamente, un grande freddo.
   Stiamo  dicendo che lo stesso dirigente dei servizi di  sicurezza,
  che  Palermo  sta indagando, considerandolo colluso con  la  mafia,
  Caltanissetta  lo  investe  della  responsabilità  di  condurre  le
  indagini.   La  domanda  che  abbiamo  fatto  anche  ai  magistrati
  palermitani  che  abbiamo ascoltato è stata:  Com'è  possibile  che
  queste  informazioni non siano arrivate da Palermo a  Caltanissetta
  per  evitare  che  ci  si rivolgesse ad un soggetto  che  voi,  nel
  frattempo, stavate indagando? .
   La  risposta  è stata che un coordinamento che, in  quel  caso,  è
  mancato, andava affidato alla Procura nazionale antimafia che,  per
  quella  stagione  decise  di  lasciare  carta  bianca,  la  Procura
  competente che era quella di Caltanissetta.
   Sui  nomi che fa Scarantino. I nomi li fa. Parla di La Barbera che
  non c'è più e parla nelle sue accuse dei due sottoufficiali e di un
  funzionario che, in questo momento, infatti sono sotto  processo  a
  Caltanissetta.  La  sensazione è che quello sia  un  aspetto  assai
  marginale  della  vicenda,  non  è  tanto  la  minaccia  subita  da
  Scarantino,   ma  l'intera  costruzione  della  figura   salvifica,
  epifanica, di questo pentito che tutto ci dirà e tutto ci risolverà
  e  lì,  a monte, ci sono responsabilità, crediamo assai più  gravi,
  non  penalmente,  ma  sul piano etico, sul piano  istituzionale  di
  quelle che oggi vengono assegnate ai tre imputati di Caltanissetta.

   PRESIDENTE.  E' iscritto a parlare l'onorevole D'Agostino.  Ne  ha
  facoltà.

