Presidenza del Presidente Miccichè
Presidenza del vicepresidente Foti
La seduta è aperta alle ore 15.27
PRESIDENTE. Buonasera colleghi, abbiamo ritardato qualche minuto
perché ci sono ancora delle Commissioni riunite.
Avverto che il processo verbale della seduta precedente è posto a
disposizione degli onorevoli deputati che intendano prenderne
visione ed è considerato approvato in assenza di osservazioni in
contrario nella presente seduta.
Ai sensi dell'articolo 127, comma 9, del Regolamento interno, do
il preavviso di trenta minuti al fine delle eventuali votazioni
mediante procedimento elettronico che dovessero avere luogo nel
corso della seduta.
Invito, pertanto, i deputati a munirsi per tempo della tessera
personale di voto.
Ricordo, altresì, che anche la richiesta di verifica del numero
legale (art. 85) ovvero la domanda di scrutinio nominale o di
scrutinio segreto (art. 127) sono effettuate mediante procedimento
elettronico.
Precisazione sul congedo dell'onorevole Arancio
PRESIDENTE. Con riferimento al congedo dell'onorevole Arancio,
annunziato nella seduta n. 199 del 23 giugno 2020, preciso che il
suddetto congedo, come da relativa nota a suo tempo pervenuta, è
da intendersi esteso fino al 19 luglio 2020, tenuto anche conto
della precedente richiesta dell'interessato, comunicata nella
seduta n. 196 del 10 giugno 2020, con la quale l'onorevole Arancio
aveva già chiesto congedo fino al 30 giugno 2020.
L'Assemblea ne prende atto.
Congedi
PRESIDENTE. Comunico che hanno chiesto congedo, per la seduta
odierna, gli onorevoli Barbagallo e Gucciardi.
L'Assemblea ne prende atto.
Missioni
PRESIDENTE. Comunico che:
- l'onorevole Di Mauro è in missione oggi e domani;
- l'onorevole Pullara sarà in missione dal 29 al 30 luglio 2020.
L'Assemblea ne prende atto.
Comunicazione di decreto di nomina di componente di Commissione
PRESIDENTE. Do lettura del decreto di nomina di componente della
IV Commissione legislativa permanente Ambiente, territorio e
mobilità :
«Repubblica Italiana
ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA
I L P R E
S I D E N T E 220
VISTE le dimissioni, con decorrenza 8 luglio 2020, dell'onorevole
Nunzio Di Paola da componente della IV Commissione legislativa
permanente Ambiente, territorio e mobilità', protocollate al n.
28-PRE/2020 del 7 luglio 2020;
VISTA la nota del 30 giugno 2020, pervenuta in pari data alla
Presidenza dell'Assemblea e protocollata al n. 4407/AulaPG del 30
giugno 2020, a firma del Presidente del Gruppo parlamentare
Movimento Cinque Stelle', con la quale si designava l'on. Stefano
Zito a componente della suddetta Commissione in sostituzione
dell'onorevole Di Paola;
CONSIDERATO che l'on. Zito fa parte dello stesso Gruppo
parlamentare del componente dimissionario, on. Di Paola;
CONSIDERATO che occorre, pertanto, procedere alla relativa
sostituzione;
VISTO il Regolamento interno dell'Assemblea,
D E C R E T A
l'onorevole Stefano ZITO è nominato componente della IV
Commissione legislativa permanente Ambiente, territorio e
mobilità', in sostituzione dell' on.le Di Paola, dimissionario.
Il presente decreto sarà comunicato all'Assemblea.
Palermo, 8 luglio 2020»
Atti e documenti, annunzio
PRESIDENTE. Avverto che le comunicazioni di rito di cui
all'articolo 83 del Regolamento interno dell'Assemblea saranno
riportate nell'allegato A al resoconto dell'odierna seduta.
Discussione della relazione conclusiva della Commissione
parlamentare d'inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e
della corruzione in Sicilia sul depistaggio sulla strage di via
D'Amelio (Doc. VII)
PRESIDENTE. Si passa alla punto II dell'ordine del giorno:
Discussione della relazione conclusiva della Commissione
parlamentare d'inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e
della corruzione in Sicilia sul depistaggio sulla strage di via
D'Amelio (Doc. VII) .
Ha facoltà di parlare il Presidente della Commissione
parlamentare d'inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e
della corruzione in Sicilia, onorevole Fava, per svolgere la
relazione.
FAVA, presidente della Commissione e relatore. Grazie, Presidente
e grazie anche di avere deciso di dedicare una seduta d'Aula per
illustrare questa relazione della Commissione Antimafia, come
abbiamo già fatto con la relazione sul ciclo dei rifiuti. Anche
questo è un lavoro che, come lei sa e come sanno i colleghi, si è
concluso con un voto di consenso della Commissione espresso
all'unanimità e che l'anno scorso ha concluso un lavoro abbastanza
lungo, parecchie decine di audizioni, che è partito dall'audizione
di Fiammetta Borsellino pochi giorni prima, 2018, che ricorresse
l'anniversario della morte del padre e degli agenti della sua
scorta.
Abbiamo cercato di capire quale fosse il modo più dignitoso e allo
stesso tempo anche più utile per potere ricordare la strage di via
D'Amelio evitando il ricorso alla liturgia, alla commemorazione,
all'emozione diciamo degli affetti e abbiamo pensato che la cosa
opportuna da fare fosse ascoltare Fiammetta Borsellino perché, da
molti anni, la figlia di Paolo Borsellino, ad alta voce, esprimeva
alcune domande, alcuni interrogativi, alcuni dubbi, chiedendo alle
sedi istituzionali di potere provare a dare una risposta, cioè a
questa lunga scia di opacità, di reticenza, di silenzio che ha
accompagnato le indagini sulla morte del padre ma, soprattutto, che
ha accompagnato i primi sedici anni di indagine che hanno
determinato, com'è stato acclarato anche in sede giudiziaria - è in
corso un processo su questo punto -, il più clamoroso e direi anche
devastante depistaggio che abbia conosciuto la storia giudiziaria
repubblicana.
Per sedici anni si è seguito un falso obiettivo, falsi colpevoli,
una falsa traccia investigativa, un falso movente, nel frattempo si
sono succedute sentenze anche passate in giudicato, con ergastoli a
carico di gente che nulla aveva a che fare con la strage di via
d'Amelio fino a quando si è scoperto che il teste chiave, il
pentito Scarantino, in realtà, era stato costruito e manipolato,
come si dice a Palermo era stato vestito, come un pupo, affinché
conducesse le indagini in una via, in un percorso completamente
diverso e lontano dalla verità fattuale.
Abbiamo cominciato con questa audizione per accogliere queste
richieste, queste sollecitazioni, queste domande e potere provare a
dare una risposta partendo da una convinzione di cui la Commissione
che ho l'onore di presiedere è fermamente convinta da quando ha
cominciato i propri lavori, cioè che il compito di questa
Commissione non sia quello di sovrapporsi o di affiancarsi
all'autorità giudiziaria, ma di approfondire quesiti, domande,
punti oscuri, opacità, contraddizioni e controversie che non
ricadono necessariamente nell'ambito di intervento dell'autorità
giudiziaria e, la vicenda del depistaggio Borsellino, in questo
senso, è una vicenda da manuale.
In questo momento abbiamo in corso un processo con un funzionario
di polizia e due sottoufficiali che sono indagati per questo
depistaggio, ma sapevamo e sappiamo ancor di più, dopo il lavoro
fatto con questa relazione, che la quantità di responsabilità
penalmente non rilevanti, ma assai rilevanti sul piano
istituzionale, sul piano giudiziario, sul piano investigativo che
hanno determinato e accompagnato questo depistaggio, va ben oltre i
tre imputati che, oggi, rispondono di questo reato davanti alla
Corte d'Assise di Caltanissetta e, quindi, abbiamo cercato di
mettere insieme, attraverso le molte deposizioni e gli atti
acquisiti, i documenti ricevuti, quale fosse stata la dinamica di
questo depistaggio partendo anche dalle intenzioni.
Qual è il movente? Perché depistare in modo così clamoroso
l'indagine sulla più grande strage di mafia che abbia conosciuto
questo Paese, su quella che ha diciamo sfidato definitivamente le
istituzioni repubblicane e che ha colpito al cuore questo Paese? La
risposta che si siamo dati è che questo depistaggio serviva a due
necessità immediate: la prima, quella di coprire i veri mandanti e
veri autori della strage, mandanti e autori è una condizione nella
quale si sono mescolati molti livelli di responsabilità, alcuni che
richiamano direttamente responsabilità di Cosa Nostra e la mafia,
altri che richiamano anche responsabilità collusive e di pezzi
delle istituzioni; l'altra funzione era quella di proporre una
lettura molto al ribasso della strage di via d'Amelio.