   D'AGOSTINO. Grazie, Presidente. Domenica 19 luglio saranno 28 anni
  dalla morte di Paolo Borsellino e noi assisteremo, in quella data e
  nel   giorno   precedente   e  magari  nel  giorno   immediatamente
  successivo,  un  po'  a  quello  che, giustamente,  abbiamo  potuto
  constatare in questi 28 anni, quindi alle celebrazioni, al  ricordo
  della  memoria  di  Paolo Borsellino, sarà ripercorsa,  ancora  una
  volta,  la sua vita e sarà tracciata, ancora una volta, il  profilo
  dell'eroe.
   Inutile dire che in questi 28 anni abbiamo assistito tra Falcone e
  Borsellino  a tantissimi interventi, tantissimi ricordi, tantissime
  celebrazioni  che  hanno ovviamente, poi, alla  fine,  sfiorato  la
  retorica  e  che, comunque, come vediamo e come possiamo  osservare
  anche dalla relazione puntuale che ha fatto il presidente Fava, del
  lavoro   che   abbiamo  svolto  in  Commissione,  non  sono   stati
  sufficienti a capire cos'è accaduto.
   E per quasi vent'anni, venticinque anni forse, abbiamo vissuto nel
  dubbio,  o  nella certezza infondata che l'assassino di Borsellino,
  come  l'assassino  di Falcone, abbia seguito una  traiettoria,  una
  traccia abbastanza scontata che è quella della vendetta mafiosa che
  si abbatteva e abbatteva i suoi strali sui paladini dell'antimafia,
  sui  giudici  che avevano organizzato il  maxi-processo ,  che  poi
  Borsellino  non  l'aveva organizzato, ma  Falcone  sì  -  e  questi
  andavano  subito colpiti e puniti, e questa storiella ce  la  siamo
  fatta  bastare  perché tutti abbiamo creduto  che,  così  come  gli
  stessi  magistrati di Caltanissetta non hanno avuto il coraggio  di
  essere   consequenziali,  tutti  in  questo   Paese   sono   stati,
  giustamente, ci siamo affidati allo Stato, alle istituzioni statali
  e lì abbiamo creduto che le cose andassero in un certo modo.
   Bene  io,  colleghi, vi invito a leggere la relazione che  abbiamo
  prodotto  in  Commissione  Antimafia'. Leggetela. Ve  la  consiglio
  come  lettura  estiva,  ma vi assicuro che dopo  non  sarà  più  lo
  stesso   Dopo  non  potrete più pensare che questo  Stato,  in  cui
  abbiamo  vissuto  in questi anni, sia quello in  qualche  modo,  ci
  fidiamo e ci affidiamo in maniera costante.
   Ve   lo   dico  perché,  oggi,  alla  luce  di  questa   relazione
  dell'Antimafia  -  io  non  voglio  sovrappormi  alle  parole   del
  Presidente  Fava  e  alla  sua  ricostruzione  che  è   già   stata
  sufficientemente  puntuale, anzi le chiederò  Presidente  di  avere
  qualche  minuto  in più rispetto ai cinque - noi dobbiamo,  invece,
  andare  ad approfondire ed analizzare il comportamento dello Stato.
  Un  comportamento  dello Stato che è stato  vergognoso  alla  luce,
  anche  qui,  di  una sentenza della Cassazione, quindi  non  stiamo
  andando,  come  dire,  a  fare illazioni o a  fare  congetture.  Ci
  affidiamo,  proprio  perché  siamo  uomini  delle  istituzioni,  ad
  un'ulteriore  istituzione che, però, ha scoperchiato  il  malaffare
  che  c'è  stato sulla gestione del processo Borsellino,  che  parte
  dall'abbandono   e  dalla  solitudine,  assieme  a   Falcone,   che
  precedette  l'omicidio di Borsellino, che parte dallo screditamento
  che  subì Paolo Borsellino, durante gli ultimi mesi della sua vita,
  che  parte dalle dinamiche dell'attentato che non sono state quelle
  per  cui,  per  vent'anni ci hanno voluto far credere  che  fossero
  state, dall'organizzazione, che non è stata un'organizzazione  solo
  e  tipicamente  mafiosa, dal coinvolgimento delle istituzioni,  che
  oggi  sappiamo essere state coinvolte in questo terribile omicidio,
  dal  depistaggio e dalle indagini che sono state lacunose da  parte
  della  Procura  di Caltanissetta e dalle sentenze che,  in  qualche
  modo, ci hanno aiutato non ad avere la verità ma ad avere una parte
  di  verità che apre scenari che sono completamente diversi rispetto
  a quelli che conoscevamo.
   Ma  perché tutto questo è avvenuto? Anche questa è una domanda che
  ci  dobbiamo  porre.  E' la domanda, anzi, che ci  dobbiamo  porre.
  Perché lo Stato si è fatto coinvolgere in tutta questa faccenda,  e
  ha  fatto  sì che la memoria di Borsellino, come quella di Falcone,
  venissero infangate in questa maniera.
   Io vi consiglio, se avete voglia di approfondire, tre audizioni  n
  particolare.
   La prima, quella del maresciallo Canale. Il maresciallo Canale era
  la  persona che era più vicina a Paolo Borsellino, forse più vicina
  a  Paolo  Borsellino della sua stessa famiglia. Era l'uomo che  era
  l'ombra  di  Borsellino. Lo assecondava e lo seguiva dalla  mattina
  fino  alla sera. Bene, il maresciallo Canale ha fatto un'audizione,
  ci  ha fatto un racconto che è da rabbrividire. Vi invito a leggere
  quell'audizione,  ne  vedrete  le  palpitazioni  sentimentali,   la
  commozione  dopo  ventotto anni da parte di una persona  che  aveva
  dedicato la sua vita a un'icona, come quella di Paolo Borsellino, e
  che  è  stata sentita dalle istituzioni, dalla Magistratura,  dalla
  Procura di Caltanissetta sei mesi dopo l'assassinio di Borsellino
   Quando sarebbe stato logico, normale, naturale che venisse sentito
  sei minuti dopo l'omicidio
   E da lì, dall'audizione del maresciallo Canale, da questa persona,
  questo  umile  servitore  dello  Stato,  possiamo  apprendere   con
  facilità gli scontri con la Procura di Palermo di Borsellino con la
  Procura  di  Palermo. I diverbi con il Procuratore capo  dell'epoca
  che era Giammanco.
   Lo  smantellamento del  Pool , e quindi tutto quello che  avveniva
  in  quelle  settimane, in quei mesi, dopo che il maxi-processo  era
  finito,  c'era  l'isolamento di Falcone e Borsellino  -  che  anche
  questo   riconosciamo  come  fatto  politico  assodato   -   e   lo
  smantellamento   del    Pool',  che  significava   l'inizio   della
  delegittimazione di Falcone e poi di Borsellino,  che  non  a  caso
  vengono uccisi tutti e due nel giro di due mesi.
   Dopo  l'omicidio  di Falcone le indagini che vanno  a  rilento  su
  Falcone  e  Borsellino  che non viene ascoltato  dalla  Procura  di
  Palermo,  nonostante  lo chiedesse, perché Borsellino,  esattamente
  come Canale per Borsellino, Borsellino lo era per Falcone; ma come,
  non  sentite  Borsellino dopo l'omicidio di Capaci? Perché  non  lo
  sentite?  E Borsellino chiedeva di essere sentito. E la Procura  di
  Caltanissetta, invece, non lo ascoltava.
   E  da  lì,  quindi, il ruolo di Tinebra, quindi  il  ruolo  di  La
  Barbera,  ma ha già detto prima il presidente Fava che fu un  ruolo
  in  quietante e un ruolo sbagliato: oggi lo sappiamo che La Barbera
  manipolò Scarantino. Le scorte precarie che aveva Borsellino  nelle
  settimane   precedenti  al  suo  assassinio.   Il   nervosismo   di
  Borsellino, che scriveva, scriveva, scriveva e scriveva  nella  sua
   agenda rossa'. Agende ne aveva tre, ci dice il maresciallo  Canale
  - non lo avevamo mai saputo - una era quella che è scomparsa ed era
  quella  dove  lui  si affaticava a scrivere tutte  le  sue  memorie
  quotidiane.
   E,  quindi, arriviamo alla strage di via D'amelio, alla borsa  che
  scompare  e che poi improvvisamente ricompare e viene consegnata  a
  Canale  dopo sei mesi; e chi gliela consegna a Canale? Guarda  caso
  La  Barbera. Quindi, questa borsa c'era nella macchina. Venne detto
  che  non  c'era  ed  invece c'era; ed era la  borsa  che  conteneva
  l'agenda  rossa.  E chi l'aveva in mano? Il capo della  Mobile,  La
  Barbera.
   L'agenda  rossa, quindi, che venne sottratta e che è  scomparsa  e
  che sicuramente conteneva le riflessioni di Borsellino non soltanto
  sull'omicidio di Falcone, ma chissà su quante altre ricostruzioni e
  situazioni  che erano legate al rapporto che c'era in quel  momento
  nella  battaglia  alla  mafia da parte  dello  Stato,  alla  strana
  battaglia.
   Gli  stessi  interventi  dei servizi segreti  sul  luogo:  abbiamo
  prove,  ormai riconosciute dalla stessa sentenza della  Cassazione,
  che  pochi  minuti  dopo,  forse pochi  secondi  dopo  l'attentato,
  comparvero  in  giacca e cravatta uomini dei servizi  segreti,  che
  tali  si definirono e riuscirono, appunto, a sottrarre la borsa,  a
  fare scomparire l'agenda e a controllare il luogo dell'omicidio.
   Le  perquisizioni nella casa di campagna di Borsellino, ovviamente
  mascherate, nel suo ufficio, anche questa mascherata, più  pubblica
  ovviamente  quella  nella  sua  abitazione.  L'allontanamento   del
  maresciallo Canale: il maresciallo Canale non solo viene  ascoltato
  dopo sei mesi, il maresciallo Canale viene allontanato da Palermo e
  viene  trasferito a Roma, in maniera tale che fosse il più  lontano
  possibile  dalla  Sicilia, dal luogo dove si stavano  svolgendo  le
  indagini.  Il  suo  interrogatorio appunto dopo sei  mesi,  e  alla
  domanda  che  gli abbiamo fatto in Commissione:  ma chi  ha  ucciso
  Borsellino  secondo  lei,  maresciallo?  E'  stata  la  mafia?   Il