Cosa dice Scarantino? Scarantino dice che Paolo Borsellino è stato
ammazzato per vendetta. Cosa Nostra ha deciso di vendicarsi ed ha
deciso di vendicarsi nel luglio del 1992, dopo la strage di Capaci,
ha deciso di vendicarsi nonostante questa seconda strage avrebbe
determinato, come ha determinato, una reazione frontale durissima
da parte dello Stato, ha deciso di vendicarsi contro il proprio
interesse; lei ricorderà, Presidente, che in quelle settimane era
in attesa di discussione di voto alla Camera un decreto del Governo
che prevedeva il 41 bis, il carcere duro, e la scadenza dei termini
perché questo decreto potesse essere convertito in legge era il 6
agosto del 1992. Noi sappiamo con certezza che il 19 luglio del
1992 questo decreto era già morto perché era assolutamente
improbabile che entro il 6 agosto il Parlamento avrebbe deciso di
fare quello che non era stato emotivamente in condizione di fare
dopo la strage di Capaci. Dopo la strage di via D'Amelio il decreto
viene approvato; il 41bis diventa una parziale pietra tombale sui
desideri di impunità e sopravvivenza della cupola di Cosa Nostra.
Per cui per quale motivo Cosa Nostra doveva vendicarsi in quel
modo e in quel tempo, cioè nelle forme assolutamente meno
favorevoli alle sue intenzioni che sono quelle molto pragmatiche di
garantirsi impunità e prosperità economica, però questa era la tesi
che per 16 anni ha sovraordinato le indagini sulla morte di Paolo
Borsellino.
La Mafia voleva vendicarsi, solo la mafia nessun'altra presenza
esterna, nessun altro interesse, nessun'altra necessità,
nessun'altra preoccupazione nei confronti del giudice Borsellino se
non quella che era stata manifestata da Cosa Nostra.
Sedici anni e durante questi sedici anni è stato messo in piedi un
depistaggio che non definirei da manuale, i depistaggi da manuale
sono quelli collaudati, a prova di verifica, che dovrebbero
resistere ad ogni sguardo sospettoso. In realtà, il depistaggio che
prende forma subito dopo la strage di via D'Amelio è una cosa
piuttosto imbarazzante nelle forme, nei tempi, nelle parole che
vengono usate per darvi corpo e che immediatamente racconta come
sulla morte di Borsellino si sommino molte preoccupazioni che
vogliono cercare di spostare lo sguardo e l'attenzione delle
investigazioni lontano dalla verità. Intanto la presenza dei
servizi segreti sullo sfondo di questa indagine e sullo sfondo di
questa strage.
I servizi segreti compaiono nel contesto, nel teatro della strage
di via D'Amelio centrotrenta secondi dopo lo scoppio della bomba,
quando il primo agente che interviene alla guida di una volante che
riceve la chiamata si fa strada tra i fumi che si sollevano da
terra scavalcando la cerchia di corpi umani con la pistola in pugno
perché non sa che cosa sia accaduto, e racconterà molti anni dopo,
quando per la prima volta verrà ascoltato: mi vidi venire incontro
due signori vestiti come noi oggi, senza una goccia di sudore, in
giacca e cravatta mi mostrano un distintivo e quando lui dice:
chi siete? , spiegando Sisde servizi di sicurezza . Forse le
stesse presenze che si occupano, nei minuti immediatamente
successivi alla morte di Paolo Borsellino, di visitare e bonificare
la casa di campagna e l'ufficio al Palazzo di giustizia. Ma diciamo
l'ingresso a pieno titolo dei servizi in questa indagine avviene la
sera del 19 luglio.
Il Procuratore di Caltanissetta Tinebra che per quasi due mesi non
aveva trovato il tempo per ascoltare il dottor Borsellino che aveva
chiesto, ripetutamente, di essere interrogato per potere dare il
suo contributo non tanto di intuito quanto di conoscenza specifica
di alcuni fatti sulla strage di Capaci per due mesi non verrà
ascoltato, per due mesi si deciderà che il contributo che Paolo
Borsellino può offrire sull'indagine di Capaci, sulla strage di
Capaci, sia del tutto irrilevante. Ma la stessa sera del 19 luglio,
con una prontezza che in altre circostanze la Procura della
Repubblica di Caltanissetta non ha mai manifestato, il procuratore
Tinebra chiama il capo centro del Sisde, del responsabile della
Sicilia, il dottor Bruno Contrada, e gli chiede di occuparsi della
direzione delle indagini sulla strage di via D'Amelio compiendo una
violazione delle norme e delle regole del gioco consacrate in legge
dello Stato manifeste.
Come saprà, Presidente, le leggi sovraordinano la vita dei servizi
di intelligence del nostro Paese prevedono e prevedono che i
servizi di sicurezza e, quindi, i funzionari dei servizi di
sicurezza non possano e non debbano mai avere funzioni di Polizia
giudiziaria, altrimenti avremo un corpo alle dirette dipendenze
dell'esecutivo che si occupa di Polizia giudiziaria, viene meno la
divisione dei poteri, né possono avere alcun rapporto con la
Magistratura inquirente.
Bene, nonostante questo sia consacrato da leggi, per la prima
volta nella storia della Repubblica e per l'ultima, immaginiamo per
quanto ci è dato da sapere, la notte stessa delle stragi un fax
arriva all'indirizzo del Sisde, un fax col quale il Procuratore di
Caltanissetta chiede al capocentro Contrada di essere loro Sisde a
dirigere le indagini. Il dottor Bruno Contrada giustamente obietta:
Signor Procuratore la legge me lo impedisce, sono in condizioni di
potere accogliere il vostro invito soltanto se su questo c'è il
consenso di tutta la linea di comando del Sisde ; il giorno dopo a
Caltanissetta si presenta l'intera linea di comando del Sisde, dal
direttore dell'agenzia di Roma fino al dottor Contrada con ampia
consapevolezza perché il Sisde una decisione di questo tipo
certamente non la può assumere in autonomia anche del Ministero
dell'Interno, dell'Arma dei Carabinieri e della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, i quali sanno che i servizi di intelligence
da quel giorno dirigono le indagini sulla morte di Paolo
Borsellino.
Prima cosa piuttosto insolita che viene fuori nel corso delle
nostre audizioni, della nostra indagine e questo è l'inizio di
quella somma di responsabilità convergenti per ansia di successo,
per la necessità di arrivare finalmente ad una risoluzione di
questa indagine, per come dire distrazione, per dabbenaggine, tutti
i magistrati del pool antimafia della Procura di Caltanissetta sono
perfettamente consapevoli che si sta violando la legge ma, tutti
insieme, decidono di tacere, tutti, alcuni di questi li abbiamo
ascoltati, pochi per la verità hanno avuto la disponibilità, la
benevolenza di farsi ascoltare, di venire a farsi ascoltare dalla
nostra Commissione e hanno ribadito quello che emergeva dalle
carte.
In effetti, noi sapevamo che i servizi di intelligence conducevano
queste indagini, ci fu perfino una riunione che si fece in un
albergo di Caltanissetta alla quale partecipò tutta la governance
del Sisde assieme a tutto il pool antimafia e noi abbiamo chiesto:
Scusate, ma a nessuno di voi è venuto in mente di alzare la mano e
dire signor Procuratore noi stiamo agendo contro la legge, le
indagini sulla morte dei Paolo Borsellino devono essere condotte
dalla Polizia giudiziaria che, peraltro, in Sicilia ha efficienza,
efficacia, tradizione di straordinaria qualità, per quale ragione
ci rivolgiamo ai servizi di intelligence , questa domanda non fu
fatta, comincia il lavoro di questi servizi il cui primo prodotto è
Scarantino.
Quando viene arrestato questo giovanotto il profiling di
Scarantino che lo dipinge come un notabile mafioso, cioè una
persona assai inserita in un contesto mafioso, parente di boss
mafiosi, certamente in condizione di stare dentro le dinamiche di
Cosa Nostra è il profiling che viene fornito dal Sisde. Ed è la
prima cosa abbastanza incongruente che poi ci accorgeremo nel corso
degli anni come determinerà attraverso questa prima forzatura che
su Scarantino si costruisca un teorema folle.
La seconda forzatura è il fatto che nel momento in cui Contrada a
Caltanissetta ha il compito di dirigere le indagini sulla strage di
Via d'Amelio, a Palermo, è indagato per concorso in associazione
mafiosa e lei capisce, Presidente, come sia difficile comprendere
come due Procure della Repubblica, nello stesso tempo, nello stesso
periodo e in un momento di estrema sensibilità istituzionale si
trovino l'una ad affidare a Contrada l'indagine più importante
nella storia della Repubblica italiana, l'altra ad indagarlo
considerandolo un colluso con Cosa Nostra; la stessa persona, lo
stesso tempo, lo stesso contesto, due Procure a settanta chilometri
l'una dall'altra.
A quel punto Scarantino comincia produrre i suoi effetti. Vado per
titoli, perché la relazione su questo ha cercato di essere
estremamente puntuale: 1994, dal 4 al 13 luglio del 1994 vengono
autorizzate dalla Procura della Repubblica dieci colloqui
investigativi; i colloqui investigativi nel momento in cui un
soggetto ha deciso di collaborare non possono essere più fatti dai
magistrati che hanno raccolto la sua disponibilità e, invece, a
Pianosa per dieci giorni consecutivi i magistrati che hanno
convinto Scarantino a collaborare continuano a costruire attorno a
Scarantino il teorema della sua complicità e della sua colpevolezza
che lo porterà, ne dico una per tutte, a raccontare di avere
assistito personalmente alla riunione, del summit mafioso in cui si
decide l'eliminazione di Borsellino e spiegherà Scarantino - che
accompagnava lo zio che era un capo mafia che partecipava a quel
summit - che lui aspettava fuori dalla sala in cui si riunivano i
notabili di Cosa Nostra e che, ad un certo punto, era luglio, c'era
caldo, aveva sete, entra nella stanza dove c'era il frigorifero con
l'acqua minerale, si prende una bottiglia d'acqua minerale e
portandosela fuori sente Totò Riina che dice: Adesso ammazziamo
Paolo Borsellino . E' una sceneggiatura di un film di terza
categoria.
E' quello che viene raccontato agli atti: Io c'ero e ho sentito
Totò Riina che diceva adesso ammazziamo Paolo Borsellino' . Lo
diceva questo giovanotto, che veniva raccontato dai giornalisti con
cui abbiamo parlato, che abbiamo ascoltato e che lo conoscevano da
tempo, come un caruso di borgata, uno conosciuto alla Guadagna
perché la mattina metteva un banchetto di cartone per strada e
vendeva sigarette di contrabbando.
Eppure, nonostante questa evidenza dei fatti, i colloqui
investigativi, viene costituito ad hoc un gruppo d'indagine Falcone-
Borsellino affidato alle cure e agli ordini del dottor La Barbera
che era capo della squadra mobile di Palermo. Anche qui ci si
chiede per quale ragione costituire un gruppo d'indagine specifico
tra La Barbera e il Procuratore di Caltanissetta avendo a
disposizione fior fiore di investigatori collaudati su indagini di
questo tipo da anni ed anni.
Scarantino nel luglio del 1994 viene prelevato dagli uomini del
gruppo Falcone-Borsellino e viene gestito da loro fino al processo,
estromettendo come invece pretende la legge, il servizio centrale
di protezione, cioè c'è un collaboratore di giustizia che non
dovrebbe incontrare i magistrati e li incontra per dieci colloqui
consecutivi nell'isola di Pianosa, che dovrebbe essere affidato al
servizio di protezione centrale dello Stato e che viene dato
direttamente ad agenti che hanno indagato su di lui.
E' chiaro che si presume che tutto questo sia servito, come poi
si riscontrerà in appunti vergati a mano nei testi del suo
interrogatorio, a preparare il suo interrogatorio durante il
dibattimento.
La domanda che ci siamo più volte posti di fronte a queste
stravaganze investigative: Ma possibile che se ne accorga la
Commissione Antimafia' ventotto anni dopo e non se ne siano
accorti gli investigatori, i magistrati, tutti i colori di fronte i
quali sfilava questa collezione di atti irrituali, di forzature, di
fughe in avanti, di violazione delle norme e del buon senso? , fino
al momento, come dire, definitivo nello smascheramento di questo
finto teorema che è il momento in cui Scarantino viene messo a
confronto con tre pentiti, quelli veri, tre collaboratori di
giustizia, quelli solidi, quelli che sanno e che hanno raccontato.
Siamo nel gennaio del 1995: Scarantino è messo a confronto con
Cangemi, Di Matteo e La Barbera, i quali dicono: Signor giudice,
ma questo chi è? . E lo dicono con cognizione di causa, non solo
perché non lo conoscono, ma perché anche con l'intelligenza
materiale, elementare e spregiudicata di cui sono capaci anche i
mafiosi, lo mettono alla prova e scoprono che lui non sa nulla, per
cui lo dicono a verbale, Cangemi, Di Matteo, La Barbera: Questo
signore con Cosa Nostra non c'entra nulla, figuriamoci se può avere
a che fare con la strage di Via d'Amelio . Lo mettono a verbale. I
verbali scompaiono, signor Presidente.
Siamo nel gennaio del 1995. E' in corso il primo processo
Borsellino, stanno partendo gli altri, non c'è una sola sentenza,
si è in condizione di poter intervenire, si è in condizione di
poter dire alle parti della difesa e ai pubblici ministeri:
Attenzione, siamo di fronte ad un'evidenza sulla poca concretezza,
sulla poca affidabilità, del testimone centrale dell'intera
accusa .
Questi verbali scompaiono e ricompaiono nelle mani degli
avvocati dei difensori nell'agosto di due anni dopo, cioè sono
passati due anni e mezzo senza che verbali in cui alcuni pentiti
dicono: Scarantino è un millantatore venissero messi a conoscenza
delle parti.
Arriviamo all'intervista di Scarantino nel luglio del 1995 che
ritratta. Lo intervista uno che lo conosce, questo giornalista
Mangano, abbiamo ascoltato, uno che viveva alla Guadagna, che lo
incontrava ogni mattina con le sigarette di contrabbando, sa che
vuole parlare con qualcuno, si rende disponibile, intervista e
nell'intervista dice: sono stato costretto, mi hanno minacciato,
mi hanno picchiato, hanno fatto cose indicibili . Scarantino è un
minus habens, non è strutturato sul piano né emotivo, né culturale,
è facile manipolarlo. Ed è stato manipolato. In qualche modo
candidamente lo confessa: mi hanno promesso, mi hanno minacciato,
mi hanno dato, ho paura ma io non c'entro nulla . Intervista
rilasciata, registrata, montata, mandata agli studi di Italia 1 per
conto di quali lavorava all'epoca il giornalista Mangano.
Improvvisamente arriva un decreto del Tribunale di Caltanissetta,
della Procura di Caltanissetta, che ha appreso, attraverso un gioco
di intercettazioni telefoniche, che c'è stata questa ritrattazione.
Si presenta un ufficiale giudiziario agli studi di Mediaset
chiedendo: a) che non venga mandata l'intervista; b) che vengano
recuperate, quindi, sequestrate le cassette; c) che di questa
intervista non resti traccia nemmeno nel server, in un'epoca in
cui, se tu cancelli dal server le immagini o interviste, le
cancelli per sempre perché non c'è memoria elettronica che tenga. E
questa intervista si salva soltanto perché uno dei tecnici di
Mediaset, palermitano, capisce che, forse, questa cancellazione è
qualcosa di irrituale e decide di fare una copia pirata che, poi,
verrà trasmessa con la ritrattazione di Scarantino.
Arriviamo alle lettere della dottoressa Bocassini che ha fatto
parte del pool investigativo e che, andando via da Caltanissetta,
scrive ai colleghi dicendo: Cari colleghi, forse abbiamo sbagliato
tutto. Io, che faccio parte di questo pool vi dico che Scarantino
non è credibile. Dobbiamo fermarci, dobbiamo fare in modo di non
andare a condannare degli innocenti .
Mai trovate queste lettere, signor Presidente, mai esibite, mai
oggetto di un momento di discussione.
Lo abbiamo chiesto al Procuratore aggiunto Giordano, al dottor
Petralia: Com'è possibile che, di fronte ad una lettera di una
vostra collega, che mette per iscritto di Scarantino non ci
possiamo più fidare , voi non decidete di fermarvi un attimo e di
dire attenzione, dove stiamo andando? Stiamo facendo il gioco di
chi? A chi serve questo colpevole e questo gruppo di imputati che
nulla hanno a che fare con la strage di via D'Amelio? A chi serve
far pensare che il giudice sia stato ammazzato soltanto per una
vendetta mafiosa? .
Nessuno se le fa questa domanda, anzi, quando l'abbiamo fatta, il
Procuratore aggiunto Giordano ha candidamente confessato:
Presidente, in quel momento era questa la tesi. Quelli erano i
colpevoli, quella la strada da seguire, non ce la siamo sentita di
fermare i processi . Per sedici anni, fino a quando appare un nuovo
collaboratore di giustizia e dice: adesso vi spiego come sono
andate le cose . E sappiamo come si è conclusa.
Io, credo, Presidente - e lo crediamo tutti, i miei colleghi della
Commissione Antimafia' - che la vicenda del depistaggio di via
D'Amelio è una vicenda grave non tanto per una sottrazione di
verità, non tanto per un furto di tempo e di vite; io penso anche
ai familiari di Paolo Borsellino, penso alla coscienza,
all'opinione pubblica di questo Paese nutrita di false informazioni
e false verità per sedici anni e che si trova di fronte ad una
verità incontestabile, cioè che dietro la morte di Borsellino,
dietro la morte dei cinque agenti della sua scorta, ci siano
intenzioni omicide che non sono soltanto quelle di Cosa Nostra ed a
tutto questo ci si arriva colpevolmente dopo sedici anni di doloso,
cosciente depistaggio.
Credo che tutto questo non possa passare attraverso le maglie
strettissime di un processo, di un giudicato perché il codice
penale non prevede che possa essere sanzionata ogni ansia di
carriera, ogni furbo silenzio, ogni distrazione dal punto di vista
professionale, dal punto di vista processuale, però, abbiamo il
dovere di raccontare che, se tutto questo è accaduto, è accaduto
per una somma di responsabilità che non possono soltanto ritrovarsi
in capo ai tre imputati oggi a processo a Caltanissetta.
E la conclusione - l'abbiamo scritto, e concludo, signor
Presidente - che mai una sola investigazione giudiziaria e
processuale ha raccolto tante anomalie, ritualità e forzature sul
piano procedurale e sostanziale come questa.
Mai alla realizzazione di un depistaggio concorsero tante volontà,
tante azioni, tante omissioni.