  maresciallo  Canale risponde:  sono stati tutti .  Tutti  significa
  che sarà stata anche la mafia come braccio operativo, utilizzato da
  chi?  Da  un  pezzo di Stato, dai servizi segreti, da chissà  quali
  pezzi  di  Stato  deviato,  che  hanno  armato  la  mafia,  l'hanno
  organizzata e hanno portato all'omicidio.
   Ma  perché tutto questo? La domanda l'ha posta anche il presidente
  Fava.  E'  una  domanda  alla  quale  noi  non  possiamo  avere  la
  possibilità  di rispondere con questa certezza. Ma c'è una  seconda
  audizione  di cui io vi invito a chiedere il verbale e  a  leggerla
  con  approfondimento  ed  è quella del giornalista  di  Repubblica,
  Palazzolo, che parla con assoluta chiarezza e unisce i puntini  sul
  ruolo  di Tinebra e sulle coperture che Tinebra garantì, sul  ruolo
  di La Barbera - cose che abbiamo già detto, sui comportamenti di La
  Barbera  -  sul  ruolo di Contrada, che improvvisamente  appare  in
  questa   vicenda,  e  i  soliti  servizi  segreti  che  coordinano,
  evidentemente, l'azione e non solo il luogo del delitto,  ma  tutto
  quello  che  ne  doveva conseguire dopo, perché bisognava  dare  al
  popolo  italiano una verità, qualunque essa fosse, una  verità  che
  fosse,  però, sostenibile e storicamente digeribile.  E  allora  lì
  inizia  il depistaggio, perché indagini di fatto non se ne fanno  e
  inizia  un depistaggio ad uso e consumo dell'opinione pubblica:  la
  gestione di Scarantino, il suo coinvolgimento imbarazzato da  parte
  di  alcuni magistrati, che non hanno saputo rispondere alle  nostre
  domande, ma credo che in questo momento abbiamo letto dai giornali,
  sono  stati  anche  loro indagati; alla fine  la  lettera  di  Ilda
  Bocassino che, ovviamente, deve fare aprire una voragine su  questa
  vicenda, e invece il silenzio.
   Perché  poi  qui  siamo in uno Stato che quando decide  di  essere
  regime  lo  sa  fare  anche  nascondendosi  dietro  le  istituzioni
  democratiche.  Nessuno  parla,  nessuno  approfondisce,   tutto   è
  lasciato,  come  dire,  all'intelligenza  o  al  coraggio   di   un
  giornalista, perché la Commissione  Antimafia' nazionale certamente
  non  è  arrivata  ai  livelli di approfondimento della  Commissione
   Antimafia' regionale e così come solo di recente abbiamo  scoperto
  le cose di cui oggi stiamo parlando e che però ancora non emergono,
  non  fanno  parte  del  nostro tessuto ma  quasi  quasi  le  stiamo
  considerando  come  fossero cose scontate, sono  talmente  vecchie,
  talmente andate che non ci riguardano più.
   E allora, l'ha accennato prima Fava, l'audizione - terza audizione
  che  vi  consiglio  di  ritirare il verbale e  approfondire  -  del
  giornalista di Mediaset Mangano.
   Questo  Mangano, un giornalista palermitano, uno  che  conosce  il
  territorio,  l'ha  detto prima il Presidente, e che  parla  di  uno
  Scarantino che lo cerca ad un certo punto, Scarantino che dice  che
  è  stato  minacciato, che è stato picchiato, ma da  chi  Presidente
  Micciché?  Ma è evidente. Chi è che gestiva Scarantino? Lo  gestiva
  La Barbera e poi la procura di Caltanissetta. Chiede un'intervista.
  Rilascia  un'intervista in una maniera anomala, c'è una  telefonata
  che  parte  da  Palermo  da  parte della madre  che  la  sollecita,
  l'intervista   viene  fatta  telefonicamente,  è   una   situazione
  surreale.
   L'intervista  c'è, l'intervista viene pubblicata, il direttore  di
  Italia   1,   ai   tempi  Paolo  Liguori,  coraggiosamente,   forse
  incoscientemente la pubblica, e questa intervista crea il panico.
   Tale è il panico che viene sequestrata per ordine della Procura e,
  quindi, lei dice  chi? : la Procura di Caltanissetta, sequestra  il
  filmato, lo sequestra nel senso che lo fa scomparire, e se  non  ci
  fosse  stato questo comportamento assolutamente meritorio di questo
  tecnico  di Mediaset che l'ha salvato, noi, oggi, potremmo  parlare
  di  un  ricordo labile, di una smemoratezza, chissà  di  che  cosa,
  invece per fortuna c'è, Scarantino dice:  Io non c'entro nulla,  io
  sono stato minacciato e manipolato .
   Ma  c'è  di più, c'è l'intervista della moglie di Scarantino,  che
  nessuno  ha  osservato, e che oggi guardiamo con  occhi  diversi  -
  Presidente  Micciché  -  l'intervista che la moglie  di  Scarantino
  rilascia  ad Enzo Biaggi, quindi su Rai 1, ma che passa inosservata
  in  quel  momento perché -  l'ha detto prima Fava - la  verità  era
  una,  ma  se  pure i magistrati non possiamo pensare  che  tutti  i
  magistrati   che   collaboravano  con  Tinebra  alla   Procura   di
  Caltanissetta   fossero  tutti  deviati,   tutti   corrotti,   quei
  magistrati  non  se  la  sentivano  di  sfatare,  come  dire,   una
  posizione,  un  indirizzo preciso che era  stato  statuito.  Biaggi
  intervista  la moglie di Scarantino che dice le stesse  cose,  dice
   ma  mio marito è un poveraccio, è uno che non conta nulla, uno che
  non   potrebbe   neppure  minimamente  accedere  a   quel   livello
  organizzativo. Ma cosa pensate che mio marito possa fare  una  cosa
  del  genere?.   Non  dico  altro, perché, ovviamente,  lo  insulta,
  quasi.
     L'intervista viene sequestrata, il filmato per caso duplicato  e
  ci  chiediamo ancora  ma perché tutto questo? . Perché lo Stato, un
  pezzo  di  Stato  deviato,  i servizi segreti,  alcuni  magistrati,
  alcuni  poliziotti  erano tutti intenti a  fare  andare,   -  nella
  migliore  delle  ipotesi Presidente Micciché, nella migliore  delle
  ipotesi  -  l'azione investigativa in una direzione, piuttosto  che
  non in quella dell'inquinamento, del depistaggio vero e proprio.  A
  parte che la Cassazione parla di depistaggio, il depistaggio  è  ad
  opera di pezzi dello Stato. Perché tutto questo? Ed ecco che, e  lì
  siamo sul piano delle suggestioni, io non credo che siamo sul piano
  delle  suggestioni,  io  credo  che  c'è  un'altra  sentenza  della
  Magistratura siciliana che certifica che la trattativa  Stato-mafia
  c'è   stata  e  forse  Falcone  e  Borsellino  su  questo   stavano
  ragionando.  Ma  cos'è questa trattativa Stato-mafia  che  in  quei
  giorni  era  un  fatto  risaputo da  pochissimi,  che  noi  abbiamo
  conosciuto anni e anni dopo, Borsellino probabilmente aveva  capito
  che  anche  Falcone  forse  non era stato  vittima  soltanto  della
  vendetta  di  Totò  Riina  per  la sentenza  del  maxi-processo,  e
  certamente,  e  questo  ce  lo  dicono  tutti,  non  aveva   nessun
  significato  che  la  mafia  dopo  cinquantanove  giorni  uccidesse
  Borsellino, perché uccidendo Borsellino la mafia si getta la  zappa
  sui  piedi  e quindi fa un atto stupido, e siccome la mafia  non  è
  stupida,  la  mafia  non  poteva con tanta stoltezza,  dopo  appena
  cinquantanove  giorni,  aver  ucciso Falcone,  uccidere  Borsellino
  perché in quel modo il 41 bis è stato riconfermato, invece c'era il
  ragionamento se toglierlo o meno, se attenuarlo e, invece,  proprio
  per  quell'omicidio,  il  41  bis venne  non  solo  confermato  ma,
  addirittura, reso ancora più duro.
   Siamo  davanti, allora, al depistaggio. Siamo davanti a personaggi
  come  Scarantino,  come Canale, come Tinebra, come  La  Barbera,  i
  magistrati, l'agenda rossa, i giornalisti che abbiamo citato, tutte
  queste cose, se leggete la relazione, se leggete i verbali e  unite
  i puntini dentro questa trattativa Stato-mafia, che era in corso in
  quel  momento  e  c'erano ambiente mafiosi che  volevano  salvarsi,
  pezzi  dello  Stato  che voleva salvare pezzi di  mafia,  pezzi  di
  mafia,  invece,  che tradivano altri pezzi di mafia.  Beh  in  quel
  contesto così confuso questa azione, la morte di Falcone, la  morte
  di  Borsellino, chiude una pagina e salva anche un pezzo  di  Stato
  dalle evidenti contiguità e dalle evidenti complicità.
   Sono solo suggestioni? Io non credo che queste possono essere solo
  suggestioni.  E'  stata la mafia ad uccidere Borsellino?  E'  stata
  solo  la  mafia ad uccidere Borsellino?  Anche questa è una domanda
  che,  fino  a  quando  non avremo certezze vere,  matematiche,  non
  potremo  dargli risposta, ma certamente da qui a definire Fiammetta
  Borsellino in preda a pazzia, a furore ce ne corre perché  le  tesi
  di Fiammetta Borsellino, in fondo, poi sono queste.
   E  allora  io  vi rinvito, ve lo dico, suggerimento a  leggere  la
  relazione,  ad  approfondire  queste  audizioni  perché  servono  a
  capire,  servono a distinguere tra lo Stato buono e quello  malato;
  lo Stato che depista, che è coinvolto, da quello che invece, che  è
  lo  stesso  Stato che oggi scarcera i mafiosi, lo stesso Stato  che
  oggi  fa  finta che con un articoletto sbagliato, con una letterina
  sbagliata scarcera centinaia di mafiosi che erano in galera.
   Da  quello, invece, da quello Stato, invece, lo Stato di  diritto,
  lo  Stato buono, lo Stato a cui noi dobbiamo affidarci e che, però,
  è  stato quello Stato che non è stato capace di difendere Falcone e
  Borsellino in quegli anni.

   PRESIDENTE.  E'  iscritta a parlare l'onorevole Schillaci.  Ne  ha
  facoltà.

   SCHILLACI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, per me significa
  molto  essere  qui,  con  voi,  come deputato,  come  membro  della
  Commissione  Antimafia' regionale ma, soprattutto, come siciliana.
   Sì  perché oggi noi abbiamo ancora una Terra che è lacerata  dalle
  organizzazioni criminali, dalle mafie e in particolare  quella  dei
  colletti  bianchi  che  continua  ad  occupare  immeritatamente   i
  palazzi, inquinandone la corretta attività istituzionale.
   Ringrazio  i tanti che continuano a lottare ogni giorno,  portando
  avanti  i  principi, la cultura della legalità,  quelli  che  hanno
  animato Paolo Borsellino, spesso, semplicemente per fare il proprio
  dovere.
   La  nostra  è  una  Terra dove noi dobbiamo dire  grazie  a  tanti
  magistrati,    forze    dell'ordine,   giornalisti,    imprenditori
  coraggiosi.
   Noi  tutti  oggi  siamo figli di una stagione  poco  edificante  e
  difficile  ancora da metabolizzare. Una stagione caratterizzata  da
  colpi di kalashnikov, bombe, verità tradite, silenzi anomali e  poi
  tante, tante commemorazioni e giornate del ricordo. Bene  E' venuto
  il  momento di lasciare la stagione dei ricordi per fare spazio  ad
  una  nuova  stagione  quella  dell'agire  e  del  fare  in  cui  le
  istituzioni hanno un ruolo fondamentale per la ricerca della verità
  da consegnare a famiglie in attesa da troppo tempo.
   La Commissione  Antimafia' regionale siciliana si è occupata della
  strage di Via D'Amelio cercando di assembleare i tanti fatti emersi
  dalle   audizioni,   inchieste  giudiziarie,   le   sentenze,   con
  l'obiettivo  di  provare e rispondere alle  tante  domande  rimaste
  inascoltate per troppo tempo.
   Si  tratta  di  una  delle pagine più tristi della  nostra  storia
  contemporanea,  caratterizzata  da omissioni,  procedure  insolite,
  inquinamenti che hanno coinvolto i vari livelli delle istituzioni.
   Ecco,  perché  la  verità su Paolo Borsellino è la  verità  di  un
  intero Paese che desidera riaffermare la propria dignità.
   Ci  stringiamo  a Fiammetta Borsellino a cui va il  nostro  plauso
  perché non si è arresa all'oblio e chiede verità e giustizia a nome
  della  famiglia e della società tutta. Sì, perché il giudice  Paolo
  aveva  una  comunità  dietro  di lui,  che  lo  seguiva,  fatta  di
  associazioni,  di  giovani  speranzosi e di  cittadini  illuminati.
  Anch'io  ero  una  studentessa ed ero nella  biblioteca  a  Palermo
  quando Paolo pronunciò la parola  io sono un morto che cammina ,  a
  loro,  a  loro tutti, le istituzioni, oggi, hanno ancora un obbligo
  di  risposta:  riteniamo che sia doveroso ed opportuno  che  questo
  Parlamento  siciliano trasmetta un messaggio  univoco,  compatto  e
  chiaro  di  vicinanza, a chi quotidianamente impegna nella  ricerca
  della  verità e nel ripristino della onorabilità di questa Terra  e
  dell'intera   Nazione;  onorare  la  memoria  del   giudica   Paolo
  Borsellino e gli agenti della scorta significa, anche, non smettere
  di   cercare  la  verità  su  quella  strage,  ma  significa  anche
  impegnarsi  ad attuare politiche volte ai principi e  alla  cultura
  della  legalità  attraverso, innanzitutto,  un  contrasto  serio  e
  adeguato sul fenomeno della corruzione, perché non mi stanco mai di
  affermare   che  combattere  la  corruzione  significa   combattere
  l'avanzata  delle  mafie,  perché della corruzione  si  cibano  per
  costruire le loro economie parallele ed affermare il proprio potere
  su questa Terra, grazie.