Noi non abbiamo, ovviamente, una verità che ci permetta di
comprendere perché tutto questo è accaduto ma il dovere è di
costruire almeno la somma delle responsabilità che tutto questo lo
hanno reso possibile, credo che lo dobbiamo, non soltanto a questo
Paese, ma anche ai familiari di Paolo Borsellino, da cui è partita
questa indagine, ascoltando Fiammetta Borsellino e assumendo con
lei non tanto il dovere e la promessa di una preghiera in memoria
del padre, ma di fare le domande che andavano fatte e che aveva il
dovere di dare una risposta. Le risposte che la Commissione ha
ricevuto sono quelle che trovate in questa relazione.
Presidenza della Vicepresidente FOTI
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Fava. Si è iscritto a parlare
l'onorevole Miccichè. Ne ha facoltà.
MICCICHE', presidente dell'Assemblea. Non so se sia una cosa
normale, ma io faccio tutto quello che ritengo sia giusto e
corretto: ho chiesto all'onorevole Foti di sostituirmi perché avevo
due curiosità.
Intanto, grazie per l'esposizione e per la relazione della
Commissione, per questa relazione e anche per le altre che sono
state fatte.Ma soltanto una curiosità, onorevole Fava, quando lei
dice: Scarantino dice mi hanno minacciato, mi hanno costretto ,
quando alla Fininvest dicono: Ci hanno costretti a cancellare .
Chi? Perché manca il chi?
In quel momento, a Palermo, c'era un mitico Procuratore Capo, che
si chiamava Giancarlo Caselli, che non credo che fosse uno che si
facesse scavalcare da nessuno, onestamente, per cui tutto questo
avviene nell'inconsapevolezza, nel silenzio, nella complicità che
vorrei escludere e comunque nell'indifferenza del Procuratore Capo
Caselli?
Soltanto questo. Posso ritornare al mio posto, ma volevo evitare
di dire queste cose da Presidente dell'Assemblea, volevo dirle da
semplice deputato; però, sono curiosità che, per un palermitano
specialmente, come dire, sono curiosità importanti da chiarire.
FAVA, presidente della Commissione e relatore. Le risposte mi
sembrano dovute. Il Procuratore Caselli arriva nel gennaio del '93;
il profiling criminale di Scarantino viene imbastito nei sei mesi
che precedono, ma il problema che lei pone è un problema reale: tra
la Procura della Repubblica di Caltanissetta e la Procura della
Repubblica di Palermo si determina, in quel periodo, chiamiamolo
eufemisticamente, un grande freddo.
Stiamo dicendo che lo stesso dirigente dei servizi di sicurezza,
che Palermo sta indagando, considerandolo colluso con la mafia,
Caltanissetta lo investe della responsabilità di condurre le
indagini. La domanda che abbiamo fatto anche ai magistrati
palermitani che abbiamo ascoltato è stata: Com'è possibile che
queste informazioni non siano arrivate da Palermo a Caltanissetta
per evitare che ci si rivolgesse ad un soggetto che voi, nel
frattempo, stavate indagando? .
La risposta è stata che un coordinamento che, in quel caso, è
mancato, andava affidato alla Procura nazionale antimafia che, per
quella stagione decise di lasciare carta bianca, la Procura
competente che era quella di Caltanissetta.
Sui nomi che fa Scarantino. I nomi li fa. Parla di La Barbera che
non c'è più e parla nelle sue accuse dei due sottoufficiali e di un
funzionario che, in questo momento, infatti sono sotto processo a
Caltanissetta. La sensazione è che quello sia un aspetto assai
marginale della vicenda, non è tanto la minaccia subita da
Scarantino, ma l'intera costruzione della figura salvifica,
epifanica, di questo pentito che tutto ci dirà e tutto ci risolverà
e lì, a monte, ci sono responsabilità, crediamo assai più gravi,
non penalmente, ma sul piano etico, sul piano istituzionale di
quelle che oggi vengono assegnate ai tre imputati di Caltanissetta.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole D'Agostino. Ne ha
facoltà.
D'AGOSTINO. Grazie, Presidente. Domenica 19 luglio saranno 28 anni
dalla morte di Paolo Borsellino e noi assisteremo, in quella data e
nel giorno precedente e magari nel giorno immediatamente
successivo, un po' a quello che, giustamente, abbiamo potuto
constatare in questi 28 anni, quindi alle celebrazioni, al ricordo
della memoria di Paolo Borsellino, sarà ripercorsa, ancora una
volta, la sua vita e sarà tracciata, ancora una volta, il profilo
dell'eroe.
Inutile dire che in questi 28 anni abbiamo assistito tra Falcone e
Borsellino a tantissimi interventi, tantissimi ricordi, tantissime
celebrazioni che hanno ovviamente, poi, alla fine, sfiorato la
retorica e che, comunque, come vediamo e come possiamo osservare
anche dalla relazione puntuale che ha fatto il presidente Fava, del
lavoro che abbiamo svolto in Commissione, non sono stati
sufficienti a capire cos'è accaduto.
E per quasi vent'anni, venticinque anni forse, abbiamo vissuto nel
dubbio, o nella certezza infondata che l'assassino di Borsellino,
come l'assassino di Falcone, abbia seguito una traiettoria, una
traccia abbastanza scontata che è quella della vendetta mafiosa che
si abbatteva e abbatteva i suoi strali sui paladini dell'antimafia,
sui giudici che avevano organizzato il maxi-processo , che poi
Borsellino non l'aveva organizzato, ma Falcone sì - e questi
andavano subito colpiti e puniti, e questa storiella ce la siamo
fatta bastare perché tutti abbiamo creduto che, così come gli
stessi magistrati di Caltanissetta non hanno avuto il coraggio di
essere consequenziali, tutti in questo Paese sono stati,
giustamente, ci siamo affidati allo Stato, alle istituzioni statali
e lì abbiamo creduto che le cose andassero in un certo modo.
Bene io, colleghi, vi invito a leggere la relazione che abbiamo
prodotto in Commissione Antimafia'. Leggetela. Ve la consiglio
come lettura estiva, ma vi assicuro che dopo non sarà più lo
stesso Dopo non potrete più pensare che questo Stato, in cui
abbiamo vissuto in questi anni, sia quello in qualche modo, ci
fidiamo e ci affidiamo in maniera costante.
Ve lo dico perché, oggi, alla luce di questa relazione
dell'Antimafia - io non voglio sovrappormi alle parole del
Presidente Fava e alla sua ricostruzione che è già stata
sufficientemente puntuale, anzi le chiederò Presidente di avere
qualche minuto in più rispetto ai cinque - noi dobbiamo, invece,
andare ad approfondire ed analizzare il comportamento dello Stato.
Un comportamento dello Stato che è stato vergognoso alla luce,
anche qui, di una sentenza della Cassazione, quindi non stiamo
andando, come dire, a fare illazioni o a fare congetture. Ci
affidiamo, proprio perché siamo uomini delle istituzioni, ad
un'ulteriore istituzione che, però, ha scoperchiato il malaffare
che c'è stato sulla gestione del processo Borsellino, che parte
dall'abbandono e dalla solitudine, assieme a Falcone, che
precedette l'omicidio di Borsellino, che parte dallo screditamento
che subì Paolo Borsellino, durante gli ultimi mesi della sua vita,
che parte dalle dinamiche dell'attentato che non sono state quelle
per cui, per vent'anni ci hanno voluto far credere che fossero
state, dall'organizzazione, che non è stata un'organizzazione solo
e tipicamente mafiosa, dal coinvolgimento delle istituzioni, che
oggi sappiamo essere state coinvolte in questo terribile omicidio,
dal depistaggio e dalle indagini che sono state lacunose da parte
della Procura di Caltanissetta e dalle sentenze che, in qualche
modo, ci hanno aiutato non ad avere la verità ma ad avere una parte
di verità che apre scenari che sono completamente diversi rispetto
a quelli che conoscevamo.
Ma perché tutto questo è avvenuto? Anche questa è una domanda che
ci dobbiamo porre. E' la domanda, anzi, che ci dobbiamo porre.
Perché lo Stato si è fatto coinvolgere in tutta questa faccenda, e
ha fatto sì che la memoria di Borsellino, come quella di Falcone,
venissero infangate in questa maniera.
Io vi consiglio, se avete voglia di approfondire, tre audizioni n
particolare.
La prima, quella del maresciallo Canale. Il maresciallo Canale era
la persona che era più vicina a Paolo Borsellino, forse più vicina
a Paolo Borsellino della sua stessa famiglia. Era l'uomo che era
l'ombra di Borsellino. Lo assecondava e lo seguiva dalla mattina
fino alla sera. Bene, il maresciallo Canale ha fatto un'audizione,
ci ha fatto un racconto che è da rabbrividire. Vi invito a leggere
quell'audizione, ne vedrete le palpitazioni sentimentali, la
commozione dopo ventotto anni da parte di una persona che aveva
dedicato la sua vita a un'icona, come quella di Paolo Borsellino, e
che è stata sentita dalle istituzioni, dalla Magistratura, dalla
Procura di Caltanissetta sei mesi dopo l'assassinio di Borsellino
Quando sarebbe stato logico, normale, naturale che venisse sentito
sei minuti dopo l'omicidio
E da lì, dall'audizione del maresciallo Canale, da questa persona,
questo umile servitore dello Stato, possiamo apprendere con
facilità gli scontri con la Procura di Palermo di Borsellino con la
Procura di Palermo. I diverbi con il Procuratore capo dell'epoca
che era Giammanco.