                  Presidenza del Presidente MICCICHE'

   PRESIDENTE.  E'  iscritta a parlare l'onorevole Lo  Curto.  Ne  ha
  facoltà.

   LO  CURTO.  Signor  Presidente, onorevoli colleghi,  Governo,  una
  settimana dopo la strage di via D'Amelio in via Amelia, a Roma,  si
  consumava un altro delitto, era il suicidio di una giovane donna di
  Partanna,  Rita Atria, che aveva deciso in controtendenza  rispetto
  alla  storia  della sua famiglia  - il padre don Vito, il  fratello
  Nicolò erano stati ammazzati dalla mafia -  in controtendenza aveva
  deciso  di  collaborare  con  la  giustizia,  e  fu  proprio  Paolo
  Borsellino a determinare che questa giovane donna si convertisse ai
  principi di una realtà che era diversa da quella nella quale  aveva
  sempre  vissuto, e questa ragazza ci aveva davvero creduto, e  solo
  una  settimana dopo la sua vita trova fine in quel gesto sì,  forse
  disperato,  indubbiamente, perché si consuma  su  quell'asfalto  la
  fine tragica della sua vita.
     Sulla sua tomba, una piccola lapide nella quale c'è scritto   La
  Verità vive , la madre su quella tomba agì in modo scellerato,  con
  un  martello la profanò, bene, oggi noi siamo qui tutti, dopo avere
  ascoltato il Presidente della Commissione Antimafia regionale  e  i
  colleghi  che  lo hanno anche seguito nell'opera di  ricerca  della
  verità, siamo tutti qui a chiederci qual è la verità.
      La  verità  vive' dice Rita Atria in uno dei  suoi  scritti  da
  ragazza,  da  giovane che voleva vivere, quale verità vive  oggi  e
  quale  verità  sopravvive  a  questa  inchiesta  della  Commissione
  Antimafia  che  traccia  uno spaccato a dir poco  agghiacciante  di
  quanto  accaduto,  in anni davvero terribili, nei  quali  non  solo
  abbiamo  visto  infranta la speranza di quanti hanno creduto  nelle
  istituzioni  e  continuano a credere nelle istituzioni,  nonostante
  tutto,  ma,  certamente, è infranta -  come dire -  la  ricerca  di
  questa  verità,  che  oggi sembra ancora distante,  ancora  lontana
  perché  chi si è macchiato di tali turpi delitti -  ricordiamo  che
  insieme a Paolo Borsellino persero la vita cinque agenti di scorta:
  Emanuela  Loi -  l'unica agente di scorta  di sesso femminile  -  e
  poi  i  giovani,  giovani che erano con Paolo  Borsellino  in  quel
  drammatico pomeriggio di mezza estate.
   Questa verità, non solo non c'è ancora, ma la sua ricerca non può,
  come dire, non continuare presidente Fava. Io credo che abbiamo  il
  dovere di farlo, non solo nel nome di Paolo Borsellino, ma anche di
  Falcone,  degli  uomini e delle donne della scorta,  la  moglie  di
  Falcone,  che  perì  con lui, ma lo dobbiamo  anche  a  tutti  quei
  siciliani onesti che credono che una verità sia ancora possibile.
   E'  drammatico  pensare  che ci siano stati  settori  dello  Stato
  complici  -   questa  è  la  parola  giusta  da  utilizzare  -   la
  complicità di chi doveva indagare e non lo ha fatto.
   La  trattativa  Stato-mafia  che  è  vera,  che  è  autentica.  La
  copertura,    l'insabbiamento,   il   depistaggio    sono    parole
  agghiaccianti, agghiaccianti, che non possono scivolarci addosso  e
  oggi  non  deve  essere un rituale che si compie alla  fine  di  un
  percorso  e  a  qualche giorno di distanza da altri  memoriali  che
  saranno celebrati, ricordando il 19 luglio, quella strage.
   Io credo, Presidente Micciché, Presidente Fava, onorevoli colleghi
  e  tutti  quanti noi abbiamo il dovere di continuare a credere  che
  una  verità  -   non l'unica possibile - quella  che  lo  Stato  ha
  cercato di costruire a misura di convenienze che davvero dovrebbero
  fare  rabbrividire il mondo e lo fanno rabbrividire, ma una  verità
  che sia quella rispondente ai fatti, ai fatti.
   Come  mai  Borsellino non fu chiamato e sentito dopo la  morte  di
  Falcone? I suoi silenzi, la sua inquietudine, la sua solitudine, di
  cui  tutti  hanno  parlato; ma la sua solitudine, Presidente  Fava,
  oggi  deve  trovare  un'eco  profonda  nella  coscienza  vera   dei
  cittadini siciliani.
   Quando  accade  la  strage di via D'Amelio i  miei  figli  stavano
  percorrendo, -  scusatemi  - quando accadde la strage  di  Falcone,
  i  miei figli erano sull'autobus per arrivare a Palermo da Trapani,
  ed  io  aspettavo il mio terzo figlio, mi crollò il mondo  addosso,
  pensando  che  poteva essere accaduta una disgrazia anche  ai  miei
  figli, ma in quel momento oltre che a quello, mi pervase un brivido
  forte  e  ancora ne sento davvero tutta l'emozione, perché dico  in
  quel momento, come penso tanti di noi hanno creduto che la speranza
  fosse  morta, perché la morte di Falcone significava anche la morte
  della speranza, di liberarci dalla mafia e dalle mafie.
   Quando  è  morto Borsellino, e lo ricordo come se fosse  oggi,  in
  quel  momento  preciso io ho immaginato:  non  è  possibile  adesso
  succederà una rivoluzione . Forse non c'è stata la rivoluzione  che
  io  speravo,  ma  sicuramente è nata una coscienza  nuova  e  aveva
  ragione  l'onorevole D'Agostino quando diceva non  è  possibile  la
  mafia  non  è così imbecille da spararsi addosso, perché  quello  è
  stato,  la  strage di via D'Amelio è stato veramente  uno  scossone
  profondo contro la mafia.
   Allora,  noi  oggi  siamo qua e abbiamo il  diritto  non  solo  il
  dovere, abbiamo il diritto insieme a Fiammetta, alla sua famiglia e
  a tutti i siciliani onesti, di cercarla ancora questa verità contro
  e mettendo alla sbarra anche chi è morto, anche chi è morto, perché
  chi  è morto si è reso complice dell'occultamento della verità, del
  depistaggio  e di avere indirizzato verso chi non era colpevole  la
  ricerca del colpevole.

   PRESIDENTE.  E'  iscritto a parlare l'onorevole  De  Luca.  Ne  ha
  facoltà.

   DE  LUCA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, assessori, questa
  relazione, Presidente, prende le mosse da un grido di aiuto, da una
  richiesta  di  verità  che non è ascrivibile soltanto  a  Fiammetta
  Borsellino, che da figlia ha tutto il diritto di ottenere  ciò  che
  chiede  da  tanti  anni, ossia la verità. Ma  è  un  qualcosa,  una
  richiesta,   un  grido  di  aiuto,  un  desiderio  di  verità   che
  innanzitutto  proviene da tutti i siciliani  ma  anche  dall'intero
  popolo  italiano. Una richiesta di verità su uno di  quelli  che  è
  stato   certamente  uno  degli  episodi  più  bui,  ma  anche   più
  controversi  della  storia  giudiziaria italiana,  ma  anche  della
  storia politica italiana.
   Io  credo  che  la relazione sul depistaggio non possa  ovviamente
  essere letta in maniera soddisfacente, in maniera corretta,  se  si
  prescinde  da  tutto quello che anche il processo che  riguarda  la
   trattativa   tra  lo Stato e Cosa Nostra, una  trattativa  che  ha
  visto  poi il suo epilogo riconosciuto all'interno di una  sentenza
  che  ha culminato un processo durato tantissimi anni e che ha visto
  anche  in  quel caso tante forzature, tante opposizioni  e  che  ha
  visto  anche  sfilare  tanti  uomini  dello  Stato  innanzi  a  tre
  magistrati  coraggiosi, Nino Di Matteo e gli altri  due  magistrati
  che lo accompagnavano in questo difficile processo.
   Una  richiesta di verità che non è sempre facile soddisfare perché
  questa  è una storia in cui spesso lo Stato si fa mafia e la  mafia
  si  fa Stato, è una commistione che durante la Prima Repubblica  ha
  visto  queste  due  entità  spesso fondersi,  collaborare  per  poi
  portare  a questi due omicidi, quello del giudice Falcone e  quello
  del giudice Borsellino che, probabilmente, in quegli anni erano gli
  unici due uomini che avevano deciso e trovato il modo di mettere in
  crisi  questo sistema: un sistema di cui è figlia l'Italia  in  cui
  oggi  noi viviamo, un sistema che ha visto tutte le più alte  sfere
  costituzionali,     istituzionali,    magistratuali,     politiche,
  giornalistiche  chiudersi a riccio contro questi  due  uomini.  Due
  uomini  probabilmente che davano fastidio, che avevano innovato  il
  metodo  investigativo introducendo, non solo il 41bis, ma  anche  i
  collaboratori  di giustizia e la verità è che alla base  di  questo
  depistaggio  c'è  la  volontà  di un  sistema  di  proteggersi,  di
  rigenerarsi   e   di  perpetrarsi,  un  sistema  che   non   poteva
  assolutamente, quindi, tollerare di essere scoperto.
   Per  questo probabilmente entrano in gioco i servizi segreti, vera
  cerniera  insieme  alla  massoneria di questi  ruoli  chiave  dello
  Stato,  un  sistema che però poi non si è fermato con la morte  dei
  magistrati  e  di Paolo Borsellino, un sistema che  doveva  trovare
  come rigenerarsi e allora i mafiosi hanno cercato e questo ormai  è
  anche  un  dato  che deve essere reso anche in questa  sede  palese
  perché  non si può parlare di depistaggi e di trattativa se non  si
  guarda a quello che è successo dopo.
   Dopo  gli  omicidi  di  Falcone e di Borsellino,  la  mafia  aveva
  bisogno di nuovi referenti in politica, aveva bisogno di uomini con
  cui  dialogare e allora inizialmente aveva anche deciso di scendere
  in  politica  fondando  un  proprio partito   Sicilia  Libera ,  il
  processo  sulla  trattativa  rivela anche che questo obiettivo  poi
  non  fu raggiunto dai mafiosi perché capirono che non avrebbe avuto
  credibilità  questo partito e, allora, cercarono anche con  l'aiuto
  dell'allora  sindaco  di  Palermo,  Ciancimino,  di  trovare  nuovi
  referenti e da quello che ci dicono gli atti giudiziari questo  poi
  fu  ritrovato  nel senatore Dell'Utri, fondatore  di  Forza  Italia
  insieme a Silvio Berlusconi.
   Beh,  Presidente, io quello che volevo dire è che  oggi  lo  Stato
  italiano  è ancora figlio e nel suo apparato vede tanti uomini  che
  hanno  fatto  carriere in seguito a questi momenti e credo  che  la
  politica  tutta  ma le Istituzioni dovrebbero un attimino  guardare
  dentro  se stessi per avere un mondo un attimino diverso e lasciare
  ai  siciliani anche una speranza, che ancora non c'è proprio perché
  è mancata la verità.

   PRESIDENTE. Non ci sono altri interventi.
   Onorevoli colleghi, se fosse possibile per i Capigruppo  fare  una
  velocissima  Conferenza dei Presidenti dei Gruppi  parlamentari  un
  attimo,  così  decidiamo il programma dei lavori e poi  riprendiamo
  l'Aula.