Lo smantellamento del Pool , e quindi tutto quello che avveniva
in quelle settimane, in quei mesi, dopo che il maxi-processo era
finito, c'era l'isolamento di Falcone e Borsellino - che anche
questo riconosciamo come fatto politico assodato - e lo
smantellamento del Pool', che significava l'inizio della
delegittimazione di Falcone e poi di Borsellino, che non a caso
vengono uccisi tutti e due nel giro di due mesi.
Dopo l'omicidio di Falcone le indagini che vanno a rilento su
Falcone e Borsellino che non viene ascoltato dalla Procura di
Palermo, nonostante lo chiedesse, perché Borsellino, esattamente
come Canale per Borsellino, Borsellino lo era per Falcone; ma come,
non sentite Borsellino dopo l'omicidio di Capaci? Perché non lo
sentite? E Borsellino chiedeva di essere sentito. E la Procura di
Caltanissetta, invece, non lo ascoltava.
E da lì, quindi, il ruolo di Tinebra, quindi il ruolo di La
Barbera, ma ha già detto prima il presidente Fava che fu un ruolo
in quietante e un ruolo sbagliato: oggi lo sappiamo che La Barbera
manipolò Scarantino. Le scorte precarie che aveva Borsellino nelle
settimane precedenti al suo assassinio. Il nervosismo di
Borsellino, che scriveva, scriveva, scriveva e scriveva nella sua
agenda rossa'. Agende ne aveva tre, ci dice il maresciallo Canale
- non lo avevamo mai saputo - una era quella che è scomparsa ed era
quella dove lui si affaticava a scrivere tutte le sue memorie
quotidiane.
E, quindi, arriviamo alla strage di via D'amelio, alla borsa che
scompare e che poi improvvisamente ricompare e viene consegnata a
Canale dopo sei mesi; e chi gliela consegna a Canale? Guarda caso
La Barbera. Quindi, questa borsa c'era nella macchina. Venne detto
che non c'era ed invece c'era; ed era la borsa che conteneva
l'agenda rossa. E chi l'aveva in mano? Il capo della Mobile, La
Barbera.
L'agenda rossa, quindi, che venne sottratta e che è scomparsa e
che sicuramente conteneva le riflessioni di Borsellino non soltanto
sull'omicidio di Falcone, ma chissà su quante altre ricostruzioni e
situazioni che erano legate al rapporto che c'era in quel momento
nella battaglia alla mafia da parte dello Stato, alla strana
battaglia.
Gli stessi interventi dei servizi segreti sul luogo: abbiamo
prove, ormai riconosciute dalla stessa sentenza della Cassazione,
che pochi minuti dopo, forse pochi secondi dopo l'attentato,
comparvero in giacca e cravatta uomini dei servizi segreti, che
tali si definirono e riuscirono, appunto, a sottrarre la borsa, a
fare scomparire l'agenda e a controllare il luogo dell'omicidio.
Le perquisizioni nella casa di campagna di Borsellino, ovviamente
mascherate, nel suo ufficio, anche questa mascherata, più pubblica
ovviamente quella nella sua abitazione. L'allontanamento del
maresciallo Canale: il maresciallo Canale non solo viene ascoltato
dopo sei mesi, il maresciallo Canale viene allontanato da Palermo e
viene trasferito a Roma, in maniera tale che fosse il più lontano
possibile dalla Sicilia, dal luogo dove si stavano svolgendo le
indagini. Il suo interrogatorio appunto dopo sei mesi, e alla
domanda che gli abbiamo fatto in Commissione: ma chi ha ucciso
Borsellino secondo lei, maresciallo? E' stata la mafia? Il
maresciallo Canale risponde: sono stati tutti . Tutti significa
che sarà stata anche la mafia come braccio operativo, utilizzato da
chi? Da un pezzo di Stato, dai servizi segreti, da chissà quali
pezzi di Stato deviato, che hanno armato la mafia, l'hanno
organizzata e hanno portato all'omicidio.
Ma perché tutto questo? La domanda l'ha posta anche il presidente
Fava. E' una domanda alla quale noi non possiamo avere la
possibilità di rispondere con questa certezza. Ma c'è una seconda
audizione di cui io vi invito a chiedere il verbale e a leggerla
con approfondimento ed è quella del giornalista di Repubblica,
Palazzolo, che parla con assoluta chiarezza e unisce i puntini sul
ruolo di Tinebra e sulle coperture che Tinebra garantì, sul ruolo
di La Barbera - cose che abbiamo già detto, sui comportamenti di La
Barbera - sul ruolo di Contrada, che improvvisamente appare in
questa vicenda, e i soliti servizi segreti che coordinano,
evidentemente, l'azione e non solo il luogo del delitto, ma tutto
quello che ne doveva conseguire dopo, perché bisognava dare al
popolo italiano una verità, qualunque essa fosse, una verità che
fosse, però, sostenibile e storicamente digeribile. E allora lì
inizia il depistaggio, perché indagini di fatto non se ne fanno e
inizia un depistaggio ad uso e consumo dell'opinione pubblica: la
gestione di Scarantino, il suo coinvolgimento imbarazzato da parte
di alcuni magistrati, che non hanno saputo rispondere alle nostre
domande, ma credo che in questo momento abbiamo letto dai giornali,
sono stati anche loro indagati; alla fine la lettera di Ilda
Bocassino che, ovviamente, deve fare aprire una voragine su questa
vicenda, e invece il silenzio.
Perché poi qui siamo in uno Stato che quando decide di essere
regime lo sa fare anche nascondendosi dietro le istituzioni
democratiche. Nessuno parla, nessuno approfondisce, tutto è
lasciato, come dire, all'intelligenza o al coraggio di un
giornalista, perché la Commissione Antimafia' nazionale certamente
non è arrivata ai livelli di approfondimento della Commissione
Antimafia' regionale e così come solo di recente abbiamo scoperto
le cose di cui oggi stiamo parlando e che però ancora non emergono,
non fanno parte del nostro tessuto ma quasi quasi le stiamo
considerando come fossero cose scontate, sono talmente vecchie,
talmente andate che non ci riguardano più.
E allora, l'ha accennato prima Fava, l'audizione - terza audizione
che vi consiglio di ritirare il verbale e approfondire - del
giornalista di Mediaset Mangano.
Questo Mangano, un giornalista palermitano, uno che conosce il
territorio, l'ha detto prima il Presidente, e che parla di uno
Scarantino che lo cerca ad un certo punto, Scarantino che dice che
è stato minacciato, che è stato picchiato, ma da chi Presidente
Micciché? Ma è evidente. Chi è che gestiva Scarantino? Lo gestiva
La Barbera e poi la procura di Caltanissetta. Chiede un'intervista.
Rilascia un'intervista in una maniera anomala, c'è una telefonata
che parte da Palermo da parte della madre che la sollecita,
l'intervista viene fatta telefonicamente, è una situazione
surreale.
L'intervista c'è, l'intervista viene pubblicata, il direttore di
Italia 1, ai tempi Paolo Liguori, coraggiosamente, forse
incoscientemente la pubblica, e questa intervista crea il panico.
Tale è il panico che viene sequestrata per ordine della Procura e,
quindi, lei dice chi? : la Procura di Caltanissetta, sequestra il
filmato, lo sequestra nel senso che lo fa scomparire, e se non ci
fosse stato questo comportamento assolutamente meritorio di questo
tecnico di Mediaset che l'ha salvato, noi, oggi, potremmo parlare
di un ricordo labile, di una smemoratezza, chissà di che cosa,
invece per fortuna c'è, Scarantino dice: Io non c'entro nulla, io
sono stato minacciato e manipolato .
Ma c'è di più, c'è l'intervista della moglie di Scarantino, che
nessuno ha osservato, e che oggi guardiamo con occhi diversi -
Presidente Micciché - l'intervista che la moglie di Scarantino
rilascia ad Enzo Biaggi, quindi su Rai 1, ma che passa inosservata
in quel momento perché - l'ha detto prima Fava - la verità era
una, ma se pure i magistrati non possiamo pensare che tutti i
magistrati che collaboravano con Tinebra alla Procura di
Caltanissetta fossero tutti deviati, tutti corrotti, quei
magistrati non se la sentivano di sfatare, come dire, una
posizione, un indirizzo preciso che era stato statuito. Biaggi
intervista la moglie di Scarantino che dice le stesse cose, dice
ma mio marito è un poveraccio, è uno che non conta nulla, uno che
non potrebbe neppure minimamente accedere a quel livello
organizzativo. Ma cosa pensate che mio marito possa fare una cosa
del genere?. Non dico altro, perché, ovviamente, lo insulta,
quasi.