                        Sull'ordine dei lavori

   LUPO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

   PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

   LUPO. Grazie Presidente, sull'ordine del lavori solo per dire - lo
  farò anche in Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, ma
  ne   approfitto   subito  -  che  ho  presentato   un'interpellanza
  parlamentare  per  avere  notizia di questa  applicazione   Sicilia
  sicura'  che  il Governo regionale ha adottato per rilevare  alcuni
  dati  relativi  al Coronavirus. Ecco vorrei sollecitarne  l'urgenza
  alla Presidenza per notificarlo anche al Governo, perché credo  che
  sia  di  assoluto interesse, anche perché abbiamo, io penso,  anche
  l'urgenza  di  sapere  quanto  è  costata  questa  applicazione  ed
  esattamente a quale funzione sta assolvendo. Domande che  ho  fatto
  già al Presidente della Regione mercoledì scorso in quest'Aula,  ma
  purtroppo non ha risposto.

   PRESIDENTE. Assessore Grasso, lei ha sentito? Si fa carico lei  di
  fare sapere qualcosa, di farci avere una risposta? In ogni caso  se
  è un'interrogazione sarà svolta regolarmente.
   Allora sospendiamo cinque minuti e in sala lettura facciamo questa
  velocissima Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.
   La seduta è sospesa.

     (La seduta, sospesa alle ore 16.37, è ripresa alle ore 17.14)

    La seduta è ripresa.

   Parlamentari

       Determinazioni della Conferenza dei Presidenti dei Gruppi
                             Parlamentari

   PRESIDENTE.  Onorevoli  colleghi,  la  Conferenza  dei  Capigruppo
  appena terminata ha deciso che per la settimana prossima, martedì e
  mercoledì,   facciamo   atti  ispettivi  e   cioè   interrogazioni,
  sicuramente per mercoledì è disponibile - ha già dato il suo  ok  -
  l'assessore Scavone.
   In  questo  momento è stata depositata la mozione di sfiducia  che
  era  stata preannunciata via stampa, per cui ora ci sono dei  tempi
  precisi,  quindi  la  calendarizziamo  al  prossimo  Consiglio   di
  Presidenza.
   Diamo  ora  spazio agli interventi ai sensi dell'articolo  83.  Un
  attimo,  i suggerimenti del Segretario generale sono sempre  utili,
  allora  martedì  prossimo alle ore 15.00 ci sarà la Conferenza  dei
  Presidenti dei Gruppi parlamentari per calendarizzare la mozione di
  sfiducia;  poi, a partire dalle ore 16.00 a questo punto  soltanto,
  noi  comunque  la  disponibilità che noi diamo  cioè  l'ordine  dei
  lavori  è che prevediamo tre ore di interrogazioni sia martedì  che
  mercoledì.  Aspettiamo  la disponibilità degli  Assessori.  Abbiamo
  avuto   per  mercoledì  certamente  quella  dell'assessore  Scavone
  aspettiamo gli altri per martedì. Una volta che viene presentata la
  mozione  sfiducia  poi deve essere prioritaria a  tutti  gli  altri
  disegni  di  legge. Va bene, poi parlerò anch'io con il  Presidente
  vediamo  quando loro sono disponibili a trattarli e,  comunque,  lo
  vedremo martedì in Conferenza dei Capigruppo.
   Per  cui, ora diamo spazio agli  interventi ai sensi dell'articolo
  83  e  preannuncio che la seduta sarà rinviata a martedì, 21 luglio
  2020, alle ore  16.00.


      Ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del Regolamento interno

   DAMANTE. Chiedo di parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del
  Regolamento interno.

   PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

   DAMANTE.  Signor  Presidente, onorevoli colleghi,  oggi  ho  preso
  parte alla Commissione  Bilancio  dove si è votato il parere per la
  prima   riprogrammazione   sui  fondi  FESR   a   copertura   della
  finanziaria.
   La  finanziaria approvata il 2 maggio in quest'Aula, di 1 miliardo
  e  400 milioni. Oggi, finalmente, il Governo Musumeci dopo tre mesi
  porta  la  prima riprogrammazione, ma di soli 400 milioni di  Euro.
  Quindi,  risorse  quasi  irrisorie rispetto  a  1  miliardo  e  400
  milioni.  E  meno male che era la finanziaria che doveva affrontare
  l'emergenza Covid, la Fase 1  Abbiamo completato la Fase 2 e ancora
  siamo alla riprogrammazione di 400 milioni di Euro.
   Adesso  i  siciliani  potranno ben vedere  chi  è  e  chi  sono  i
  componenti  di questo Governo, Presidente e Assessori. Costoro  non
  hanno   mostrato   grandi   capacità  di  amministratori,   nessuna
  professionalità;   competenza   quasi   nulla   nel   concetto   di
  riprogrammazione,  l'ho detto in Aula, l'ho detto  in  Commissione.
  Hanno, infatti, optato invece di trovare prima le coperture  e  poi
  individuare  le  risorse  e gli interventi necessari,  hanno  prima
  indicato  gli  interventi  e  poi  stanno  cercando  a  stento   le
  coperture.   Questo  solo  perché,  forse,  bastava  al  Presidente
  Musumeci e al suo Governo qualche titolo di giornale.
   Ecco,  oggi, i siciliani hanno i titoli sui giornali,  ancora  non
  hanno  nulla.  Tutte le coperture non ci sono; 400  milioni  e  tra
  l'altro  a  scapito  di territori ed infrastrutture  necessarie,  a
  scapito  di territori che aspettavano quelle somme da decenni.  Sto
  parlando,  nel  caso specifico, di Gela, aria di  crisi  complessa,
  area  SIN;  hanno  trovato i 400 milioni  di  Euro  prelevando  111
  milioni di euro alla città di Gela, definanziando il porto di Gela,
  porto che era previsto nella programmazione 94-99, 2000-2006, 2007-
  2013, 2014-2020. Il bancomat della Regione siciliana, Gela, con 111
  milioni di Euro salva la finanziaria, parte della finanziaria.
   Nella  favola di Peter Pan c'è Trilly che spolvera e butta giù  la
  polverina  magica per far volare i bimbi sperduti. A me sembra  che
  in questo Governo ci siano troppi bimbi sperduti che necessitano di
  questa  polverina  da  spargere ai loro supporter.  Il  Presidente,
  invece,  dovrebbe  smettere di essere il Peter  Pan  della  favola,
  dovrebbe cominciare ad essere uomo e dire la verità ai siciliani e,
  soprattutto,  dovrebbe smettere di togliere  somme  alla  città  di
  Gela. Grazie Presidente.