L'intervista viene sequestrata, il filmato per caso duplicato e
ci chiediamo ancora ma perché tutto questo? . Perché lo Stato, un
pezzo di Stato deviato, i servizi segreti, alcuni magistrati,
alcuni poliziotti erano tutti intenti a fare andare, - nella
migliore delle ipotesi Presidente Micciché, nella migliore delle
ipotesi - l'azione investigativa in una direzione, piuttosto che
non in quella dell'inquinamento, del depistaggio vero e proprio. A
parte che la Cassazione parla di depistaggio, il depistaggio è ad
opera di pezzi dello Stato. Perché tutto questo? Ed ecco che, e lì
siamo sul piano delle suggestioni, io non credo che siamo sul piano
delle suggestioni, io credo che c'è un'altra sentenza della
Magistratura siciliana che certifica che la trattativa Stato-mafia
c'è stata e forse Falcone e Borsellino su questo stavano
ragionando. Ma cos'è questa trattativa Stato-mafia che in quei
giorni era un fatto risaputo da pochissimi, che noi abbiamo
conosciuto anni e anni dopo, Borsellino probabilmente aveva capito
che anche Falcone forse non era stato vittima soltanto della
vendetta di Totò Riina per la sentenza del maxi-processo, e
certamente, e questo ce lo dicono tutti, non aveva nessun
significato che la mafia dopo cinquantanove giorni uccidesse
Borsellino, perché uccidendo Borsellino la mafia si getta la zappa
sui piedi e quindi fa un atto stupido, e siccome la mafia non è
stupida, la mafia non poteva con tanta stoltezza, dopo appena
cinquantanove giorni, aver ucciso Falcone, uccidere Borsellino
perché in quel modo il 41 bis è stato riconfermato, invece c'era il
ragionamento se toglierlo o meno, se attenuarlo e, invece, proprio
per quell'omicidio, il 41 bis venne non solo confermato ma,
addirittura, reso ancora più duro.
Siamo davanti, allora, al depistaggio. Siamo davanti a personaggi
come Scarantino, come Canale, come Tinebra, come La Barbera, i
magistrati, l'agenda rossa, i giornalisti che abbiamo citato, tutte
queste cose, se leggete la relazione, se leggete i verbali e unite
i puntini dentro questa trattativa Stato-mafia, che era in corso in
quel momento e c'erano ambiente mafiosi che volevano salvarsi,
pezzi dello Stato che voleva salvare pezzi di mafia, pezzi di
mafia, invece, che tradivano altri pezzi di mafia. Beh in quel
contesto così confuso questa azione, la morte di Falcone, la morte
di Borsellino, chiude una pagina e salva anche un pezzo di Stato
dalle evidenti contiguità e dalle evidenti complicità.
Sono solo suggestioni? Io non credo che queste possono essere solo
suggestioni. E' stata la mafia ad uccidere Borsellino? E' stata
solo la mafia ad uccidere Borsellino? Anche questa è una domanda
che, fino a quando non avremo certezze vere, matematiche, non
potremo dargli risposta, ma certamente da qui a definire Fiammetta
Borsellino in preda a pazzia, a furore ce ne corre perché le tesi
di Fiammetta Borsellino, in fondo, poi sono queste.
E allora io vi rinvito, ve lo dico, suggerimento a leggere la
relazione, ad approfondire queste audizioni perché servono a
capire, servono a distinguere tra lo Stato buono e quello malato;
lo Stato che depista, che è coinvolto, da quello che invece, che è
lo stesso Stato che oggi scarcera i mafiosi, lo stesso Stato che
oggi fa finta che con un articoletto sbagliato, con una letterina
sbagliata scarcera centinaia di mafiosi che erano in galera.
Da quello, invece, da quello Stato, invece, lo Stato di diritto,
lo Stato buono, lo Stato a cui noi dobbiamo affidarci e che, però,
è stato quello Stato che non è stato capace di difendere Falcone e
Borsellino in quegli anni.
PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Schillaci. Ne ha
facoltà.
SCHILLACI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, per me significa
molto essere qui, con voi, come deputato, come membro della
Commissione Antimafia' regionale ma, soprattutto, come siciliana.
Sì perché oggi noi abbiamo ancora una Terra che è lacerata dalle
organizzazioni criminali, dalle mafie e in particolare quella dei
colletti bianchi che continua ad occupare immeritatamente i
palazzi, inquinandone la corretta attività istituzionale.
Ringrazio i tanti che continuano a lottare ogni giorno, portando
avanti i principi, la cultura della legalità, quelli che hanno
animato Paolo Borsellino, spesso, semplicemente per fare il proprio
dovere.
La nostra è una Terra dove noi dobbiamo dire grazie a tanti
magistrati, forze dell'ordine, giornalisti, imprenditori
coraggiosi.
Noi tutti oggi siamo figli di una stagione poco edificante e
difficile ancora da metabolizzare. Una stagione caratterizzata da
colpi di kalashnikov, bombe, verità tradite, silenzi anomali e poi
tante, tante commemorazioni e giornate del ricordo. Bene E' venuto
il momento di lasciare la stagione dei ricordi per fare spazio ad
una nuova stagione quella dell'agire e del fare in cui le
istituzioni hanno un ruolo fondamentale per la ricerca della verità
da consegnare a famiglie in attesa da troppo tempo.
La Commissione Antimafia' regionale siciliana si è occupata della
strage di Via D'Amelio cercando di assembleare i tanti fatti emersi
dalle audizioni, inchieste giudiziarie, le sentenze, con
l'obiettivo di provare e rispondere alle tante domande rimaste
inascoltate per troppo tempo.
Si tratta di una delle pagine più tristi della nostra storia
contemporanea, caratterizzata da omissioni, procedure insolite,
inquinamenti che hanno coinvolto i vari livelli delle istituzioni.
Ecco, perché la verità su Paolo Borsellino è la verità di un
intero Paese che desidera riaffermare la propria dignità.
Ci stringiamo a Fiammetta Borsellino a cui va il nostro plauso
perché non si è arresa all'oblio e chiede verità e giustizia a nome
della famiglia e della società tutta. Sì, perché il giudice Paolo
aveva una comunità dietro di lui, che lo seguiva, fatta di
associazioni, di giovani speranzosi e di cittadini illuminati.
Anch'io ero una studentessa ed ero nella biblioteca a Palermo
quando Paolo pronunciò la parola io sono un morto che cammina , a
loro, a loro tutti, le istituzioni, oggi, hanno ancora un obbligo
di risposta: riteniamo che sia doveroso ed opportuno che questo
Parlamento siciliano trasmetta un messaggio univoco, compatto e
chiaro di vicinanza, a chi quotidianamente impegna nella ricerca
della verità e nel ripristino della onorabilità di questa Terra e
dell'intera Nazione; onorare la memoria del giudica Paolo
Borsellino e gli agenti della scorta significa, anche, non smettere
di cercare la verità su quella strage, ma significa anche
impegnarsi ad attuare politiche volte ai principi e alla cultura
della legalità attraverso, innanzitutto, un contrasto serio e
adeguato sul fenomeno della corruzione, perché non mi stanco mai di
affermare che combattere la corruzione significa combattere
l'avanzata delle mafie, perché della corruzione si cibano per
costruire le loro economie parallele ed affermare il proprio potere
su questa Terra, grazie.
Presidenza del Presidente MICCICHE'
PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Lo Curto. Ne ha
facoltà.
LO CURTO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, Governo, una
settimana dopo la strage di via D'Amelio in via Amelia, a Roma, si
consumava un altro delitto, era il suicidio di una giovane donna di
Partanna, Rita Atria, che aveva deciso in controtendenza rispetto
alla storia della sua famiglia - il padre don Vito, il fratello
Nicolò erano stati ammazzati dalla mafia - in controtendenza aveva
deciso di collaborare con la giustizia, e fu proprio Paolo
Borsellino a determinare che questa giovane donna si convertisse ai
principi di una realtà che era diversa da quella nella quale aveva
sempre vissuto, e questa ragazza ci aveva davvero creduto, e solo
una settimana dopo la sua vita trova fine in quel gesto sì, forse
disperato, indubbiamente, perché si consuma su quell'asfalto la
fine tragica della sua vita.
Sulla sua tomba, una piccola lapide nella quale c'è scritto La
Verità vive , la madre su quella tomba agì in modo scellerato, con
un martello la profanò, bene, oggi noi siamo qui tutti, dopo avere
ascoltato il Presidente della Commissione Antimafia regionale e i
colleghi che lo hanno anche seguito nell'opera di ricerca della
verità, siamo tutti qui a chiederci qual è la verità.
La verità vive' dice Rita Atria in uno dei suoi scritti da
ragazza, da giovane che voleva vivere, quale verità vive oggi e
quale verità sopravvive a questa inchiesta della Commissione
Antimafia che traccia uno spaccato a dir poco agghiacciante di
quanto accaduto, in anni davvero terribili, nei quali non solo
abbiamo visto infranta la speranza di quanti hanno creduto nelle
istituzioni e continuano a credere nelle istituzioni, nonostante
tutto, ma, certamente, è infranta - come dire - la ricerca di
questa verità, che oggi sembra ancora distante, ancora lontana
perché chi si è macchiato di tali turpi delitti - ricordiamo che
insieme a Paolo Borsellino persero la vita cinque agenti di scorta:
Emanuela Loi - l'unica agente di scorta di sesso femminile - e
poi i giovani, giovani che erano con Paolo Borsellino in quel
drammatico pomeriggio di mezza estate.
Questa verità, non solo non c'è ancora, ma la sua ricerca non può,
come dire, non continuare presidente Fava. Io credo che abbiamo il
dovere di farlo, non solo nel nome di Paolo Borsellino, ma anche di
Falcone, degli uomini e delle donne della scorta, la moglie di
Falcone, che perì con lui, ma lo dobbiamo anche a tutti quei
siciliani onesti che credono che una verità sia ancora possibile.
E' drammatico pensare che ci siano stati settori dello Stato
complici - questa è la parola giusta da utilizzare - la
complicità di chi doveva indagare e non lo ha fatto.
La trattativa Stato-mafia che è vera, che è autentica. La
copertura, l'insabbiamento, il depistaggio sono parole
agghiaccianti, agghiaccianti, che non possono scivolarci addosso e
oggi non deve essere un rituale che si compie alla fine di un
percorso e a qualche giorno di distanza da altri memoriali che
saranno celebrati, ricordando il 19 luglio, quella strage.
Io credo, Presidente Micciché, Presidente Fava, onorevoli colleghi
e tutti quanti noi abbiamo il dovere di continuare a credere che
una verità - non l'unica possibile - quella che lo Stato ha
cercato di costruire a misura di convenienze che davvero dovrebbero
fare rabbrividire il mondo e lo fanno rabbrividire, ma una verità
che sia quella rispondente ai fatti, ai fatti.
Come mai Borsellino non fu chiamato e sentito dopo la morte di
Falcone? I suoi silenzi, la sua inquietudine, la sua solitudine, di
cui tutti hanno parlato; ma la sua solitudine, Presidente Fava,
oggi deve trovare un'eco profonda nella coscienza vera dei
cittadini siciliani.
Quando accade la strage di via D'Amelio i miei figli stavano
percorrendo, - scusatemi - quando accadde la strage di Falcone,
i miei figli erano sull'autobus per arrivare a Palermo da Trapani,
ed io aspettavo il mio terzo figlio, mi crollò il mondo addosso,
pensando che poteva essere accaduta una disgrazia anche ai miei
figli, ma in quel momento oltre che a quello, mi pervase un brivido
forte e ancora ne sento davvero tutta l'emozione, perché dico in
quel momento, come penso tanti di noi hanno creduto che la speranza
fosse morta, perché la morte di Falcone significava anche la morte
della speranza, di liberarci dalla mafia e dalle mafie.
Quando è morto Borsellino, e lo ricordo come se fosse oggi, in
quel momento preciso io ho immaginato: non è possibile adesso
succederà una rivoluzione . Forse non c'è stata la rivoluzione che
io speravo, ma sicuramente è nata una coscienza nuova e aveva
ragione l'onorevole D'Agostino quando diceva non è possibile la
mafia non è così imbecille da spararsi addosso, perché quello è
stato, la strage di via D'Amelio è stato veramente uno scossone
profondo contro la mafia.
Allora, noi oggi siamo qua e abbiamo il diritto non solo il
dovere, abbiamo il diritto insieme a Fiammetta, alla sua famiglia e
a tutti i siciliani onesti, di cercarla ancora questa verità contro
e mettendo alla sbarra anche chi è morto, anche chi è morto, perché
chi è morto si è reso complice dell'occultamento della verità, del
depistaggio e di avere indirizzato verso chi non era colpevole la
ricerca del colpevole.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole De Luca. Ne ha
facoltà.
DE LUCA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, assessori, questa
relazione, Presidente, prende le mosse da un grido di aiuto, da una
richiesta di verità che non è ascrivibile soltanto a Fiammetta
Borsellino, che da figlia ha tutto il diritto di ottenere ciò che
chiede da tanti anni, ossia la verità. Ma è un qualcosa, una
richiesta, un grido di aiuto, un desiderio di verità che
innanzitutto proviene da tutti i siciliani ma anche dall'intero
popolo italiano. Una richiesta di verità su uno di quelli che è
stato certamente uno degli episodi più bui, ma anche più
controversi della storia giudiziaria italiana, ma anche della
storia politica italiana.
Io credo che la relazione sul depistaggio non possa ovviamente
essere letta in maniera soddisfacente, in maniera corretta, se si
prescinde da tutto quello che anche il processo che riguarda la
trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, una trattativa che ha
visto poi il suo epilogo riconosciuto all'interno di una sentenza
che ha culminato un processo durato tantissimi anni e che ha visto
anche in quel caso tante forzature, tante opposizioni e che ha
visto anche sfilare tanti uomini dello Stato innanzi a tre
magistrati coraggiosi, Nino Di Matteo e gli altri due magistrati
che lo accompagnavano in questo difficile processo.
Una richiesta di verità che non è sempre facile soddisfare perché
questa è una storia in cui spesso lo Stato si fa mafia e la mafia
si fa Stato, è una commistione che durante la Prima Repubblica ha
visto queste due entità spesso fondersi, collaborare per poi
portare a questi due omicidi, quello del giudice Falcone e quello
del giudice Borsellino che, probabilmente, in quegli anni erano gli
unici due uomini che avevano deciso e trovato il modo di mettere in
crisi questo sistema: un sistema di cui è figlia l'Italia in cui
oggi noi viviamo, un sistema che ha visto tutte le più alte sfere
costituzionali, istituzionali, magistratuali, politiche,
giornalistiche chiudersi a riccio contro questi due uomini. Due
uomini probabilmente che davano fastidio, che avevano innovato il
metodo investigativo introducendo, non solo il 41bis, ma anche i
collaboratori di giustizia e la verità è che alla base di questo
depistaggio c'è la volontà di un sistema di proteggersi, di
rigenerarsi e di perpetrarsi, un sistema che non poteva
assolutamente, quindi, tollerare di essere scoperto.
Per questo probabilmente entrano in gioco i servizi segreti, vera
cerniera insieme alla massoneria di questi ruoli chiave dello
Stato, un sistema che però poi non si è fermato con la morte dei
magistrati e di Paolo Borsellino, un sistema che doveva trovare
come rigenerarsi e allora i mafiosi hanno cercato e questo ormai è
anche un dato che deve essere reso anche in questa sede palese
perché non si può parlare di depistaggi e di trattativa se non si
guarda a quello che è successo dopo.
Dopo gli omicidi di Falcone e di Borsellino, la mafia aveva
bisogno di nuovi referenti in politica, aveva bisogno di uomini con
cui dialogare e allora inizialmente aveva anche deciso di scendere
in politica fondando un proprio partito Sicilia Libera , il
processo sulla trattativa rivela anche che questo obiettivo poi
non fu raggiunto dai mafiosi perché capirono che non avrebbe avuto
credibilità questo partito e, allora, cercarono anche con l'aiuto
dell'allora sindaco di Palermo, Ciancimino, di trovare nuovi
referenti e da quello che ci dicono gli atti giudiziari questo poi
fu ritrovato nel senatore Dell'Utri, fondatore di Forza Italia
insieme a Silvio Berlusconi.
Beh, Presidente, io quello che volevo dire è che oggi lo Stato
italiano è ancora figlio e nel suo apparato vede tanti uomini che
hanno fatto carriere in seguito a questi momenti e credo che la
politica tutta ma le Istituzioni dovrebbero un attimino guardare
dentro se stessi per avere un mondo un attimino diverso e lasciare
ai siciliani anche una speranza, che ancora non c'è proprio perché
è mancata la verità.
PRESIDENTE. Non ci sono altri interventi.
Onorevoli colleghi, se fosse possibile per i Capigruppo fare una
velocissima Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari un
attimo, così decidiamo il programma dei lavori e poi riprendiamo
l'Aula.
Sull'ordine dei lavori
LUPO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUPO. Grazie Presidente, sull'ordine del lavori solo per dire - lo
farò anche in Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, ma
ne approfitto subito - che ho presentato un'interpellanza
parlamentare per avere notizia di questa applicazione Sicilia
sicura' che il Governo regionale ha adottato per rilevare alcuni
dati relativi al Coronavirus. Ecco vorrei sollecitarne l'urgenza
alla Presidenza per notificarlo anche al Governo, perché credo che
sia di assoluto interesse, anche perché abbiamo, io penso, anche
l'urgenza di sapere quanto è costata questa applicazione ed
esattamente a quale funzione sta assolvendo. Domande che ho fatto
già al Presidente della Regione mercoledì scorso in quest'Aula, ma
purtroppo non ha risposto.
PRESIDENTE. Assessore Grasso, lei ha sentito? Si fa carico lei di
fare sapere qualcosa, di farci avere una risposta? In ogni caso se
è un'interrogazione sarà svolta regolarmente.
Allora sospendiamo cinque minuti e in sala lettura facciamo questa
velocissima Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.
La seduta è sospesa.
(La seduta, sospesa alle ore 16.37, è ripresa alle ore 17.14)
La seduta è ripresa.
Parlamentari
Determinazioni della Conferenza dei Presidenti dei Gruppi
Parlamentari
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, la Conferenza dei Capigruppo
appena terminata ha deciso che per la settimana prossima, martedì e
mercoledì, facciamo atti ispettivi e cioè interrogazioni,
sicuramente per mercoledì è disponibile - ha già dato il suo ok -
l'assessore Scavone.
In questo momento è stata depositata la mozione di sfiducia che
era stata preannunciata via stampa, per cui ora ci sono dei tempi
precisi, quindi la calendarizziamo al prossimo Consiglio di
Presidenza.