                 Presidenza della Vicepresidente FOTI

  PRESIDENTE.  Onorevoli  colleghi, non essendoci  altri  iscritti  a
  parlare, rinvio la seduta a martedì, 21 luglio 2020, alle ore 16.00
  e alle ore 15.00 Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.


                 La seduta è tolta alle ore 17.20 (*)

   (*)  L'ordine  del giorno della seduta successiva, pubblicato  sul
  sito  web  istituzionale dell'Assemblea regionale siciliana,  è  il
  seguente:

                          Repubblica Italiana
                     ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA


                           XVII Legislatura

                        XVII SESSIONE ORDINARIA


                         206a SEDUTA PUBBLICA
                  Martedì 21 luglio 2020 - ore 16.00

                           ORDINE DEL GIORNO

   I -COMUNICAZIONI

   II   -SVOLGIMENTO,  AI  SENSI  DELL'ARTICOLO  159,  COMMA  3,  DEL
    REGOLAMENTO  INTERNO, DI INTERROGAZIONI E DI INTERPELLANZE  DELLA
    RUBRICA:    (v. allegato)

   III - DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE:

      -  Norme per il governo del territorio . (nn. 587-5-147-162-174-187-
         190-229-356-472-536/A) (Seguito)

           Relatore: on. Savarino

              VICESEGRETERIA GENERALE AREA ISTITUZIONALE
                      DAL SERVIZIO LAVORI D'AULA
                             Il Direttore
                         dott. Mario Di Piazza

               Il Consigliere parlamentare responsabile
                 dott.ssa Maria Cristina Pensovecchio

  Allegato A

       Comunicazione di apposizione di firma a disegni di legge

   Si comunica che:

   -  l'onorevole Pellegrino, con note prot. n. 1-ARS/2020 e  n.  14-
  ARS/2020 dell'1 luglio 2020 ha chiesto di apporre la propria  firma
  ai  disegni di legge n. 757  Norme per il riordino dell'ordinamento
  del   Governo  e  dell'Amministrazione  della  Regione  e  n.   465
   Consiglio comunale dei giovani  ;

   -  l'onorevole  Dipasquale, con nota prot. n.  15-ARS/2020  dell'1
  luglio  2020 ha chiesto di apporre la propria firma ai  disegni  di
  legge   n.  652   Disciplina  dei  distretti  biologici ,  n.   718
   Istituzione  e promozione del Reddito energetico regionale   e  n.
  722   Principi  e  disposizioni  per  lo  sviluppo  della  mobilità
  sostenibile  ;

   - l'onorevole La Rocca Ruvolo, con nota prot. n. 1273-ARS/2020 del
  9  luglio 2020 ha chiesto di apporre la propria firma al disegno di
  legge n. 693  Norme di tutela della salute dai rischi derivanti  da
  una carente sicurezza igienico-sanitaria del ghiaccio alimentare .

            Comunicazione di disegni di legge inviati alle
                        competenti Commissioni

                       AFFARI ISTITUZIONALI (I)

   - Legge regionale sull'accoglienza e l'inclusione (n. 773).
   Di iniziativa parlamentare.
   Inviato il 7 luglio 2020.
   Parere V e VI.

   -  Consegna della bandiera e dello statuto speciale della  Regione
  siciliana ai nati in Sicilia (n. 775).
   Di iniziativa parlamentare.
   Inviato il 7 luglio 2020.

                 AMBIENTE, TERRITORIO E MOBILITA' (IV)

   - Disposizioni per la tutela, la valorizzazione e il pieno impiego
  della rete ferroviaria regionale (n. 776).
   Di iniziativa parlamentare.
   Inviato il 7 luglio 2020.

   -   Norme  a  sostegno  dell'accessibilità  delle  aree  demaniali
  destinate alla libera balneazione per le persone diversamente abili
  (n. 779).
   Di iniziativa parlamentare.
   Inviato il 7 luglio 2020.
   Parere I e VI.

   -  Rifinanziamento della legge regionale 1 settembre 1998, n. 17 e
  successive modifiche ed integrazioni (n. 780).
   Di iniziativa parlamentare.
   Inviato il 7 luglio 2020.

   Comunicazione di richieste di parere pervenute ed assegnate alle
                        competenti Commissioni

                      ATTIVITA' PRODUTTIVE (III)

   -  Nuova  azione  contributo  a fondo perduto   Bonus  Sicilia'  e
  relative disposizioni attuative (n. 111/III).
   Pervenuto in data 6 luglio 2020.
   Inviato in data 9 luglio 2020.

                   BILANCIO (II) - COMMISSIONE ESAME
                  DELLE ATTIVITA' DELL'UNIONE EUROPEA

   - Programma di sviluppo rurale (PSR) Sicilia 2014/2020 (n. 112/II-
  UE).
   Pervenuto in data 7 luglio 2020.
   Inviato in data 9 luglio 2020.

         Comunicazione di sentenza della Corte costituzionale

   Si comunica che la Corte costituzionale con sentenza n. 130 del 26
  giugno 2020 ha dichiarato:

   -  l'illegittimità costituzionale dell'articolo 2, comma 28  della
  legge regionale 16 dicembre 2018, n. 24  Variazioni al bilancio  di
  previsione della Regione per l'esercizio finanziario 2018 e per  il
  triennio 2018/2020. Disposizioni varie ;

   -   inammissibile  la  questione  di  legittimità   costituzionale
  dell'articolo  3,  comma  9, lettera a) della  legge  regionale  n.
  24/2018;

   -   non   fondata   la  questione  di  legittimità  costituzionale
  dell'articolo  3,  comma  9, lettera b) della  legge  regionale  n.
  24/2018.

   Copia della predetta decisione è disponibile presso l'Archivio del
  Servizio Commissioni.

         Comunicazione di deliberazione della Corte dei conti

   Si  comunica  che  è  pervenute la deliberazione  n.  86/2020/GEST
  approvata nell'adunanza del 25 giugno 2020 dalla Sezione riunita in
  sede di controllo della Corte dei Conti per la Regione siciliana.

   Si   comunica,  altresì,  che  la  stessa  è  disponibile   presso
  l'archivio del Servizio Commissioni.

  Allegato B

  Relazione  conclusiva della Commissione parlamentare d'inchiesta  e
  vigilanza  sul fenomeno della mafia e della corruzione  in  Sicilia
  sul depistaggio sulla strage di via D'Amelio  (Doc. VII)