Diamo ora spazio agli interventi ai sensi dell'articolo 83. Un
attimo, i suggerimenti del Segretario generale sono sempre utili,
allora martedì prossimo alle ore 15.00 ci sarà la Conferenza dei
Presidenti dei Gruppi parlamentari per calendarizzare la mozione di
sfiducia; poi, a partire dalle ore 16.00 a questo punto soltanto,
noi comunque la disponibilità che noi diamo cioè l'ordine dei
lavori è che prevediamo tre ore di interrogazioni sia martedì che
mercoledì. Aspettiamo la disponibilità degli Assessori. Abbiamo
avuto per mercoledì certamente quella dell'assessore Scavone
aspettiamo gli altri per martedì. Una volta che viene presentata la
mozione sfiducia poi deve essere prioritaria a tutti gli altri
disegni di legge. Va bene, poi parlerò anch'io con il Presidente
vediamo quando loro sono disponibili a trattarli e, comunque, lo
vedremo martedì in Conferenza dei Capigruppo.
Per cui, ora diamo spazio agli interventi ai sensi dell'articolo
83 e preannuncio che la seduta sarà rinviata a martedì, 21 luglio
2020, alle ore 16.00.
Ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del Regolamento interno
DAMANTE. Chiedo di parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del
Regolamento interno.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DAMANTE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi ho preso
parte alla Commissione Bilancio dove si è votato il parere per la
prima riprogrammazione sui fondi FESR a copertura della
finanziaria.
La finanziaria approvata il 2 maggio in quest'Aula, di 1 miliardo
e 400 milioni. Oggi, finalmente, il Governo Musumeci dopo tre mesi
porta la prima riprogrammazione, ma di soli 400 milioni di Euro.
Quindi, risorse quasi irrisorie rispetto a 1 miliardo e 400
milioni. E meno male che era la finanziaria che doveva affrontare
l'emergenza Covid, la Fase 1 Abbiamo completato la Fase 2 e ancora
siamo alla riprogrammazione di 400 milioni di Euro.
Adesso i siciliani potranno ben vedere chi è e chi sono i
componenti di questo Governo, Presidente e Assessori. Costoro non
hanno mostrato grandi capacità di amministratori, nessuna
professionalità; competenza quasi nulla nel concetto di
riprogrammazione, l'ho detto in Aula, l'ho detto in Commissione.
Hanno, infatti, optato invece di trovare prima le coperture e poi
individuare le risorse e gli interventi necessari, hanno prima
indicato gli interventi e poi stanno cercando a stento le
coperture. Questo solo perché, forse, bastava al Presidente
Musumeci e al suo Governo qualche titolo di giornale.
Ecco, oggi, i siciliani hanno i titoli sui giornali, ancora non
hanno nulla. Tutte le coperture non ci sono; 400 milioni e tra
l'altro a scapito di territori ed infrastrutture necessarie, a
scapito di territori che aspettavano quelle somme da decenni. Sto
parlando, nel caso specifico, di Gela, aria di crisi complessa,
area SIN; hanno trovato i 400 milioni di Euro prelevando 111
milioni di euro alla città di Gela, definanziando il porto di Gela,
porto che era previsto nella programmazione 94-99, 2000-2006, 2007-
2013, 2014-2020. Il bancomat della Regione siciliana, Gela, con 111
milioni di Euro salva la finanziaria, parte della finanziaria.
Nella favola di Peter Pan c'è Trilly che spolvera e butta giù la
polverina magica per far volare i bimbi sperduti. A me sembra che
in questo Governo ci siano troppi bimbi sperduti che necessitano di
questa polverina da spargere ai loro supporter. Il Presidente,
invece, dovrebbe smettere di essere il Peter Pan della favola,
dovrebbe cominciare ad essere uomo e dire la verità ai siciliani e,
soprattutto, dovrebbe smettere di togliere somme alla città di
Gela. Grazie Presidente.
Presidenza della Vicepresidente FOTI
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, non essendoci altri iscritti a
parlare, rinvio la seduta a martedì, 21 luglio 2020, alle ore 16.00
e alle ore 15.00 Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari.
La seduta è tolta alle ore 17.20 (*)
(*) L'ordine del giorno della seduta successiva, pubblicato sul
sito web istituzionale dell'Assemblea regionale siciliana, è il
seguente:
Repubblica Italiana
ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA
XVII Legislatura
XVII SESSIONE ORDINARIA
206a SEDUTA PUBBLICA
Martedì 21 luglio 2020 - ore 16.00
ORDINE DEL GIORNO
I -COMUNICAZIONI
II -SVOLGIMENTO, AI SENSI DELL'ARTICOLO 159, COMMA 3, DEL
REGOLAMENTO INTERNO, DI INTERROGAZIONI E DI INTERPELLANZE DELLA
RUBRICA: (v. allegato)
III - DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE:
- Norme per il governo del territorio . (nn. 587-5-147-162-174-187-
190-229-356-472-536/A) (Seguito)
Relatore: on. Savarino
VICESEGRETERIA GENERALE AREA ISTITUZIONALE
DAL SERVIZIO LAVORI D'AULA
Il Direttore
dott. Mario Di Piazza
Il Consigliere parlamentare responsabile
dott.ssa Maria Cristina Pensovecchio
Allegato A
Comunicazione di apposizione di firma a disegni di legge
Si comunica che:
- l'onorevole Pellegrino, con note prot. n. 1-ARS/2020 e n. 14-
ARS/2020 dell'1 luglio 2020 ha chiesto di apporre la propria firma
ai disegni di legge n. 757 Norme per il riordino dell'ordinamento
del Governo e dell'Amministrazione della Regione e n. 465
Consiglio comunale dei giovani ;
- l'onorevole Dipasquale, con nota prot. n. 15-ARS/2020 dell'1
luglio 2020 ha chiesto di apporre la propria firma ai disegni di
legge n. 652 Disciplina dei distretti biologici , n. 718
Istituzione e promozione del Reddito energetico regionale e n.
722 Principi e disposizioni per lo sviluppo della mobilità
sostenibile ;
- l'onorevole La Rocca Ruvolo, con nota prot. n. 1273-ARS/2020 del
9 luglio 2020 ha chiesto di apporre la propria firma al disegno di
legge n. 693 Norme di tutela della salute dai rischi derivanti da
una carente sicurezza igienico-sanitaria del ghiaccio alimentare .
Comunicazione di disegni di legge inviati alle
competenti Commissioni
AFFARI ISTITUZIONALI (I)
- Legge regionale sull'accoglienza e l'inclusione (n. 773).
Di iniziativa parlamentare.
Inviato il 7 luglio 2020.
Parere V e VI.
- Consegna della bandiera e dello statuto speciale della Regione
siciliana ai nati in Sicilia (n. 775).
Di iniziativa parlamentare.
Inviato il 7 luglio 2020.
AMBIENTE, TERRITORIO E MOBILITA' (IV)
- Disposizioni per la tutela, la valorizzazione e il pieno impiego
della rete ferroviaria regionale (n. 776).
Di iniziativa parlamentare.
Inviato il 7 luglio 2020.
- Norme a sostegno dell'accessibilità delle aree demaniali
destinate alla libera balneazione per le persone diversamente abili
(n. 779).
Di iniziativa parlamentare.
Inviato il 7 luglio 2020.
Parere I e VI.
- Rifinanziamento della legge regionale 1 settembre 1998, n. 17 e
successive modifiche ed integrazioni (n. 780).
Di iniziativa parlamentare.
Inviato il 7 luglio 2020.
Comunicazione di richieste di parere pervenute ed assegnate alle
competenti Commissioni
ATTIVITA' PRODUTTIVE (III)
- Nuova azione contributo a fondo perduto Bonus Sicilia' e
relative disposizioni attuative (n. 111/III).
Pervenuto in data 6 luglio 2020.
Inviato in data 9 luglio 2020.
BILANCIO (II) - COMMISSIONE ESAME
DELLE ATTIVITA' DELL'UNIONE EUROPEA
- Programma di sviluppo rurale (PSR) Sicilia 2014/2020 (n. 112/II-
UE).
Pervenuto in data 7 luglio 2020.
Inviato in data 9 luglio 2020.
Comunicazione di sentenza della Corte costituzionale
Si comunica che la Corte costituzionale con sentenza n. 130 del 26
giugno 2020 ha dichiarato:
- l'illegittimità costituzionale dell'articolo 2, comma 28 della
legge regionale 16 dicembre 2018, n. 24 Variazioni al bilancio di
previsione della Regione per l'esercizio finanziario 2018 e per il
triennio 2018/2020. Disposizioni varie ;
- inammissibile la questione di legittimità costituzionale
dell'articolo 3, comma 9, lettera a) della legge regionale n.
24/2018;
- non fondata la questione di legittimità costituzionale
dell'articolo 3, comma 9, lettera b) della legge regionale n.
24/2018.
Copia della predetta decisione è disponibile presso l'Archivio del
Servizio Commissioni.
Comunicazione di deliberazione della Corte dei conti
Si comunica che è pervenute la deliberazione n. 86/2020/GEST
approvata nell'adunanza del 25 giugno 2020 dalla Sezione riunita in
sede di controllo della Corte dei Conti per la Regione siciliana.
Si comunica, altresì, che la stessa è disponibile presso
l'archivio del Servizio Commissioni.
Allegato B
Relazione conclusiva della Commissione parlamentare d'inchiesta e
vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia
sul depistaggio sulla strage di via D'Amelio (Doc. VII)